Quadrimestrale di cultura civile

La ripresa possibile

di Mario Mezzanzanica / Professore associato di Sistemi di gestione dell’informazione, Università degli Studi di Milano-Bicocca

Il contesto Nei Paesi emergenti, meno toccati dalla crisi internazionale, agli alti tassi di crescita economica degli ultimi anni non corrispondono equivalenti tassi di crescita occupazionale e nelle economie più sviluppate, maggiormente colpite dalla crisi, alla ripresa economica in corso non corrisponde una netta ripresa dell’occupazione. Il 2010 segna certamente l’avvio della ripresa economica a livello mondiale ma nel contempo mostra, con evidente chiarezza, che la ripresa del mercato del lavoro è più lenta e che i contraccolpi della crisi sull’occupazione sono ancora forti e saldamente presenti: i disoccupati nel 2010 erano 205 milioni a livello mondiale, oltre 27 milioni in più rispetto a prima della crisi e il 55% dell’aumento della disoccupazione, tra il 2007 ed il 2010, si è verificato nelle economie sviluppate e nell’Unione europea (rapporto ILO 2010). I differenti sentieri di crescita dell’economia e dell’occupazione hanno imposto una riflessione generalizzata sui modelli di sviluppo che hanno caratterizzato le principali economie avanzate e non, e che hanno condotto alla costruzione degli attuali assetti socio economici internazionali e dei singoli Paesi. Il tema del lavoro si ripropone dunque oggi come centrale per delineare le strade necessarie per l’uscita dalla congiuntura negativa creata dalla crisi e più in generale gli scenari di sviluppo del prossimo futuro. La situazione del mercato del lavoro ha subito forti trasformazioni negli ultimi decenni e la crisi ha enfatizzato alcuni elementi, stressandone gli aspetti critici. Nei Paesi emergenti e in via di sviluppo (si vedano in questo numero i contributi di Colli Lanzi, Manoel e De Souza) si assiste a una ripresa dei valori quantitativi dell’occupazione che già nel 2010 si riportano sostanzialmente a quelli pre-crisi ma persistono problemi legati alle forme occupazionali “vulnerabili” e informali e, nel contempo, le difficoltà nel trovare risorse adeguatamente preparate a rispondere alle esigenze delle imprese. Si pone quindi un problema sostanziale di “qualità” del lavoro. Nelle economie sviluppate, e in Europa in particolare, il problema occupazionale si manifesta, pur con diversi gradi di differenziazione locale, su due aspetti principali: difficoltà nel ridurre gli alti tassi di disoccupazione che la crisi ha introdotto; cambiamenti strutturali del mercato che, già precedenti la crisi, stanno trasformando sia nella forma sia nel contenuto l’attività lavorativa. Il cambiamento nella forma del lavoro si manifesta in un incremento della mobilità a tutti i livelli (settoriale, professionale e territoriale), e anche dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro. Le nuove strategie di gestione flessibile delle risorse umane adottate dalle imprese, modificano le posizioni (dipendente, indipendente, collaboratore ecc.), la durata del rapporto (indeterminato, determinato ecc.), l’impegno temporale (parttime, full-time), i luoghi (tele-lavoro ecc.), e la retribuzione, quale parte fondamentale di un rapporto di lavoro, rendendola più variabile e correlata ai risultati personali e aziendali. Il lavoro cambia poi nel contenuto perché lo sviluppo di nuove tecnologie, la crescita dei servizi, il cambiamento delle strutture e dei modelli organizzativi di impresa e il bisogno continuo di innovare richiedono nuove professionalità e nuovi mestieri (Marco Martini, Lavoro ed economia, Milano 1988). Il punto comune a livello internazionale risulta identificabile sinteticamente con il termine qualità del lavoro. Da una parte connessa alle problematiche inerenti la frammentazione dello stesso che nelle forme di occupazione cosiddette vulnerabili ha insito il rischio continuo di esclusione dal mercato e più in generale di esclusione sociale e, dall’altra, si manifesta come esigenza di crescita continua (nell’arco della vita lavorativa) di competenze e applicazione delle stesse per far fronte alle evoluzioni di processi produttivi. In altri termini possiamo affermare che uno dei punti principali su cui porre l’attenzione per lo sviluppo di un moderno mercato possa essere quello dello sviluppo del capitale umano, recuperando la centralità del lavoro nel processo produttivo e nello sviluppo economico (si veda il contributo di Tomasi). Elemento che diventa fattore strategico non solo per le aziende, ma anche per i lavoratori, in quanto strumento di garanzia di continuità dell’esperienza lavorativa (e quindi del reddito) e di sviluppo continuo del proprio percorso professionale. Attraverso l’aumento del proprio capitale umano nell’intero arco della vita le persone possono, tra l’altro, incrementare la propria “appetibilità” nei confronti delle imprese, aumentare il proprio potere contrattuale sul mercato e allo stesso tempo aumentare le probabilità di trovare occasioni di lavoro, garantendosi così maggiore stabilità occupazionale. Dalla crisi alcune emergenze Nella crisi e nella fase di ripresa le difficoltà maggiori si manifestano per i giovani e per la popolazione di genere femminile. In generale il problema si può ricondurre a una mancanza di attrattività del mercato, osservabile attraverso i bassi tassi di partecipazione e soprattutto per i giovani a “resistenze” nel favorirne l’accesso, riscontrabili negli alti tassi di disoccupazione. Sono circa 78 milioni i giovani disoccupati nella fascia di età tra i 15 e 24 anni a livello mondiale e il tasso di disoccupazione è pari, nel 2010, al 12,6% ovvero 2,6 volte quello degli adulti (J. Somavia, Rapporto ILO, 2010). In Europa la disoccupazione giovanile nel 2010 raggiunge mediamente il 19,9% (EU 15) con un tasso di crescita rispetto al 2007 pari al 34,5%. Un valore differenziato che va dal 9,1% della Germania al 27,8% dell’Italia, per arrivare al valore massimo del 41,6% della Spagna. Una situazione certamente critica che può avere forti contraccolpi negativi sulle prospettive di vita dei giovani, sullo sviluppo e sulla società, portando con sé elevati rischi di tensioni sociali. Per le donne la situazione è differente. Negli ultimi anni, soprattutto in Europa, abbiamo assistito all’aumento della popolazione lavorativa femminile con condizioni di accesso e permanenza che denotano una significativa differenza di genere: quote maggiori per il genere femminile di contratti flessibili, in contratti di lavoro part time, salari medi decisamente inferiori. Il tema viene spesso affrontato riconducendo in un ottica puramente femminile la ricerca di soluzioni/politiche che consentano di conciliare l’attività familiare e il lavoro, con un alto rischio di ridurre le possibilità di carriera per le donne che ne usufruiscono. La conciliazione andrebbe considerata, invece, una questione di famiglia, nella quale uomini e donne si sentono e sono ugualmente coinvolti (si veda il contributo di G. Rossi). Un lavoro di qualità Diverse sono le ipotesi e i conseguenti tentativi che, soprattutto durante la crisi, sono nati per cercare nuove risposte per uscire dalla situazione di elevata criticità che caratterizza l’odierno mercato del lavoro. Il punto di partenza, pur con accenti e sfaccettature diverse, che delinea le ipotesi di cambiamento proposte nei diversi contributi del presente volume, è certamente quello relativo alla concezione del lavoro. Il lavoro è elemento cruciale per la dignità umana e per la stabilità delle famiglie, della comunità e della società, perché richiama il significato ultimo della condizione umana (Tomasi). Per soddisfare queste molteplici esigenze, la qualità del lavoro è essenziale: deve essere dignitoso (Somavia). È in questa traiettoria che i diversi contributi delineano interventi, rivolti con particolare attenzione alle persone più deboli o vulnerabili, finalizzati alla costruzione di nuovi modelli di politiche per il lavoro, incentrati principalmente sulla formazione, la responsabilità e la creazione di spazi di partecipazione. Questi elementi rappresentano tasselli primari per lo sviluppo di un mercato del lavoro, e dell’economia più in generale, imperniato sullo sviluppo del capitale umano. Parallelamente, affinché sia possibile creare nuovi posti di lavoro in un contesto economico competitivo, occorre fare scelte coraggiose per sostenere la crescita e lo sviluppo delle imprese. Particolare attenzione è da porre verso le iniziative di sostegno alla creazione di nuove imprese, riducendo normative e burocrazia che soffocano le imprese e creando opportuni strumenti – finanziari, organizzativi e consulenziali – a supporto, in particolare, dei giovani, per l’avvio di nuove start up (Györi e Grayling). Sotto un altro profilo, di fronte a una crisi che ha avuto forti ripercussioni, soprattutto in Europa nel comparto manifatturiero, si delinea l’esigenza di definire strategie chiare per sostenere la crescita economica, rafforzando la capacità competitiva delle aziende manifatturiere e puntando su quei fattori che hanno consentito alle aziende di avere meno ripercussioni negative dalla crisi: ricerca, specializzazione e internazionalizzazione (Squinzi). Strategie e politiche per lo sviluppo non risulterebbero nel tempo efficaci se non fossero inserite in uno scopo che va oltre la crescita economica fine a se stessa e fondata su una concezione individualistica del mercato e dell’impresa. La crisi ha in questo senso dimostrato il fallimento di una concezione economica priva nei fatti di un orizzonte capace di comprendere la competitività e dare una vera impronta allo sviluppo. Si rafforza in questo scenario l’importanza di una visione di impresa in cui l’obiettivo non è solo riconducibile alla competitività, ma anche alla sua dimensione sociale. In questo senso il vero orizzonte dell’impresa è la creazione di benessere per sé, per i propri dipendenti, le loro famiglie e per la società. Il tema della responsabilità sociale dell’impresa rappresenta un valore aggiunto che è perfettamente compatibile con tale visione. L’impresa non è fatta soltanto dall’imprenditore e dal capitale investito, è fatta di persone, uomini e donne che quotidianamente vi lavorano, per realizzare idee, prodotti, servizi e, in ultima analisi, per produrre benessere a vantaggio di tutti (Tajani). La situazione italiana tra criticità e prospettive di cambiamento Anche nel territorio italiano la crisi ha introdotto fattori di criticità, elevando i livelli di disoccupazione che, come nel resto del mondo, sono particolarmente critici per i giovani, le donne e le persone meno “attrezzate” per un mercato fortemente competitivo e di elevata dinamicità. Contemporaneamente si sono ulteriormente evidenziati fattori di criticità strutturale di un mercato fatto di piccole e medie imprese, con elevati livelli di presenza di imprese manifatturiere fortemente specializzate e orientate ai mercati esteri, ma nel contempo non sempre solide sotto un profilo finanziario. Il contraccolpo della crisi sull’occupazione si è manifestato rapidamente e già nell’ultimo trimestre del 2008 ha segnato negativamente i principali indicatori del mercato del lavoro. La disoccupazione è aumentata nel 2009, e il 2010 mostra segnali di ripresa economica ma, pur tra alcuni segni positivi, forti ritardi nella ripresa occupazionale. È un mercato del lavoro profondamente cambiato rispetto a pochi anni fa, caratterizzato dalla crescita di forme contrattuali flessibili, soprattutto per l’accesso al mercato, in cui l’esperienza lavorativa non si presenta più come una “lenta” crescita in un contesto aziendale stabile ma, bensì, come un percorso tra occasioni spesso imprevedibili. Il sistema delle tutele lavorative e delle relazioni industriali, nato e concepito in un contesto profondamente diverso da quello attuale, ha mostrato e continua a dimostrare la sua inadeguatezza nel rispondere alla situazione odierna. Diverse sono state le azioni, a livello governativo e delle istituzioni regionali, che hanno contribuito certamente a ridurre i contraccolpi negativi della crisi sull’occupazione. Gli interventi di ampliamento a livello quantitativo economico e della platea fruitrice degli ammortizzatori sociali, l’integrazione di politiche passive e attive rivolte a supportare le persone nelle fasi di reinserimento lavorativo sono certamente un esempio in questa direzione. Si profila tuttavia l’urgenza di interventi che diventino risposte strutturali, sappiano cogliere i cambiamenti in atto e dare risposte ai bisogni delle persone e delle imprese. I contributi offerti nel volume mettono in luce da una parte alcune evidenti criticità e dall’altra indicano possibili strade da percorrere per costruire un nuovo e più moderno mercato del lavoro. Tra queste emerge l’esigenza di migliorare il sistema delle regole che disciplinano il complesso delle relazioni industriali, vischioso e inconcludente, nel quale è difficile negoziare un piano industriale che si discosti dal modello standard delineato (magari quarant’anni fa) dal contratto collettivo di settore (Ichino). Un elemento decisivo da migliorare affinché sia possibile attrarre nuovi investimenti e quindi muoversi nell’ottica di favorire la creazione di nuovi posti di lavoro. Un terreno che potrebbe trovare, derogando dai contratti collettivi nazionali di settore, aziende che sperimentino modelli innovativi in materia di organizzazione del lavoro, struttura delle retribuzioni, distribuzione degli orari, inquadramento professionale (Ichino). Un’altro elemento caratterizzante il cambiamento in atto è certamente quello della flessibilità del lavoro, oggi un dato incontrovertibile, che richiede un cambiamento al sistema delle “tutele” del lavoro. È il tema della flexicurity che delinea una traiettoria nella quale le persone possano trovare nel percorso del proprio lavoro strumenti e servizi che consentano di sostenere l’esperienza del cambiamento. La flessibilità non va però intesa solo come flessibilità dei rapporti di lavoro, pur necessaria e positiva, ma anche come flessibilità del mercato del lavoro, nel senso di facilità di spostamento dei lavoratori da un lavoro a un altro, interventi di politica attiva, di orientamento, di formazione, volti alla loro occupabilità. Una flessibilità accompagnata dalla sicurezza, vale a dire da adeguati strumenti di welfare, compresi gli ammortizzatori sociali, e da garanzie di continuità occupazionale (Bonanni). L’evoluzione del sistema e del mercato non può essere rimandata e richiede un intervento volto a segnare il passaggio da una cultura statalista e ingessata a una cultura sussidiaria. “Meno stato e più società” nelle relazioni industriali significa un contesto nel quale le aziende e le organizzazioni sociali non sollecitano più solo sussidi pubblici, ma chiedono innanzitutto spazio per prendersi responsabilmente carico della costruzione di nuovi paradigmi di svlluppo (Sacconi). È una prospettiva che mette al centro la responsabilità degli attori del mercato del lavoro, ciascuno con il proprio ruolo e compito, in un ottica sussidiaria. Tra gli strumenti di lavoro prioritari su cui avviare un nuovo corso, a livello governativo, viene proposta la revisione dello Statuto dei Lavori, presentato alle parti sociali nel novembre 2010. Uno strumento che possa valorizzare i progressi compiuti negli anni a tutela delle persone che lavorano e nel contempo raccogliere le sfide poste dai cambiamenti in atto, al fine di costruire un nuovo e più adeguato assetto regolatorio diversificato per azienda e territorio (Sacconi).