Nell’epoca dell’egemonia culturale del marxismo si ripeteva un po’ pedissequamente che il progresso dell’umanità, con l’estensione della giustizia sociale, doveva considerarsi il frutto di una legge scientifica, quasi un inevitabile affrancamento delle classi subalterne che avrebbero portato a una sorta di sistema sociale equo, vicino alla perfezione. Si aggiungeva che un simile risultato non sarebbe stato il frutto di un impegno etico ma, appunto, di una dialettica socio-economica obbligata. Singolarmente, una volta venuta meno la predominanza marxista, per il crollo del comunismo e perché la storia si è rivelata assai più complessa delle previsioni ottocentesche, la cultura contemporanea si è trovata vittima di un relativismo che ha colpito prima l’orizzonte etico legato alla tutela della vita e ai comportamenti individuali, poi lo stesso orizzonte di progresso sociale, fino a una deriva per la quale i diritti umani non sono più considerati universali, ma frutto di una contingenza storica, e non sono garantiti a tutti gli uomini, né da tutti sono rivendicati. Il paradosso sta nel fatto che nello spazio di due decenni si è passati dalla inevitabilità della rivoluzione sociale in ogni parte del mondo (con l’effetto catartico conseguente) all’abbandono di ogni tensione etica per l’estensione dei diritti della persona a ogni uomo. La rivoluzione prima ha rinnegato se stessa (con gli orrori del comunismo), poi ha fagocitato anche gli ideali che più o meno direttamente propugnava. Il terreno privilegiato del relativismo Tutto ciò credo confermi un dato che non è ancora chiaro a tutti: che non si può essere relativisti a metà. Molti ritengono che la cultura relativista si sviluppi esclusivamente in relazione alle materie etiche, bioetiche, della famiglia e della sessualità. Naturalmente, questo è il terreno privilegiato del relativismo (anche perché i cambiamenti in materia sono immediati e forti), eppure, l’orizzonte della cultura relativista è più ampio e radicale, per sua natura si estende ad altri temi, porta a considerare relativo un po’ tutto, tant’è vero che si è già riversato su quella vasta materia dei diritti umani che costituisce la novità più rilevante dell’epoca post-totalitaria e ha acceso speranze in tutto il mondo. Il relativismo è un modo di essere e di ragionare (una mentalità), che ha molteplici applicazioni, serve a seconda delle circostanze per sostenere tesi e argomentazioni che più sono utili in quel momento, senza assumere l’onere di scelte che abbiano stabilità nel tempo. Partirei da un esempio specifico. Di recente in un lavoro scientifico si è dato atto delle tesi relativistiche per le quali la punizione dell’omicidio presente in tutti i codici penali del mondo non ha nulla a che vedere con il principio etico e religioso del “non uccidere” (M.B. Magro). Sarebbero due cose totalmente diverse. Si comprende così con quanta tenacia si cerca di spezzare qualunque nesso tra diritto ed etica, anche quando questo è evidentissimo, profondo, esiste da sempre. Un relativismo estremo Il relativismo scava sui fondamenti stessi del nostro vivere civile, e di recente esso ha finito con l’incidere sulla interpretazione dei diritti umani riconosciuti come universali da tutte le carte internazionali approvate dal 1948 in poi. Proprio questa universalità viene messa in dubbio da filosofi e teorici del relativismo, con affermazioni che corrono il rischio di creare un “senso comune” dal quale è difficile liberarsi. Si afferma esplicitamente che «la tesi del fondamento filosofico e della universalità normativa dei diritti dell’uomo è un postulato dogmatico del giusnaturalismo e del razionalismo etico che manca di conferma sul piano teorico»; anche il consenso che i diritti umani ottengono «non giustifica alcuna pretesa universalistica e alcuna intrusività missionaria» (D. Zolo). Questo relativismo estremo non risparmia neppure i nostri principi costituzionali, perché per altri autori «la Carta costituzionale è stata concepita in uno scorcio politico temporale in cui l’avvertenza multiculturale si esauriva nelle preoccupazioni per alcune comunità plurietniche di confine», mentre il pluralismo della Costituzione è «largamente insufficiente a ispirare normative a fronte dei consistenti flussi migratori di fine secolo » (M. Bouchard). Si conclude affermando che i diritti umani hanno una valenza geo-politica, non possono essere considerati universali, né si possono imporre a chi non li conosca o non intenda fruirne. Un corollario inquietante di questa concezione lo ritroviamo nell’affermazione di un intellettuale italiano il quale, di fronte alla critica rivolta ai movimenti femminili occidentali perché non aiutano le donne immigrate a difendere e promuovere i propri diritti e restano indifferenti, ha risposto che è giusto che le donne occidentali stiano a guardare perché le immigrate devono trovare in se stesse la forza di reagire e conquistare libertà e dignità. C’è da rimanere sbigottiti di fronte a questo chiamarsi fuori, e viene da chiedersi che razza di concezione della solidarietà sia quella che dice: devi crescere e difenderti da solo, io non posso aiutarti. Così facendo non sarebbero mai nati i sindacati, le società di mutuo soccorso, ognuno si sarebbe fatto giustizia da solo, se ci riusciva, e se non ci si deve occupare dei problemi degli altri allora si cancellano i doveri di solidarietà richiamati dalle Carte internazionali sui diritti umani. Si può fare un’amara considerazione sul triste declino delle culture universaliste del Novecento se si pensa che si è passati dalla predicazione della rivoluzione in ogni angolo della terra alla incapacità di difendere i diritti degli immigrati che vivono nel nostro stesso Paese. Le affermazioni relativistiche più spinte non hanno valenza puramente teorica, ma incidono significativamente nella negazione dei diritti umani fondamentali all’interno del fenomeno della multiculturalità. Sul tema della discriminazione femminile, e della condizione dei minori, sono ormai numerose le sentenze e le pronunce che tendono a confermare la condizione di subalternità dei soggetti più deboli dell’immigrazione con la motivazione che la cultura di appartenenza prevale sui diritti della persona. Si possono ricordare alcune sentenze per le quali esiste oggi quasi una di “terra di nessuno” nella quale per gli immigrati valgono altre leggi e regole di vita. Ad esempio un Tribunale ha confermato la potestà a genitori nomadi che avevano ceduto a terzi la figlia piccolissima (per poi chiederla indietro), asserendo che occorre tener presente la realtà «dei nomadi, che ignorano modi di vivere diversi da quelli loro propri, per mutare i quali dovrebbe sopprimersi la loro identità etnica», e non possono contrastarsi «i postulati esistenziali e culturali cui i membri di tali comunità conformano ogni loro comportamento, nella genuina convinzione d’essere nell’ambito della normalità e di un’ancestrale, non sindacabile tradizione». Ma se noi ammettiamo che esista «un’ancestrale, non sindacabile tradizione» dobbiamo ammettere ogni usanza e abitudine, cancellare qua e là i diritti umani, negare ogni possibile evoluzione per chi viene da altre esperienze. E dobbiamo riconoscere che è vana ogni tensione etica volta a modificare e affinare i comportamenti umani, come si sono modificati e affinati in Occidente. Né le cose cambiano in caso di violenze fisiche, anche estreme. Abbiamo infatti sentenze giustificatrici dell’escissione in quanto i genitori, di provenienza africana, «hanno inteso sottoporre la figlia a pratiche di mutilazione genitale, pienamente accettate dalle tradizioni locali e (parrebbe dalle leggi) del loro Paese». E sentenze che mandano assolti i genitori di una ragazza chiusa in casa e picchiata per non farle avere rapporti di conoscenza con suoi coetanei italiani, o per aver imposto un matrimonio combinato a una minorenne. Ancora di recente si è declassato l’omicidio da parte del padre marocchino della figlia minorenne, uccisa a bastonate perché non rispettava le regole della tradizione, affermando che l’imputato «ha proposto […] il suo modo di intendere e gestire la famiglia, l’onore familiare, il rispetto della parola data», e che nel codice vigente in Marocco «in tema di contratto matrimoniale si prevede ancora la figura della tutela matrimoniale della donna (Wliaya) con il padre “tutore”». La condanna per l’uccisione della figlia è di due anni, sospesa con la condizionale. Quando si percorre questa strada, non c’è più limite all’iniquità, non c’è più tensione etica verso la giustizia. Anche fuori del nostro Paese la tendenza relativista si afferma in modo inquietante. In Germania i giudici più volte hanno legittimato le “vendette di sangue”, cioè i delitti d’onore, perpetrati da turchi dell’Anatolia, perché in questa regione la pratica omicida sarebbe consueta. In Francia è stata considerata legittima difesa l’uccisione, per tutelare l’onore della compagna, effettuata con numerose coltellate. In Australia sono stati assolti adulti e minori che avevano abusato in gruppo di una minorenne, affermando che si trattava di indigeni i quali, per la propria cultura, non erano consapevoli del male che compivano. Di che cosa si tratta Dobbiamo allora chiederci cosa c’è dietro questo relativismo che ormai nega esplicitamente l’universalità dei diritti umani, così come per altro verso qualsiasi principio etico che valga (almeno come valore) per tutti gli uomini. Se scaviamo a fondo nella mentalità relativistica, scopriamo che essa si fa scudo oggi di un principio che si ritiene (singolarmente) assoluto, per il quale il diritto non ha nulla a che vedere con l’etica, e sul suo corollario per il quale la legislazione della società moderna deve avere come unico presupposto che ciascuno di noi sia libero di fare quello che vuole purché non pretenda di imporre all’altro la propria scelta. Si afferma così la piena indifferenza dello Stato e della legge rispetto alla morale, e si richiede l’introduzione di un politeismo etico da affiancare al politeismo religioso già realizzato dall’illuminismo. Il punto teorico è preciso, perché il pluralismo etico dovrebbe seguire le orme del pluralismo religioso: «Il presupposto politeistico è inevitabile. Il politeismo della post-modernità è il riconoscimento della radicale pluralità delle visioni morali e metafisiche» (H.T. Hengelhardt). Il pluralismo etico altro non è che un semplice corollario del pluralismo religioso «affermatosi in Occidente con la Riforma. Come ammettiamo e rispettiamo le varie confessioni religiose (anche quelle che a nostro giudizio sono “irrazionali”), così dobbiamo riconoscere le varie moralità che si affiancano o sostituiscono la fede religiosa » (M. Mori). Per alcuni è quasi un luogo comune affermare che lo Stato non può farsi portatore di principi etici, in ambito interpersonale, nella famiglia, in ciò che concerne l’inizio e la fine della vita (e, come abbiamo visto, anche in riferimento ai diritti umani). Si pone una sorta di pregiudiziale per la quale il diritto deve registrare ciò che matura, o non matura, nella società, e non può intervenire per favorire determinati valori rispetto ad altri. A ben guardare, alla fine del rapporto tra etica e diritto fa seguito la fine di ogni tensione etica, e si afferma il predominio della scelta individuale, qualunque essa sia. In realtà, la pretesa che il diritto sia del tutto svincolato dall’etica manca di ogni fondamento storico, ed è utilizzata soltanto come strumento per non affrontare il merito delle questioni. Ad esempio, essa non ha alcuna relazione con i padri del liberalismo e del razionalismo moderno, se non altro perché questi erano di un rigorismo (spesso di matrice protestante) sideralmente lontano dal permissivismo e dalla deriva individualistica contemporanee. Si pensi ai fondatori del giusnaturalismo inglese, o a Immanuel Kant, o più semplicemente agli esponenti liberali artefici dell’unità d’Italia, legati ai valori della famiglia, ai principi etici necessari per fare dei buoni cittadini, ai doveri di solidarietà che impediscono la disgregazione sociale. Basta confrontare con il pensiero liberale classico l’asserita non-verità dell’etica, sostenuta da un teorico relativista: «nell’etica non c’è verità. I valori di vero e di falso convengono alle proposizioni del discorso destrittivoesplicativo; né un’etica può dirsi vera derivabile, come da assiomi, da principi auto evidenti» (U. Scalpelli). Inoltre, l’inconsistenza della tesi che nega ogni rapporto tra etica e diritto possiamo verificarla tutti i giorni a livello di questioni cruciali e generali, o meno impegnative, quando il bisogno di una tensione etica si fa sentire in modo sorprendente. Quando si avverte il decadimento morale in alcuni ambiti di rapporti societari, allora torna forte il richiamo ai codici deontologici, all’esigenza di punire esemplarmente quanti violano principi etici elementari. In occasione dei più gravi scandali finanziari non c’è chi non si scagli contro gli egoismi dei finanzieri, l’avidità delle banche, lo scarso senso etico degli operatori, chiedendo per i trasgressori pene durissime. Di fronte a uno scandalo nel mondo del calcio, si reagisce fortemente contro gli arbitraggi infedeli, le collusioni tra arbitri e società calcistiche, gli intrecci immorali tra manager, arbitri, giornalisti e altri soggetti. In Italia si verifica perfino il caso di autorità politiche che chiedono alla Chiesa di ricordare ai fedeli che il pagamento delle tasse è un obbligo di legge, ma anche un impegno morale e religioso. In altre parole, il bisogno che la legge sostenga la società traducendo in norme valori e principi di moralità, si ripresenta continuamente, e spesso il rapporto tra legge ed etica è sostenuto dagli stessi che in ambito bioetico, o di relazioni familiari, propugnano la tesi opposta, senza accorgersi dell’insanabile contraddizione che ne deriva. L’ordinamento, poi, subisce una forte pressione etica in vista di una umanizzazione dei comportamenti, ad esempio nei confronti della vita animale, per la quale le leggi incentivano sempre più sentimenti di benevolenza e compassione per sostituire gli istinti di sopraffazione e dominio, tipici della cultura individualista. Esistono oggi numerose leggi contro i maltrattamenti degli animali, che spingono a ingentilirci, elevarci moralmente, al punto che è possibile chiamare i vigili del fuoco per far scendere un gatto da un albero, perché è salito troppo in altro e non riesce a scendere da solo. Di fronte a questa tensione etica, che si chiede e si auspica quando torna utile, viene meno l’altro criterio prima enunciato, per il quale la legge deve consentire al singolo di agire come vuole senza imporre alcuna scelta per non violare la sua libertà e autonomia individuale. Si tratta di un argomento usato in abbondanza, che penetra facilmente perché è insinuante e sfrutta il principio di libertà fin dove è possibile. Eppure, si tratta di un argomento di nessuna consistenza, perché se fosse veritiero dovremmo ammettere una lunga serie di comportamenti che gli stessi relativisti si rifiuterebbero di avallare. Dovremmo poter introdurre la libertà di poligamia (io voglio essere poligamo, ma non impedisco agli altri di essere monogami), la libertà di suicidio (purché non lo si imponga), il potere di vita e di morte dei genitori sui figli disabili, il diritto dei genitori di non mandare a scuola i figli, il diritto di non assicurarsi per la pensione di vecchiaia, e altro ancora. Io potrei stipulare un contratto di schiavitù magari a tempo, in cambio di cospicui compensi da potermi poi godere nel resto della mia vita, reintroducendo così la schiavitù (sia pur “volontaria”) così come era pratica nell’antichità. Dobbiamo pensare un attimo a questi (e tanti altri) esempi perché ci dicono che il principio della assoluta libertà e autodeterminazione dell’individuo è contrario alla maggior parte dei diritti umani codificati nel XX secolo dalle relative Carte internazionali, e con la sua indiscriminata applicazione si distruggerebbero le basi di una civilizzazione etica, e di uno Stato sociale, che sono state costruite in secoli di fatica e razionalità umana. In realtà, quanto sta accadendo riflette un processo più nascosto di crescente divaricazione tra individualismo e solidarismo, nell’ambito del quale la cortina fumogena dell’autonomia della legge dall’etica è utilizzata per contrastare orientamenti che vanno in direzione opposta. Tanto il cordone ombelicale tra etica e diritto è solido e ineliminabile, che proprio la cultura liberale classica individua in esso il fondamento vero dell’organizzazione di una società. Norberto Bobbio nega decisamente che il diritto serva solo a evitare che uno faccia danno agli altri, e Montesquieu parla dello “spirito delle leggi” per indicare quel progetto di società che sottostava alla costruzione di un ordinamento giuridico. Ma Bobbio, insieme a Tommaso Perassi, Giuseppe Capograssi e tanti altri, sostiene che il diritto, come recepisce i cambiamenti del costume, deve anche indirizzare, orientare, le azioni degli uomini e le grandi scelte della loro vita. Un conflitto di valori Si può dedurre, allora, che il punto vero del conflitto antropologico apertosi nelle nostre società è un conflitto di valori, di cui però si cerca di parlare il meno possibile, perché si scoprirebbe che determinati valori hanno una valenza universale. Possiamo fare la riprova con grande semplicità. Se nessuno si sente di sostenere la libertà di poligamia (e di poliandria) sulla base della laicità dello Stato e dell’indifferenza della legge rispetto all’etica – perché è in gioco il valore dell’eguaglianza della donna e del rispetto della sua dignità – altrettanto si può esigere che si discuta nel merito dell’eutanasia, o del suicidio assistito, sulla base del valore della vita da difendere, rifiutando ogni preclusione aprioristica che si appella alla libertà individuale o alla laicità dello Stato. Chiunque ci ragioni un po’, scoprirà che dietro ogni rivendicazione dell’indifferenza etica della legge, per far approvare una riforma contestata c’è una motivazione più modesta che consiste nel fatto che non si vuole entrare nel merito della riforma (eutanasia, suicidio, adozione da parte di coppie non eterosessuali ecc.) ma la si vuole far passare per la cruna dell’ago del principio del pluralismo etico perché si sa che nel merito ci si scontra con la sensibilità profonda delle persone, di qualsiasi orientamento siano. In realtà il rapporto tra libertà individuale, valori da tutelare, da promuovere in modo diretto o indiretto, divieti da ribadire, è molto complesso e si modifica con il tempo. Ma la cultura relativista tende a negare proprio questa complessità, e preferisce affermare la signoria dell’individuo su tutto il resto con affermazioni che servono al momento, allo scopo che si vuole raggiungere, ma sono prive di fondamento perché smentite dall’evoluzione del diritto e da altri orientamenti che la stessa cultura relativista elabora per conseguire altri fini.
Tensione etica e universalità dei diritti
di Carlo Cardia / Docente di Diritto ecclesiastico, Università di Roma Tre
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