Ai recenti avvenimenti, legati agli stabilimenti Fiat di Mirafiori e Pomigliano, esi- 35 gono indubbiamente una riflessione sulle future relazioni di lavoro. Dopo anni in cui da molte parti si è parlato di “morte delle relazioni industriali” i fatti hanno ora smentito chi era convinto che la modernità risolvesse automaticamente i problemi di imprese e lavoratori. I tempi sono maturi per superare quell’ideologia del conflitto tra capitale e lavoro che ha realizzato bassa produttività e bassi salari, soprattutto nell’industria metalmeccanica, la punta avanzata dello schieramento di classe. È finito quello che un tempo si chiamava «controllo sociale della produzione». La fine dell’impunità del debito pubblico, come è emersa dalla crisi economica, mette fine anche all’assistenzialismo industriale: lo Stato non può più coprire i costi causati da una cattiva e diseconomica regolazione dei rapporti di lavoro, generata da scambi politici o fragili equilibrismi. Le criticità da risolvere sono diverse e complesse: le misure della rappresentanza e della rappresentatività; le modalità di regolazione dello sciopero; la validità erga omnes degli accordi aziendali; il rapporto tra legge e contratto; il rapporto tra fonti contrattuali diverse e la derogabilità; la partecipazione dei lavoratori; la fine della compensazione della spesa pubblica per le inefficienze delle relazioni industriali. Meno Stato, più società Per allinearci al quadro regolatorio (legale e contrattuale) degli altri Paesi, non possiamo più rinviare un intervento volto a segnare il passaggio da una cultura statalista e ingessata a una cultura sussidiaria. Il motto rilanciato dal premier britannico Cameron: «Meno Stato, più società» è traducibile anche nel binomio «meno legge, più contratto». «Meno stato e più società» nelle relazioni industriali significa un contesto nel quale le aziende e le organizzazioni sociali non sollecitano più solo sussidi pubblici, ma chiedono innanzitutto spazio per farsi responsabilmente carico della costruzione di nuovi paradigmi di sviluppo. I corpi intermedi non appaiono più aggrappati ai bilanci pubblici, come in passato, ma capaci di organizzarsi liberamente per determinare maggiore produttività, e quindi maggiore reddito, nonché welfare privato per gli associati. In questo contesto la Fiat guidata da Marchionne ha fatto da apripista. Tradizionalmente la Fiat accettava relazioni industriali onerose e improprie, ma chiedeva incentivi pubblici in compensazione. Oggi invece Fiat vuole realizzare un grande investimento, in controtendenza con le dinamiche imprenditoriali diffuse nel Mezzogiorno, riconoscendo che esso può essere piattaforma produttiva per un bacino di riferimento che dovrebbe essere l’intero Mediterraneo. Nel farlo l’azienda non cerca l’incentivo nel pubblico, ma nella stessa comunità dei lavoratori, nelle persone, sia attraverso la piena utilizzazione degli impianti, sia nell’evitare forme di sabotaggio (figlie di un modello degli anni Settanta e oggi ancora più anacronistiche di ieri). L’accordo di Pomigliano quindi rappresenta l’evoluzione in senso partecipativo delle relazioni industriali. Il modello potrà essere esportato, non tanto sulla base degli specifici contenuti dell’accordo, ma in forza di un metodo secondo il quale le parti si adattano alle diverse situazioni territoriali e aziendali. Certamente la vicenda Fiat comunica una crescente esigenza di regolazione dei rapporti di lavoro in sede territoriale o aziendale. Il superamento dell’antagonismo fra capitale e lavoro è inevitabilmente da tradursi in una riconfigurazione della struttura della contrattazione collettiva (già iniziata con l’accordo di riforma degli assetti contrattuali del gennaio 2009). Una più marcata dinamica dei redditi da lavoro e una più efficiente distribuzione della ricchezza attraverso i salari si realizzano – anche in condizioni di crescita bassa o negativa – solo garantendo uno spazio adeguato alla contrattazione collettiva aziendale. Non si tratta di un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, bensì tutto il contrario: il superamento della anacronistica convinzione che vi sia uniformità tra territori, aziende e settori. Oltre il contratto nazionale Il contratto di secondo livello, sia esso territoriale o aziendale, non solo è equiordinato a quello nazionale, ma ne è per certi versi sovraordinato perché è più prossimo ai lavoratori. Il contratto nazionale rigido e invasivo non è più capace di leggere una realtà economica e produttiva profondamente mutata. Non si tratta di superare la contrattazione nazionale, ma di un suo arretramento sui temi che sono più connessi alla realtà aziendale. Spostare nei luoghi di produzione il confronto coi sindacati significa affrontare anche temi che fino a qualche anno fa erano considerati “tabù”. Il sindacato moderno non ha paura di mettere in gioco maggiore flessibilità organizzativa dell’azienda in cambio di occupazione e salario. Gli interessi sono condivisi, anche perché i cambiamenti sono imposti dall’esterno, dall’andamento del mercato. Del resto non si può rimanere inermi di fronte ai dati che dimostrano il gap di produttività del lavoro che si è osservato nell’ultimo decennio tra l’Italia e gli altri Stati europei (prima fra tutti la Germania, nostro principale competitor manifatturiero). Non a caso, recentemente, il Governo ha approvato misure di detassazione che incentivano proprio il legame tra salario e produttività e che rappresentano il primo passo di una sfida più ampia: quella della cooperazione e della partecipazione ai risultati e agli stessi utili dell’impresa. Una evoluzione in chiave sussidiaria La nostra ambizione è una collaborazione fra Stato e società, una collaborazione sulle politiche del lavoro fra istituzioni, parti sociali, imprenditori e lavoratori, soggetti capaci di comprendere il cambiamento. La chiave di questa nuova stagione dei corpi intermedi, delle parti sociali, del sindacato, è la sussidiarietà. Mai come ora nella storia, infatti, il sindacato ha la possibilità di svolgere una funzione straordinariamente protagonista, di avere una dimensione pubblica ancora più riconosciuta. In questa evoluzione nel processo di concertazione va riconosciuto l’importante ruolo dei sindacati nella capacità di cogliere il cambiamento richiesto dalla fase di transizione in atto e di volerla governare, anche scontando un complicato dialogo con i propri iscritti. La direzione politica e culturale è quella di uno Statuto dei lavori (che ho presentato alle parti sociali a novembre 2010) che rinnovi quanto formalizzato nel 1970, razionalizzi la normativa sul lavoro e sostenga la contrattazione aziendale e territoriale. Quarant’anni di Statuto dei lavoratori, da una parte, evidenziano gli enormi progressi compiuti a tutela della persona che lavora, ma, dall’altra, rendono anche evidente tutta la distanza che separa l’impianto di questa legge dai nuovi modelli di produzione e di organizzazione del lavoro e dalla recente evoluzione di un mercato del lavoro che, in quanto sempre più terziarizzato e plurale, richiede assetti regolatori diversificati per azienda e territorio. La bozza di Statuto dei lavori è stata costruita nel segno del principio cui si ispirava Marco Biagi, riassumibile nella frase precedentemente citata: «Meno legge, più contratto». Marco aveva fiducia nelle persone e nella loro attitudine alla socialità e per questo credeva in relazioni industriali positive e mature e questa è anche la direzione delle azioni del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali in questi anni.
Meno legge, più contratto
di Maurizio Sacconi / Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali
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