Agli inizi della carriera, quando ero un giovane reporter di cronaca, mi mandarono in un quartiere malfamato della città dove lavoravo per intervistare le prostitute su una serie di brutali assalti contro quelle che oggi sono chiamate lavoratrici dell’industria del sesso. Davanti a un caffè, in una tavola calda nei dintorni, ascoltai una giovane passeggiatrice che mi raccontava di non aver paura che uno dei suoi “appuntamenti” potesse rivelarsi come il brutale responsabile degli assalti. Mi mostrò le grandi forbici argentate che teneva in uno stivale per protezione. Mi raccontò, vantandosi un po’, dei severi centri di detenzione giovanile a cui era sopravvissuta. Era chiaro che si considerava una combattente, non una vittima. Quando l’intervista arrivò a toccare le ragioni per cui lei continuava a sottoporsi a questi rischi, sebbene confidasse molto nelle sue capacità di difendersi da sola, il guscio cominciò a incrinarsi. La dipendenza dagli stupefacenti era il motivo che la costringeva a continuare a vendere il suo corpo – mi disse – nonostante ogni suo sforzo per uscirne. Avrebbe continuato a fare quella vita finché non ne sarebbe più stata in grado, o finché fosse morta. Questa era la sua vita, e la accettava così. Per il resto della mia esistenza non dimenticherò mai il modo in cui scostò una ciocca di capelli neri dal suo viso di teenager vissuta, per guardarmi, oltre il tavolo scheggiato e sgangherato, con uno sguardo fiero e risoluto, quando le chiesi cosa avrebbe fatto se anche la sua sorellina minore avesse cominciato a battere per strada. «La rimanderei a casa a calci nel sedere immediatamente», rispose. «Perché?», le chiesi «Se hai accettato questa vita per te, perché per lei no?» Le forbici nel suo stivale non potevano proteggerla dalle conseguenze di quella domanda, perché qui si trattava di amore, non del sesso fatto per soldi. «Non credi», mi disse piano, «che io mi vergogni di ciò che faccio?» Dall’istante in cui sentii quelle parole, incastonate come una domanda retorica nel cuore e nella mente di una ragazza sofferente, ebbi la risposta di cui avevo bisogno pensando a coloro che rifiutano la centralità del cuore nell’esistenza umana. Perché qui si trattava di un essere umano non ancora del tutto formato, la cui vita era già – in gran parte dei suoi dettagli – limitata ai semplici elementi della teoria evoluzionistica: la pura sopravvivenza, la protezione animale, la ricerca riduttiva del piacere, il valore dello scambio in natura. Eppure, toccata da una immagine di amore, ciò che usciva dalle sue labbra equivaleva al grido dell’umana impotenza, a una confessione di un desiderio morale struggente, percepito tanto profondamente che né la semplice fiducia nella biologia, né una descrizione puramente economica dell’uomo potrebbero mai spiegarlo. Non credere; io mi vergogno; quello che faccio. Poche e semplici parole che superavano la distanza tra l’Io e l’Altro, esprimevano la profonda ferita di un’anima e collocavano quel momento non in un vago malessere esistenziale, ma nelle sue azioni concrete, personali. Quale rigida teoria di sviluppo psicologico o neurologico potrebbe penetrare gli intricati tessuti connettivi di queste semplici parole? Quale teoria strettamente materialistica potrebbe contenere ciò che era evidente nel cuore di questa giovane prostituta? Un anelito esistenziale Naturalmente si potrebbe obiettare, e probabilmente un razionalista dall’abile retorica obietterebbe, che un cuore del genere rappresentava un caso isolato. Obietterebbero che qualunque fosse l’intenzione, il significato o anche l’origine ultima della sua confessione, era applicabile sicuramente solo a lei e perciò non può essere estrapolato a uso di vari gruppi sociali, e ancor meno può essere considerato come rappresentativo della natura umana, qualunque essa sia. Sarebbe un’acuta argomentazione, ma risulterebbe falsa se considerata su base esclusivamente numerica. Il campione di popolazione, dopo tutto, non era di un esemplare, ma di due. Poiché c’ero anch’io lì, e non semplicemente come testimone, nonostante la mia posizione di giornalista professionista, obiettivo, alla ricerca solo di un nuovo scoop. Ero lì per farmi commuovere, totalmente impreparato, nella profondità del mio cuore. Ero lì, con il mio taccuino, la penna e le mie domande, e il pezzo da scrivere con la relativa scadenza, per confrontarmi. Per confrontarmi, molto profondamente, con questa domanda: perché questa estranea avrebbe dovuto dirmi qualcosa, incontrandomi per caso una sera di tanto tempo fa, e tanto più qualcosa di così significativo da restarmi impresso vividamente nella memoria dopo tanti anni? Qual è la possibile giustificazione puramente evoluzionistica per un ricordo così durevole? Se io sono solo un animale razionale, materiale, alla ricerca del piacere, teso a evitare il dolore, a soddisfare gli impulsi e le pulsioni generati dal mio sistema nervoso, perché avrei dovuto ricordarmi le parole di quella ragazza per più di cinque minuti, una volta che avevano assolto la loro funzione di servire al mio nuovo articolo per il giornale? «Quel gattino che a Varigotti quarant’anni fa, cadendo dal secondo piano, incespicato in un filo della biancheria, si è spiaccicato per terra», racconta don Giussani in Si può vivere così, «lì a due palmi c’era l’altro gattino nato con lui: sta lì un istante a fissarlo e poi se ne va via lentamente…». L’altro gattino non se ne andò via per colpa della difficoltà del suo apparato percettivo nel registrare ciò che era appena accaduto. Non è stato colpito improvvisamente da una sindrome di deficit dell’attenzione felina. E non ha reagito in quel modo semplicemente perché era un gattino. Don Giussani osserva che l’uomo, agendo come uomo, potrebbe verosimilmente fare la stessa cosa. Quanti uomini, dopo tutto, si erano semplicemente allontanati dalla giovane prostituta dopo averla spremuta, spiritualmente se non fisicamente, con i loro corpi e i loro soldi per il sesso? Questo è il modo in cui funziona il mondo materiale, ma è non quello del mondo che conosciamo noi. Noi conosciamo un mondo con un’altra dimensione. Noi sappiamo, dalla più piccola delle nostre esperienze quotidiane, e dai ricordi di una vita, che c’è palesemente di più nel nostro mondo che la sofferenza, il dolore, la morte, la dimenticanza. Esiste la tragedia, ma anche la misericordia. Esiste il torto, ma anche la giustizia. Esiste la vergogna, che può nascere solo da un rapporto con la redenzione, cioè, con l’amore, con la carità. I gatti, possiamo starne certi, non hanno la capacità di desiderare o cercare la redenzione. ma gli esseri umani sì. La mia giovane prostituta, che viveva ogni giorno il tormento di essere abusata, cercando di attutirlo con qualsiasi droga riuscisse a procurarsi, portava dentro di sé il suo anelito esistenziale per la redenzione, espresso nella carità di proteggere l’Altro dalla fonte della vergogna che affliggeva lei. Perché? Perché dovrebbe essere così? Quale fatto materiale, evoluzionistico, spiega la misura in cui noi siamo mossi dal bisogno di essere redenti? Oppure, per metterla al negativo, cosa spiega il fatto che noi non sempre ce ne andiamo semplicemente via come il secondo gattino citato da don Giussani? Degli animali privi di un cuore spirituale non dovrebbero sempre comportarsi come tali? L’unica risposta che ha un senso per me, dopo una vita trascorsa a osservare il comportamento umano con gli occhi di un giornalista, è la stessa che si era fatta strada con tanta forza quella sera alla tavola calda: qualcosa nel nostro cuore ci differenzia dagli altri esseri con cui condividiamo il pianeta. Qualcosa ci ha toccato, costituito, creato come esseri con un cuore capace di vincere la naturale estraneità degli altri animali, persino di quegli altri “animali” che chiamiamo esseri umani. La legge di ferro della gratuità «È solo Dio che sfonda questa estraneità e dà se stesso alla sua creatura, tirandola fuori dal niente per pietà e ricostituendola continuamente in una innocenza piena di aurora lieta, per commozione», dice don Giussani. Questo non è semplicemente il “Dio dei vuoti” dei filosofi, una divinità contrabbandata per servire come spiegazione di un fenomeno inesplicabile, in mancanza di meglio – vale a dire finché non si trova una spiegazione più materiale ed empirica –. È il riconoscimento del fatto che gli eventi che ci muovono verso questa ricostituzione «in una innocenza piena di aurora lieta» sono così costanti e incidentali al tempo stesso da non poter essere classificati contandoli, pesandoli, misurandoli o verificandone la sistematicità. Non corrispondono al famoso “principio di indeterminazione” di Heisenberg. Essi obbediscono se mai a quella che potremmo chiamare la “legge di ferro della gratuità”, in virtù della quale la nostra capacità di ricevere doni è determinata interamente dalla nostra capacità di riconoscere la loro origine come dono. Più volte nella mia vita di giornalista mi sono imbattuto in momenti, avvenimenti, persone, da cui sono venuto via non solo commosso, ma anche consapevole di essere stato spinto da ciascun incontro a una apertura, una ricettività e soprattutto alla carità. L’elemento critico non è solo il movimento del fenomeno osservabile verso di me. È l’invisibile e, senza Dio, inspiegabile movimento suscitato nel profondo del mio cuore. Chi altro se non un Dio d’Amore, capace di tirarmi fuori dal niente per pietà e ricostituirmi nella «innocenza piena di aurora lieta», mi potrebbe dare un mondo di tragedia, misericordia, torto, giustizia, vergogna e redenzione e poi, in cima a tutto questo, i momenti in cui sperimentarla con un cuore aperto alla consapevolezza della carità? Uno dei miei primi servizi realizzati quando ero giovane cronista di un quotidiano era la copertura di un terribile incidente occorso a uno scuolabus in una cittadina. Cinque bambini erano rimasti uccisi mentre si avviavano al loro primo giorno di scuola, schiacciati tra le lamiere contorte nello scontro con un camion. Quando giungemmo sulla scena, il fotografo che mi accompagnava, con anni di mestiere sulle spalle, mi posò la mano sul braccio mentre scendevamo dall’auto e mi disse: «Vacci piano quando parli con la gente, ragazzo, qui si conoscono tutti». Era qualcosa di più di un buon consiglio professionale da un canuto veterano a un moccioso pivello. Era un sincero e profondo ricordo dell’umanità che stava al cuore di ciò che facevamo. Qui non si trattava semplicemente di gattini spiaccicati per la caduta. Erano bambini, adorati dalle loro famiglie, già parte di una comunità. Non eravamo là solo per guardare e andarcene. Eravamo là per testimoniare, con carità. Sono stato capace, da quel momento, di vivere fino in fondo quell’impegno di testimonianza? No, non lo sono stato: lo confesso con vergogna. Questa è la dimostrazione. Nelle parole di don Giussani, nei miei rapporti con tutti gli altri esseri umani io sono solo un altro uomo. Ma nella coscienza dell’apertura alla carità, del riconoscimento dei doni nella loro origine di doni, io sono costantemente richiamato a quel momento del mio cuore per il quale sono stato creato. Solo Dio sfonda l’estraneità. Solo Dio spiega perché io sono cosciente, perché ricordo, che esiste.
L’umanità al cuore di ciò che facciamo
di Peter Stockland / Giornalista, Direttore del Cardus Centre for Cultural Renewal di Ottawa (Canada
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