Quadrimestrale di cultura civile

Il lavoro nella Dottrina Sociale della Chiesa

di S.E. Mons. Silvano Tomasi / Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra

L’eredità della crisi A due anni dall’inizio della grande crisi finanziaria, l’economia mondiale sembra aver imboccato la strada della ripresa. Alla fine del 2010 le principali grandezze economiche, in base ai parametri di prodotto interno lordo (PIL), consumo, commercio internazionale, hanno superato i livelli conseguiti precedentemente alla crisi. La ripresa di tali parametri non è però coincisa con la diminuzione del tasso di disoccupazione che rimane elevato e non mostra segni di riduzione nel breve periodo. Nell’ultimo trimestre del 2010 si registrano 205 milioni di disoccupati, pari a un tasso del 6,3% a fronte di un valore del 5,6% registrato nel 2007. Sappiamo che il tasso di disoccupazione tende a seguire con un certo ritardo l’andamento del ciclo economico e sappiamo inoltre che a seguito delle grandi crisi finanziarie, il recupero del mercato del lavoro avviene in media 4/5 anni dopo la ripresa economica. In altri termini, nonostante il miglioramento complessivo dell’economia internazionale, le prospettive di medio termine relative all’occupazione rimangono negative. Così come la ripresa economica tende a essere più vigorosa tra i Paesi emergenti rispetto ai Paesi avanzati, anche la risposta del mercato del lavoro mostra una forte differenza. Nonostante il fatto che le economie avanzate rappresentino solo il 15% della forza lavoro mondiale, esse sono responsabili di più della metà dell’incremento del tasso di disoccupazione globale dal 2007 a oggi. La crisi del lavoro non riguarda solo i Paesi avanzati, ma anche e soprattutto le fasce più deboli della popolazione: donne, lavoratori migranti e giovani sono tra le categorie maggiormente colpite dalla crisi, anche e soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. A titolo di esempio si consideri il fatto che nei Paesi del Far East la quota di donne che lavorano nei settori ad alta intensità di esportazioni (abbigliamento, produzione di scarpe e apparecchi elettronici) è particolarmente elevata ed è stata colpita in modo rilevante dalla contrazione del commercio internazionale che si è verificata a seguito della crisi. Dopo l’emergenza finanziaria l’emergenza occupazionale? I dati elencati mostrano che, al di là dell’emergenza finanziaria, con il consolidarsi della ripresa economica si manifesta una emergenza ancora più grave e profonda: quella occupazionale. L’economia mondiale, pur crescendo, non riesce a creare un numero sufficiente di posti di lavoro. Tutto ciò si verifica anche nei Paesi emergenti e in via di sviluppo, dove la creazione di nuovi posti di lavoro è comunque scarsa se raffrontata agli elevati tassi di crescita fatti registrare da queste economie. In realtà questo non è un fenomeno nuovo, è parte di un fenomeno strutturale che caratterizza l’economia mondiale dall’inizio del secolo a oggi e che è stato chiamato jobless growth ovvero crescita senza occupazione. Il lavoro al centro Il fatto che la crescita economica non sia accompagnata da una crescita dell’occupazione è sintomo di una forte distorsione in atto nella concezione economica prevalente che tende a privilegiare l’esito del processo produttivo (l’output) come se tale esito fosse il prodotto meccanicistico di una determinata combinazione di fattori produttivi. Occorre invece recuperare la centralità del lavoro nel processo produttivo e nello sviluppo economico. Lo sviluppo deve essere orientato alla creazione di impiego, altrimenti viene meno alla sua essenza ultima che è quella di permettere alle persone di mettere in gioco i propri talenti all’interno delle opportunità di impiego create. «La priorità del lavoro sul capitale impone agli imprenditori il dovere di giustizia di considerare il bene dei lavoratori prima dell’aumento dei loro profitti. Essi hanno l’obbligo morale di non mantenere dei capitali improduttivi e, negli investimenti, di mirare anzitutto al bene comune. Questo esige che si persegua prioritariamente il consolidamento o la creazione di nuovi posti di lavoro, nella produzione di beni veramente utili»1. La Dottrina Sociale della Chiesa a questo proposito mostra con chiarezza i limiti di un approccio che consideri il lavoro e le sue implicazioni economiche senza partire dalla persona che svolge il lavoro stesso. In primo luogo il lavoro non è un fattore di produzione qualsiasi, alla stregua del capitale, ma riveste una posizione preminente alla quale il capitale risulta subordinato. Questa affermazione è vera sia a livello macroeconomico, quando si osserva che lo sviluppo deve essere orientato alla creazione di occupazione – come osservato sopra – ma anche a livello microeconomico: il lavoro precede l’impresa dato che l’impresa stessa è frutto del lavoro ed è costruita su di esso. La supremazia del lavoro sul capitale emerge in quanto, a differenza di quest’ultimo, il lavoro è caratterizzato da due dimensioni: quella oggettiva, che definisce l’attività produttiva vera e propria quantificabile e per certi versi misurabile, e quella soggettiva, che si riferisce al soggetto che intraprende il lavoro. Il lavoro costituisce infatti per l’uomo la possibilità di trasformare il reale e di realizzare la propria vocazione. In virtù di questa componente soggettiva il lavoro acquisisce dignità, perché richiama il significato ultimo della condizione umana. Riprendendo le parole di Giovanni Paolo II nella Laborem Excercens: «[...] Ed è non solo un bene “utile” o “da fruire”, ma un bene “degno”, cioè corrispondente alla dignità dell’uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce». Una ulteriore dimensione soggettiva viene dal Vangelo del lavoro, che evoca una «dignità specifica del lavoro umano» in quanto viene inserito «nel mistero stesso della redenzione»2 quale strumento di rinnovamento e creatività. Dimensione sociale del lavoro La Dottrina Sociale della Chiesa sottolinea anche che una delle caratteristiche del lavoro è la sua dimensione sociale. Il lavoro è infatti svolto non come fine a se stesso ma con l’altro e per l’altro: è infatti una attività che prende inizio da un individuo ma è indirizzata a un altro, acquisendo una natura transitiva. È importante sottolineare come questa dimensione non sia solamente riferita al fatto che il lavoro permette la realizzazione di beni e servizi di cui altri potranno beneficiare ma anche e soprattutto al fatto che attraverso i frutti del lavoro l’uomo può sostenere la propria famiglia. Riprendendo un noto brano della Laborem Excercens, vi sono due aspetti nel lavoro: «quello che consente la vita ed il mantenimento della famiglia, e quello mediante il quale si realizzano gli scopi della famiglia stessa, soprattutto l’educazione». La dimensione sociale del lavoro ha implicazioni importanti su cui vale la pena soffermarsi. In primo luogo essa detta i termini del processo di inclusione nel mercato del lavoro dei soggetti che ne sono esclusi in modo più o meno parziale. L’inclusione deve essere rivolta in modo privilegiato alle categorie più deboli, senza tuttavia dimenticare il ruolo fondamentale da esse svolto all’interno della società. Il primo sforzo deve essere rivolto a favorire una maggiore inclusione dei giovani nel mercato del lavoro. A livello globale il tasso di disoccupazione giovanile è più del doppio di quello complessivo (12.6% nel 2010) e raggiunge livelli di assoluta criticità nei Paesi avanzati. È paradossale che in tali Paesi una popolazione in rapido invecchiamento non sia in grado di offrire prospettive occupazionali adeguate e in linea con le aspettative e i desideri dei giovani che stanno diventando una risorsa sempre più scarsa. Rendere possibile la partecipazione femminile al mercato del lavoro La seconda categoria a cui deve essere concentrata l’iniziativa, è costituita dalle donne, troppo spesso ai margini del mercato del lavoro. Nei Paesi OCSE il tasso di occupazione femminile è mediamente il 20% inferiore a quello maschile con punte particolarmente elevate in Paesi quali la Grecia, il Giappone e l’Italia dove le differenze eccedono il 30%. Occorre tuttavia considerare che l’obiettivo di una maggior partecipazione femminile al mercato del lavoro non deve essere considerata un obiettivo fine a se stesso. Esso deve essere inserito all’interno di un contesto più ampio che mette la famiglia al centro dell’azione sociale riconoscendone un valore da tutelare. Le politiche del lavoro dunque, soprattutto quelle a tutela e a favore del lavoro femminile, non possono essere disgiunte dalle politiche familiari. Sotto questo profilo le proposte che mirano a tassare la famiglia in modo agevolato sono da ritenersi preferibili alle proposte orientate a una tassazione agevolata del lavoro femminile. Nel primo caso infatti la tassazione agevola la famiglia come nucleo, lasciando a essa, seguendo un vero principio di sussidiarietà, la decisione di quanto e come suddividere l’attività lavorativa tra i genitori. Nel secondo caso la politica perseguirebbe l’obiettivo di aumentare l’occupazione femminile tout court senza considerare il contesto familiare. Va da sé che tutte le politiche orientate a favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia devono essere fortemente incentivate proprio perché sono in grado di dare un contributo rilevante alla società nel suo complesso. Ombre e luci del fenomeno della migrazione Il terzo aspetto su cui è utile soffermarsi è quello dei lavoratori migranti. Essi costituiscono una quota sempre maggiore della forza lavoro nei Paesi avanzati e sono spesso l’unica fonte di offerta di lavoro per alcune tipologie di occupazioni. Tuttavia non è possibile considerare il fenomeno della migrazione dei lavoratori come avulso dalle condizioni sociali in cui essi si trovano. Nei Paesi avanzati, prevalentemente ricettori dei flussi migratori, occorre favorire i ricongiungimenti familiari cosicché i lavoratori possano realizzare una piena integrazione. Viceversa, nei Paesi in via di sviluppo, spesso origine dei flussi migratori, occorre che siano implementate le politiche più appropriate che limitino il cosiddetto brain drain ovvero il depauperamento del capitale umano. Da non dimenticare che gli emigrati vivono spesso in condizioni di lavoro precarie che hanno un’influenza diretta sulla società, rendendo difficile la realizzazione delle condizioni di un vivere ordinato secondo le esigenze del bene comune. Con riferimento agli ultimi due punti risulta di particolare importanza la discussione che si sta sviluppando in seno all’ILO in relazione ai lavoratori domestici. È noto che i lavoratori domestici sono tipicamente donne e immigrate e dunque appartengono a pieno titolo alle categorie svantaggiate nel mercato del lavoro attuale. Una maggior tutela e valorizzazione del lavoro domestico favorirebbe da una parte l’inclusione di queste persone nel percorso lavorativo e dall’altra permetterebbe un aiuto anche concreto all’attività delle famiglie. L’adozione prevista alla Conferenza Internazionale del Lavoro del 2011 di una nuova convenzione sul lavoro decente per i lavoratori domestici si muove in questa direzione. Per mantenere la persona al centro dell’economia occorre riprogrammarne il percorso in modo che i suoi meccanismi vengano sviluppati al servizio del bene comune e del diritto di ogni uomo e donna a utilizzare i suoi talenti per la propria crescita e quella della società attraverso il lavoro. L’obiettivo, infatti, dei sistemi di produzione e di commercio, delle decisioni e politiche economiche, del rafforzamento di procedure di governance dell’economia globale, resta la promozione del bene comune fondato sulla dignità, libertà e creatività della persona. 1 Congregazione per la Dottrina della Fede, Libertà Cristiana e Liberazione,1986, n. 87. 2 Benedetto XVI, Discorso ai Partecipanti del pellegrinaggio della diocesi di Terni-Narni-Amelia, 27 marzo 2011.