Quadrimestrale di cultura civile

Partenariato sociale, nuova forma di investimento

di Michael Borchard e David Gregosz / Fondazione Konrad Adenauer, Berlino

I vantaggi del partenariato sociale Da 65 anni in Germania vige la pace. Ci chiediamo quanto questa constatazione, ormai per fortuna scontata, abbia a che fare con lo Stato sociale e il partenariato sociale della Repubblica Federale. La risposta è: molto. In fin dei conti la pace che dalla fine della Seconda guerra mondiale si è potuta garantire in Germania non è solo una “pace esterna”, frutto della riconciliazione con i Paesi europei limitrofi. I meccanismi istituzionali di regolamento dei conflitti hanno permesso ai tedeschi di realizzare un grado elevato di pace “sociale”. I confronti con altre situazioni europee lo dimostrano: in nessun altro Paese dell’Unione europea si sono perse in passato così poche ore di lavoro a causa di scioperi come in Germania. Questo successo degli ultimi decenni è dovuto al dialogo essenzialmente costruttivo tra i partner sociali, ossia tra i sindacati e le associazioni datoriali e rappresenta un chiaro beneficio per la società tedesca. Nonostante obiezioni occasionali secondo cui questo assetto risulterebbe anacronistico rispetto ai criteri delle altre nazioni industriali con effetti negativi sugli investimenti diretti esteri, i vantaggi degli stakeholder rilevanti sono lampanti. Il partenariato sociale costituisce un vantaggio per i lavoratori in quanto assolve a una funzione di tutela (condizioni di vita e di lavoro) e di ripartizione (partecipazione agli utili aziendali). Ai lavoratori è inoltre assicurato il coinvolgimento nell’organizzazione dei rapporti di lavoro. Il partenariato sociale costituisce un vantaggio per lo Stato che può delegare la responsabilità sui rapporti di lavoro conflittuali e concentrarsi sul suo originario compito di custode dell’ordinamento giuridico. Sebbene la determinazione del prezzo da parte istituzionale possa sembrare un meccanismo inconsueto per un mercato “classico”, perché in questo caso gli accordi contrattuali collettivi vengono stabiliti in un’area e in un settore tra i rappresentanti dei datori di lavoro e i rappresentanti dei lavoratori e non tra datore e lavoratore singoli, questo particolare ordinamento ha assunto un posto fisso nella compagine dell’economia di mercato tedesca. Tra le tre opzioni di regolazione dei rapporti di lavoro: mercato, stato o soluzione negoziata collettiva, l’ordinamento giuridico tedesco ha consapevolmente scelto la terza. Breve quadro storico Le esperienze tratte dalla storia e le degenerazioni del passato (in particolare i disequilibri tra datori di lavoro e lavoratori) spiegano questa particolarità. Non in ultimo sono state la “lotta di classe”, la “questione sociale” aperta e la mancanza di coesione sociale a destabilizzare la Repubblica di Weimar, almeno a partire dalla crisi economica mondiale del 1929 e ad aprire la strada ai pifferai ideologici. La catastrofe del nazionalsocialismo e della Seconda guerra mondiale affonda le radici anche nello squilibrio sociale della prima democrazia tedesca. Tali esperienze hanno costituito il bagaglio dei personaggi fondatori nella Germania del dopoguerra e da questo si è tratto insegnamento nel momento in cui bisognava definire una nuova regolazione dei rapporti di lavoro. In questo sistema la determinazione del salario non sarebbe più dovuta sfociare in violenti scontri politici e conciliazioni forzate da parte dello Stato né in ordinanze d’emergenza (come il blocco dei salari in risposta alla crisi economica mondiale), ma risolta in un clima di partenariato, lealtà ed efficienza. Un obiettivo così importante per i padri della costituzione da essere sancito come diritto costituzionale. Si elaborarono e definirono così gli inizi di una convivenza positiva tra sindacati e datori di lavoro. Lo Stato svolgeva in questo contesto un chiaro ruolo di garante del diritto e appianatore di interessi, mentre ai rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro era assegnato il compito di definire i rapporti di lavoro. La costante controprova economica del funzionamento di questo assetto fondamentale è ovvia: solo se i partner sociali si accordano sui salari, che devono necessariamente essere conformi alla produttività, si possono evitare situazioni di squilibrio economico. Negli ultimi decenni questa regola fondamentale è stata più o meno rispettata. Già negli anni Cinquanta e Sessanta è stata assunta come condizione per mantenere la competitività dell’economia nazionale. Come modus caratteristico della regolazione dei rapporti di lavoro il partenariato sociale è diventato una componente essenziale dell’economia sociale di mercato. Anche se i rapporti di forza e le interpretazioni di questo sistema sono variati da un periodo all’altro, il partenariato sociale ha contributo in modo decisivo a «conciliare il principio della libertà di mercato con l’equilibrio sociale». Il partenariato è diventato per l’identità del popolo tedesco, distrutta all’indomani della Seconda guerra Mondiale, una sorta di “ancoraggio”. Se dopo la liberazione dalla dittatura nazista molti assunsero una posizione critica nei confronti di valori che il nazionalsocialismo aveva indebitamente manipolato, come l’“orgoglio nazionale” e il “patriottismo”, si delineò al contempo una profonda identificazione sociale con gli attori e gli obiettivi dello Stato sociale che si stava costituendo. L’aspetto “sociale” della nuova economia di mercato si esprimeva, nell’opinione di molte persone, proprio nelle esperienze più immediate con i suoi strumenti e creava un legame profondo con essi. Questo legame spiega perché oggi sia così difficile riformare i meccanismi e gli elementi dello Stato sociale nonostante le condizioni quadro siano ormai cambiate. La spinta alle riforme si esercita sia sulla politica sia sugli attori delle relazioni industriali (e altri), ossia sui sindacati e le associazioni datoriali che non sono stati risparmiati dagli effetti complessi della globalizzazione. I processi di trasformazione della struttura economica e del mondo del lavoro hanno costretto e costringono le parti contrattuali ad adeguarsi. La rinascita di un modello discusso Anche se negli ultimi anni il partenariato sociale si è dovuto difendere dalle frequenti critiche che lo vogliono troppo ingarbugliato, eccessivamente corporativistico, macchinoso o assolutamente inflessibile e con forme organizzative superate, proprio durante la crisi economica del 2009 e 2010 questo modello ha saputo dimostrare di non aver perso la propria funzionalità ed efficacia in combinazione con altri fattori interni al sistema. Al culmine della crisi finanziaria dei mercati ha dominato anche in Germania la paura della potenziale perdita di posti di lavoro. Nondimeno la crisi non ha avuto effetti così pesanti sul mercato del lavoro tedesco come in altri Paesi. Il fatto che la disoccupazione sia salita fino al 20% in alcuni Paesi europei, mentre in Germania si sia attestata di media all’8% è presumibilmente da ricondurre sia alle riforme del mercato del lavoro in atto negli ultimi anni, ma soprattutto alla moderata politica salariale dei sindacati che da tempo incrementa le opportunità concorrenziali a livello internazionale, ponendo in primo piano la garanzia occupazionale. La moderazione salariale fa sì che il costo unitario nominale del lavoro sia rimasto pressoché stabile dalla metà degli anni Novanta, mentre ha registrato una notevole impennata negli altri Paesi europei. In ultima analisi è plausibile che sia stata proprio la crisi a tutelare e possibilmente a salvare l’autonomia tariffaria e la cogestione dalle critiche di cui sono oggetto. Hilmar Schneider, direttore dell’Istituto tedesco di ricerca sul futuro del lavoro (IZA), ha sottolineato che sul mercato tedesco si è «sviluppato un intreccio singolare e unico al mondo di flessibilità e sicurezza». Il successo del partenariato sociale, evidente nella crisi attuale, non deve tuttavia far dimenticare che sono in atto cambiamenti consistenti che minacciano le conquiste finora attuate. Questi cambiamenti spingono a una riflessione sul futuro del partenariato sociale e dell’autonomia tariffaria. Proprio perché l’autonomia finanziaria è ritenuta un bene prezioso, i cristiano-democratici hanno difficoltà a confrontarsi con i dibattiti in atto negli ultimi anni in Germania sull’eventuale introduzione del salario minimo. Misure di questo tipo rappresentano, infatti, un intervento diretto dello Stato sull’autonomia tariffaria con conseguenze pesanti sul processo della determinazione del salario. L’obiezione secondo cui gli altri Stati che hanno introdotto il salario minimo praticano questa misura con successo non tiene conto del fatto che la Germania dispone di un sistema contrattuale e sociale storicamente maturo e ampiamente funzionante. I punti deboli di questo sistema esistono e devono essere superati al suo interno, senza però abbattere il sistema stesso. La particolarità del partenariato sociale tedesco Il partenariato sociale tedesco si basa essenzialmente su una doppia struttura di sistemi di negoziazione collettiva: da una parte, le “condizioni di vendita” della forza lavoro vengono fissate nell’ambito di negoziazioni contrattuali extra aziendali tra i sindacati e le associazioni datoriali; dall’altra, le “condizioni di impiego” della stessa sono oggetto di processi di negoziazione tra la prestazione delle imprese e i consigli aziendali nel quadro del regime di cogestione aziendale. L’autonomia tariffaria può inoltre essere interpretata come un’espressione pratica di un’immagine cristiana dell’uomo. Essa corrisponde all’autonomia privata e alla libertà contrattuale a essa collegata, e rispecchia la responsabilità individuale come principio fondamentale dell’ordinamento economico tedesco. Anche la cogestione trova la propria base teoretica e filosofica nella dottrina sociale cristiana. È l’uomo che, con la sua inviolabile dignità, si pone al centro dell’agire sociale ed economico e che non può mai essere considerato un mezzo atto al raggiungimento di un determinato scopo. La partecipazione democratica è necessaria anche nella vita economica, la sfera in cui in maggior misura si decide dello sviluppo, del benessere, ma anche dell’autostima dell’individuo e delle sue prospettive esistenziali. Nel migliore dei casi la cogestione aziendale, se esercitata seriamente da entrambe le parti, può generare fiducia e lealtà. Questo modello incentiva inoltre la partecipazione degli individui alla vita aziendale e previene i “licenziamenti interni”. Tutto ciò richiede un consiglio aziendale che non ignori gli obblighi di azione economica e di una cultura dirigenziale che non chiuda gli occhi di fronte agli interessi legittimi dei dipendenti. Conclusione La crisi economica e finanziaria ha condotto a una pesante perdita di credibilità di alcuni attori economici (banche, investitori, società di capitali ecc.). Essa fornisce una serie di argomenti per affrontare oggi in modo intensivo il dibattito sullo sviluppo futuro dell’economia sociale di mercato e del partenariato sociale a essa collegato. L’economia di mercato sociale e un partenariato sociale stabile si determinano e promuovono vicendevolmente. In tempi di crisi questo rapporto simbiotico ha avuto un effetto mitigante sulla disoccupazione e rende gli investimenti attrattivi e sicuri a lungo tempo, favorendo altresì il successo dell’economia tedesca e costituendo la base di un elevato grado di soddisfazione esistenziale nei cittadini. Quanto questo successo sia sostenibile si vedrà negli anni a venire. L’élite politica – e dunque anche il movimento cristiano democratico tedesco – hanno l’obbligo di custodire nel futuro questa conquista e continuare a progredirla. L’impegno a favore del partenariato sociale rappresenta un investimento in una società stabile.