Quadrimestrale di cultura civile

Ciò che ci rende uomini

di Lorenzo Albacete / Sacerdote, docente di teologia ed editorialista del New York Times Magazine

La prima volta che ho visto il tema del Meeting di Rimini 2010 (Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore) stavo leggendo On Conscience, del cardinale Ratzinger (Ignatius Press, 2007). In particolare, ero sui suoi commenti riguardo al ruolo della coscienza nella teologia del cardinale John Henry Newman. In qualche modo mi venne in mente che il tema del Meeting di quest’anno corrisponde alla concezione che Newman ha della natura della coscienza. Più specificamente pensai che ciò che nel tema del Meeting è definito come il “cuore” – nell’accezione che il termine ha nell’antropologia filosofica e teologica di monsignor Luigi Giussani – è equivalente, o almeno molto vicino, a ciò che il cardinale Newman definiva come “coscienza”, secondo l’interpretazione che ne dà Ratzinger. Coscienza e autorità Il punto di partenza per un’analisi del concetto di coscienza in Newman è spesso il passo che segue, tratto dalla sua famosa lettera al duca di Norfolk del 27 dicembre 1874: «Se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo – il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore – brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa». Questo passaggio viene interpretato da molti nel senso che Newman farebbe prevalere la coscienza sull’autorità. Una tale interpretazione è perfettamente in linea con il pensiero moderno, così come è descritto dal cardinale Ratzinger: «L’uomo moderno […] presuppone una opposizione fra autorità e soggettività […]. Per lui, la coscienza sta dalla parte della soggettività, ed è l’espressione della libertà del soggetto. L’autorità, al contrario, gli appare come una costrizione, una minaccia, e addirittura la negazione della libertà». Le osservazioni di Newman, tuttavia, vanno esattamente nella direzione opposta a questo pensiero moderno. Per lui, il primato della coscienza e l’autorità del Papa non sono solo entità compatibili: una corretta comprensione di entrambe le riconoscerà inseparabili. Per Newman, l’autorità del papato non solo è basata sul primato della coscienza, ma addirittura ne è la garanzia! Per questa ragione, insisteva sulla necessità di recuperare uno sguardo nel quale non vi fosse opposizione fra le due cose. La chiave per una corretta interpretazione della relazione fra autorità e primato della coscienza è per Newman la comprensione della verità. «Non esito a dire – scrive Ratzinger – che la verità è il perno intorno al quale tutto il pensiero intellettuale di Newman ruota. La coscienza è fondamentale per lui perché al centro sta la verità. Per dirla in altri termini, la centralità del concetto di coscienza per Newman è legata alla preliminare centralità del concetto di verità, e può essere compresa solo a partire da questo punto di vista». La concezione di Newman del primato della coscienza, dunque, non può essere vista come l’accoglienza di una filosofia e teologia soggettivista in opposizione a una “realistica”. Al contrario, Newman spesso afferma che la sua vita è stata una battaglia contro il “liberalismo” nella religione – proprio l’opposto del realismo –incluso il soggettivismo dei movimenti cristiani evangelici dell’epoca (anche se erano stati quelli che avevano aiutato i suoi primi passi sulla via della conversione). Per lui il primato della coscienza non significa che il soggetto è la misura del bene e del male, del vero e del falso, in contrapposizione alla pretesa di un’autorità che limita la libertà. Un tale soggettivismo genera un mondo condannato a vivere in continua dialettica fra le pretese del soggetto e le pretese dell’ordine sociale, un mondo sempre in cerca di un compromesso tollerabile fra due domande opposte, un mondo fondato sulla riduzione del desiderio infinito che ci rende uomini. Invece per Newman la coscienza è la voce della verità, sempre in atteggiamento di domanda, che ci permette di essere realmente uomini. La verità è una realtà riconosciuta, non creata dal soggetto. Se si parte da qui, una vita davvero umana è una vita vissuta nella fedeltà a questo riconoscimento, e la coscienza è ciò che misura la nostra fedeltà al riconoscimento della verità che ci rende uomini. In termini politici e culturali, possiamo dire con Ratzinger che questa priorità della verità sul bene difesa da Newman significa la priorità della verità sul consenso, sul compromesso fra i gruppi. Ridefinire la verità Per Ratzinger, il punto davvero critico dell’era moderna è che il concetto di verità è stato sostituito dal concetto di progresso. Tuttavia, questo concepire il progresso come verità conduce a un progresso senza una direzione, in cui non c’è modo di distinguere fra un autentico progresso che favorisce lo sviluppo dell’uomo e una distruttiva riduzione della possibilità dell’uomo di attingere a una più grande libertà. Nel suo libro Introduzione al Cristianesimo Ratzinger vede questo processo regressivo come una ridefinizione della verità: siamo passati dalla «verità così com’è» (come ci è data) alla «verità così come è stata fatta» (rendendoci schiavi del passato), fino alla «verità così come può essere fatta» (aprendoci alla distruzione). Questi ultimi due passaggi sono il segno della scomparsa della coscienza. In un mondo così – scrive il cardinale Ratzinger – non vi è nulla di simile a una reale coscienza intesa come «conoscenza condivisa» con la verità. Ciò conduce a un puro formalismo nell’uso di parole e concetti […] a un mero formalismo dei giudizi, a una visione di «identità per categorie» come quella che vediamo o leggiamo su chiunque tutti i giorni: così uno è conservatore, reazionario, fondamentalista, progressista, rivoluzionario… Una tale catalogazione in uno schema formale basta a rendere superfluo il confronto con ciò che l’individuo pensa davvero e perché. Un tale mondo sancisce l’assoluto trionfo della tecnica su tutti gli altri criteri di valore. Ma il dominio delle pure capacità tecniche significa il dominio del puro potere, e la vita umana si riduce a una lotta per conquistare e difendere il potere sugli altri. La persona umana non si distingue dagli animali per ciò che sa fare, per la sua capacità di ottenere il potere. Ciò che caratterizza l’uomo non è ciò che egli chiede riguardo al “posso”, ma riguardo al “dovrei”, e il fatto che egli si apre alla voce e alle domande della verità, cioè di una vera coscienza umana. Socrate, un pagano, fu capace di percepire questo nella sua disputa con i Sofisti. Ciò significa che la capacità di comprendere la verità della nostra umanità è radicata nella nostra stessa natura, e quindi non è una possibilità limitata a coloro che sono giunti ad abbracciare la rivelazione cristiana della verità. Ecco perché Newman poteva brindare prima alla coscienza e poi al Papa. Ma allora qual è lo scopo della Rivelazione cristiana (da cui trae origine il magistero papale)? Ancora, è la realtà della verità che lega la coscienza all’autorità, in questo caso la coscienza cristiana che trae origine dalla fede (che riconosce la Verità di Dio) e l’autorità di coloro ai quali tale rivelazione è stata affidata. Desiderare cose grandi A questo punto può essere proposta la relazione fra il tema del Meeting e questa discussione su cosa significa la coscienza (comprese le sue implicazioni culturali e politiche attuali). Il tema afferma che nella nostra natura umana è inscritto qualcosa che ci spinge a «desiderare grandi cose». Questo desiderio non solo appartiene alla nostra natura: è la componente che la caratterizza. È ciò che ci rende uomini, che ci distingue da ogni altra cosa. Nei termini della discussione sulla coscienza, potremmo dire che la nostra natura è definita dal desiderio di un autentico progresso. Questo progresso, tuttavia, non è privo di una direzione; esso è orientato verso una direzione che ci è data, che la nostra natura può riconoscere quando la incontra, se è totalmente aperta alla totalità del reale. La capacità di riconoscere questa direzione che definisce il vero progresso, la libertà e lo sviluppo umano, è ciò che Newman chiama coscienza, mentre il tema del Meeting – seguendo Giussani – la chiama “cuore”. Credo che si possa affermare che il tema del Meeting è una squillante affermazione e difesa della coscienza, di cui oggi c’è disperato bisogno per rovesciare e prevenire la “dittatura del relativismo” (ossia di un soggettivismo schiavizzante) che è il sintomo di un nichilismo distruttivo. Ovviamente per noi la Verità che ci salva dalla minaccia del nulla è una persona, Gesù Cristo, colui che ha vinto il peccato e la morte. L’autorità alla quale ci lega, l’autorità che salva la nostra coscienza o il cuore dalla distruzione, è la rivelazione, attraverso la chiesa che è il Suo corpo, che il Creatore della nostra umanità ha creato ciascuno di noi per condividere, attraverso l’umanità di Cristo, l’Amore che Egli è. Brindiamo dunque al cuore, al Papa, alla Chiesa, a don Giussani, al Meeting. In fondo, essi sono inseparabili.