A nessuno sfugge il ruolo e l’importanza che l’Europa ha assunto negli ultimi anni nella nostra vita, sia lavorativa che quotidiana. Per le nostre imprese ormai quasi tre quarti delle regole che sovrintendono l’attività nascono e si sviluppano a Bruxelles e, per la restante parte, è difficile che gli Stati Nazionali assumano iniziative o decisioni che non siano nel solco delle indicazioni comunitarie. In questo momento, forse anche per l’effetto della crisi, possiamo considerare l’Unione europea un grande cantiere aperto e in grande fermento. Cito solo alcuni, tra i tanti, dossiers in discussione: la definizione delle nuove regole finanziarie sia di carattere generale che di assegnazione di bilancio; – il piano europeo per la ricerca e l’innovazione con la semplificazione delle pastoie burocratiche e la possibilità di accesso a molti dei settori di produzione “tradizionali” fino ad ora negato; – la nuova strategia di politica commerciale da portare ai negoziati Wto a Ginevra, con due punti per tutti noi quasi fondamentali: una nuova posizione di trattativa dell’UE per i mercati terzi e nuove garanzie di reciprocità; – nuove regole per il completamento del mercato interno dell’energia; – il libro bianco sul futuro dei trasporti e nuove linee guida per la costruzione delle reti transeuropee (non voglio commentare il corridoio 5 e 8 che riguardano il nostro Paese ma nel merito verremo richiamati ad una maggiore serietà di comportamento); – il Single Market Act che, partendo dal documento di discussione dell’allora commissario Mario Monti, conterrà le indicazioni per il completamento del mercato interno. Su altri temi si è già arrivati a decisioni importanti. Basti ricordare: – la direttiva sui ritardi di pagamento; – la proposta di regolamento sul “made in”; – le indicazioni sulle politiche di standardizzazione; – il brevetto comunitario ancora bloccato dai timori di lesioni del diritto di concorrenza tra il nord e il sud dell’ Europa. E tanti altri ancora. La priorità del lavoro per uscire dalla crisi Quello che ritengo fondamentale è più di una mia impressione. Nei suoi termini generali l’Europa sta focalizzando la sua attenzione e il proprio impegno su quello che ritengo l’obiettivo importante: la priorità del lavoro e della produzione in senso lato per uscire dalla crisi e preparare la propria economia agli assetti del prossimo decennio. La Commissione sin dai primi giorni del suo insediamento ha dovuto affrontare una serie di sfide economiche di cui la crisi della Grecia ha rappresentato solo la punta dell’iceberg. In uno scenario in cui molti analisti ritenevano (e ancora ritengono) inadeguati proprio gli assetti dell’Unione europea, con una fragilità istituzionale e una insufficienza di strumenti pericolosi per assicurare una governance sovranazionale. Ancora oggi non possiamo dirci al riparo dai colpi di coda di una crisi epocale che ha modificato molte delle nostre convinzioni e certezze. Ad esempio siamo abbastanza certi che la cosiddetta Strategia di Lisbona non rappresenta una base solida per evitare gli scenari negativi del sistema economico. La Strategia di Lisbona, elaborata a cavallo del Duemila per rilanciare la crescita e l’occupazione in Europa, puntando soprattutto sulla conoscenza e sulle risorse umane, ha mostrato tutta la sua debolezza non solo perché solo pochi Stati membri sono stati davvero virtuosi nell’applicare le norme non vincolanti proposte, ma soprattutto perché la bassa crescita dell’Europa rispetto ai Paesi emergenti, Cina, India e Brasile in testa, potrebbe essere un presupposto di declino politico ed economico del vecchio continente. L’Europa deve trarre insegnamento dalla crisi economica e finanziaria mondiale avendo a presupposto e riflessione ineludibile che le nostre economie sono strettamente legate tra esse e nessuno Stato membro può affrontare efficacemente la sfida mondiale se agisce da solo. Questo significa che per superare la crisi con successo abbiamo bisogno di uno stretto coordinamento delle politiche economiche, scelte coraggiose e la rivisitazione di alcuni valori base, tra cui prima di tutto il ruolo insostituibile del manifatturiero, nelle varie forme in cui questo si declina. La strategia europea per una nuova politica industriale passa obbligatoriamente attraverso il rafforzamento della competitività delle imprese manifatturiere. Le piccole e medie imprese motore della crescita Dopo la deriva della crisi causata dal settore finanziario solo l’industria e in particolare le piccole e medie imprese possono essere il motore della crescita e il principale volano per la costruzione di ottimali livelli occupazionali. Il Commissario all’industria Antonio Tajani, presentando lo scorso ottobre al Parlamento europeo e al Consiglio un’articolata proposta quadro da cui scaturiranno i regolamenti attuativi sulle scelte di politica industriale, ha affermato: «[…] L’industria costituisce una priorità per l’Europa e un presupposto imprescindibile per trovare soluzioni adeguate alle problematiche della nostra società. L’Europa ha bisogno dell’industria tanto quanto l’industria ha bisogno dell’Europa. Il potenziale del mercato unico con i suoi 500 milioni di consumatori e i suoi 20 milioni di imprenditori deve essere sfruttato appieno». Non possiamo che sposare questa posizione. Anzi, abbiamo il compito, quasi il dovere di sostenerla, riflettendo nel contempo da imprenditori su cosa è cambiato dopo un lungo periodo di oggettiva recessione e su cosa la crisi ci dovrebbe avere insegnato. Se nulla cambia e poco si è imparato, faremo fatica ad agganciare veramente la ripresa e l’ombra lunga del declino sarà una realtà con cui fare i conti. L’industria italiana, e il “made in Italy” in particolare, hanno sempre stupito gli addetti ai lavori per la capacità di adattarsi ai cambiamenti. Ora la crisi e gli assestamenti conseguenti che discendono da una nuova visione dei mercati globali, ci impongono scelte difficili, ma con un comun denominatore consolidato: i cambiamenti dovranno essere altrettanto radicali, soprattutto per chi non li ha fatti negli ultimi anni. Innovazione e specializzazione Domandiamoci chi è andato meglio, chi ha sofferto di meno, chi si sta riprendendo prima e di più. Certamente chi aveva già dato una forte spinta alla internazionalizzazione perché opera là dove la domanda continua a crescere. Ha retto meglio alla crisi chi aveva già fatto la scelta di mettere al centro dell’azienda l’innovazione, perché ha potuto cogliere meglio gli spiragli della ripresa, è stato vicino al cliente con nuove soluzioni, ha potuto difendere meglio i propri margini. La crisi ci ha insegnato che, per un Paese come il nostro, l’innovazione deve essere sempre più un obiettivo concreto da raggiungere e deve soprattutto essere innovazione di prodotto: per difenderci dall’aggressività asiatica e non solo, non basta più l’innovazione di processo perché quella possono introdurla anche gli emergenti. La crisi deve averci insegnato anche che non esiste un prodotto veramente maturo: esiste sempre la possibilità di modificarlo con un grande sforzo di innovazione. Un prodotto maturo subisce la crisi, un prodotto innovativo la combatte. In definitiva la crisi deve aver insegnato la centralità della ricerca, non solo nei settori tradizionalmente avanzati, non solo per le grandi imprese, ma per tutti i settori e per tutte le imprese. Il “made in Italy”, se vuole un futuro, deve fondarsi sempre più sulla innovazione vera, cioè basata sulla ricerca. Non un semplice “made in Italy” ma un “made in Italy” tecnologico. Sono convinto che ciò sia possibile perché si parte da una base solida, che le nostre imprese hanno saputo costruirsi bene e prima degli altri, che è un patrimonio non di pochi ma di tantissimi: la specializzazione. E cioè la capacità di essere leader nel proprio segmento anche in presenza di colossi mondiali. La specializzazione che porta al cliente le risposte più giuste nel tempo più breve. Ora la nostra scommessa è una specializzazione con un cuore tecnologico. Questo è il modello in cui ho sempre creduto e potrebbe essere il modello attraverso cui costruire il nostro futuro.
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