Quadrimestrale di cultura civile

Dialogando con un europeo colto dei nostri giorni

di Mauro Biondi e John Waters / Presidente dell’Emerald Cultural Institute, Dublino; Giornalista e scrittore, Dublino

Mauro Biondi Agli ultimi Esercizi Spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione1, don Julián Carrón, citando Péguy, ha detto che noi siamo «i primi dei moderni […] dopo Gesù, senza Gesù». Continua Carrón: «Il segno per eccellenza della emarginazione di Cristo dalla vita è una mortificazione delle dimensioni proprie dell’umano, una concezione ridotta della propria umanità, della percezione di sé, un uso ridotto della ragione, dell’affezione, della libertà, una censura della portata del desiderio… Vi è come un plagio fisiologico». Nel tuo nuovo libro Beyond Consolation (Soggetti smarriti)2 fai una analisi molto lucida di questo plagio fisiologico. Fa paura vedere come questa “falsa realtà”, la riduzione della realtà che tu descrivi, è ampiamente dentro ciascuno di noi. Vi siamo totalmente immersi. JohnWaters È un virus; come un virus informatico. La metafora è assai reale perché è come un virus che attacca i nostri sistemi; potete vederlo più chiaramente se un virus entra nel vostro sistema: comincia ad agire dentro la memoria del computer, può impedirle di fare certe cose, comincia a forzarla a fare altre cose che voi non volete, che chi ha ideato il computer non aveva in mente. Entra in noi, in ciascuno di noi. È come se noi fossimo ricettori di questi segnali, che sono tutti attorno a noi, che sono pompati nell’atmosfera come radiazioni e noi li inspiriamo. Penetrano attraverso i pori della pelle, attraverso la mente, gli occhi, da ogni parte. Ogni simbolo che vediamo porta qualche elemento di questo messaggio ed è davvero impressionante pensare a quanto sia stata efficace questa riprogrammazione. Così quando arriviamo a certe verità su di noi, come per esempio la mortalità che sperimentiamo nella fragile dimensione della nostra incarnazione, restiamo scioccati, prostrati dal dolore più di quanto sarebbe naturale, perché la cultura è riuscita a persuaderci di due cose contraddittorie: la prima, che questa mortalità è definitiva, la fine di ogni cosa, e la seconda, che essa non accade a noi, non riguarda noi – non riguarda me, né chi sta ascoltando –; in qualche modo io posso evitarla, anche se altri non possono, in qualche modo la mortalità non è qualcosa a cui io devo pensare in questo preciso momento, il che significa mai, finché un giorno ti rendi conto che stai per morire, o che morirai domani e allora questa diventa un’idea insopportabile. Noi non ci pensiamo; parliamo di questo problema con una certa condiscendenza, ma non andiamo a fondo. In Irlanda ora, per esempio, c’è questo “Forum sulla fine della vita”, fondato dalla Irish Hospice Foundation, in cui si parla di questi argomenti, ma il loro rapporto conclusivo parla di come dobbiamo riconsiderare le attività che sono collegate alla fine della vita! La morte è riconosciuta come un fatto, ma solo in modo molto ridotto, limitato, non come un fatto profondo della vita. La morte è come ogni altra cosa nella realtà nella misura in cui ci rifiutiamo di guardarla negli occhi fino in fondo… come dice Giussani – e talvolta è difficile cogliere quello che voleva dire Giussani, parlando di guardare ogni cosa sino in fondo. Se guardate il bricco del latte, come potete guardarlo in profondità se non semplicemente guardandolo? Ma in senso culturale questo è un problema molto reale: puoi guardare qualcosa per un giorno intero, qualcosa come la morte, come la malattia, come la situazione oggettiva di un altro essere umano, e non vederla perché hai gli strumenti sbagliati, le parole sbagliate e le immagini sbagliate, così che sei portato continuamente fuori strada o vai in corto circuito senza afferrare ciò a cui bisogna pensare. Biondi Don Giussani citava spesso Cornelio Fabro, uno scrittore italiano che diceva: «Dio, se esiste, non ha nulla a che fare con noi». Il problema non è l’ammissione dell’esistenza di Dio, ma il fatto che Egli sia rilevante. Nel tuo libro hai descritto molti risultati della riduzione dell’umanità. Per esempio hai parlato di qualcosa che è andato perduto, che è il senso dell’io, la riduzione dell’uomo ai risultati delle sue azioni o ai fattori biologici contrapposta al concetto di un unico “io”. Quando eri bambino avevi la coscienza di essere unico, era una cosa che non sapevi spiegare ma era come dentro di te. Ebbene, questa consapevolezza che avevi da bambino è completamente aliena a questa cultura. Poi hai parlato del linguaggio, che è totalmente funzionale alla cultura dominante. Tutto ciò contribuisce a creare una umanità molto vulnerabile. Il risultato di tutto questo è una persona che può essere facilmente manipolata dal potere, che si tratti di un potere economico o culturale. Alla fine, dal punto di vista di chi detiene il potere, è molto meglio che noi ci troviamo in questa situazione, perché possono fare tutto ciò che vogliono di noi, esseri molto vulnerabili e facilmente manipolabili. Waters Ci vuole molta più energia per essere umani in una cultura del genere, è una lotta costante; mentre se accetti di rinunciare alla tua umanità la vita diventa facile, perché tutto sembra più vero, tutto ciò che “loro” dicono è più plausibile, o la maggior parte di ciò che “loro” dicono è più plausibile. Ogni tanto si incrina, perché, naturalmente, in fondo non è vero, ma se accetti le illusioni del mondo la vita diventa più semplice ed è più semplice anche svegliarsi la mattina. Hai una certa serie di ragioni per essere e per agire, e questo può durare per tutta la vita o per la maggior parte di essa. La maggior parte della gente per la maggior parte del tempo può avere un fortissimo interesse a credere nella finzione presentata dalla cultura. Solo in determinati momenti di estrema fatica, necessità, paura, disagio, ci rendiamo conto che nulla di tutto ciò è davvero reale, o solo la minima parte lo è. Ma in realtà la cultura non deve preoccuparsene, perché simili momenti sono assolutamente rari in generale, e colpiscono le persone, in larga misura, in momenti della loro vita in cui non sono più coinvolti in pieno nella cultura. Le persone anziane, per esempio: a una certa età, quando ormai diventa impossibile evitare l’essenza fondamentale delle cose, noi ormai siamo ai margini dell’opinione pubblica. Così la cultura può effettivamente non tener conto del fatto che le persone sono pervase da un inevitabile disagio man mano che invecchiano. La nostra condizione ultima non la conosciamo realmente. Ci sono domande che non conosciamo realmente. Ma quando queste domande si sono realmente destate in noi, al punto da diventare insopportabili, da non riuscire più a tenerle chiuse nel silenzio del nostro io, ormai siamo passati oltre, ben al di fuori del sistema. Così la nostra esperienza non è un problema per il sistema, ma è qualcosa che affligge solo noi. Biondi Nel tuo libro descrivi molto chiaramente la distinzione tra fede e conoscenza e come questa spaccatura sembra allargarsi nella nostra esperienza. Ma al tempo stesso, nel libro, introduci gradualmente il reale “nemico” di questa cultura, capace di resisterle e che ultimamente non può essere sconfitto – cioè la “realtà” stessa. Chesterton era solito definirla la «testardaggine delle cose»… Waters Tra questo libro e Lapsed Agnostic3 c’è un cammino, ma non è un cammino lineare, per me personalmente. Per tanto tempo ho pensato che le mie difficoltà nella fede fossero dentro di me, ma Giussani mi ha ridestato facendomi capire cosa dovevo cominciare a cercare. E questa idea di conoscenza, che è la acuta osservazione di Giussani sulla differenza della nostra concezione della fede, la parola nella sua apparenza quotidiana e ciò che essa realmente significa – è una di quelle idee cristalline che quando le hai afferrate, sorprendentemente, ti rendi conto che tutto il linguaggio che usavi per cercare di compiere questo cammino era come superfluo, perché il cammino che stavi percorrendo è in una sorta di mondo fantastico, come in uno spazio immaginario, astratto, e non nella realtà. Gira tutto attorno a questa parola, “fede” – se pensi che la fede sia qualcosa a cui tu aderisci nonostante tutto, non ci arriverai mai. Questo è molto radicato nella cultura irlandese. Noi cantiamo: «La fede dei nostri padri, che vissero tranquilli malgrado la prigionia, il fuoco e la spada». Abbiamo questa sorta di idea fissa che, nonostante tutto, persino nonostante i fatti, noi “crediamo”, il che è proprio l’opposto della fede come la definisce Giussani. Se pensate alla concezione di Giussani, non vi è alcuno sforzo di credere – una volta che avete fatto il lavoro preliminare, che avete capito il metodo, il che non è assolutamente facile. Ma una volta che avete questo metodo, dovete solo guardare alle cose, guardare alla realtà, non dovete muovere nemmeno un muscolo o esercitare l’intelletto in alcun modo, ed è ovvio. Per me questa è l’idea più difficile eppure la più semplice, forse quella che si avvicina di più a contenere o indicare la risposta. Ci offre l’inizio della spiegazione perché ci permette di cominciare a guardare la realtà in modo diverso. Facendo questo dovete ancora rientrare nella cultura, e il trucco è di essere capaci di mantenere il senso della realtà assoluta mentre ci si trova di nuovo nel cuore della cultura. Non si tratta, come dico nel mio libro, di «arrovellarci la mente per credere in qualcosa». Si tratta di mantenere questo senso della realtà mentre si attraversano quelle zone costruite, prefabbricate, progettate apposta per trascinarci nuovamente nel mondo artificiale. Non so nemmeno io con certezza dove vado a parare con questo libro. Sono molto indeciso, perché ho scoperto realmente, con Giussani e Carrón negli ultimi anni, che esiste la trappola del sentimentalismo. Appena sei riuscito a capire un pochino di qualcosa c’è la tentazione di imparare tutto il linguaggio e poi ipotecare il resto per ottenere il tutto (per possederlo senza farne prima esperienza). «Ora ho tutto, non posso permettermelo, ma ce l’ho!» Non dovrei avere tutto questo, in realtà non è mio, ma ora ce l’ho. Ho imparato che questa è una falsa pista. Così, in ogni dettaglio, mi trattengo finché non ho le parole per dire esattamente quello che penso sulle cose. E dopo aver letto il mio libro c’è chi mi ha detto: «Tu non sei un vero cattolico, tu non sei davvero questo e quello. Non sei un vero cristiano. Non dici questo e quello, eviti questo e quello». Io dico quello che posso, quello di cui sono certo. E di quello di cui non sono certo, dico che non ne sono certo. Ne abbiamo avuto abbastanza del consenso tribale, del saltare alle conclusioni ancor prima di aver mosso il primo passo. Questa è la trappola del sentimentalismo: la certezza prima dell’investigazione. Biondi Quello che dici mi ricorda una cosa che don Giussani diceva spesso ai suoi studenti di liceo, cioè che non voleva che loro credessero in qualcosa perché gliel’aveva detto lui, ma perché è vero, e li incoraggiava a verificare ogni cosa di persona. Waters Proprio così. E il percorso è diverso per ciascuno. Non credo che questo cammino si faccia una volta sola. Si continua a rifarlo, ogni volta da capo, ogni giorno, ogni momento. E si deve ricominciare, e ricominciare ancora e tornare sempre da capo. Il capitolo 10 de Il senso religioso4, quella formula, quello strumento per far ciò è straordinario: «Aprire gli occhi…». Questo è il punto di partenza, quando tutto sembra andar male o l’orizzonte si fa scuro, confuso. Bene, torniamo all’inizio dell’equazione, ricominciamo a costruirla per vedere dove si è creato il problema. E io mi chiedo: se la cultura avesse appoggiato queste cose, non sarebbe stato molto più facile per tutti? Non sarebbe stato necessario uno sforzo da parte di ciascuno per far questo, perché i termini della questione sarebbero stati tutti diversi, i presupposti sarebbero stati altri. Tutti noi potremmo iniziare senza imparare a muovere i primi passi. Forse diventerebbe come una seconda natura per noi, che trasmetteremmo ai nostri figli quasi senza pensarci. Ma forse è per questo che l’abbiamo perduta: perché abbiamo smesso di pensarci. Biondi Nel tuo libro hai introdotto il concetto di “punto di fuga”. Waters Probabilmente quel punto di fuga è il punto di contatto con la realtà, un punto misterioso nelle nostre interazioni quotidiane, momentanee. Il nostro fine terreno tridimensionale e il nostro altro fine, più alto, coincidono in questo punto. Inoltre, se ci riflettete e ci meditate sopra, riuscite a vedere un vero e proprio metodo che viene da quella percezione di come vi rapportate con le cose ordinarie, quotidiane. Qual è il significato di quello che fai? Perché ti impegni a farlo? Qual è il senso nel fare le cose di tutti i giorni, come preparare il pranzo o andare a passeggio? Voglio dire, qual è il senso di qualsiasi cosa? Lo si può determinare solo grazie a una intuizione basata su questo “punto di fuga”. Ci sono così tanti elementi di esso che sono andati perduti per noi, nella nostra cultura, mentre sarebbero stati ovvi per i nostri nonni, e tuttavia noi li guardiamo con condiscendenza, affermando che loro avevano una “fede semplice”, un semplice senso della realtà. Ma il loro senso della realtà era estremamente più complesso del nostro, più interessante del nostro, più reale del nostro, perché loro non tenevano conto solo delle tre dimensioni visibili, ma anche di quest’altra che noi pretendiamo non esista. Ma trovo che sia davvero difficile far questo. Così per me il cammino non è terminato, ma è solo all’inizio. È un impegno costante con la realtà. Non è mai esaurito, mai risolto. Biondi Il dubbio, la debolezza, la crisi può essere un punto di partenza e non un ostacolo? Waters Noi siamo stati condizionati a credere che la fede fosse una certezza, e non solo una certezza, ma fosse qualcosa a cui dovevi in qualche modo arrivare, e se lo facevi bene ce l’avevi per sempre, diventava tua. Ma qualunque ragionamento tu faccia, non puoi stare dentro una cultura come la nostra, almeno dal mio punto di vista, senza venire assalito da tutti i lati dall’evidenza che qualsiasi certezza che puoi aver raggiunto è falsa. Così, nel maturare della nostra cultura religiosa, abbiamo cominciato con la certezza, che ti veniva data, letteralmente come qualcosa da imparare a memoria. E questa espressione “a memoria”, (in inglese “col cuore”, Ndt) è interessante perché l’unica cosa che non considerava era il cuore umano: il desiderio, che è l’unica cosa che ho grande come la cosa che sto cercando. Era come se ti avessero dato la soluzione del problema di matematica e tu cercavi di mettere i numeri nel giusto ordine per farli tornare. E alla fine abbiamo capito e ce ne siamo stancati, perché non era convincente. E così, da che cosa comincio, come essere umano che sta acquistando coscienza? Comincio dall’evidenza, che trovo dentro di me e che mi viene dai testimoni che incontro e indicano l’orizzonte. Questo è il mio metodo. È sul metodo che devo concentrarmi. Io colgo la risposta pronunciata da qualcun altro e semplicemente la faccio mia, non c’è possibilità di una vera fede. E poiché non c’è una vera fede, i casi sono due: o mi limiterò ad andarmene, oppure resterò insistendo con veemenza sulla mia fede a dispetto dei “fatti” culturali. In un certo senso è meglio andarsene, perché in quel caso c’è una maggiore possibilità di ritornare all’inizio e ripartire. Così, quanto posso essere certo? Posso essere abbastanza certo per pronunciare la parola “Cristo” senza sentimentalismi o dubbi? Sì, nella stessa misura in cui posso essere certo dell’esistenza di qualcosa che io chiamo “il cielo”. È una ipotesi che non viene contraddetta da nulla di ragionevole, ma al contrario è verificata da innumerevoli fonti, la più persuasiva delle quali batte proprio dentro il mio petto. Io sono certo quanto posso, ma ho più fiducia in questo che in qualsiasi altra cosa. Bisogna essere costantemente coscienti di non dare nulla per scontato, e allora ogni cosa diventa straordinaria, una volta che tu cominci a dare un senso a ogni avvenimento, a ogni momento, e poi vedi cosa c’è di eccezionale lì dentro. Ogni nuovo momento, lo puoi identificare. Il paradosso di tutta questa concezione convenzionale della religione, dei miracoli e delle apparizioni e di tutto il resto, è che di fatto sortiscono l’effetto contrario sulla realtà. La riducono a banalità perché in confronto sembra essere ordinaria, perché ci siamo totalmente abituati, e al confronto appare ordinaria. La realtà è forse imprevedibile, ma non in modo soprannaturale, e perciò noi pensiamo che nella realtà non ci sia nulla di meraviglioso. Giussani mi ha insegnato che quando riesco a filtrare quel sentimentalismo e la fame di soprannaturale dalla mia coscienza, allora posso guardare alla realtà e accorgermi che letteralmente ogni cosa è incredibile. Biondi Don Carrón ha detto recentemente che noi ora siamo in una posizione migliore per capire don Giussani. Nel tuo libro hai scritto: «Il genio di Luigi Giussani è legato […] alla sua comprensione di ciò che stava accadendo al cuore della cultura della società moderna. Ormai mezzo secolo fa, lui sembrava vedere cose che stavano cominciando appena a mostrare i primi segni […]. Osservava che la curiosità umana sembrava aver perduto la sua intrinseca capacità di una affermazione positiva, la sua simpatia per l’essere. La curiosità dell’uomo si andava staccando dal desiderio fondamentale che sta alla base degli appetiti umani, così che questi non si sentiva più spinto verso un paragone universale tra se stesso e ciò che incontrava oltre sé […]. Giussani riconosceva questa condizione come letale per l’uomo. E… ha preparato un antidoto costituito dalla sua ri-presentazione della proposta cristiana e da un modo nuovo di spiegare l’uomo moderno a se stesso. L’antidoto era Cristo». Ma per non cadere nella trappola di cui parli così spesso, cioè la riduzione di Cristo a una parola, a una forma di consolazione, aggiungi subito dopo: «Cristo, sì, ma in un modo particolare, un modo che spalanca di nuovo il circuito del rapporto totale dell’uomo con la realtà». Così invece di chiudere la questione, l’avventura ha inizio. Waters Questa è la cosa strana di Giussani. È molto difficile descrivere Giussani a qualcuno che non sa niente di lui, e allora cominci dicendo che lui ha un’idea diversa; ma la sua è un’idea diversa sul cristianesimo? No, non è quello. È un modo diverso di presentarlo, in un certo senso, ma fondamentalmente è un modo diverso di guardare alla cultura. E allora, quando analizzi la cultura in modo diverso, quando vedi le cose più chiaramente, allora finisci per dover cambiare il linguaggio con cui presenti il cristianesimo e questo ti porta ad acquistare un senso di te stesso del tutto nuovo. È una totale rivelazione. Biondi Poi tu colleghi il cammino dell’uomo a un nuovo tipo di umanità, in cui ti sei imbattuto, che ti colpisce per una «intensità spontanea che sembra cercare solo la felicità dell’altro». Metti in relazione il metodo di Giussani con la sua nuova umanità, la cui natura più profonda riesci a descrivere a prescindere da ogni possibile frutto e conseguenza derivata dal comportamento: «Ho la sensazione che le persone che ho incontrato in Comunione e Liberazione si siano integrate nella realtà in maniera diversa, si siano allungate ancora tra le stelle e il nucleo della terra, fluttuando nell’infinità del tempo. Ogni nuovo momento arriva loro non come effimero, ma come una rivelazione, un avvenimento legato al significato potenziale totale della loro esistenza. Non hanno bisogno di catturarlo o misurarlo, i loro sguardi sono sempre diretti leggermente oltre ciò che non è ancora del tutto qui. Ogni minima cosa dà loro un senso più grande di chi siano e perché siano qui. Sono pieni di uno stupore che è contagioso. Io non ho mai incontrato niente di simile». Ancora una volta il metodo dell’incontro… Waters Sì. Ancora una volta, è molto difficile da descrivere, perché siamo sempre condizionati da una certa cultura del cristianesimo a parlare pietisticamente delle cose e delle persone. Uno che non lo ha mai visto di persona né lo ha mai incontrato potrebbe pensare che questo di cui parli è qualcosa di superficiale, forse una delicatezza, simpatica, buona, ma in realtà non del tutto persuasiva, convincente. Ma qui è diverso: questa gente diventa più umana a causa di Cristo, mentre nella mia esperienza di certi tipi di persone religiose, capita che diventino meno umani. Dunque tutto ciò è reale, ed è anche un indizio. È anche la cosa stessa che ci dice che esiste un modo diverso. Ci dice come il cristianesimo è sopravvissuto, cosa è stato e perché esso è e rimane la cosa più rilevante per gli esseri umani nonostante tutto ciò che essi pensano di sapere. 1 Può un uomo nascere di nuovo quando è vecchio?, Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione, Rimini, 23-25 aprile 2010. 2 J. Waters, Soggetti smarriti, Lindau, Torino 2010. 3 J. Waters, Lapsed Agnostic, Marietti, Milano 2010. 4 L. Giussani, Il senso religioso, BUR, Milano 2008.