Quadrimestrale di cultura civile

Il sapere affettivo, spazio dell’incontro

di Pietro Barcellona / Docente di Filosofia del diritto, Università di Catania

La ricerca della verità, probabilmente per la consapevolezza di non poterla mai raggiungere né possedere, è da sempre uno degli obiettivi del pensiero degli esseri umani. Nell’epoca attuale, sembra che la sola via per l’accesso a una qualche verità sia garantita dal sapere scientifico, in quanto sapere “efficace” e attendibile; la verità è divenuta oggetto di un sapere dichiarativo, che pronuncia statuti di corrispondenza immediati tra parola e cosa, perdendo l’antica dimensione di tensione interrogante e mistero inspiegabile. La verità appare statica nella sua immutabile persistenza, disponibile a essere posseduta dall’intelletto, fredda come una statua di marmo. Saperi e verità Eppure, se c’è un terreno su cui emerge drammaticamente la fragilità delle basi su cui gli esseri umani costruiscono il proprio sapere del mondo, questo è il sapere scientifico: la crisi che colpisce ogni aspetto della civiltà è una conseguenza del progetto scientifico-tecnologico del dominio illimitato su tutte le cose. Persino l’essere umano viene ridotto a un mero ricettore e trasmettitore di impulsi elettrici e chimici: il cervello come computer, il corpo umano come macchina, i cui componenti possono essere sostituiti da microchip e dispositivi bioingegneristici.

 

Ma è pura ideologia neonaturalistica sostenere che gli esseri umani possano essere descritti scientificamente come automi pensanti. Ogni affermazione in questo senso oscilla tra un’arbitraria riduzione della realtà e un tentativo di costruire fonti di legittimazione del potere esplicativo sottratte alla competenza dei comuni mortali; ancor più se si riconduce a un processo naturale la riduzione dell’essere umano a macchina, come tentano di fare i teorici del post-umanesimo. Un tale cieco meccanicismo lascia fuori elementi, come la felicità e il dolore, che non sono spiegabili secondo il discorso scientifico; in questa progressiva disumanizzazione, l’essere umano perde la possibilità di costituire forme di rappresentazione delle proprie pulsioni profonde e strumenti di creazione dei significati incarnati, che permettano a ciascuno di organizzare la propria vita secondo un progetto. Come conseguenza estrema della volontà di uccidere Dio, oggi, con le teorie postumane, neuroscientiste e cognitiviste, siamo di fronte a un tentativo di “uccidere l’uomo”, mettendo in crisi la dimensione della “soggettività” che ne ha accompagnato la vicenda storica. L’isomorfismo tra la coscienza umana e i meccanismi computazionali che presiedono allo scambio di informazioni riduce ogni soggetti vità pensante a una mera macchina; ma nessun isomorfismo tra vivente umano e organismi post-umani potrà mai cancellare l’angoscia dell’interrogazione e dell’istituzione della coscienza, che ci è stata tramandata, nei secoli, da poeti e filosofi, come nelle strazianti parole di Giacomo Leopardi: «È funesto a chi nasce il dì natale ». In questo irrisolto esistenziale sorge il conflitto passionale fra la rivolta dell’io e l’accettazione fiduciosa di una risposta salvifica. Affinché gli esseri umani ritrovino il senso della propria identità spirituale e della propria vocazione storica, è necessario, come sosteneva Simone Weil, che ritorni in campo il discorso dell’amore e della verità che cerca la bellezza e il bene, al di là dei limiti dell’utile. Nella vita concreta, la verità è sempre assoluta, ma proprio per questo trascende sempre la situazione concreta; è una misteriosa sensazione di aderenza al mondo e di condivisione di affetti che si può solo provare, senza trasformarla in un concetto. La verità non fornisce rimedi contro l’angoscia della morte o contro il terrore della finitezza, è una dimensione dell’esperienza che non si lascia scomporre nei suoi elementi analitici; una relazione di corrispondenza, non terminologica ma affettiva, con ciò che si prova aprendosi verso l’esterno. La «vita che si sa» Marìa Zambrano invitava ad abbandonare quel «castello di ragioni, muraglia chiusa del pensiero di fronte al vuoto»1, alla ricerca di una “filosofia vivente”, che consideri l’essere umano nella sua interezza e dia voce ai significati che irrompono dalle viscere.

 

La vita senza pensiero o il pensiero senza vita porterebbero irrimediabilmente al delirio, per questo la filosofa spagnola proponeva il “realismo” come pratica di conoscenza, come sguardo sul mondo senza pretesa di ridurlo ad altro, e il “dis/velamento” come percorso in quel “magma” vitale, indeterminato e sfuggente, tra le profonde caverne delle viscere umane, in cui abita il mistero dell’origine. Nella storia del pensiero, secondo Zambrano, «la coscienza ha guadagnato in chiarezza e nitidezza, e ampliandosi si è impadronita dell’uomo intero. E quel che restava fuori non erano le cose, ma nientemeno che la realtà, la realtà oscura e molteplice. Riducendosi la conoscenza alla ragione, anche quel contatto così sacro che è il contatto iniziale dell’uomo con la realtà si è ridotto a un solo modo: quello della coscienza. [...] L’uomo si riduceva a semplice supporto della conoscenza razionale, con tutto ciò di straordinario che questo comporta, ma la realtà circostante andava restringendosi prendendo a misura l’uomo; così, mentre “il soggetto” si ampliava, [...] la realtà si rimpiccioliva»2. Il pensiero si è progressivamente disincarnato, non è più riuscito a pensare il molteplice se non come inconsistenza; questo processo, in cui l’individuo si attribuisce autosufficienza e onnipotenza, ha portato al dominio della tecnica e alla negazione dell’alterità. A partire da queste riflessioni, sono fortemente convinto che il rapporto tra individuo e realtà possa essere salvaguardato solo da un sapere che esplori quel «che scorre nelle viscere».

 

L’esperienza della «vita che si sa», per usare ancora le suggestive parole di María Zambrano, è immanenza che si autotrascende per necessità, inscritta nel codice degli esseri umani; ma si rischia di smarrirla se la corazza dei concetti appare più appetibile per il quieto vivere dell’individuo conformista. Solo il recupero dell’intima connessione tra esperienza e pensiero può restituire dinamismo creativo a un’epoca divenuta incapace di pensare e di sentire. Non si tratta di contrapporre le ragioni dell’esistenza a quelle dell’intelletto, ma di ribadire che solo un intelletto incarnato in un corpo e una carne e un sangue capaci di pensarsi, possono generare nuovi pensieri e nuove rappresentazioni. Se filosofi e scienziati hanno completamente dimenticato che l’interrogazione umana è radicata nell’abisso dell’insensatezza e che la creazione dei significati che ci fanno amare la vita non è il risultato di pure convenienze matematiche, la sfida è proporre un sapere altro, per tentare di cercare la comprensione dell’essere umano oltre «il limite dell’utile». Questo è possibile solo con il «sapere affettivo», un sapere che attiene alle trasformazioni soggettive e alle relazioni, attraverso cui l’individuo può aprirsi a una nuova visione, in cui la propria dimensione personale sia sottratta al calcolo delle utilità, liberando lo spazio mentale dai vincoli imposti dal conformismo sociale e dall’etica del successo. Disarmati all’incontro Nelle riflessioni che mi hanno condotto al recente Elogio del discorso inutile3 credo di aver compreso che, se si vuole evadere dalla prigione della solitudine e dall’angoscia della morte, bisogna consegnarsi all’incontro con l’altro completamente disarmati. Offrire l’altra guancia non è un principio etico, ma una conquista “filosofica”, l’abbandono della pretesa dell’io onnipotente di poter influire sulla vita degli altri in forza della propria autorità e dei propri argomenti. Quello che mi piace definire “discorso inutile” è un discorso interattivo, in cui non è possibile distinguere chi dona da chi riceve, è un discorso che tende a trasformarsi in dialogo creativo su una nuova visione delle cose, in cui sperimentare la capacità co/creativa degli esseri umani e la loro attitudine ai processi di interiorizzazione affettiva, è un discorso con cui aprirsi alla costruzione di un nuovo spazio mentale, in cui si manifestano percezioni ed elaborazioni altrimenti impossibili e si avvertono emozioni che non si possono provare in solitudine. Perché questo sia possibile, bisogna fare un esercizio su se stessi molto forte, che mi piace definire “arte di disarmarsi”: cominciare ad aprire la propria armatura caratteriale per lasciare entrare i significati dell’altro e lasciare uscire i propri.

 

La “verità” dell’incontro trascende ogni norma, è l’incontro stesso, ma affinché accada bisogna spogliarsi di ogni pregiudizio: l’“arte di disarmarsi” è la trasformazione delle proprie resistenze in domande aperte all’interrogazione su se stessi e il mondo. Disarmarsi è andare “incontro all’incontro”, per riuscire a percepire, ad ascoltare, a vedere, con la stessa meraviglia della prima volta. La persona di Cristo è un esempio vivente di quello che definisco il “disarmo”: la forza di chi si mette a disposizione degli altri e si lascia crocifiggere per testimoniare che la vita si salva se la si perde. Come afferma Luisa Muraro, il percorso della “mediazione vivente”, che apre all’incontro, può iniziare dalla radicale messa in discussione del primato della norma che ci giunge dal messaggio di Cristo: «l’impensato e l’impensabile sono la causa della nostra attività simbolica che può prendere il posto dell’ordine simbolico in vigore; al posto della regola ci siamo tu e io, qui e ora, noi che siamo coesistenza di esperienza mediata»4. L’essere umano non è mai la propria autorappresentazione, non è soltanto ciò che pensa di essere né soltanto la rappresentazione che dà agli altri; ciascuno è il contenitore del proprio racconto – che dà la dimensione del tempo nell’incontro e nella relazione con l’altro – e del proprio desiderio che proietta verso il futuro. Ma l’attuale società del godimento immediato, dell’immediatezza senza svelamento che cancella ogni oltremondano, distrugge il desiderio, nella sua insaturabilità, in quel non poter essere soddisfatto che costituisce la spinta in avanti per la sua realizzazione. Nel godimento immediato è implicita la morte del desiderio, ucciso dal consumo che ne fa scomparire l’oggetto; ma distruggendo il desiderio, come possibilità di differire il momento del piacere, si eliminano la temporalità e la soggettività. La vita senza tempo, trasformata in una sequenza puntiforme di istanti uguali a se stessi, impedisce la costruzione della peculiarità dell’essere umano: la narrazione di sé, senza cui non ci si può aprire all’incontro con l’altro. Il desiderio ha mosso poesia e sacralità, ha prodotto l’autotrascendenza e la fantasia degli esseri umani, la curiosità della scoperta e dell’interrogazione; è il prodotto del sedimentare nell’inconscio di tradizioni culturali e processi sociali. Il desiderio insaturabile, la memoria che racchiude le tonalità affettive e le esperienze concrete, la capacità di narrare, la costruzione dell’esperienza di sé, la consapevolezza del proprio essere mortale, sono peculiarità dell’essere umano: nell’ascoltarsi interrogandosi, bisogna accogliere il racconto e il desiderio. Lo spazio dell’eccedenza Nello scarto fra il desiderio impossibile e la realizzazione inadeguata si apre lo “spazio dell’eccedenza”, che rinvia sempre a qualcosa di inafferrabile e trascendente. Anche quando si raggiunge l’obiettivo perseguito, c’è sempre qualcosa che resta fuori, che non è saturato dall’effettività della situazione realizzata. L’eccedenza può essere intuita soltanto attraverso la narrazione degli improvvisi mutamenti di sguardo sul mondo.

 

Luisa Muraro la legge nella narrazione della conversione di Paolo di Tarso, manifestazione dell’«irrompere dell’impensato» nella vita quotidiana, esplosione interna che si proietta oltre il sé, illuminando una scena già presente eppure non percepibile prima di quel momento. Non si potrebbe nominare l’“impensato” che irrompe nella vita, se la carica energetica, che si sprigiona all’improvviso illuminando la scena, non fosse già dentro di noi, anche se non riusciamo a definirla. L’eccedenza designa l’energia del respiro vitale che muove l’universo, come ci insegnano molti antichi saperi, che assegnavano al respiro significati fondamentali di conoscenza sottile e di atto creativo delle cose del mondo. Il respiro è l’eccedenza della vita rispetto alla vita stessa: energia che circola in forma invisibile e che va oltre la vita, pur essendo immanente alla vita stessa; l’energia del respiro è quella che circola nelle relazioni e nei discorsi non finalizzati a un’equivalenza funzionale. Il linguaggio dell’eccedenza è il linguaggio dell’estrema concretezza particolare e, paradossalmente, proprio per questo, della massima universalità, poiché si dà insieme all’esperienza della rappresentazione mentale, della trasformazione delle forme in immagini che le rappresentino e le trascendano al tempo stesso. L’evento, come la conversione di Paolo, non può essere descritto con un discorso analitico che individui un processo causale, effetto di un’attività intenzionale; proprio come l’incontro, è tanto misterioso quanto l’attesa, mai inerte ma laboriosamente attiva, che lo precede: il disporsi ad accoglierlo pulendo lo spazio mentale da tutte le illusorie immagini precedenti che lo ingombrano. L’incontro è un evento, è l’improvviso sconfinamento di sé dentro l’altro che si ha di fronte, è l’immediata risposta positiva a una disponibilità, nella gratuità assoluta, è la comunicazione della psiche: riuscire a pensare i pensieri dell’altro, pensare l’altro come una parte di sé in cui ripercorrere quello che si ha dentro. Dall’esperienza dell’incontro rinasce la capacità di creare nuovi universi simbolici e nuovi orizzonti di senso, ma l’incontro rimane un evento che non può essere rappresentato, se non attraverso un racconto sempre inadeguato. Senza incontro non può esserci nemmeno la presenza, che si costruisce soltanto in “comunione” con l’altro: è una mobilitazione affettiva, in cui le differenze si confrontano senza annullarsi, in un atto d’amore che istituisce un nuovo spazio mentale.

 

Se si riesce a mantenere aperto il desiderio e non vivere la sua mancata realizzazione come una frustrazione, ma come una carica energetica, si vive la sensazione di essere presente, di esserci di per sé, di essere con se stessi in un modo talmente soddisfacente da potersi aprire all’altro. Essere nudi di fronte al mondo, spogliarsi di tutto ciò che si utilizza per difendersi dalla possibilità che gli altri possano entrare: questa è la presenza, indispensabile presupposto dell’incontro. Non ci si può incontrare se non si è presenti, non si può essere presenti se ci si chiude nell’isolamento del monadismo. Ma la presenza non può essere insignificante, bisogna riconquistarne il senso profondo attraverso la costruzione di significato nell’incontro: lo stare insieme acquisisce significato, come spiegava Cornelius Castoriadis, nel momento in cui si realizza l’esperienza creativa dell’incontro. Per far circolare l’affettività, bisogna pensare alla mente dell’altro e alle sue rappresentazioni; costruire un percorso relazionale in cui, dando affettività, se ne riceve altra. Solo con questa esperienza di incontro si può sentirsi pieni e pienamente presenti, rendersi responsabili della domanda che si riceve dall’altro e accogliere la domanda. Siamo esseri fondamentalmente interroganti, perché vogliamo capire il senso dello stare al mondo, ma senza ascoltare l’altro l’interrogazione resterebbe sempre senza risposta.

1 M. Zambrano, Filosofia e Poesia, Pendragon, Bologna 1998. 2 M. Zambrano, L’uomo e il divino, Edizioni Lavoro, Roma 2001. 3 P. Barcellona, Elogio del discorso inutile, La parola gratuita, Dedalo, Bari 2010. 4 L. Muraro, Al mercato della felicità, Mondadori, Milano 2009.