Quadrimestrale di cultura civile

Quando l’esperienza suggerisce un metodo

di Giorgio Paolucci / Giornalista

Per leggere in maniera adeguata i fenomeni migratori, e in particolare gli aspetti legati a temi come l’inclusione e la convivenza, non bastano le analisi statistiche e gli studi sociologici, pur necessari e preziosi. È necessario uno sguardo ravvicinato, occorre munirsi di occhiali che rendano capaci di “vedere” e valorizzare il fattore umano. Lo ha ricordato più volte Papa Francesco: “I migranti non sono numeri, sono volti, nomi, storie. Sono persone”. E lo rendono plasticamente evidente alcune situazioni che, al di là della loro specifica significatività, indicano interessanti piste di lavoro su cui riflettere e che possono suggerire interventi adeguati a chi esercita la responsabilità della cosa pubblica. A titolo esemplificativo racconto sinteticamente alcune esperienze.

Si può ricominciare dalla cucina
La prima storia ha come protagonisti un gruppo di migranti titolari di protezione internazionale, coinvolti nel progetto “Cucinare per ricominciare”, che valorizza uno dei temi più tipici della cultura italiana, la gastronomia, la cucina, l’amore per il buono e per il bello. L’iniziativa è partita nel 2016 e oggi viene promossa da un cartello di soggetti – Avsi, Farsi Prossimo, Panino giusto, Accademia del panino italiano, Acli, Fondazione Enaip – che a loro volta hanno coinvolto imprese operanti nel settore della ristorazione, per un totale di una ventina di aziende.
Il percorso che viene proposto ai migranti e che in questi anni si è allargato al settore logistica e agricoltura, comprende momenti di apprendimento linguistico e professionale e tirocinii di lavoro, in una prospettiva che considera la formazione e il lavoro come le strade maestre da percorrere per qualsiasi efficace processo di inclusione. Fino al 2018 ne hanno beneficiato 134 persone – provenienti in prevalenza dall’Africa – e in molti casi le aziende coinvolte nel progetto, dopo avere valutato gli esiti del tirocinio formativo, hanno inserito i partecipanti nel loro organico. Significative le parole pronunciate da Precious, una giovane donna proveniente dalla Nigeria, al termine del suo percorso: “Il lavoro vale più di qualsiasi cosa per l’integrazione. Io prima non avevo un lavoro, ora sto facendo un percorso, non ci si può integrare senza avere il desiderio di imparare cose nuove. Con questo corso la mia vita si è rimessa in movimento, sono una persona affamata, ho imparato a ‘prendere’ tutto ciò che mi può servire. Adesso so di saper cucinare: pasta, ragù, pizza, cappuccino. Ho imparato a fare il cappuccino, a farlo bene e bello, con il cuore, perché gli occhi spesso mangiano prima della bocca. La mia soddisfazione più grande sarà il primo stipendio”.  

Accoglienza formato famiglia
La seconda storia vede protagoniste un gruppo di famiglie che a Milano hanno realizzato insieme un’esperienza di accoglienza non partendo da un progetto elaborato a tavolino ma da un incontro assolutamente casuale: tutto è cominciato con una vacanza. Il progetto “Fare sistema oltre l’accoglienza” (fondo Fami 2016) ha promosso alcune esperienze di soggiorno in famiglia per minori stranieri non accompagnati, ospiti in comunità, per sperimentare legami familiari. Nella Pasqua 2017 a Milano è arrivato il primo ospite: Bakari, un ragazzo di origine gambiana, che dopo una settimana di convivenza ha ricevuto dalla famiglia che lo aveva accolto la proposta di fermarsi ancora. E lui ha risposto: “sì, voglio stare con voi. Perché qui mi sono sentito a casa mia. Ma tu – ha domandato a sua volta rivolgendosi alla donna che lo ospitava – perché mi hai invitato a casa tua?”, e lei ha risposto: “perché se uno dei miei figli fosse solo al di là del Mediterraneo, vorrei che qualcuno lo accogliesse come sto facendo io con te”.
In breve tempo altre famiglie sono state “contagiate” e coinvolte, e hanno sperimentato come aprire la propria casa sia alla portata di tutti, anche se con diverse modalità. Qualcuno ha messo a disposizione un posto letto, altri hanno offerto inviti a pranzo e a cena, si sono resi disponibili per l’insegnamento della lingua italiana o per il disbrigo delle pratiche burocratiche, altri ancora hanno segnalato possibilità di lavoro o di formazione professionale, così si è venuta formando nel tempo una rete informale fondata su un rapporto di amicizia. L’amministrazione comunale di Milano ha seguito il consolidarsi di queste esperienze, in particolare attraverso il servizio comunale per l’inserimento lavorativo di giovani svantaggiati (Celav), che ha formato e inserito nel mondo del lavoro un buon numero di ragazzi.
Tra le famiglie coinvolte, anche quella di Chiara ed Emiliano: da due anni ospitano Alpha, che dopo essere partito dal Gambia a tredici anni ha affrontato il viaggio nel deserto e poi la traversata nel Mediterraneo. Alpha è un ragazzo di poche parole, ma alcune sono parole che pesano: “Qui ho imparato tante cose, non solo la lingua, venire in questa casa è stato un incontro che mi ha cambiato la vita. Per me la famiglia non sono solo i legami di sangue, ma i legami che si creano tra le persone”. A proposito di un termine oggi molto usato – e a volte anche abusato o equivocato – Chiara dice di avere imparato da questa esperienza che “l’accoglienza è sempre qualcosa di reciproco, non è mai una dinamica unidirezionale, è un processo che va in due sensi, accogliere ‘l’altro’ diventa un’occasione per metterti alla prova, per capire chi sei, cosa tiene in piedi la tua esistenza, cosa puoi imparare da questo incontro. Inoltre abbiamo capito che l’accoglienza non deve diventare qualcosa di esclusivo, una sorta di possesso (anche se fatto con le migliori intenzioni): se desideriamo il loro bene dobbiamo accompagnarli in un processo di progressiva autonomia, valorizzarne i talenti e consentire loro, nel tempo, di prendere il largo, di diventare autonomi”. È proprio quanto è accaduto. Dopo alcuni mesi alcuni giovani sono andati ad abitare insieme nella “casetta”, un appartamento messo a disposizione dalla parrocchia del quartiere e hanno intrapreso un cammino di progressiva autonomia anche sotto il profilo economico. Oggi le “casette” sono quattro e rappresentano un modello di accoglienza diffusa: i ragazzi abitano insieme, si mantengono in autonomia sostenendo affitti calmierati, e ciascuno di loro mantiene un legame privilegiato con la “sua” famiglia milanese.
Le strade che i migranti hanno intrapreso – quasi per tutti è la prima esperienza lavorativa – sono le più varie: dalla fabbrica, al lavoro agricolo, dal ristorante all’officina meccanica. La mediazione delle famiglie è un prezioso aiuto a tutela dei diritti di questi giovanissimi lavoratori, che proprio in proporzione a quanto hanno sognato svolgono le loro mansioni con rigore e apprezzamento. Alcuni hanno ottenuto in poco tempo un contratto a tempo indeterminato. Una mamma coinvolta nella “rete” osserva: “Avendoli guardati e amati così, abbiamo scoperto una cosa che non immaginavamo: questi ragazzi hanno risorse straordinarie, bisogna solo aiutarli a farle emergere”.
Per offrire un aiuto sempre più efficace e strutturato, e per raccogliere la disponibilità di tanti che vogliono unirsi al progetto in varie modalità, è nata l’idea di fondare un’associazione: “For teens. Insieme ai ragazzi migranti” (pagina FB: For Teens - insieme ai ragazzi migranti). Nella convinzione che da soli non si va lontano, bisogna “aiutarsi ad aiutare” e insieme fare emergere le capacità che i migranti portano con sé.
A Rimini, da più di un anno, tra alcune famiglie sta fiorendo in modo inaspettato una trama di amicizie significative attorno alla circostanza “migranti”. L’occasione è stata diversa per ciascuno di loro. Per Fabio e Alessandra, una coppia di capi-scout, l’esperienza di volontariato dentro una casa di accoglienza per profughi li ha portati a decidere di ospitare George, un giovane nigeriano. Per Stefania il desiderio di imparare ad amare sempre più in modo vero, insieme alla “provocazione” di una richiesta di ospitalità, sono state le molle per coinvolgere il marito Ignazio e i figli nell’accoglienza di Harouna, originario del Mali. Per Gianlo e Mila insieme ad Alessandra e altri amici l’occasione è venuta dalla richiesta di accompagnare Babu, un giovane gambiano, in un percorso verso il Battesimo. Per Dodi la visita alla mostra “Migranti, la sfida dell’incontro”, allestita al Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini nel 2016, ha fatto nascere interrogativi sul tema e sollecitato un’apertura di cuore, fino ad accogliere Alassane ed Alpha, due ragazzi africani, che si sono “ritrovati” nella stessa casa in maniera sorprendente.
Ecco come è avvenuto. Alassane, senegalese di 20 anni, orfano, dopo essere sbarcato in Sicilia nel 2016 viene trasferito a Bologna e poi a Rimini, attraverso la Caritas è inserito in un CAS (Centro di accoglienza straordinaria) in attesa del permesso di soggiorno che viene concesso per motivi umanitari. Arrivano i documenti, deve lasciare la casa convenzionata con la prefettura e tramite amici viene presentato a Dodi, insegnante riminese, che accetta di accoglierlo a casa sua. Alassane frequenta un corso di formazione per saldatori e attraverso amici comuni viene assunto in un’azienda con un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Contemporaneamente accade un altro fatto, che apparentemente non c’entra nulla: a Villa Verucchio (poco lontano da Rimini) Rino e Anna, due coniugi settantenni, si rendono disponibili alla richiesta dei frati della parrocchia di accogliere per il pranzo domenicale uno degli ospiti della struttura per profughi coinvolti in un progetto SPRAR. E così Alpha, fuggito da una grave situazione in Guinea, tutte le domeniche (e non solo) godrà di questa ospitalità. Quando si avvicina la scadenza del progetto in cui è inserito, si mette alla ricerca di una sistemazione al di fuori della struttura. Rino viene a conoscenza, attraverso amici comuni, dell’esperienza di Dodi, l’insegnante riminese. La contatta per capire se c’è la possibilità di un’ospitalità e lei dice che potrebbe sistemarlo nella stessa camera dove vive il suo ospite. Ma non vuole imporgli la nuova presenza, deve chiedere prima al diretto interessato. Organizzano una cena insieme alle famiglie che vivono esperienze di accoglienza a Rimini, e succede che quando Alassane vede Alpha gli corre incontro, lo abbraccia commosso, non riescono più a staccarli. La gente al momento non capisce, poi si scopre che i due si erano conosciuti in Libia, avevano condiviso per oltre un mese la dura permanenza in una zona recintata dove erano costretti a restare per evitare di essere messi in galera, avevano affrontato insieme il viaggio nel Mediterraneo su un gommone, per poi ritrovarsi lì, misteriosamente, a Rimini, coinvolti in questa rete di famiglie amiche.

Da migrante a cooperante
Altra esperienza significativa, per un altro verso, è quella di Seny Diallo, originario del Senegal, che dopo avere attraversato il deserto arriva in Libia e poi in Sicilia, dove gli viene riconosciuta la protezione internazionale e viene accolto dall’associazione Don Bosco 2000. Lì mette a frutto le sue spiccate competenze linguistiche, diventa mediatore culturale e dopo tre anni intraprende un viaggio “al contrario”. Diventa così protagonista di un progetto di migrazione circolare: portando in Senegal le competenze in campo agricolo e imprenditoriale che ha acquisito nell’associazione salesiana, insegna ai giovani come coltivare le terre con tecnologie moderne – pannelli solari e irrigazione a goccia – e racconta di sé, dei pericoli di un viaggio nel deserto e in mare in cui molti giovani hanno perso la vita. Unendo la forza dell’esperienza vissuta sulla sua pelle e l’offerta di una prospettiva di lavoro sul posto, convince tanti giovani a rimanere in Senegal diventando attori dello sviluppo del Paese. Il progetto di migrazione circolare coordinato dall’Associazione Don Bosco 2000 si svolge nella regione di Tambacounda, una delle più povere del Senegal, e si declina, oltre che in campo agricolo, anche nella valorizzazione di prodotti artigianali e nella proposta di circuiti turistici. Seny alterna quattro mesi  di permanenza in Senegal a uno in Italia, in una dinamica circolare di “formazione e restituzione” che permette di trasferire nel Paese di origine il know-how maturato durante la permanenza in Italia. È un piccolo ma significativo esempio che testimonia come partendo da una esperienza di inclusione si possa innescare un processo alternativo alla migrazione e, avviando progetti di microimprenditorialità, collaborare allo sviluppo dei Paesi di origine. La vicenda testimonia anche una sorta di rigenerazione della vocazione storica dei salesiani: l’aiuto ai giovani in difficoltà in quelle che Papa Francesco definisce le periferie geografiche ed esistenziali. “Ignoravo chi fosse Don Bosco – spiega Seny – ma incontrando i suoi seguaci ho capito che era un uomo di Dio perché amava chi incontrava e si chiedeva cosa poteva fare per andare incontro al bisogno di ognuno. Io, musulmano, lo rivedo oggi nei volti degli amici cristiani che seguono il suo carisma e mi stanno accompagnando in un cammino di valorizzazione delle mie capacità e di riscatto della mia terra”.

Nuove generazioni, il volto dell’Italia multietnica
C’è un’Italia nuova che sta crescendo in questi anni, nel segno dell’incontro tra culture e identità diverse. Una mostra multimediale – presentata a Rimini nel 2017 in occasione del Meeting per l’amicizia tra i popoli – ha messo sotto la lente questa realtà ed è diventata un piccolo “caso” socio-culturale, perché nel suo formato itinerante è stata allestita in decine di scuole, università, centri culturali, parrocchie, suscitando grande interesse in migliaia di persone. Si intitola “Nuove generazioni. I volti giovani dell’Italia multietnica” ed esplora il vissuto di coloro che sono nati in Italia da genitori immigrati o sono arrivati qui nei primi anni di vita: studenti, tecnici, artigiani, artisti, imprenditori, professionisti, che considerano l’Italia come la loro terra, al di là di quello che è scritto sui documenti di identità. Sono giovani che non si pongono tanto il problema della “integrazione”, ma piuttosto di una “interazione”, di un rapporto fecondo con i loro coetanei di origine italiana. Perché, come dice una ragazza di origini egiziane in uno dei video della mostra, “mentre i nostri genitori hanno avuto il problema di entrare in questa società, noi non abbiamo questo problema perché ci siamo nati, noi vogliamo dimostrare che possiamo contribuire a migliorarla perché è la nostra casa”. Questi giovani – un milione e mezzo di persone, destinati a diventare sempre di più – sono il più potente alleato di qualsiasi processo di inclusione, perché fanno parte a tutti gli effetti della nostra società, sono i nuovi italiani. Come racconta Agie, un altro dei protagonisti della mostra: “Sono trent’anni che vivo a Milano, mi sento un milanese con la faccia cinese: il mondo sarà sempre più così”. Nei video della mostra – come pure nelle testimonianze che molti di loro hanno proposto in occasione delle presentazioni nelle scuole incontrando migliaia di giovani –, emerge un desiderio di protagonismo e di creatività, insieme alla consapevolezza di essere figli di due culture, quella della società italiana in cui sono cresciuti e quella dei loro padri. Lo esprime bene Abdoulaye Mbodj, che all’età di cinque anni ha lasciato Dakar con la madre per raggiungere il padre arrivato qui in precedenza, e che dopo un percorso di studi e di sacrifici si è laureato in Giurisprudenza diventando il primo avvocato di origine africana che esercita la professione nel Foro di Milano: “Non dimentico ciò che mi è stato trasmesso dai genitori e dai nonni. La tradizione per me è qualcosa di vivente, non è guardare indietro verso un passato che non ha nulla da dire al presente. Non voglio tagliare le mie radici perché sono convinto che possono servire all’Italia, al Paese di cui sono orgoglioso di essere parte”.
In un tempo in cui la parola “identità” viene spesso adoperata impropriamente per reclamare la difesa di confini geografici e socio-culturali da presunti invasori o inquinatori, l’esperienza di queste nuove generazioni testimonia la presenza di una “identità arricchita”, frutto dell’incontro tra persone figlie di culture diverse e come tali desiderose di un incontro che porta a nuove sintesi, a una antropologia fondata sul valore della persona e sulla aspirazione condivisa a un bene comune.

Le lezioni dall’esperienza
Dalle esperienze che abbiamo sinteticamente presentato emergono alcuni insegnamenti che possono risultare utili in una stagione in cui il tema delle migrazioni è sempre più complicato e divisivo.
Anzitutto si deve prendere atto che in Italia c’è un tessuto di solidarietà di matrice laica e religiosa che pesca dentro una tradizione ancora viva e vitale, in una società civile che ha un’anima diversa da quella cinica, indifferente o imbevuta di razzismo che spesso a livello mediatico viene descritta come prevalente.
Risulta altresì evidente che i tanti esempi di accoglienza e di costruttività, per risultare davvero efficaci devono superare un approccio atomizzato, devono mettersi insieme, fare comunità, costruire reti che risultino significative anche a livello “macro”. Guardare anzitutto alla persona è il punto di partenza necessario per qualsiasi progetto sociale e politico che voglia avere la pretesa di durare nel tempo e di essere efficace e realista.
Allora, qual è il compito della politica? Riconoscere e valorizzare quello che la società già produce, secondo una logica ispirata alla sussidiarietà: riconoscere i frutti buoni che nascono, farli diventare sistema, pratica diffusa, tradurli in norme e leggi. Lavorando in questa prospettiva, sarà più facile scoprire che l’umanità che ci accomuna è molto più forte della distanza che separa i luoghi in cui ciascuno di noi è nato.

L’intervento ha avuto luogo durante l’incontro “Sotto il cielo d’Europa: per un’integrazione possibile. Dati e fatti”, organizzato da CMC, Fondazione per la Sussidiarietà e CDO a Milano l’11 marzo 2019.