Giusto una dozzina d'anni fa, e proprio di questi tempi, Gesualdo Bufalino ci regalava il suo Cento Sicilie, che recava un sottotitolo assai significativo: Testimonianze per un ritratto, un’opera assai dotta, a tratti raffinata, di felici intuizioni e di piacevole lettura. Ma perché tante Sicilie in una sola Sicilia? Non intendiamo certo riassumere qui il pensiero, piuttosto palese, di Gesualdo Bufalino; la citazione, a nostro avviso più che pertinente, ci serve non solo quale pretesto per affrontare, sia pure brevemente, il tema dell’interculturalità mediterranea, ma, soprattutto, come metafora per meglio spiegare la visione unitaria delle tante culture che continuano a solcare le acque di quel bacino e ad affollare le sue rive. È vero, la Sicilia ha la fortuna di trovarsi a fare da cerniera tra culture provenienti dal vicino Oriente, dall’Africa Settentrionale e dall’Occidente europeo e mediterraneo, tanto da soffrire, come dice Bufalino, di “eccesso di identità”. Ma potremmo parlare di Alessandria d’Egitto o Tangeri, di Montpellier o Cordova, di Atene o Algeri, di Tunisi o Tripoli. Questa stratificazione di culture e di civiltà e questo “eccesso di identità” si manifestano ancor più chiaramente in una densa e acuta pagina de Il Gattopardo, là dove, dopo la conquista della Sicilia e la proclamazione del Regno d’Itlia, al funzionario sabaudo Chevalley che era andato a offrirgli la nomina di Senatore del regno, il Principe di Salina oppone un netto rifiuto ed un giudizio fra lo sprezzante e l’orgoglioso, dicendo: «Siamo vecchi, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà ....». In quel “vecchi, vecchissimi” c’è tutta la consapevolezza di Tomasi di Lampedusa di chi sa che viene da lontano, di chi sa di essere figlio di una terra ricca di valori, frutto di vari strati di civiltà, ma anche l’orgoglio di essere “diverso” per cultura, civiltà e forma mentis, e quindi geloso della sua “particolarità” e, perché no, della sua “identità”. Lo sguardo oggi rivolto al Mediterraneo non deve quindi apparire retorico, ma deve nascere da quell’esperienza storica comune, di una “unità storica del Mediterraneo” che ha avuto una sua forma eminente nell’età imperiale romana, ma non è tramontata con l’Impero dei cesari, né con l’avvento dell’Islam, né con successive vicende storiche del grande mare interno. Questa “unità” significa che nello spazio mediterraneo il millenario e ininterrotto processo storico è stato caratterizzato, nella sua essenza, da scambi di uomini e di cose, di elementi intellettuali e di cultura materiale, di idee e di valori, fra imperi, stati, regioni, città, popolazioni, e dunque fra le civiltà presenti sulle due rive. La storia racconta di passate stagioni di unità mediterranea. Quella appunto della pax romana, imposta con la forza; ma soprattutto quella, successiva, di una coabitazione, o meglio di un grande mescolamento di etnie, di religioni, di nazionalità, di culture, verificatasi alla fine del primo millennio in Spagna, ma anche in Sicilia. E sono questi i tratti costitutivi di una “ civiltà mediterranea”, ben anteriore a quella che sarà poi chiamata “civiltà europea” della quale radici e valori umanistici vengono, a guardare bene, dalla riva sud del Mediterraneo. È dunque interesse comune esplorare il bacino, indiscusso centro spirituale e culturale, che trasmise alla civiltà le fondamentali innovazioni della cultura dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’Islam. Dal Mediterraneo l’Europa non ha ricevuto solo le profezie, con i valori e il senso dei diritti umani, ma anche l’universalismo che fece grande la potenza veneziana, la scienza araba all’origine della modernità , con le scuole di Toledo e Salerno, i canoni clinici dei grandi medici dell’islam, la farmacologia e la matematica (basti pensare alla rivoluzionaria introduzione dello zero nelle sue accezioni di “cifra” e di “zero”), l’astronomia e l’astrologia, la fisica e la chimica, per non dire di agricoltura e di architettura, o di poesia e galateo. Dobbiamo perciò avere del Mediterraneo una visione globale, che inevitabilmente ci porta a considerare anche l’omogeneità degli spazi, dove le divisioni continentali e statuali sbiadiscono e si stemperano nella mediterraneità. Mediterraneità che passa attraverso il mare, l’ulivo, le viti, elementi che accomunano le popolazioni del bacino rispetto ad una presunta e mai definita “civiltà europea”. Spesso le culture si diversificano anche con le consuetudini alimentari: le zone dell’olio e del burro, la cultura del vino e quella della birra, vero “vallum” che divide l’Europa. Purtroppo c’è ancora chi ragiona del Mediterraneo come di un mare che separa due culture tra loro estranee. È la visione miope di chi ignora la storia di un bacino che ha riunito e, in parte amalgamato, popoli assai diversi per origine, tradizione, cultura e lingua; è il pensiero di chi non riesce a comprendere fino in fondo l’unitarietà culturale del Mediterraneo. A questi possiamo solo consigliare di leggere almeno l’opera di Fernand Braudel, particolarmente Civiltà ed imperi nel mediterraneo nell’età di Filippo II e Il mediterraneo, oppure Civiltà del mare. I fondamenti della storia mediterranea di Sabatino Moscati (dedicato al grande storico francese, scomparso nel 1985). A noi resta semmai da recuperare, fosse solo per una corretta conoscenza storica, profonde radici comuni, radici che ci rammentano che in passato l’estraneità culturale passava più attraverso la linea di separazione tra la civiltà del vino e quella della birra che tra Islam e cristianità; esisteva insomma una sola civiltà che accomunava tre continenti: la civiltà mediterranea.
(MAHAMOUD ELSHEIKH SALEM - Dirigente di ricerca del CNR presso l’Istituto del Vocabolario Italiano)
Quali sono i fondamenti culturali e ideali che fondano un possibile dialogo tra le sponde del Mediterraneo? Quali i punti di unità e quali di divisione?
R. La nostra storia e la nostra cultura sono, fondamentalmente, intrecciate, questo appare chiaro nell’analisi della scienza, degli scambi commerciali e culturali passati e presenti, dei valori religiosi che sono alla base delle nostre vite. Tutto ciò rappresenta una serie di punti in comune, che si evidenziano in un destino sempre più concatenato, e da questo muoversi per un Bene comune dipende anche la sopravvivenza comune. Tuttavia, la diversità c’è ed è palpabile nelle tradizioni e negli stili di vita: essa però non deve trasformarsi in mezzo di divisione, ma di arricchimento reciproco. Lo spettro della divisione si potrà affermare solo attraverso lo scadere dei valori e il prevalere degli interessi dei singoli su quelli comuni.
(FRANCO IMODA S.J. - Pontificia Università Gregoriana)
R. Base essenziale di qualunque dialogo dovrebbe essere la rivalutazione dello straordinario scambio culturale tra Oriente (musulmano e cristiano) e Occidente nel corso della storia. Gli storici, per esempio, citano l’immensa influenza dell’aristotelismo e del neoplatonismo in Oriente dal IX fino al XII secolo, mentre molti testi arabi di filosofia, scienza e medicina sono stati tradotti in latino durante le ultime decadi del XII secolo. Altri storici sottolineano la diretta influenza del pensiero di Averroè nelle polemiche filosofiche e teologiche in Occidente durante il XIII e XIV secolo e la sua influenza indiretta sull’evoluzione del secolarismo e dell’umanesimo. Altra base fondante potrebbe essere costituita dai comuni valori etici e spirituali insegnati dalle religioni cristiana, ebraica e musulmana, in particolare in relazione alle questioni attuali come la violenza, il terrorismo e l’etica professionale in generale. Qualunque dialogo tuttavia non può ignorare uno studio multidisciplinare oggettivo di ciò che si può indicare come persistente “reticenza” o anche un certo “sentimento di ostilità” del mondo arabo nei confronti dell’Occidente
(RENE CHAMUSSY - Rettore Université Saint Joseph - Beirut)
R. Basandoci sul passato scopriamo grandi e comuni radici di civiltà: le tradizioni dell’antico Vicino Oriente, ma anche le tradizioni greche ed ellenistiche. Sono convinto che questo comune patrimonio culturale costituisca una solida base per un vero dialogo orientato al futuro. Per quanto riguarda la religione, la situazione è più complessa. Abbiamo radici in comune e queste possono facilitare un primo (superficiale) dialogo sui valori. A livelli più profondi insorgono problemi. In Europa noi teniamo molto in conto sia le radici comuni che molte idee e valori comuni, abbiamo invece la tendenza nel “dialogo” a focalizzarci sui punti che ci dividono, in particolare su ciò che concerne l’argomentazione razionale della credenza religiosa e la concretizzazione dei valori religiosi nelle nostre società. Durante le nostre discussioni in Egitto è emerso in modo evidente che le nostre controparti, sia musulmane che cristiane ortodosse, preferiscono non discutere elementi teologici o di fede. I temi centrali sono invece stati il rispetto reciproco e il rifiuto di ogni forma di fanatismo ed estremismo. Loro preferiscono limitare il “dialogo” ad argomenti sui quali non può esistere disaccordo tra le religioni. Questo è un diverso concetto di dialogo: agli occhi degli europei può apparire come un dialogo non reale. (JAN PETERS - Presidente della Federazione Internazionale delle Università Cattolica - Università di Nimega)
Lei ritiene che per questo dialogo sia un semplice confronto tra ideologie o ideali statici oppure è il confronto culturale a permettere di giungere ad una diversa conoscenza e convergenza di diverse opinioni e posizioni? Lei ritiene che il confronto debba avere come spunto un dialogo interreligioso o piuttosto la ricerca di fattori, di aspetti comuni all’esperienza degli uomini di diversa cultura e religione?
R. Credo che solo attraverso il confronto culturale e, soprattutto, quello religioso sia possibile trovare nuovi spunti di dialogo per seguire insieme la strada della conoscenza reciproca. Probabilmente, al confronto religioso si dovrà attribuire un peso maggiore, perché sebbene sia l’ambito che presenta i principali punti di divisione è anche quello che può offrire lo spunto per speranze comuni per il futuro. È qui che possono essere ritrovati i modelli di approccio più adeguati ad entrambi.
(IMODA)
R. Sebbene il confronto culturale possa fornire un significativo contributo scientifico, tale dialogo rimane insufficiente, poiché mette in evidenza ciò che è visibile e percettibile ma non riesce a raggiungere ciò che è essenziale. Uno sforzo che tenda ad una mutua e genuina comprensione richiede quella che potrebbe essere chiamata una “incarnazione” nella cultura dell’altro, cioè un atteggiamento che permetta un’autentica comprensione della “differenza”, delle sue cause e particolarità nonché della sua visione dell’uomo e del mondo. Perciò potrebbe essere meglio non iniziare con il dialogo interreligioso bensì con le esperienze personali e la vita reale. Di fatto è proprio tale esperienza che permette di scoprire e capire in profondità come venga vissuta una fede religiosa.
(CHAMUSSY)
R. Sulla base di quanto sopra un dialogo dovrebbe quindi iniziare con le cose che abbiamo in comune: fede in Dio, giustizia, impegno morale e in particolare il rifiuto di ogni genere di estremismo. Gli incontri umani e le interazioni personali sono strumenti di dialogo migliori del confronto di documenti e testi. Sarà necessaria la fiducia reciproca per creare una vera comprensione e auspicabili espressioni comuni di fede e di valori.
(PETERS)
Il confronto deve avvenire sul tavolo degli intellettuali e /o può essere frutto dell’interazione fra esperienze e convivenze popolari? Da questo punto di vista quale è il ruolo delle Università? È possibile che le Università siano un luogo di approfondimento di strade comuni? Se sì, in che modo?
R. La complessità di questa realtà implica la necessità di agire ad ogni livello, perché ognuno di essi ha la sua importanza per il gruppo sociale che rappresenta e di cui, quindi, conosce bene le dinamiche. Il ruolo delle Università è molto importante per riuscire ad attaccare quella superficialità e volubilità che spesso caratterizzano l’opinione pubblica: la formazione di persone che guardino alla realtà che li circonda senza pregiudizi o preconcetti, ma sulla base di analisi serie e approfondite rappresenta un passo di rilievo. Ricerca, formazione e trasmissione del sapere sono state in passato, sono adesso e saranno sempre parametri conoscitivi costanti della vita delle Università. In un recente libro sull’Islam viene sostenuta la tesi secondo cui il cristallizzarsi di forme diverse di Islam - radicale, fondamentale o più tollerante - è da attribuire a scuole di pensiero strettamente connesse con specifici ambienti universitari, donde il ruolo importante e integrativo per cementare pensieri e azioni.
(IMODA)
R. Il confronto culturale guidato principalmente dagli intellettuali può essere arricchito dall’interazione tra esperienze e vita reale; possiamo quindi parlare di complementarietà organica tra i due aspetti e non di esclusione. Ciascun aspetto fornisce all’altro una base concreta che dà più risonanza alle parole usate. Sotto questo aspetto il ruolo delle università potrebbe estendere il terreno di conoscenza reciproca offrendo corsi sui differenti patrimoni culturali (artistico, scientifico, ecc., e organizzando laboratori congiunti per analizzare da un lato, l’interazione tra esperienza e società umana, e dall’altro per affrontare le questioni linguistiche e semantiche in modo da afferrare meglio l’origine di fraintendimenti causati dalla terminologia.
(CHAMUSSY)
R. La discussione di argomenti teologici rimane importante, ma per il momento dovrebbe essere limitata all’ambiente accademico. Un eccellente (ma difficile) punto di partenza potrebbe essere uno studio congiunto delle nostre comuni radici e dei motivi e modi per cui ci siamo progressivamente separati. Su questa base si potrebbe considerare di continuare una discussione aperta sull’influenza della modernità e della scienza moderna sul pensiero religioso.
(PETERS)
Ritiene che lo spazio sia quello dello scambio culturale o anche quello della creazione di corsi con docenti di diversa estrazione culturale e religiosa in diverse Università? Quali i punti e le materie di maggior spicco? La cooperazione economica è un altro aspetto di questa possibile collaborazione a uno sviluppo comune? L’Università come può favorire questo sviluppo?
R. Lo spazio in cui si potrà meglio realizzare questo incontro sarà, senza alternative di sorta, quello dello scambio culturale, piuttosto che quello della creazione di corsi. Forse, inizialmente si potrebbe partire con corsi di carattere più pragmatico e mano mano che il progetto avanza, offire corsi via via sempre più speculativi, consentendo così il confronto attraverso l’analisi.
(IMODA)
R. Una struttura universitaria che tenga in dovuta considerazione la pluralità culturale e religiosa dei professori offre un importante vantaggio al dialogo specialmente se ricerche congiunte forniscono l’occasione di affrontare i differenti modi di riflettere e di porre domande. Sarebbe di grande interesse un programma di formazione interculturale che mettesse a confronto insegnanti e studenti di discipline e culture diverse. Per questo si può anche immaginare un’Università estiva con corsi di due settimane sul Mediterraneo. L’Università S. Giuseppe di Beirut propone un master in Mediazione Interculturale realizzato dal CIEL (abbreviazione in francese di Centre Interculturel Euro-Libanais) in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, l’Università Pompeu Fabra di Barcellona e le Università di Porto e Coblenza, nell’ambito di un’azione Tempus-Meda della Commissione Europea. Gli studenti europei iscritti al master sono coinvolti, nello stesso tempo, nell’apprendimento della lingua araba.
(CHAMUSSY)
R. Per organizzare studi congiunti è di vitale importanza lo scambio di professori. Le università, o quanto meno un certo numero di esse, dovrebbero avere centri specializzati per questo genere di ricerca e formazione, nei quali operino professori (e studenti) di ogni parte della regione mediterranea. In questi centri dovrebbero essere discipline importanti le scienze sociali e la giurisprudenza più che l’economia. Anche la filosofia e la teologia sono necessarie, ma a mio avviso solo in una seconda fase, quando siano state poste le basi per una migliore comprensione reciproca.
(PETERS)
Nel 1996 all'Università di Firenze viene costituito il Comitato Oriente-Occidente con il compito di promuovere e realizzare, coinvolgendo le Università, una migliore conoscenza reciproca tra le diverse realtà sociali, politiche, religiose e culturali che fanno parte dei Paesi intorno al Mediterraneo, concentrato unico al mondo di popoli, lingue, culture, storie diverse ma con radici comuni e interazioni forti. Nonostante dal comune ceppo di Abramo siano poi nate tre religioni, l’ebraica, la cristiana e la musulmana, e nonostante la fine dell’Impero Romano che nel rispetto delle varie culture aveva unificato nella pax romana tutti i popoli che si affacciavano sul Mare Nostrum, gli scambi non solo commerciali ma di persone e di cultura non si sono mai arrestati nel corso dei secoli sviluppando quella “civiltà mediterranea” che tutti i partecipanti al Forum hanno messo in evidenza e le cui testimonianze si ritrovano ancora oggi nei vari Paesi intorno al Mare Nostrum. Voglio ricordare un campione esemplare di questa civiltà mediterranea e cioè Federico II che provenendo dai Paesi “del burro e della birra” (come li definisce Mohamoud Elsheikh Salem) seppe realizzare nell’Italia meridionale una sintesi mirabile tra culture e tradizioni latine ed europee e arabe e mediterranee. La scoperta di nuovi mondi, la nascita degli Stati Uniti d’America, la rivoluzione francese con la nascita di stati-nazione, la diffusione del colonialismo, l’affermarsi di ideologie totalizzanti sono gli eventi storici che tra il XVI e il XIX secolo hanno più contribuito a creare forze centrifughe e disgregatrici all’interno dell’Europa nonché le premesse per il successivo spostamento del baricentro dello sviluppo sociale ed economico dal Mediterraneo prima verso l’Atlantico, e poi verso il Pacifico. La conflittualità politica e ideologica all’interno dell’Europa è sfociata in scontro cruento tra Stati coinvolgendo anche grandi Paesi extraeuropei cosicché i conflitti sono diventati mondiali e il peso, in particolare degli Stati Uniti, sul loro esito è stato decisivo. Dopo la seconda guerra mondiale i Paesi europei hanno capito che, per evitare il ripetersi di tragedie come quella dell’ultima guerra, era necessario costruire un’Europa unita economicamente e politicamente. Più recentemente il crollo del muro di Berlino e il disfacimento dell’impero sovietico hanno segnato la fine delle ideologie totalitarie che avevano caratterizzato le vicende europee nei due ultimi secoli provocando anche tante distruzioni e immani sofferenze umane. L’aspirazione alla pace è diventata oggi sentimento ed esigenza comune ed è favorita dallo sviluppo della scienza e della tecnica e dalla crescente consapevolezza di tutti della possibilità che l’uomo ha acquisito di distruggere la presenza umana sulla terra. Lo sviluppo scientifico e tecnologico ha d’altro canto favorito la mobilità di persone, di merci, di idee, di conoscenze, tanto da far diventare la nostra terra un villaggio comune: l’umanità tutta è così posta davanti ad una nuova sfida e cioè: come affrontare tutti i nuovi problemi (sociali, ecologici, culturali, religiosi, giuridici, ecc.) che pone la realtà del villaggio globale? Sono state create all’uopo istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’UNESCO, ecc. che svolgono un utile ruolo di coordinamento e di promozione in campi specifici, nonché l’ONU con tutti i suoi pregi ma anche i suoi grandi limiti. La sensazione oggi è però quella che tutto ciò non basti, che sia necessaria un’evoluzione culturale da parte di tutti, perché la sfida consiste nel creare ovunque le condizioni per una crescita umana raccordata avvalendosi delle conoscenze acquisite e acquisibili e nel contempo preservando e valorizzando tutte le diversità e specificità presenti sulla terra. In questo contesto il Mediterraneo e i popoli che vi si affacciano possono e debbono svolgere un ruolo esemplare forti delle comuni origini e dell’esperienza storica che li caratterizza. È necessario creare una nuova “civiltà mediterranea” aggiornando quella che ha caratterizzato prima l’Impero Romano e poi, fino alla metà del passato millennio, la vita dei popoli che si affacciano sul Mare Nostrum. È necessario perciò intensificare il dialogo fra culture e popoli diversi. Ma dialogo vuol dire disponibilità all’ascolto, alla conoscenza, e alla comprensione dell’altro, cioè come dice efficacemente Chamussy disponibilità ad «incarnarsi nella cultura dell’altro». È necessario per questo abbandonare l’atteggiamento eurocentrico di “tolleranza” e nello stesso tempo approfondire e rafforzare la propria identità. Il dialogo è possibile tra chi ha qualcosa da dire ed è tanto più fruttuoso quanto più si svolge tra identità forti che non temono “incarnandosi nella cultura dell’altro” di perdere se stesse ma anzi desiderano arricchirsi reciprocamente. Dagli interventi a questo forum emerge la convinzione comune che il dialogo debba partire dalla condivisione delle esperienze di vita, dai valori che abbiamo in comune, superando quella «tendenza a focalizzarci ... sui punti che ci dividono» (come dice Jan Peters), favorendo gli incontri e le interazioni personali piuttosto che il freddo confronto tra documenti e testi. Il dialogo deve avvenire a tutti i livelli ma particolarmente importante è quello che può svolgersi all’interno e tra le Università con lo scopo specifico di formare «persone che guardano alla realtà che le circonda senza pregiudizi o preconcetti» come sottolinea Padre Imoda. Ho personalmente sperimentato come il dialogo interculturale sia molto più facile tra persone laiche ma che hanno una fede rispetto al dialogo con chi è portatore di una cultura laicista o atea che pregiudizialmente con atteggiamento “integralista” considera non razionale se non inferiore chi professa una fede. Ho constatato di persona più volte come tale atteggiamento laicista, molto diffuso in Europa, sia incompreso e percepito come pericoloso da parte di persone di altri Paesi, culture e religioni. Spesso mi è stata fatta presente la difficoltà di individuare un’identità europea con la quale dialogare. Peraltro è convinzione comune, rafforzata anche dagli incontri avuti in occasione di un recente viaggio in Egitto, che il dialogo debba per ora evitare gli argomenti teologici, da lasciare alle discussioni in ambiente accademico, mentre debba focalizzarsi piuttosto sullo studio congiunto delle nostre comuni radici, nonché dei percorsi storici che hanno portato a vie di sviluppo diversificate e sul perché tali diversificazioni si sono prodotte. Si deve sviluppare e consolidare una cultura basata sul rispetto dell’altro e sulla tutela della dignità della persona umana e quindi di ogni essere umano una cultura che riconosca, pur nella necessaria divisione tra “Dio e Cesare”, la dimensione anche sociale delle religioni e il ruolo insostituibile che queste svolgono per la diffusione e il rispetto di valori fondamentali condivisi, che soli possono garantire una forte etica personale necessaria alla costruzione di società ordinate e pacifiche. Per motivi storici, geografici, geopolitici tale nuova cultura può svilupparsi più rapidamente ed efficacemente intorno al Mediterraneo. Ciascuno di noi è quindi chiamato a dare il suo contributo nella consapevolezza del ruolo positivo che potrà avere nel mondo una nuova “civiltà mediterranea” basata sui comuni valori che emergono dalle origini comuni pur nella diversità di lingue, religioni e culture.
(PAOLO BLASI - Ordinario di Fisica Sperimentale presso l'Università degli Studi di Firenze)