Quadrimestrale di cultura civile

Lavorare oltre la crisi

di Raffaele Bonanni / Segretario generale Cisl

Le trasformazioni nell’economia, prodottesi dall’inizio degli anni Novanta in poi, hanno avuto, e stanno avendo, ripercussioni sull’intero sistema delle relazioni di lavoro. A modificare in maniera dirompente lo scenario mondiale è stata l’accelerazione dei processi di globalizzazione, con contraccolpi pesanti in termini di strategie aziendali, a partire dalle decisioni di allocazione produttiva, profondamente, anche se non esclusivamente, influenzate dalle differenze nel costo del lavoro dei diversi sistemi, a loro volta influenzate da diversi fattori. In una prima fase i mercati del lavoro, compresi quelli europei, si sono mossi spontaneamente verso la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, con buoni risultati in termini occupazionali, mentre il dibattito ha continuato stucchevolmente per anni a incentrarsi sulla questione flessibilità si / flessibilità no. Anche la legislazione è arrivata dopo, a sancire situazioni di fatto. Anzi, si può dire che è la politica, in generale, a essere arrivata dopo, non comprendendo che, in presenza di nuovi assetti nelle economie mondiali, le scelte dei mercati andavano di volta in volta assecondate, frenate, accompagnate da altre misure, in una parola governate, mettendo al centro l’obiettivo di una sana crescita occupazionale. È il contrario di quel che è inizialmente avvenuto, se si pensa alle politiche economiche adottate in quasi tutti i Paesi europei durante gli anni Novanta. In primo luogo, infatti, alla stabilità dei conti pubblici è stato per lungo tempo subordinato tutto il resto, compresa la crescita dei tassi di occupazione che, ancora nel 1997, con la Strategia Europea per l’Occupazione, non era stata esplicitamente assunta come obiettivo quantitativo; solo con la Strategia di Lisbona si arriva a un obiettivo quantitativo, benché clamorosamente, ma non inaspettatamente, mancato. In secondo luogo, anche quando si inizia ad affrontare il problema della crescita dell’occupazione, lo si fa restando ancorati al solo punto di vista dell’offerta di lavoro. Infatti l’approccio iniziale di Lisbona, che mirava a una competitività che privilegiasse gli aspetti qualitativi delle produzioni e dell’occupazione, si perde in parte con l’aggiornamento intervenuto nel 2005, quando il timore di perdere quote di mercato per l’espansione delle merci cinesi porta a ridurre l’attenzione alla qualità, legittimando le delocalizzazioni e sbilanciando le misure per il raggiungimento degli obiettivi occupazionali sullo sviluppo, pur utile, dei “nuovi contratti”, allentando l’attenzione sulle tutele nel mercato del lavoro. La flexicurity arriverà tardi, solo nel 2007, a mettere finalmente in chiaro che il termine flessibilità ha una accezione più ampia: non va intesa esclusivamente come flessibilità dei rapporti di lavoro, pur necessaria e positiva, ma anche come flessibilità del mercato del lavoro, nel senso di facilità di spostamento dei lavoratori da un lavoro a un altro, interventi di politica attiva, di orientamento, di formazione, volta alla loro occupabilità. E a mettere in chiaro che essa va accompagnata dalla sicurezza, vale a dire da adeguati sistemi di welfare, compresi gli ammortizzatori sociali, e da garanzie di continuità occupazionale, cioè facilità di passaggio da una occupazione a un’altra, come aveva ben intuito Marco Biagi. In ogni caso, per questi motivi, e in un contesto in cui l’auspicato mix di politiche monetarie, economiche e sociali è rimasto pesantemente squilibrato verso le prime, con pregiudizio delle altre due e con conseguenze sulla compressione dei salari, la Strategia di Lisbona poco ha potuto di fronte all’irrompere imprevisto della crisi nell’autunno del 2008, crisi finanziaria prima che produttiva. Infatti l’altro grande processo, che cronologicamente si innesca addirittura prima della globalizzazione, è quello della finanziarizzazione dell’economia, con la nascita dei processi speculativi prima, e del ricorso al debito privato poi, incoraggiato per sostenere i consumi in varie forme, dal credito al consumo ai mutui subprime, con un parziale trasferimento dei rischi dalle istituzioni finanziarie ai risparmiatori. Ammortizzatori sociali e politiche attive del lavoro La prima crisi globale, in senso non solo geografico, ma anche “cronologico”, vale a dire senza sfasamenti ciclici fra le diverse aree del commercio, benché con origini geograficamente lontane e con radici al di fuori del mondo della produzione, ha avuto effetti dirompenti sui meccanismi di produzione, certo non immaginabili nel mondo di solo pochi anni fa. Tali effetti si sono manifestati, da subito, anche nei piccoli ma dinamici distretti industriali che caratterizzano il tessuto produttivo di molte aree dell’Italia, soprattutto quelle fortemente orientate all’export. In tale situazione, la mancata attuazione della flexicurity europea avrebbe potuto esporre il nostro e altri Paesi europei a ripercussioni sociali ancora più serie, che sono state in parte arginate con un, fortunatamente tempestivo, scatto di responsabilità da parte di tutti gli attori. Indubbiamente la crisi produttiva ha trovato il mercato del lavoro italiano piuttosto impreparato, vista l’incapacità di Governi e Parlamento, da diverse legislature, di varare la riforma degli ammortizzatori sociali e di avviare un sistema di politiche attive del lavoro: circa 2/3 degli occupati a tempo indeterminato sono impegnati in settori che non rientrano nel sistema Cig/Mobilità, il quale copre solo i settori industria/indotto/grande distribuzione e solo le aziende medio grandi; il 13% degli occupati ha un lavoro flessibile, e per la gran parte si tratta di lavoratori senza “rete”; i centri per l’impiego faticano da anni a passare dalla burocrazia ai servizi e dal monopolio pubblico a un sistema misto e dialogante tra pubblico e privato, registrando fortissime disomogeneità territoriali e scarsità di risorse (quasi l’1.5% del PIL – contro la media UE del 2% – di cui il 60% per le politiche passive). Questo era lo scenario quando, nel febbraio 2009, l’Accordo Stato/Regioni e i decreti anticrisi successivi hanno stanziato 8 miliardi di euro per gli anni 2009-2010, di cui 2,65 resi disponibili dalle Regioni, a valere sui programmi regionali FSE, che vincolano gli stanziamenti a interventi di politica attiva, al fine di finanziare i c.d. “ammortizzatori in deroga” . Questi ultimi sono stati estesi a tutti, comprese le tipologie contrattuali flessibili, e affidati alla concertazione nelle singole Regioni, il cui ruolo esce rafforzato, derivando in parte da un processo in corso da qualche anno che le vede sempre più protagoniste su diversi terreni, tra i quali il lavoro, in parte inedita conseguenza della compartecipazione alla spesa. Nel febbraio 2010 l’Accordo Linee Guida formazione Stato/Regioni/Parti sociali ha provveduto a orientare l’organizzazione delle politiche attive e le risorse finanziarie ai fabbisogni delle imprese e ai lavoratori disoccupati/sospesi. La Cisl ha appoggiato tale strategia di azione, nel convincimento che per l’intero sistema produttivo italiano sarebbe stato decisivo poter conservare i lavoratori legati alla propria azienda, nonché poter contare su azioni di politica attiva del lavoro. Il programma di interventi di sostegno al reddito e alle competenze messo in piedi, con il massiccio utilizzo della cassa integrazione e dei contratti di solidarietà, opportunamente incoraggiati, come chiesto dalla Cisl, ha consentito di salvaguardare, durante il primo anno di crisi, il lavoro a tempo indeterminato, insieme, ovviamente, a un diffuso e comprensibile atteggiamento delle aziende, che prima di rivedere gli organici relativi ai lavoratori fissi, procedono a liberarsi dei c.d. “lavoratori marginali”, non rinnovando i contratti flessibili man mano che arrivano a scadenza. Nel corso del 2010 il protrarsi delle difficoltà ha causato un peggioramento della situazione anche per quel che riguarda l’occupazione a tempo indeterminato, soprattutto nel Mezzogiorno, dove si va determinando una «crisi nella crisi», ma a fare soprattutto le spese della crisi sono i giovani, fuoriusciti da rapporti a termine, il cui tasso di disoccupazione sfiora oggi il 30%. La crisi ha spinto ciascuno ad assumersi le proprie responsabilità: il sistema ha reagito affrontando le due principali criticità: inclusività degli ammortizzatori e collegamento con le politiche attive; in tutte le regioni gli ammortizzatori sociali in deroga e le politiche attive sono stati gestiti con accordi con tutte le parti sociali. L’emergenza può dunque essere una opportunità di sperimentazione verso una riforma strutturale. Ma in prospettiva, per disegnare un modello compiuto, gli ammortizzatori «in deroga» vanno sostituti con un modello a regime che non sia a carico della fiscalità generale, e il collegamento con le politiche attive reso strutturale. Nel colmare le disparità tra lavoratori, infatti, si sono venute a creare nuove disparità, tra aziende che aderiscono a schemi a fondamento assicurativo con i quali si proteggono da determinati rischi (interventi previdenziali, come la cassa integrazione) e aziende che usufruiscono di benefici posti a carico della fiscalità generale. Per la necessaria riforma degli ammortizzatori sociali, da inserire dentro un progetto di Statuto dei Lavori, un ruolo centrale potrebbero avere enti bilaterali e fondi interprofessionali delle parti sociali come soggetti in grado di coniugare risorse pubbliche e risorse contrattuali, nonché come luogo in cui si coordinano le politiche attive e passive. Riformare gli ammortizzatori e le politiche attive sarà decisivo ma insufficiente per andare verso un dopo-crisi in cui l’occupazione riprenda a crescere. La piaga dell’occupazione femminile La Strategia di Lisbona e il documento sulla flexicurity avevano individuato anche altre priorità, a partire dalla crescita dell’occupazione femminile. Per l’Italia si tratta di affondare il dito in una piaga vecchia: siamo penultimi nell’UE 27, subito prima di Malta, per tasso di occupazione femminile, nonostante il fatto che nell’arco degli ultimi 15-20 anni l’occupazione femminile sia cresciuta molto più di quella maschile, fornendo un contributo complessivo pari a più dell’80% della rilevante espansione dell’occupazione. Le difficoltà più diffuse che le donne incontrano nel mondo del lavoro sono spesso taciute, emergendo solo le più eclatanti o quelle patologiche, come ad esempio l’odiosa pratica delle dimissioni in bianco. Le penalizzazioni invece sono più spesso latenti e subdole. Le donne hanno spesso difficoltà a entrare o mantenere il lavoro perché, in nome di una malintesa concezione della parità, si chiede loro di adeguarsi a ritmi lavorativi tarati su un mondo del lavoro maschile. La situazione sembra peggiorare con la «24 hours economy» dei telefonini e dei computer, che anziché ridurre la fatica del lavoro, la hanno viceversa aumentata di fatto in moltissime aree del terziario, in particolar modo per impiegati e quadri, uomini e donne. Questa situazione non viene mai denunciata da nessuno, ma vissuta come ineluttabile. Altro che gli accordi di Pomigliano e Mirafiori! Un lavoro così inteso quanto meno taglia fuori le donne o le costringe a scelte difficili, spesso di rinuncia alla maternità, ma più in generale depaupera fortemente le persone nella loro dimensione di salute fisica, familiare, sociale. In ogni caso la questione viene ancora posta soprattutto in termini di pari opportunità, senza riconoscere appieno la valenza economica del lavoro femminile in termini di contributo al Pil. Gli esperti calcolano che per ogni donna che entra nel mondo del lavoro si creano 15 posti di lavoro in più, grazie ai maggiori consumi e alle maggiori esigenze in termini di servizi che si vengono a creare in quella famiglia. Senza contare che lo scarso numero di donne lavoratrici è inversamente proporzionale alla diffusione di famiglie monoreddito, più vulnerabili alle intemperie del mercato, come è stato particolarmente evidente durante la attuale crisi. Per invertire le tendenze descritte vanno avviate politiche di conciliazione tra lavoro e vita personale e familiare, una tematica finora paradossalmente del tutto trascurata, in un Paese che vanta la migliore legislazione al mondo in termini di non discriminazione, ma che ha tralasciato troppo a lungo di andare alla sostanza del problema. Il recente avviso comune sulla conciliazione siglato tra tutte le parti sociali in sede di Ministero del Lavoro dà avvio a un forte ripensamento, promuovendo interventi legislativi e, soprattutto, pratiche contrattuali a livello aziendale sulla flessibilità degli orari, l’utilizzo del part time, i congedi parentali ecc. Il rapporto salario/produttività L’ultimo, ma fondamentale, tema da toccare, a proposito dei citati accordi negli stabilimenti Fiat e del ruolo della contrattazione di secondo livello in chiave conciliativa, è proprio quello della rivisitazione degli assetti della contrattazione, con la valorizzazione del secondo livello contrattuale e del rapporto tra salario e produttività. L’accordo quadro sulla riforma della contrattazione, e gli accordi settoriali e aziendali che gli stanno dando attuazione, rappresentano una ricomposizione tra l’esigenza di salvaguardare il CCNL, come cornice generale nel settore in chiave solidaristica, e l’urgenza di aprire spazi i più ampi possibili alla contrattazione decentrata nei luoghi di lavoro e nel territorio proprio laddove in questi anni si sono verificati i cambiamenti più forti, valorizzandone tutte le potenzialità sia in termini di copertura sia in termini di contenuti, includendo questioni importanti ma finora lasciate al margine (formazione continua, prevenzione e sicurezza sul lavoro, welfare integrativo, condizioni di lavoro che facilitino l’occupazione femminile, salario collegato a parametri di produttività). Oggi più che mai il sindacato confederale non può più rimanere fermo mentre nell’economia, nel mercato del lavoro, nella società tutto è in vorticoso movimento con conseguenze negative in termini di mantenimento del ruolo di rappresentanza e tutela. La CISL ha scelto di non accettare passivamente una condizione che avrebbe portato il sindacato italiano a una progressiva emarginazione dalle relazioni contrattuali. L’accordo corrisponde pienamente alla nostra idea di collocare il necessario pragmatismo all’interno di un sistema di valori, importante soprattutto in questo momento di svolta rappresentato da una pesante crisi economica internazionale. Dalla crisi si può uscire tornando alla situazione precedente oppure superando le tante distorsioni e le clamorose ingiustizie che l’hanno determinata, e che prima abbiamo tentato di evidenziare. È necessario ricostruire una società che riscopra e valorizzi l’economia reale e il valore fondamentale del lavoro, la sua centralità sociale, che sappia promuovere la partecipazione e la democrazia economica per dare qualità e competitività al sistema economico nazionale ed europeo, che riconfermi un welfare universale fondato sull’equità sociale, ma innervato da una sussidiarietà dinamica fra istituzioni e corpi intermedi, che promuova l’eguaglianza delle opportunità e la società attiva basata sull’impegno e l’intraprendenza di ogni persona.