Quadrimestrale di cultura civile

Qui voglio tornare, l’origine di una storia

di Paola Bergamini / Giornalista

Anna la forza al mattino di alzarsi e andare a scuola non ce l’aveva più. Si trascinava in casa e in giro per la città pensando che ormai la sua vita sarebbe stata sempre così. Tutto le scivolava addosso. Ogni tanto le prendeva la rabbia di questo non senso. Eppure il primo anno di liceo, scolasticamente, non era andato male. Ma ora era il nulla. Finché un giorno sua sorella la carica di forza in macchina dicendole solo: “Vieni con me”. Meno di un’ora di viaggio e sono in via Madruzza 36, alle porte di Como.
“Ecco, questa è Cometa”, le dice. Appena varca il cancello, Anna è investita dalla bellezza del luogo: la cascina ristrutturata, i fiori, il parco, tutto ha un ordine che fa sentire accolti, a casa. “Muoviti, che ci aspettano”, la incalza la sorella. Pochi passi e sono dentro la Oliver Twist, la scuola professionale. Nella hall la scritta “Fatti non foste per vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” e gli armadietti con i colori diversi, la scultura, le scale in vetro… ogni dettaglio è bello, curato. La stessa bellezza vista pochi minuti prima.
Di colpo Anna pensa: “Se la struttura è così, vuol dire che c’è un pensiero dietro, un pensiero buono, ma allora forse c’è anche molto altro dietro”. Il colloquio con la tutor e la decisone: “Ci sto, ci provo. Per venire qua forse vale la pena tirarsi giù dal letto al mattino”.
Si iscrive al corso di sala bar; la sveglia è all’alba per prendere il treno da Milano. La fatica c’è, ma, piano piano, cresce la passione per quello che sta imparando. Ogni giorno è un’esperienza. Lo studio è tutta un’altra cosa. Al punto che dopo la maturità decide di iscriversi alla facoltà di Agraria. “Perché nell’ultimo anno mi ero appassionata a enogastronomia e scienze dell’alimentazione”, racconta.
“Il liceo classico apre la mente. È la scuola per te”, avevano detto i genitori ad Alessandro. Ma lui non era per niente convinto, anzi. Morale: la prima pagella è un disastro. Si trasferisce al liceo scientifico. L’anno non va male: un solo debito. Quell’estate, però, è contrassegnata dalla noia e da una serie di scelte sbagliate. Così, a settembre, decide che con la scuola ha chiuso.
I genitori cercano di aiutarlo, di capire cosa è successo. Ma ha chiuso anche con loro: non parla. Un’idea ha chiara: non vuole fare quello che gli altri gli dicono di fare. Sua mamma lo trascina a Cometa. Non gli propongono la scuola, ma un lavoro. L’idea di guadagnare gli piace, ma ha paura di non farcela. A giugno va in un hotel sul lago per uno stage. Al maître che chiede se è un bravo ragazzo, Paolo, il responsabile di Cometa che lo accompagna, risponde deciso: “Certo! È bravissimo, sa fare tutto”.
Alessandro è spiazzato: un adulto, praticamente sconosciuto, si fidava di lui, aveva dato la sua parola. In quei mesi dà il massimo e si appassiona al lavoro. Per la prima volta in due anni è soddisfatto di sé. A settembre si iscrive a Cometa, la voglia di studiare non c’è ancora e fa il minimo indispensabile. Gli piace lavorare, ma non è felice, ha come un vuoto dentro. Verso fine anno scolastico, decide di mollare tutti i rapporti che ha fuori di Cometa. È solo. A un tutor dice: “A Como è tutta una schifezza, ma qua io sto bene davvero. Quest’anno con voi mi ha lasciato qualcosa dentro”. A fine luglio, un amico e un tutor gli propongono di andare al Meeting di Rimini. Alessandro non sa quasi cosa sia, ma accetta. Conosce ragazzi e adulti che con lui hanno in comune una cosa sola: il desiderio di essere felici. È la svolta. Non è più solo. Tutto è come prima e allo stesso tempo totalmente nuovo. C’è qualcuno con cui affrontare la vita, anche da seguire. Degli amici, veri.
Francesco il secondo giorno a Cometa, nella bottega di falegnameria, non lo dimenticherà mai. Accanto al suo maestro artigiano aveva costruito un sottopentola. Un oggetto semplicissimo, ma lo aveva fatto lui, Francesco, che fino a poco tempo prima, visto il suo scarso rendimento scolastico, pensava di non valere nulla al punto che ogni due per tre lo assalivano attacchi di panico da fargli mancargli il respiro. Nelle botteghe di Cometa inizia a volersi bene, a sentire una stima verso di sé nonostante tutti i limiti. Dopo il diploma si è iscritto in Cattolica a Scienza dell’educazione.
“Io che mai e poi mai avrei pensato di andare all’università e dicevo che da grande avrei fatto il muratore. Ma essere educato è stata la cosa più bella che mi sia capitata. E, quando posso, torno a Cometa”.
Anna, Alessandro, Francesco… sono solo alcune delle storie di Cometa. Ma ogni ragazzo che è passato da via Madruzza, in affido, alla Oliver Twist, al centro diurno, al liceo dell’artigianato e in tutte le realtà educative che sono fiorite man mano, è una storia a sé, un’avventura educativa che non lascia mai tranquilli. Qualcosa di unico, originale, un’eccellenza perché ha il suo punto di origine nell’esperienza della fede cristiana.
È stato così fin dall’inizio, quando tutto questo è nato.
A fine anni Ottanta, Erasmo e Innocente Figini, attraverso al sorella Maria Grazia, incontrano don Giussani. Quell’amicizia, da cui non si scosteranno più, è per entrambi la scoperta della fede cristiana come qualcosa di concreto che illumina la vita, che la rende felice.
A Erasmo, stilista nel settore tessile, viene proposto di prendere in affido un bambino affetto da Aids, accetta chiedendo aiuto al fratello Innocente, medico. È il primo sì di questa storia di accoglienza. Le due famiglie decidono di andare a vivere insieme dando la disponibilità ad altri affidi.
Don Giussani, che sempre li accompagna, fa solo una raccomandazione: “Non un’opera di carità, ma di comunione”. Racconta Erasmo: “Quello è stato il punto di origine: la conversione di quattro persone nell’incontro con un testimone irriducibile, don Giussani. Da quel momento sono stati tutti sì vertiginosi”.
A volte sono stati anche sì drammatici, come accompagnare una bambina di pochi mesi alla morte o lo strappo di lasciar tornare i figli nelle famiglie d’origine, magari dopo anni che sono stati a Cometa.
Don Carrón – che ha continuato l’amicizia di don Giussani – una volta disse a Marina, la moglie di Innocente: “Puoi mettere la mano sul fuoco che questo bambino può essere felice solo con te? Tu non sei Dio. Ricordati che il vertice della ragione è la possibilità”.
Nulla è mai stato progettato a tavolino prima. È stato solo un susseguirsi di sì che hanno dato vita alla “città nella la città”, quale è oggi Cometa. La rete di famiglie affidatarie si è via via allargata.
Negli anni, data l’emergenza educativa e vista anche la domanda sempre più alta di aiuto, si è aggiunta la formazione per bambini e ragazzi: il centro diurno di aiuto allo studio con un’équipe di insegnanti ed educatori; la scuola Oliver Twist con corsi quadriennali di istruzione e formazione professionale per operatori del legno, della ristorazione, del tessile; il liceo scientifico artigianale che affianca agli studi liceali il lavoro come parte strutturale della didattica; le attività sportive. E altro ancora.
Per tutte queste realtà il metodo educativo è lo stesso: l’attenzione alla persona, in quanto unica, originale, con talenti suoi, da tirar fuori; anche nei casi, come spesso accade nella dispersione scolastica, dove sembra impossibile che dei talenti ci siano. Per questo la strada scelta è stata quella “dal fare al sapere”, dove non ci sono più aule in senso stretto, ma botteghe, cioè luoghi dove lo studio si fonde con la pratica, dove si impara dall’esperienza, dove gli insegnanti – spesso imprenditori e artigiani – diventano maestri, dove la ricerca dell’eccellenza fa parte del metodo didattico.
Non a caso personaggi importanti del mondo della comunicazione, dell’impresa, della finanza, professori di università italiane ed estere, hanno tenuto lezioni ai ragazzi di Cometa e, ogni volta, sono rimasti stupiti per l’attenzione e le domande che venivano poste. Più di uno ha detto: “Qui voglio tornare. C’è qualcosa di più”. Quel di più che ha colpito e colpisce le persone che, venendo a contatto con Cometa, decidono di sostenerla economicamente; da donatori diventano amici e, magari anche solo una volta all’anno, un giro in via Madruzza lo fanno perché, come ha detto uno di loro: “Fa bene a me venire qua”.
Certo non è un caso che, nel 2018, l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata in formazione professionale ha riconosciuto Cometa Formazione un centro di eccellenza in Italia.
Insomma, qualcosa di entusiasmante e sempre in fieri, che ha fatto dire a una ragazza: “Io spero che Cometa non finisca mai”.