Provenendo io dal mondo della scienza e della bioingegneria, è in quest’ottica che vorrei cercare di dare una spiegazione al nostro pessimismo e al perché il modello attuale non può funzionare. “Perché l’Europa?”, “Perché dobbiamo credere ancora nell’Europa?”
Il mio background è quello di una persona cresciuta grazie all’Europa. Le mie ricerche sono state finanziate dai progetti europei, i miei colleghi venivano da tutta Europa e avevamo un sogno comune, ben rappresentato dai programmi-quadro che finanziano la ricerca in campo europeo, che hanno tre pilastri in cui tutti abbiamo creduto e a cui abbiamo cercato di tendere per anni: mantenere la leadership industriale delle industrie europee, piccole, medie e grandi; l’eccellenza scientifica, quindi avere la forza di metterci insieme, noi 28 Paesi, e riuscire a essere sufficientemente coesi per favorire l’eccellenza scientifica europea; la terza, molto importante, ma spesso trascurata, è l’innovazione sociale, cioè l’idea che questa eccellenza scientifica, il lavoro tecnologico, la trasformazione della scienza in tecnologia dovesse anche portare un beneficio al cittadino, poiché il programma europeo è basato sui finanziamenti pubblici ed è intriso dell’idea di solidarietà che ha portato a un trattato dell’UE.
Non dimentichiamoci che il principio di solidarietà è uno dei principi fondanti dell’Europa. Noi europei, pur essendo molto diversi, in 25 anni abbiamo creduto in questa idea caratterizzante il sogno europeo, cioè che l’eccellenza scientifica, la leadership industriale, alla fine dovessero portare anche all’innovazione sociale.
Per toccare il mio settore, noi sviluppiamo esoscheletri per la riabilitazione e per l’assistenza personale delle persone disabili, non per robotica militare. Questo non significa che non ci sia contaminazione nel primo pilastro, la leadership industriale, come obiettivo per creare start-up, innovazione e posti di lavoro qualificato, e che non ci sia anche tentativo di incoraggiare lo spill-over dal settore difesa a quello biomedicale. Dunque il primo motore della ricerca in Europa è sempre stato la creazione di posti di lavoro ed il beneficio al cittadino.
La differenza culturale rilevante tra un ingegnere o un ricercatore in robotica europeo e uno americano, è che quest’ultimo è finanziato prevalentemente da agenzie ben definite e settoriali, già all’origine molto ben caratterizzate, sia nel campo della difesa che in quello della salute. Invece l’Europa ha sempre avuto l’idea di agire secondo un principio fondamentale: la solidarietà e l’inclusione da un programma unico e poi diviso per ambiti settoriali, con una guida comune ed omogenea.
Per esempio rispetto ai partenariati, per anni ci si è mossi secondo l’idea per cui si dovevano avere non solo Paesi forti in un progetto, per renderlo credibile, ma anche Paesi dell’Est o Paesi in difficoltà e che tutto dovesse portare a un equilibrio di inclusione. Un po’ come per la scuola italiana: “Non uno di meno”.
Perché oggi chi ha vissuto questo periodo pionieristico e glorioso si scopre pessimista? Fondamentalmente per tre ragioni: la prima è che oggi c’è la tendenza, che ho visto anche quand’ero al governo, a rallentare il conferimento di autorità dai Paesi membri alle istituzioni europee; cioè nelle decisioni che riguardano la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione prevalgono gli interessi degli Stati membri. Il princi, quindi, l’interesse europeo, ma si bilancia. Un po’ come funziona nell’Agenzia Spaziale Europea. Ognuno mette un tot, poi si bilancia: una volta la Germania, una volta la Francia, ecc. Questo è un venir meno ai principi in cui noi abbiamo creduto.
La seconda ragione, legata alla prima, ma con istanze diverse, è la non trasparenza delle decisioni. Non trasparenza e non chiarezza, perché ci sono spinte e contro spinte di interessi degli Stati membri, spinte e contro spinte di interessi industriali non esplicitati in modo formale tramite un sistema di lobby regolato. Ho potuto verificare personalmente il processo che ha portato alla scelta di finanziare il Quantum Tech: io ho visto nascere la trasformazione della competenza fisica quantistica in Quantum Tech, la nuova crittografia, il quantum computing, e non sono state scelte lineari e coinvolgenti il sistema democratico. Per fortuna siamo arrivati ad avere un investimento sul Quantum Tech europeo, però i percorsi non sono completamente chiari, proprio per le varie spinte.
La terza ragione è che, secondo me, l’Europa non sta dando risposte ai problemi della società come per esempio quello della cronicità, che è legata alla nostra aspettativa di vita. Noi abbiamo un’aspettativa di vita più lunga e questo è un dono del servizio sanitario nazionale e della scienza che ci permette di arrivare a un’età più avanzata. Questo dono, innanzitutto, lo abbiamo ricevuto da chi ci ha preceduto ma lo possiamo contaminare molto facilmente: basta tagliare il servizio sanitario nazionale e si risparmia sicuramente, basta togliere qua e là alcune certezze. Il servizio sanitario nazionale non significa solo pubblico, ma bensì un’alleanza tra pubblico e privato, per dare comunque un servizio garantito a tutti. Un po’ come nella scuola. Questa propensione è un elemento di grande forza del nostro sistema, ma basta tagliare in modo inopportuno la spesa medica e sicuramente l’aspettativa di vita potrà essere messa in crisi. Noi abbiamo questa aspettativa di vita così ampia e così lunga non perché abbiamo messo in piedi un vero e proprio sistema di investimento nella salute pubblica.
Se guardiamo i ricoveri alla Fondazione Don Gnocchi qui a Milano, si vede benissimo come si è spostata l’età media e in alcune sedi l’età media dei nostri ricoverati va oltre gli 80 anni. Però noi viviamo di fianco a un continente dove, in alcuni Paesi, l’aspettativa di vita è 50 anni. Se non affrontiamo questo problema, se ci preoccupiamo del bilancio del welfare, dell’aspettativa di vita, della cronicità, ma non diamo una spiegazione e non costruiamo un’idea politica che sappia affrontare il fatto che, a poche migliaia di chilometri, c’è chi vive soltanto fino a 40 anni, mentre noi abbiamo il problema della quarta età, ovviamente saremo sempre in contraddizione. Alla popolazione giovanile, questa contraddizione appare evidente come la nostra incapacità a dare una risposta politica così come è evidente che l’Europa ha interrotto il suo percorso di conferimento di autorità ed è di fatto sospesa. Vi sono domande semplici e chiare sul nostro futuro in Europa che presuppongono risposte semplici che oggi le forze politiche non osano o non sanno dare. Io credo nella liberaldemocrazia e nei valori ini sono cresciuta, li vorrei preservare ma non so dare una risposta agli studenti che mi chiedono conto di questa situazione e che mi pongono la grande domanda sull’ambiente e sulla sostenibilità, a cui, per ora, nonostante tutti gli ultimi grandi movimenti, non stiamo dando una grande risposta politica europea.
L’altro grande tema riguarda non solo gli squilibri all’interno dell’Ue ma anche dell’Italia. La Fondazione Don Gnocchi è presente in nove regioni e notiamo come ci sia una differenza enorme tra come si cura in Campania, in Lombardia o in Toscana. Non esiste un sistema di presa in carico del paziente omogeneo in Italia. Ci sono differenze enormi e siamo come 21 Stati con sistemi sanitari diversi. Una situazione che richiederebbe una riflessione costituzionale.
Credo che anche la trasformazione digitale entri in questo processo, poiché ci sarà da affrontare la grande problematica tra la richiesta di sicurezza e la domanda di libertà tipica del nostro continente, dei nostri giovani.
La grande domanda di libertà e, d’altro canto, la grande richiesta di sicurezza sono in profonda contraddizione per una serie di motivi: ci sono in gioco, ovviamente, la protezione dei dati, dell’identità personale, ma anche la libertà di movimento così come il mantenimento delle libertà civili. Quindi, la relazione con intelligenza artificiale, strumenti di IoT, robotica, tutto quello che comporta la trasformazione digitale, quarta rivoluzione industriale e il suo impatto sulla vita del cittadino. Siamo in grado noi di mantenere i diritti fondamentali in un mondo in trasformazione di cui non possediamo tutti gli strumenti? Perché se andiamo a vedere gli asset fondamentali della trasformazione digitale, scopriamo che rispetto alle competenze digitali siamo l’ultimo Paese, prima della Romania, in termini di laureati in scienza e tecnologia. Per quanto riguarda le competenze di dati, non abbiamo una vera e propria capacità e non abbiamo ancora fatto un vero investimento per preparare tutti, non solo gli informatici, ma anche i giuristi o i medici per esempio al trattamento e alla gestione dei dati e a farli fruttare per la nostra economia. Terzo punto: i Data Center. Dove sono i nostri dati? Non abbiamo ancora un programma di Data Center italiani; non siamo stati capaci di fare un sistema europeo e i nostri dati sono prevalentemente negli Stati Uniti. Nemmeno a Milano c’è un Data Center vero, come invece c’è a Londra o New York.
Di fatto, di tutti gli asset fondamentali noi abbiamo, in qualche modo, perso il controllo e la leadership, perché non abbiamo avuto la capacità di affrontare il tema della trasformazione digitale. Abbiamo lavorato sul mercato unico, non abbiamo nemmeno la libera circolazione delle professioni. Perché io sono pessimista? Perché, appunto, i giovani e gli studenti si vedono in un mondo in cui il sogno europeo non è veramente stato praticato fino in fondo da tutti noi. Quindi, secondo me, la ragione per cui credere ancora nell’Europa sta nel trattato dell’UE: la solidarietà, la libertà, l’uguaglianza, le libertà civili, il rispetto della democrazia. Se sapremo recuperare tutto questo crederemo ancora all’Europa. Altrimenti, probabilmente, non riusciremo a far credere ancora nell’Europa e prevarrà il protezionismo, nel senso che ogni piccolo Stato cercherà di essere competitivo per conto suo.
L’intervento ha avuto luogo durante il workshop intitolato “Perché l’Europa non cresce più?”, organizzato dalla Fondazione per la Sussidiarietà a Milano il 22 marzo 2019.