Io sono nato come uomo politico. Non ho avuto una vocazione, perché una vocazione viene più tardi. Ma sono stato educato alla vita politica grazie a Pericle e Tucidide – sapevo a memoria la sua celebre orazione funebre – e anche grazie al Cardinale Newman, in particolare per il suo libro L’idea di Università, nel quale descrive cosa dev’essere un “gentleman”, vale a dire, nella sua definizione, un uomo capace di apertura, di rispetto, di pazienza, di discrezione, di ascolto e di convinzione. L’apporto di buoni «tratti di umanità» nella vita è insostituibile. È il luogo nel quale giovani uomini e donne ricevono la formazione per il resto della loro vita. Nella mia vita personale e politica ho cercato di avvicinarmi a poco a poco, per tentativi, a questo ideale. Mia moglie mi è stata di grande aiuto, con il suo esempio, nella ricerca del rispetto dell’altro. Inutile dire che questa concezione è lontana da un certo populismo, dallo Statospettacolo, il più grande pericolo per una democrazia. Non mi riferisco solo all’estremismo. Questo populismo è l’opposto del coraggio e della responsabilità. Può portare a grandi delusioni nelle popolazioni perché suscita delle attese che non possono essere soddisfatte, e perché la vita è troppo complessa, troppo ricca, dipende da troppi fattori (economici e di bilancio) per essere ridotta a uno slogan. Certe forme di populismo creano l’opposizione fra “noi” e “loro”: «L’inferno sono gli altri». Il vero umanesimo opera per mettere insieme; parte dall’«io e te» e non dal «noi e loro». Certamente, un partito politico deve sottolineare la propria identità, far vedere la sua diversità. La politica è un combattimento, ma non può essere una guerra. Perdono e avvenire comune L’idea di Europa è nata proprio dalla tragedia della guerra, delle guerre, dei genocidi. L’Europa è stata creata a partire dal perdono, questa grande virtù che ci ha insegnato il cristianesimo, e che così raramente si è messa in pratica. Nemici da secoli hanno iniziato insieme, negli anni Cinquanta, a tracciare le linee di un avvenire comune. In questo clima di entusiasmo, uno studente universitario a Bruxelles ha organizzato il suo primo colloquio europeo: eravamo nel 1963. L’Europa era l’idea più generosa del XX secolo. Dobbiamo entusiasmare le nuove generazioni per questa idea, al di là dello specifico interesse. Qual è il punto decisivo per me? Qual è il valore aggiunto dell’Europa, e secondo alcuni, del Belgio? L’Europa e il Belgio non sono delle società anonime! Certamente l’Unione Europea è la nostra sola possibilità di sopravvivere sul piano economico e ambientale. Senza l’Europa, oggi ci troveremmo in una crisi come quella degli anni Trenta. L’Unione è il solo strumento per difendere i nostri ideali e i nostri interessi in questo mondo globalizzato. Ma l’Europa è anche apertura vero l’altro, verso i suoi 27 paesi, le sue 23 lingue, con la varietà delle sue religioni e filosofie. L’Europa è all’opposto delle forze negative che non riconoscono l’altro nella sua specificità. L’Europa è dalla parte delle forze positive caratterizzate dal rispetto, dall’entusiasmo, dalla speranza, dalla compassione, dalla solidarietà. L’Europa ha un “valore” nel senso spirituale del termine. Responsabili di quello che siamo Sono ben consapevole che l’idea di Europa in molti sta perdendo forza. Ma non si supererà questa tendenza soltanto parlando dell’Europa in quanto tale, ma parlando dei valori positivi, centrati sull’altro, in generale. Occorre sviluppare questa controtendenza. È un’opera di civiltà. Questo è lo spirito che mi ha guidato lungo tutta la vita, negli ultimi anni ancor più che nei primi. Il caso mi ha portato là dove sono ora. Spesso siamo più responsabili di quello che siamo che non di quello che siamo diventati. Tratto dal discorso di accettazione della Laurea Honoris Causa all’Università Cattolica di Louvain-la-Neuve, 2 febbraio 2010
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