Vorrei svolgere alcune riflessioni in ordine al tema del Meeting di Rimini di quest’anno; muovendo, in una prima parte, dalle mie esperienze nel campo della psichiatria e, in una seconda parte, dalle grandi intuizioni di don Luigi Giussani che alla “riduzione” di quello che è l’uomo ha dedicato pagine straordinarie. La psichiatria, la psichiatria come scienza umana, è sensibilissima agli sconfinati problemi della libertà e della soggettività, dell’autonomia e del rispetto, della persona: della persona che sta male, lacerata dall’angoscia e dalla disperazione, e della persona che sta bene. Lo è oggi, ma lo è sempre stata, perché la tentazione fatale del “riduzionismo”, del fare di una persona un “oggetto”, una “cosa”, un “evento esclusivamente biologico” si è accompagnata alla nascita stessa della psichiatria avvenuta ai primi dell’Ottocento: dilagando poi nel Novecento quando il “riduzionismo” biologico ha portato a considerare i pazienti psichici come “gusci vuoti”: come destini biologici non più dotati di senso. Questa tentazione mai si è presentata così radicale e così drammatica come nel momento in cui le neuroscienze – con la loro fatale tendenza a sostenere l’equivalenza fra eventi neurobiologici, cerebrali, ed eventi psichici, eventi spirituali – si sono proposte sempre di più come scienze egemoni. Certo, non tutti gli psichiatri, persino nell’Ottocento, si sono trasformati in sostenitori di questa negazione della autonomia spirituale e della libertà dell’uomo; e, a questo proposito, vorrei ricordare le parole del più grande psichiatra dell’Ottocento, e anzi il fondatore della psichiatria come scienza, Wilhelm Griesinger, che nel 1861, contestando la deriva materialistica della psichiatria allora dominante, ha scritto: «Come un processo materiale, fisico, che abbia luogo nelle fibre nervose, o nelle cellule gangliari, possa trasformarsi in una idea, in un atto di coscienza, è del tutto inspiegabile. Non abbiamo alcuna idea di come sia anche solo formulabile la questione della presenza e della natura dei processi intermedi fra le cellule nervose e la coscienza”. Da queste parole, lontanissime nel tempo, ma tuttora attualissime, riemergono le radicali contestazioni a quelle che saranno le tesi delle neuroscienze. Dalle loro premesse teoriche, che identificano, ed esauriscono, la dimensione fondamentale dell’uomo nelle sue funzioni e nelle sue prestazioni biologiche, riducendolo così alla sua esclusiva sostanza naturale, e negando contestualmente significato e valore alla persona umana, discendono radicali conseguenze pratiche nei modi concreti con cui si fa psichiatria. Cosa fa chi abbia a pensare, in psichiatria, che una emozione sia una secrezione ghiandolare, una attivazione neuronale, un dosaggio neurotrasmettitoriale modificabile e programmabile? Cosa fa chi, in psichiatria, abbia a pensare queste cose quando si trova davanti a un paziente, e più in generale quando si trova davanti a una persona? Non incontra sguardi, non interpreta significati, non coglie mondi di vita ed esistenze a volte luminose e a volte straziate; ma “constata”, nella sua ghiacciata ragione d’essere emozionale che la sua teoria non può non richiedergli, la presenza di una macchina biologica. La aggiusta se è guasta, la mette a punto se è imperfetta, la abbandona se è, a suo giudizio, inutilizzabile e irrecuperabile. Una psichiatria che si riconosca e si esaurisca nei modelli teorici delle neuroscienze, non incontra più volti, e non incontra più persone, ma “oggetti” (formazioni neuronali) malati: facendosi immediatamente estranea alle umane esigenze dei pazienti che hanno bisogno sino in fondo di incontrarsi in un contesto di libertà psicologica, e spirituale, e di autonomia. Nel quadro di riferimento concettuale delle neuroscienze non c’è più posto, dunque, per la libertà e per l’autonomia degli atti spirituali e psichici; perché tutto dipende dalla funzionalità neuronale: sono i neuroni, le cellule nervose, a “pensare”, sono le strutture cerebrali a essere la causa delle emozioni che sono in noi. Nel pensiero esplicito, e implicito, delle neuroscienze, la “riduzione” dell’uomo a evento biologico si compie con una durezza e con una implacabilità assolute: che non lasciano spazio alla libera determinazione delle persone e al concetto stesso di persona. Dal piano scientifico a quello religioso A questo punto, spostando radicalmente il mio discorso dal piano scientifico a quello religioso, a quello etico, non posso non ricordare le prodigiose intuizioni che don Luigi Giussani ha avuto nel confrontarsi, in tempi non lontani, con temi come questi che sto descrivendo: così complessi e così moderni e solo apparentemente estranei a una riflessione religiosa. Le cose, che egli ha scritto in ordine alla “riduzione” dell’uomo a evento biologico, sono di una stupefacente modernità; e in esse, del resto, si riflette la sua enorme cultura teologica e filosofica, scientifica e letteraria. Da un suo bellissimo libro – ma sono tutti splendidi e sempre nuovi i suoi libri – vorrei stralciare due suoi folgoranti pensieri che riassumono, e anticipano, con la meravigliosa capacità di sintesi che gli è propria, le cose che si discutono oggi in ordine al tema della libertà e della dignità, della dimensione personale o biologica, dell’uomo. Il libro è La libertà di Dio; e le sue parole sono queste: «C’è una sola cosa che è insopportabile all’uomo religioso: l’unica cosa insopportabile all’uomo religioso, è che, in nome della cosiddetta scienza, storia, biologia, psicologia, sociologia, eccetera, si riduca l’uomo, vale a dire si obliteri, si emargini o si risolva in altro quel fattore per il quale egli è libero, quel livello della natura in cui la natura diventa libera, immagine del Mistero che la fa, cosciente di sé, autodeterminantesi, libera. È contro questa riduzione che noi ci erigiamo, e basta! Diceva Ernst Bloch, agli inizi di questo secolo: «La scienza troppe volte racconta una infinità di piccole verità in funzione di una grande menzogna»; e la grande menzogna è quella che io ho chiamato «riduzione dell’uomo». A queste straordinarie parole di don Giussani, che colgono con una sconvolgente anticipazione tutto quello che nella scienza sta oggi avvenendo, ne vorrei aggiungere altre: «Noi ci ribelliamo esclusivamente alla riduzione di quello che è l’uomo: questo frutto o fiore della gratuità e della libertà di Dio vive di questa gratuità, vive tanto più quanto più la coscienza di questa grazia di cui è immagine e segno, gli detta il sentimento del vivere». Le tesi scientifiche di una psichiatria, aperta a cogliere gli aspetti umani e spirituali della sofferenza psichica, sia in persone malate sia in persone normali, si rispecchiano fino in fondo nelle sue parole che non possono non essere sempre tenute presenti nel loro significato, non solo teologico ed etico, ma anche filosofico, in chiunque si occupi di relazioni umane: che sono quelle della psichiatria e della psicologia, ma che sono anche quelle delle comuni relazioni di ogni vita quotidiana dotata di senso. La riduzione dell’uomo a cosa, a oggetto, a strumento tecnico di manipolazione, svuota di senso la realtà, e il mistero, della comunicazione: in ogni momento della nostra vita; e di questo egli ha avuto splendide intuizioni. Solo sulla base di queste radicali, e vertiginose, riflessioni di don Giussani, che rivendicano la libertà e la dignità della persona, sottraendola a ogni riduzionismo, si aprono gli spazi alla riflessione sul cuore come metodo naturale di conoscenza. Le conoscenze, a cui ci portano le ragioni del cuore, non si realizzano se non nel contesto di questa radicale liberazione dai condizionamenti che sono legati alla “riduzione” di quello che è l’uomo nell’orizzonte conoscitivo delle neuroscienze. La conoscenza mediata dalle ragioni del cuore è una realtà costitutiva della condizione umana; e, in ogni caso, si intreccia con quella della fede e della speranza. Le parole di don Giussani sulla dimensione spirituale della vita, e sulle esigenze del cuore, oltrepassano davvero ogni trascorrere del tempo, e sono motivo, dovrebbero esserlo, di una nostra continua e consapevole meditazione. Il cuore della vita è una promessa Non c’è conoscenza se non mediata, oltre che dalla fede, dalle ragioni del cuore, che è esigenza di infinito: richiamo all’infinito che è in ciascuno di noi come una sorgente inesauribile di speranza. Queste sono alcune delle bellissime parole che egli, in un altro suo libro (Si può vivere così?) ha scritto sul cuore : «Il cuore è esigenza di verità, di giustizia, di felicità, e in tutto quello che l’uomo raggiunge non c’è mai questo. Perciò, ciò a cui l’uomo tende è qualcosa che è al di là, sempre al di là: è trascendente. Così la coscienza di sé percepisce l’esistenza di qualcosa d’altro, cioè di Dio, del Mistero, Dio come Mistero»; e questa è l’emblematica connotazione del cuore, come fonte di un infinito al quale non può non guardare, ogni volta, la nostra anima. L’uomo, che si nutra delle ragioni della fede, e che si riviva nella sua libertà e nel suo destino di trascendenza, non può dimenticare il mistero del cuore che si nasconde negli orizzonti essenziali, e più alti, della nostra vita. In ciascuno di noi, sono ancora parole di don Giussani queste, il cuore è una promessa: «L’uomo nasce con questo cuore, cioè nasce con questa speranza; l’uomo nasce con un cuore in cui sta una promessa, nasce con un cuore che si può definire solo come promessa. Il cuore della vita è una promessa». La promessa di non guardare a sé, al proprio egoismo, alle proprie individuali esigenze, ma di donarsi agli altri: creando una reciproca comunità di destino. Queste sono alcune delle riflessioni a cui sono giunto rimeditando il tema, dagli sconfinati orizzonti, del Meeting di quest’anno; ma la conclusione, e la sintesi, delle riflessioni sul cuore, come metodo naturale di conoscenza, riemergono da queste ultime indicibili parole di don Giussani: «Ciò per cui Dio ci ha fatti lo sentiamo nel cuore, corrisponde a quello che il cuore è». Nella fede, e nella speranza, che luminosamente si riflettono nel cuore, l’uomo si avvicina a Dio: ne rivive, e ne sente, la presenza; realizzandosi fino in fondo in una vita immersa nella libertà e nella donazione di sé, nella preghiera e nell’ascolto dell’infinito che non morirà mai.
Contro la riduzione di quello che è l’uomo
di Eugenio Borgna / È stato libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali, Università di Milano; è primario emerito di Psichiatria, Ospedale Maggiore di Novara
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