Siamo figli della civiltà occidentale, una cultura fondata sulla fiducia nella ragione. Questa storia è cominciata con i nostri antenati greci, in particolare con l’ateniese Socrate, il quale credeva nella ragione, nella sua capacità di potersi chiarire attraverso il ragionamento; sperava che con la parola e il dialogo, uno potesse spiegare e condividere le proprie certezze con gli altri. Intuiva che chiarirsi e possedere un criterio sulla realtà delle cose non sono funzioni solipsistiche che esauriscono la loro efficacia nell’intimità dell’io, ma che si possono condividere con gli altri per mezzo del dialogo. Socrate credeva nella ragione e che la verità accessibile mediante la ragione stessa potesse essere condivisa con gli altri attraverso la parola. Questo atteggiamento socratico fonda la nostra civiltà, la civiltà della ragione. La ragione socratica, impiantata nella Roma del senso giuridico delle cose, illuminò la celebre definizione di giustizia che il livello intellettuale romano ci ha trasmesso con il giureconsulto Ulpiano: giustizia è dare a ognuno ciò che gli spetta. In altre parole, «ognuno ha la sua parte» che possiamo conoscere con certezza (Socrate ce lo garantisce) e che ci rende giusti se la rispettiamo e ingiusti se non la rispettiamo. Oppure, detto in altra maniera: c’è una regola oggettiva di giustizia e di bontà che non consiste nella valutazione arbitraria e nel sentimento soggettivo di ognuno di noi, bensì nel rispetto oggettivo verso ciò che di buono esiste, che possiamo conoscere e identificare come tale se ragioniamo, guardiamo, studiamo; e che possiamo condividere con gli altri attraverso il dialogo per costruire insieme una società più giusta.
Il cristianesimo e la ragione
L’efficacia umanistica dei semi della nostra civiltà ha acquisito tutto il suo potenziale quando il cristianesimo ha reso feconda la cultura greco-romana. È stato il cristianesimo a fondare su basi sicure e credibili sia la fede socratica nella ragione sia l’intuizione romana rispetto all’idea naturale di giustizia; infatti, il cristianesimo ha introdotto la ragione per la quale noi possiamo fidarci della ragione (cosa che Socrate non sapeva). Possiamo avere fiducia nella ragione perché il mondo è ragionevole; non è frutto del caso, del destino ma dell’atto ragionevole e pensato di qualcuno di molto ragionevole e intelligente: Dio creatore che pensa al mondo e all’uomo e li rende idonei a quel pensiero, ragione per cui sia il mondo sia l’uomo sono intelligibili, hanno una loro natura e questa può essere conosciuta in modo oggettivo da un essere razionale come l’uomo. Noi uomini abbiamo una natura di una fecondità storica impressionante, siamo qualcosa, ma non ci creiamo da soli. Che scoperta! Anche il cristianesimo ha dato ragione alla verità della definizione romana di giustizia perché ha introdotto la ragione per cui esiste qualcosa di buono in noi e in ogni cosa: siamo stati creati per amore; in noi è inscritta la traccia dell’atto d’amore di Dio al momento della creazione; in noi, in ognuno di noi, c’è qualcosa non solo di buono, ma di eccelso poiché quando siamo stati creati, siamo stati amati, siamo il bene amato da un Dio creatore stupendo. La fede greca nella ragione e il senso romano della giustizia, resi fecondi dal cristianesimo, stimolarono il fiorire della civiltà occidentale, la più umanista che sia mai esistita. Solo qui, in Occidente, abbiamo scoperto e interiorizzato l’uguaglianza radicale fra gli esseri umani, uomini e donne; solo qui abbiamo fondato il concetto di dignità umana e teorizzato i diritti umani e abbiamo creato tutta una rete istituzionale per difendere la libertà, lo Stato di Diritto; solo qui abbiamo sottomesso a criteri etici i poteri più radicali dello Stato come la pena di morte e la guerra; solo qui abbiamo sradicato la tortura e la schiavitù.
Solo in Occidente è nata la scienza come sforzo collettivo per conoscere le leggi interne della natura, perché lo sforzo di fare scienza implica che il mondo sia ragionevole. Solo in Occidente è stato introdotto il concetto di laicità che presuppone l’affermazione della distinzione tra il creato e il creatore, tra la religione e la politica. È chiaro che tutti questi progressi non sono lineari e continui, che ci sono stati dei progressi e dei disavanzi parziali, che certe volte ci è costato molto arrivare alle conclusioni logiche dei principi in cui crediamo, che a volte sia i credenti nella ragione sia i credenti in Cristo hanno commesso degli errori di analisi totalmente incompatibili con i loro postulati. Del resto la natura umana è così: una ragione limitata che non consente di contemplare tutte le varianti di ciò che si esamina, una fede a volte limitata nella sua comprensione e coerenza, certi atteggiamenti legati all’immediatezza che perdono di vista uno sguardo globale sulle cose, una libertà che può lasciarsi sedurre dal peggio. Ciò nonostante, in generale, possiamo affermare che la cultura occidentale è stata l’unica nella storia dell’umanità a essere fondata in chiave umanista con risultati molto positivi nonostante le ombre che la nostra libertà e i nostri limiti hanno posto al suo sviluppo. Negazione della ragione Tuttavia, dal XIV secolo, comincia a cambiare qualcosa. Il nominalismo e il volontarismo rompono una linea continua e matura di comprensione della realtà e, in base alla sua influenza, la cosiddetta filosofia moderna incomincia a perdere fiducia nella ragione per poi negarla. E negando la ragione si finisce per negare Dio. Cartesio ci ha fatto dubitare che con la ragione possiamo conoscere con certezza la realtà delle cose; Kant ci ha convinti che con la ragione non possiamo conoscere con certezza la realtà stessa e, a partire da lui, la deriva irrazionale del pensiero contemporaneo non ha fatto altro che diventare ancor più radicale, anche se l’ha fatto in nome della ragione stessa, ma di una ragione che non è più quella di Socrate, quella dell’apertura al reale senza pregiudizi, ma la ragione piccola e limitata di ognuno di noi che ricerca in se stesso la consistenza della propria verità invece di cercarla nella convergenza del pensiero con ciò che esiste realmente.
In seguito a queste correnti di pensiero, il mondo moderno ha perso la fede nella ragione, ha rotto con le sue radici, si è sradicato; e rimane sospeso per aria, insicuro e triste, privo di speranza, senza comprendere né le sue radici né la ragione di ciò che c’è di più prezioso della sua eredità culturale. Siamo eredi di una bellissima eredità culturale di stampo umanista, ma – come ci ha ricordato McIntyre – non la capiamo più; godiamo di ciò che abbiamo ereditato – il concetto di dignità umana, la comprensione dei diritti umani, l’istituzione del matrimonio, la forza di una morale oggettiva, e così via – ma poiché non ne conosciamo i principi morali e intellettuali, non siamo capaci di riparare gli errori quando si fanno e questa eredità si perde sempre di più, separata dalle sue radici, dalla sua consistenza, validità e coerenza. È il dramma della nostra epoca. Per questo parliamo di diritti umani ma non sappiamo come difendere il più fondamentale di tutti, il diritto alla vita, e così ci abituiamo all’aborto, a distruggere embrioni e all’eutanasia. Allo stesso modo, parliamo bene della famiglia senza sapere più di cosa si tratti e la confondiamo con cose ben diverse, come l’unione di persone dello stesso sesso. Non sappiamo più educare perché per educare è fondamentale avere un concetto di persona, un’idea chiara di che cosa significhi essere una buona persona. Così rivendichiamo la libertà e lo Stato di Diritto come garante della libertà, ma non sappiamo come ricreare il sostrato morale che consente di vivere in una società libera. Questi sono i nostri problemi come uomini dell’Occidente del XXI secolo, sradicato, privo di consistenza e incapace di spiegarci ciò che c’è di più prezioso in noi e nella nostra civiltà e quindi ci ritroviamo sempre più sconcertati di fronte ai suoi chiari errori e fallimenti. Questo è il problema della nostra epoca.
Se passiamo dal livello delle civiltà a quello della persona, constatiamo lo stesso dramma. Quando l’Occidente credeva nella ragione, sapevamo che l’essere umano aveva una natura che potevamo conoscere con una certezza ragionevole, e quindi, sapevamo cosa fare per essere migliori: realizzare in piena libertà le possibilità più positive della nostra natura, compiere il bene di cui siamo capaci, che ci perfeziona e ci rende migliori. Adesso che non conosciamo più la nostra natura e la sua esistenza, perché non ci fidiamo della ragione che ci permetterebbe di conoscerla, siamo diventati esseri condannati alla libertà, come Sartre ha evidenziato con una lucidità diabolica, a creare noi stessi prometeicamente mentre agiamo; in altre parole, abbiamo condannato noi stessi a una responsabilità divina, a creare noi stessi, una responsabilità letteralmente insopportabile perché non siamo degli dei. Per questo il nostro mondo è triste e privo di speranza. Pensavamo che, liberandoci di Dio, saremmo stati liberi e felici senza un creatore e un padrone; e abbiamo scoperto che ciò comporta sobbarcarci di una grande responsabilità che non riusciamo a sostenere, quella di sostituire il creatore. Inoltre, il mondo ha un senso logico con un Dio creatore e provvidente: così tutto ha un senso ed è ragionevole e coerente. Ma il mondo è potenzialmente violento e conflittuale, pieno di dèi che si scontrano tra loro, cercando ognuno di dare un valore al proprio essere e a quello del mondo. Questo è il problema della nostra epoca.
Un compito speciale
Come si può allora uscire dal circolo vizioso in cui è caduta la nostra civiltà quando ha perso le sue radici? Ritornando alla ragione umile dell’essere che sa di essere creatura in un mondo comprensibile; ricominciando a guardare noi stessi non come degli dèi che si creano da sé mentre agiscono in libertà, ma come esseri dotati di una natura che possono conoscere per realizzarsi in piena libertà. Quelli che hanno la fortuna di vivere ancorati a ciò che c’è di più prezioso nella civiltà occidentale, la fortuna di non essere stati sradicati dalla crisi intellettuale della modernità impazzita – per esempio i cattolici che accolgono nella Chiesa quella bellissima eredità che è ricordata loro continuamente – hanno in questo nostro contesto culturale un compito speciale; costoro infatti possono essere testimoni e garanti con la loro vita e con le parole che è possibile un altro modo di vivere che libera dall’angoscia, genera speranza, dà senso alla propria vita, consente di capire e amare il mondo e dà pace. Quelli che hanno questa fortuna devono rendere testimonianza con la loro vita che in questo modo si può essere felici e devono manifestare con le loro parole ai loro contemporanei la consistenza della loro fede nella ragione e l’oggettività della loro comprensione della natura umana e del bene di cui siamo capaci. Questa è la nostra sfida. Dobbiamo uscire come Socrate per le strade delle nostre città a parlare ai nostri concittadini del bene e del male, della virtù, della giustizia, della libertà e dialogare, parlare bene delle cose buone per aiutare i nostri contemporanei a chiarirsi, a innamorarsi di ciò che vale e conta.