Quadrimestrale di cultura civile

Politiche dell’immigrazione vs sviluppo

di Oliviero Forti / Responsabile Politiche Migratorie e Protezione Internazionale, Caritas italiana

Il tema dell’iper-semplificazione appare in tutta la sua gravità quando ci si imbatte nella questione migranti, spesso affrontata con strumenti informativi inadeguati o comunque insufficienti. Certamente la complessità del tema è tale da non permetterci di comprendere fino in fondo le sue dinamiche più profonde. Sovente siamo anche preda di una pigrizia che ci impedisce di affrontare o approfondire in maniera appropriata le grandi questioni contemporanee.
Per orientarsi al meglio nel complesso mondo della mobilità umana è necessario, quindi, che l’informazione sul fenomeno migratorio venga veicolata in modo innanzitutto comprensibile, evitando approcci faziosi, che tendano a polarizzare l’opinione pubblica piuttosto che a renderla consapevole. Il rischio, altrimenti, è quello di trovarsi a fare i conti con una distanza fra reale e percepito che si accentuerà sempre di più, con un inevitabile impatto sulle scelte politiche conseguenti.
In tal senso, una recente indagine di Eurobarometro ha indagato la percezione circa il fenomeno migratorio nei vari Paesi dell’Unione. In Italia il 75% degli intervistati pensa che gli immigrati stranieri provenga principalmente dall’Africa, il 6% dall’Europa dell’Est e il 4% più genericamente dal Mediterraneo. Al di là del fatto che i dati Istat ci raccontano tutta un’altra storia, ovvero che la maggior parte dei cittadini stranieri nel nostro Paese è rappresentata da immigrati di origine europea, è tuttavia evidente il motivo per cui la percezione sia così diversa dalla realtà. I media ci raccontano un’immigrazione fatta principalmente di barconi che solcano il Mediterraneo carichi di giovani uomini provenienti dall’Africa subsahariana, senza mai ricordare che sono un numero esiguo rispetto alla popolazione immigrata presente nel nostro Paese. Trasmettere per una settimana, a ogni ora e in ogni telegiornale, immagini di un’imbarcazione con 40 persone a bordo e condire il tutto con dichiarazioni allarmistiche, crea le migliori condizioni per costruire una meta realtà.
Ulteriore conferma di questo processo cognitivo che investe trasversalmente tutta l’opinione pubblica, lo ritroviamo in quel 59% di intervistati da Eurobarometro convinto che negli ultimi due, tre anni l’arrivo dei migranti sia aumentato e anche in maniera importante. D’altronde casi come la Sea Watch o la Diciotti, navi che hanno salvato circa duecento migranti in due distinte operazioni di salvataggio, sono stati al centro dell’attenzione della stampa per più di dieci giorni, generando, ovviamente, l’idea che ci siano flotte di persone pronte a sbarcare nel nostro Paese.
Peraltro la preoccupazione diffusa che negli ultimi anni gli sbarchi siano aumentati, non trova riscontro nemmeno nei dati del Ministero dell’Interno in quanto, dal 2016 ad oggi, gli arrivi via mare sono passati da 181 mila a 23 mila. D’altronde il ministro Minniti e successivamente il ministro Salvini, hanno adottato misure volte a scoraggiare le operazioni di salvataggio in mare, arrivando a chiudere i porti e facendo accordi con la Libia. L’effetto è stato quello di una riduzione drastica degli sbarchi. Per qualcuno, evidentemente, questa riduzione dei numeri è una fortuna. Per qualcun altro, invece, un problema. Senza dubbio dovrebbe essere fonte di grande preoccupazione il fatto che decine di migliaia di persone che non arrivano più in Europa, oggi sono bloccate nelle carceri libiche in situazioni inimmaginabili. Questo aspetto è quello su cui ci si dovrebbe concentrare.
Un altro tema, rispetto al quale in genere si registra una certa distanza tra reale e percepito, è la cosiddetta sindrome “da abbandono”, per cui nel dibattito pubblico sentiamo spesso dire che l’Italia è rimasta sola in Europa a gestire l’immigrazione. Anche su questo punto è opportuno un chiarimento: tra i Paesi europei ci sono nazioni come la Svezia che hanno oltre 20 rifugiati ogni mille abitanti. L’Italia arriva più o meno al 2,4%, cioè dieci volte di meno. In pochi però si sono chiesti che ruolo abbia avuto la Svezia, insieme ad altri Paesi, in questa grande vicenda umana. Senza dubbio il loro è stato un ruolo strategico, centrale in Europa, ma poco frequentato dall’informazione italiana che preferisce concentrarsi sulle micro vicende nazionali.
Infine, se si chiede agli italiani: “I migranti sono tanti o pochi?”, la maggior parte risponderà che sono tanti, circa il 25% dei residenti. Il pensiero comune, dunque, è che in Italia un residente su quattro sia straniero. Nella realtà sono 8 ogni 100, ma la sensazione evidentemente è un’altra e tende a sovrastimare la popolazione immigrata. Il problema, però, non è la maggiore o la minore incidenza dei migranti sulla popolazione, ma se questo fenomeno sarà in grado di aiutare il nostro Paese a crescere, se sarà fattore di sviluppo, e non solo da un punto di vista economico. La questione è capire se l’8% è un numero sostenibile o insostenibile, come questo 8% vive nel nostro Paese, quali sono o quali potrebbero essere i processi di integrazione più funzionali per un vero sviluppo dei migranti e delle comunità che li accolgono. Queste sono le domande che dovremmo porci per costruire politiche sull’immigrazione in grado di garantire sviluppo.
Negli ultimi anni in Italia e in Europa abbiamo assistito all’implementazione di politiche certamente molto diverse tra di loro, condizionate spesso da fattori contingenti. L’Italia, ad esempio, a partire dal 2011 ha vissuto la stagione degli sbarchi che senza dubbio ha molto condizionato l’opinione pubblica e di conseguenza anche le scelte politiche fatte. Per capirlo è utile dare uno sguardo all’evoluzione del nostro sistema di accoglienza. L’Italia ha realizzato nel tempo due modelli: uno straordinario, attraverso i centri prefettizi (CAS - centri di accoglienza straordinaria) che vengono attivati nel momento in cui c’è un’emergenza, e uno ordinario che numericamente è molto più contenuto (SPRAR oggi SIPROIMI).
Ciò che è importante far notare è la forte crescita, negli ultimi cinque anni, del sistema dei CAS rispetto al sistema degli SPRAR, cioè la crescita del sistema straordinario rispetto al sistema ordinario. Questo incremento dà la misura di come in un decennio non si sia mai riusciti, nonostante gli sforzi messi in campo, a immaginare un sistema che non fosse collegato all’emergenza. Si è pensato che ogni anno sarebbe stato l’ultimo, mentre gli sbarchi si sono puntualmente ripresentati sulle nostre coste e il sistema di accoglienza è stato tendenzialmente emergenziale. Questa dinamica ha talvolta favorito realtà poco trasparenti che hanno lucrato intorno all’accoglienza, alimentando una percezione distorta dell’attività umanitaria portata avanti con professionalità dalla maggior parte delle realtà associative. Se si fosse investito maggiormente sull’ordinario, che è sinonimo anche di efficienza e trasparenza, molte situazioni negative non si sarebbero verificate e, probabilmente, il nostro Paese oggi sarebbe meno esasperato e incattivito rispetto a chi fa solidarietà.
Su questo aspetto Caritas Italiana ha più volte richiamato il governo e i territori affinché investano di più nella programmazione di un sistema ordinario. Il governo Gentiloni, ad esempio, ha tentato di convincere un maggior numero di Comuni a entrare nello SPRAR, attraverso l’introduzione della cosiddetta clausola di salvaguardia, ma molti enti locali si sono rifiutati, preferendo “subire” l’accoglienza prefettizia e quindi l’apertura di centri straordinari. Questo atteggiamento ha contribuito a costruire una rappresentazione del tema migratorio in chiave allarmistica, determinando paure diffuse.
È chiaro, quindi, quale sia il modello di accoglienza del nostro Paese. Al di là del fatto che molte delle realtà del terzo settore, insieme a un crescente numero di istituzioni locali, abbiano cercato di promuovere un sistema diffuso, accogliendo in centri medio piccoli distribuiti su tutto il territorio nazionale, nei fatti si è assistito al proliferare di grandi centri che rispondono meglio ai tempi di un sistema emergenziale. Però è ormai evidente a tutti che la risposta non può essere nei grandi centri, soprattutto se l’obiettivo sono i processi di integrazione: queste realtà, infatti, generano timori nella popolazione che, invece, chiede di essere rassicurata, vuole una dimensione ordinata dove le persone accolte possano vivere in un contesto protetto, funzionale non solo alla loro integrazione, ma a quella della comunità in cui si trovano.
Purtroppo le ultime scelte adottate dall’attuale governo in materia di immigrazione non agevolano questi processi. Il riferimento, tra gli altri, è al decreto sicurezza e ai nuovi capitolati per la gestione dei centri di accoglienza straordinaria. Le realtà territoriali che decideranno di partecipare ai nuovi bandi per la gestione dei centri non dovranno più preoccuparsi di garantire l’insegnamento della lingua italiana, il supporto alla preparazione per l’audizione in Commissione Territoriale per la richiesta di asilo, la formazione professionale, la positiva gestione del tempo libero (attività di volontariato, di socializzazione con la comunità ospitante, attività sportive) in quanto si tratta di servizi non più previsti nei capitolati e per i quali non ci sono fondi dedicati. Evidentemente l’assenza dei servizi per l’integrazione unita a una lunga permanenza in questi centri, esporrà i beneficiari al rischio di irregolarità e al pericolo di cadere nelle maglie della criminalità e dello sfruttamento lavorativo (caporalato), come anche nell’accattonaggio.
Privilegiare dunque, le grandi strutture a discapito di quelle medio piccole, privandole di servizi essenziali per l’integrazione, significa costruire un sistema dove i processi di inclusione sociale rischiano un elevato tasso di fallibilità. Un’alternativa possibile è quella che sta sperimentando da tempo la rete delle Caritas e che viene osservata con grande attenzione anche da parte del gverno italiano. Si tratta dell’accoglienza in famiglia, che nei fatti non vuol dire chiedere a ogni famiglia di accogliere un profugo, un rifugiato. D’altronde accogliere un migrante all’interno del proprio nucleo familiare è possibile ma è una esperienza complessa sotto tanti punti di vista: l’incontro con persone distanti per cultura, tradizione e religione non è mai immediato né facile da gestire. Quando parliamo di “accoglienza in famiglia” ci riferiamo, innanzitutto, a una comunità che accoglie, capace di farsi carico dei processi di integrazione, di volgere lo sguardo verso queste persone, verso le loro fragilità. Finché noi immagineremo l’integrazione dei migranti come qualcosa che riguarda altri, non attiveremo mai quei processi di sviluppo comunitario che sono alla base di una società inclusiva.
La nostra idea è quella di promuovere l’attivazione di comunità accoglienti dove le famiglie possano sperimentare la ricchezza dell’incontro e al contempo contribuire, nei limiti delle loro possibilità, ai processi di inclusione dei cittadini stranieri. Il progetto, dunque, si configura come un’iniziativa finalizzata a mettere a punto un modello di accoglienza e integrazione con una duplice finalità: da un lato creare delle migliori condizioni di integrazione dei cittadini stranieri garantendogli quanto necessario per avviare una vita nel nostro Paese. Dall’altro lato coinvolgere e sensibilizzare le comunità all’accoglienza del prossimo nel suo percorso di autonomia. Attraverso questo progetto denominato “Protetto. Rifugiato a casa mia”, si cerca di recuperare il valore della gratuità dell’accoglienza, assegnando centralità alla famiglia concepita come luogo fisico e insieme sistema di relazioni in grado di supportare il processo di inclusione dei cittadini stranieri in condizioni di bisogno. Per la comunità cristiana, il programma è l’opportunità di sperimentarsi sul valore della corresponsabilità dell’accoglienza e sui temi della mondialità che appaiono sempre più interconnessi e che vedono oggi impegnata la Chiesa italiana su vari fronti, non ultimo quello dei corridoi umanitari.
L’obiettivo è quello di affrancarsi dalla dimensione emergenziale per approdare a politiche più lungimiranti, di ampio respiro, evitando di rimanere schiacciati dall’urgenza dello sbarco o dalla politica dei porti chiusi. Per questo motivo è necessario informare correttamente la società civile, coinvolgendo la cittadinanza, le organizzazioni e le Chiese che possono svolgere un ruolo di collante e favorire l’inclusione sociale e velocizzare l’integrazione dei nuovi arrivati. Questo è forse l’unico modo per non compromettere definitivamentei già difficili equilibri politici, sociali ed economici dei territori.

L’intervento ha avuto luogo durante l’incontro “Sotto il cielo d’Europa: per un’integrazione possibile. Dati e fatti”, organizzato da CMC, Fondazione per la Sussidiarietà e CDO a Milano l’11 marzo 2019.