Quadrimestrale di cultura civile

Limite e grandezza dell’uomo

di Andrew Davison / Tutor in Dottrina Cristiana alla St Stephen’s House, membro del Dipartimento di Teologia dell’Università di Oxford e Cappellano coadiutore del Merton College

Ogni mito della grandezza umana che neghi i nostri limiti è senza valore e tenderà a sminuirci. Gli esseri umani sono creature finite. La grandezza umana deve emergere da ciò che noi siamo, e perciò deve essere in rapporto con la nostra limitatezza. Per quanto ciò possa suonare ovvio, tuttavia viene spesso negato. Prendiamo per esempio un significativo dibattito sul quarto canale radio della BBC svoltosi un paio d’anni fa. Il tema era la deontologia medica. I partecipanti erano “esperti” di vari settori. Pur con tutte le loro conoscenze, la discussione non andò mai al di là di un pragmatismo reattivo. Verso la fine del programma, una partecipante esclamò con foga: «Tutto ciò che vogliamo è solo star bene; tutto ciò che vogliamo è solo star bene». La nostra “esperta” mediatica cercava la grandezza umana laddove è impossibile da trovare. Non considerava la finitezza umana e così facendo rischiava di distruggere la grandezza dove esiste più autenticamente. La scienza medica è un segno importante della grandezza umana, ma esaltata al ruolo di un falso salvatore, non fa che ridurre ciò che noi siamo e negare ciò che possiamo essere. Sapere e pensare Oggi siamo più che mai inclini ad associare strettamente la grandezza umana con il progresso scientifico, e forse con il solo progresso scientifico. Solo la scienza può “farci star bene”, e questa è l’unica cosa che conta.

 

Ma ciò significa fare della scienza un disservizio, giacché essa non sarà in grado di salvarci. Significa anche rendere un disservizio a coloro che esercitano la professione medica, predisponendoli a un fallimento. Come ha scritto Stanley Hauerwas, noi possiamo sempre aver cura ma non sempre possiamo curare. È paradossale che uno dei maggiori segni contemporanei della grandezza umana, la crescita della conoscenza nel campo delle scienze naturali, sia tanto spesso inteso in un modo che riduce il nostro senso di grandezza. Per quanto magnifiche possano essere, queste scienze non sono tutto. Quando le fraintendiamo prendendole per la somma delle conoscenze umane, limitiamo la nostra coscienza di cosa significa sapere e pensare. Se vediamo le scienze naturali come un sostituto della filosofia e della teologia, riduciamo il nostro orizzonte e poniamo dei limiti alla nostra comprensione. Per molti oggi, solo la materia e la forza – i soggetti della fisica – sono i veri oggetti del pensiero. In precedenza consideravamo anche il pensiero come un valido oggetto del pensare, e con esso tutto ciò che è aperto al pensiero ma non necessariamente al metodo scientifico: il bello, il buono e il vero. Oggi, invece, spesso è come se la scoperta dei neurotrasmettitori avesse in qualche modo invalidato le intuizioni di Agostino, Pascal o George Herbert. La verità che noi pensiamo con il nostro cervello sembra aver cancellato ciò a cui pensiamo col nostro cervello. La caratteristica dell’unicità umana Quello di prolungare la vita umana è un nobile intento, ma la nostra grandezza sta più in una vita buona che in una vita lunga. Corriamo il rischio di perdere una vita buona per garantircene una (lievemente) più lunga – ma «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?». Ritorneremo sull’argomento più avanti. Ci troviamo di fronte a un’impresa paradossale: per comprendere la grandezza della vita umana abbiamo bisogno di un onesto riconoscimento della morte. Vivere negando la morte è pura fantasia. Una solida immaginazione ci può sostenere nella ricerca dell’eccellenza morale, ma nella forma utopica in cui la incontriamo qui, la fantasia ci è di ostacolo. Aristotele ha scritto che non dobbiamo «definire nessun uomo felice finché non è morto». Data la particolare definizione di “felicità” di Aristotele, la frase si può leggere in questo modo: «[non dobbiamo] definire nessun uomo grande finché non è morto». Chiaramente, Aristotele prende una posizione diametralmente opposta a quella del dibattito radiofonico. Per valutare se qualcosa ha fatto bene ciò che sa fare, ci serve un senso della sua forma o figura. Aristotele aveva compreso che la vita umana è modellata con il riferimento a un inizio e a una fine; la nostra vita prende forma in quanto è vissuta tra la nascita e la morte. La nostra grandezza sta nell’insieme, e la morte è necessariamente parte di questo insieme per noi. Dire questo significa rivelare un aspetto dell’universalità umana.

 

È una caratteristica unica e perciò determinante dell’essere umano quella di vivere nella consapevolezza della morte. È una caratteristica dell’unicità umana il fatto che noi possiamo “morire bene” – per riprendere un’idea che un tempo era assai più importante di oggi nella letteratura cristiana cattolica e anglicana. Grandezza umana Il programma radiofonico a cui ho accennato all’inizio era imperniato su un argomento futile. Indicava il “non morire” come il segno del successo umano. Di fronte a questo modello saremo sempre perdenti; con quell’unità di misura nessuno è grande. Vi è, infatti, una dimensione ancor più inquietante in questo approccio. La nostra grandezza deve necessariamente essere una grandezza umana: consiste nell’essere umana. Se perdiamo il corretto orientamento, se prendiamo come nostro bene ultimo un impossibile successo temporale sulla sofferenza e la morte, apriamo la strada al dover affrontare terribili e disumani sacrifici. Ed è proprio così che si è sviluppata la discussione nel programma radiofonico. I partecipanti non volevano lasciare nulla di intentato nel loro desiderio di prolungare la vita: non si poteva escludere nessuna forma di intervento scientifico, nessuna forma di sperimentazione estrema. In particolare non vi era alcuna obiezione sul fatto di concepire dei figli solo per essere smembrati prima della nascita come scorta di pezzi di ricambio per rattopparci quando ci ammaliamo. È qui che andremo a finire se viviamo secondo la logica del «ciò che vogliamo è solo stare bene». Le nazioni tecnologicamente avanzate rischiano di smarrire la grandezza più autentica dell’essere umano – cioè la grandezza morale – solo per guadagnare qualche anno in più di vita. Dovrebbero risuonarci all’orecchio le parole di Cristo: «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna». Ragione e libertà Può risultare utile per le nostre discussioni su questi temi riuscire a modificare il nostro modo di intendere la grandezza umana. Noi per natura presumiamo che essa consista in ciò che possiamo fare. Questa è solo una parte del quadro, alla quale occorre aggiungere un altro dato: paradossalmente, la nostra grandezza consiste anche in ciò che non facciamo. Un intento di questo numero di Atlantide è quello di indagare la natura dell’universalità umana. Per questo dobbiamo scoprire cosa è inequivocabilmente umano.

 

Aristotele direbbe che le definizioni consistono nelle differenze. Noi abbiamo molte proprietà in comune con altri animali: si tratta di una somiglianza generica. In altri modi siamo diversi da loro, e si tratta di una differenza specifica. L’universalità dell’umano consiste nelle differenze specifiche: sono esse a contraddistinguerci come homo sapiens. I nostri caratteri distintivi sono la ragione e la libertà. Noi siamo animali razionali e siamo liberi. La nostra libertà sta, misteriosamente, nella nostra ragione. La libertà secondo ragione ci consente di fare grandi cose. Ci consente anche di fare qualcosa di esclusivamente umano: possiamo disciplinare i nostri desideri per amore di un bene più grande. La nostra libertà razionale ci permette di trattenerci dall’agire. Una parte della grandezza umana consiste in ciò che non facciamo. San Giovanni Damasceno affermava che ogni animale agisce secondo la propria natura, ma gli esseri umani possiedono una natura esclusiva. Fa parte della nostra natura l’essere liberi; fa parte della nostra natura non essere costretti dalla nostra natura. Dentro la nostra finitezza c’è questa infinitezza. Possiamo agire in un modo oppure in un altro. Questo è ciò che costituisce la grandezza dell’uomo. E tuttavia, senza disciplina, questa libertà non sarebbe affatto grande. Sarebbe la libertà del mostro o del tiranno – mania di grandezza accanto a una crescita morale stentata. Questo è esattamente ciò che vediamo quando non viene posta alcuna restrizione alla scienza e alla medicina nella nostra ricerca di una vita sempre più lunga. Il comune dibattito etico Cos’è l’uomo? La risposta sarà di carattere morale. Ciò che ci distingue dagli altri animali è un riferimento morale alla vita. Esso definisce l’universalità umana e la grandezza umana nel suo sviluppo. Ed è proprio questo che manca oggi, ciò su cui si sorvola sistematicamente. La scrittrice inglese Rose Macaulay, nota per il suo evocativo romanzo Le torri di Trebisonda, lo esprime come segue: «Un tempo la gente discuteva riguardo all’essere buoni e cattivi. Ne parlavano nelle lettere agli amici, e chiacchierando liberamente […] era molto interessante e stimolante […] Non so con certezza quando tutto sia morto, ma è assolutamente morto». Come scrive la Macaulay, questa visione comune della vita morale è oggi altrettanto assente quanto un tempo era presente. Ciò che ora passa per una pubblica discussione a carattere morale non è degno di tal nome. La Macaulay è nel giusto anche quando afferma che la vita morale coinvolge l’intera persona. Essa include la ragione e l’immaginazione (è «molto interessante e stimolante»).

 

Ma, cosa ancor più importante, è anche qualcosa che riguarda tutti: è qualcosa di cui puoi scrivere agli amici. La grandezza umana è una faccenda che riguarda tutti, e dunque lo è anche l’universale umano. Noi non ci volgiamo agli altri attraverso un terribile ed erculeo sacrificio e la negazione di ciò che siamo. Nel volgerci agli altri portiamo a compimento ciò che significa essere umani. Chiaramente, il nostro comune dibattito etico chiede a gran voce di essere animato e ricollegato con il pensiero morale al livello più profondo, ma qui il ragionamento non è sufficiente. Una vita morale è un’opera d’immaginazione, come pensava la Macaulay, e per impegnare l’immaginazione abbiamo bisogno di esempi pratici. Lo “stato d’animo” in cui viviamo per e con gli altri, perciò, ha una grande importanza. Il concetto che la comunionalità non è un sacrificio è importante. Se dobbiamo colpire l’immaginazione degli altri, deve esserci una grazia e un’allegria nel nostro vivere assieme, anche e soprattutto quando ciò comporta gesti di servizio. Quanto detto sottolinea il punto che l’universalità umana è una questione di comunionalità. L’universale è per definizione ciò che l’individuo condivide con gli altri. E ciò che ogni uomo condivide è precisamente una condivisione con gli altri. L’aveva già colto Aristotele, che definiva l’uomo un animale politico. Questa è una delle differenze specifiche che a suo avviso caratterizzano l’uomo. Con il termine “politico” intendeva un animale la cui natura costitutiva è vivere con altri. Sant’Antonio d’Egitto lo descrive splendidamente, quando dice: «La mia vita e la mia morte sono col mio vicino». La grandezza umana consiste nel conoscere. Le scienze naturali sono una parte di questo, ma non il suo inizio e la sua fine. La grandezza umana sta nel vivere memori della morte, alla ricerca di una vita buona coronata da una buona morte. Ciò va ricercato in quello che noi possiamo fare, ma anche in quanto ci asterremo dal fare. La grandezza umana è una storia morale. Il che è ben lontano dal renderla una questione triste od opprimente, perché la storia è una storia di vite vissute assieme. Colui che ha compreso alla perfezione la grandezza umana non la rivendica come suo possesso esclusivo. È uno sforzo comune.