Le origini
Tutto nasce da una ferita. Eravamo colpiti dal vedere tanti giovani che si perdevano per strada. C’era chi abbandonava gli studi e chi, pur avendoli terminati, non trovava un lavoro o lo perdeva con troppa facilità.
Nasce cosi l’idea di fare una cosa nuova. È il 2004, l’anno in cui inizia l’avventura della Piazza dei Mestieri. Abbiamo recuperato una vecchia fabbrica di circa 7mila metri quadrati, inutilizzata da decenni nel cuore di Torino, realizzando 11 laboratori, 5 aule, un ristorante, un pub, la sala teatro, la sala esposizione e la biblioteca. Tutti i locali si affacciano su una corte, diventata luogo di accoglienza e incontro per i giovani, come lo era la piazza di un tempo. All’inizio potevamo accogliere meno di 300 allievi all’anno, oggi i giovani adolescenti coinvolti ogni anno in percorsi formativi (strutturati come quelli di qualifica e di diploma professionale o legati a progetti specifici) sono oltre 3mila tra Torino (che nel 2009 ha inaugurato una seconda sede) e la nuova sede di Catania, avviata nel 2012.
Il vero inizio di questa storia affonda, però, le sue radici nella seconda metà degli anni Novanta, un’amicizia tra universitari, cresciuta nell’alveo del movimento di Comunione e liberazione; un legame pieno del desiderio di essere fecondi, di poter costruire qualcosa per il bene proprio e del mondo. Poi, all’improvviso, la contraddizione; era il 1986 è durante una gita sul Sasso Croce è morto Marco Andreoni, l’amico pieno di energie e di positività da cui tutti eravamo affascinati, per me era un fratello, il mio migliore amico, con cui passavo tutte le giornate. La sera eravamo vicino alla sua bara a piangere con tutti gli amici, un sacerdote ci dice che la vita e la morte sono parte del Mistero. Abbiamo urlato tutta la nostra ribellione, ma il giorno dopo, alla festa finale della vacanza, abbiamo fatto l’esperienza più incredibile della nostra vita: la letizia stava insieme agli occhi pieni di lacrime, come nella bella canzone napoletana che dice: “stasera amore e Dio sono una cosa sola”.
Questo evento drammatico anziché frantumare il sogno lo ha trasformato in una promessa. A Marco Andreoni oggi è dedicata la Piazza dei Mestieri di Torino, nella coscienza che si tratta di un’opera più grande della somma dei singoli apporti degli amici di allora e dei nuovi che si sono legati all’avventura.
L’intuizione originale
Sin dall’inizio avevamo intuito che uno dei problemi principali era legato alla difficoltà dei giovani adolescenti nell’assumersi le responsabilità, anche nelle cose più semplici come rispettare un compito, un orario, un superiore e così via. Spesso perdevano il lavoro appena trovato e venivano alla Piazza dicendoci: “Il motorino si è rotto e sono arrivato tardi per tre giorni di fila”, “La mamma non mi ha svegliato”; “Ho insultato il datore di lavoro”. La sfida era, ovviamente, di accompagnare questi ragazzi, molti dei quali con situazioni difficili, anche nel periodo dell’inserimento lavorativo. Dovevamo guidarli nello stare di fronte ai dati che la realtà pone, e da cui non si può prescindere, come ad esempio l’orario di entrata. Cosi abbiamo iniziato a pensare a un modo per passare con i ragazzi più tempo, a un luogo più bello e strutturato, in cui si potessero sfidare le molteplici forme in cui si evidenzia il desiderio di un adolescente.
Conoscenze e competenze erano necessarie, ma non sufficienti a sostenere la crescita di questi ragazzi; la sfida educativa era a tutto tondo e chiedeva di investire l’intera vita dei giovani coinvolti. Per questo, sin dal primo anno, abbiamo dato vita a un cartellone di eventi culturali (circa 70 all’anno) che andavano dalle rassegne jazz a quelle teatrali, dai “concorsi” di mestiere a quelli di poesia e prosa (questi ultimi da alcuni anni coinvolgono scuole di tutta Italia). Come ha detto Marika: “Questa scuola è talmente bella e rara che non mi sembra vero di essere qui, non è solo una scuola, è anche un punto di ritrovo per tutti noi studenti”.
La grande innovazione della Piazza dei Mestieri ha coinciso con la sfida di far coesistere l’attività educativa e quella produttiva. Per questo abbiamo creato veri luoghi di lavoro all’interno della Piazza. Ci sono un ristorante e un pub (premiati dalle principali guide di settore) aperti al pubblico, in cui i nostri ragazzi possono avere un rapporto reale con i clienti (sia come attività di stage, sia come vera e propria attività retribuita). È nata la bottega che vende i prodotti nati nelle nostre fabbriche di cioccolato, i prodotti da forno, la birra. Nel tempo i nostri prodotti e i servizi (come quelli offerti dalla tipografia) hanno conquistato un loro mercato nella competizione dei rispettivi settori. In tutti queste realtà produttive, sotto gli occhi attenti di professionisti di eccellenza, i nostri ragazzi si misurano con la realtà del lavoro, se sbagliano c’è il tempo di riprenderli, di offrire loro un’altra chance. È incredibile come il lavoro li butti con più energia e passione nell’avventura della conoscenza; si sentono protagonisti, vogliono essere all’altezza e scoprono i loro talenti, come dice Katia: “Mi sono iscritta a questa scuola perché la mia passione diventasse realtà”.
Una storia di storie
Nei 15 anni di vita della Piazza dei Mestieri sono ormai centinaia le storie di ragazze e ragazzi italiani e stranieri che ce l’hanno fatta. La Piazza è diventata per questi ragazzi una casa, un posto amico in cui non c’è frammentazione tra l’apprendimento, la cultura, il tempo libero e il lavoro, un insieme integrato e coerente di spazi per l’accoglienza, la formazione e l’accompagnamento. Un luogo che è anche diventato punto di incontro per l’arte, la musica e il gusto.
Qualche esempio ci aiuta a capire. Aziz albanese, ha 14 anni quando prova per due volte ad attraversare i Balcani da solo, senza risultati. Al terzo tentativo ce la fa, rimane sei mesi in Grecia per poi partire alla volta di Torino dove abita già suo fratello che lo porta subito a scuola, alla Piazza dei Mestieri. Aziz vuole fare il cuoco, non perde un giorno, è determinato e tenace nel non perdere una parola di ciò che i suoi professori gli dicono. Prende la qualifica, ma non vorrebbe staccarsi dalla Piazza. Viene assunto presso il ristorante della Piazza e, accompagnato dallo Chef Maurizio, dopo quattro anni Aziz è diventato un cuoco davvero in gamba, aiutando il ristorante della Piazza a entrare nella guida Michelin. Aziz è un grande lavoratore ma, soprattutto, non riesce a non dispensare un sorriso a tutti quelli che lo salutano e gli fanno i complimenti. Ora può tornare con orgoglio in Albania a trovare i suoi genitori e a raccontare che la vita non lo ha fregato, che ha trovato il suo posto.
Hermane è una giovane ragazza che arriva dalla costa d’Avorio, una storia di abbandono e di violenza alle spalle, non sa una parola di italiano e ci parliamo in francese. Fa il corso di cucina, è una delle migliori, impara in fretta la nostra lingua. Durante gli studi viene accolta in casa dal direttore della piazza. Riceve minacce, finisce la scuola e inizia a lavorare. Oggi è sposata con una figlia (i padrini di battesimo sono il direttore e la sua responsabile del corso). Adesso lavora come cuoca, assunta a tempo indeterminato.
Elena finisce la scuola alla Piazza dei Mestieri, rimane incinta, dopo un po’ di tempo la vediamo entrare nella corte della Piazza con una carrozzina e la sua bambina, ci si saluta e dice: “Ho voluto che appena uscita dall’ospedale mia figlia vedesse la prima cosa bella che io ho incontrato nella vita”.
Maria finisce il corso di acconciatura e torna alla Piazza con un borsone pieno di cose che aveva rubato, in lacrime dice: “Non potevo tenermele a casa perché continuavo a pensare a come mi avete accolto a accompagnato in questi tre anni”.
Tante altre storie si potrebbero raccontare. Quelle di ragazzi con storie personali spesso drammatiche; fragili, ma allo stesso tempo determinati. Pronti a sfidare la vita non appena percepiscono che qualcuno vuole loro bene davvero ed è interessato al loro destino.
Per farcela hanno bisogno di un abbraccio fatto di sguardi e sorrisi, ma anche di un aiuto semplicissimo e concreto. Un’accoglienza nelle nostre famiglie, un aiuto all’inserimento lavorativo, un amico che ti accompagna all’ospedale e così via. Con mirabile sintesi ce lo ha ricordato un’altra nostra allieva, Anna dicendoci: “Un sorriso e, incredibilmente, io comincio a capire”.
Il modello educativo
I quattro punti cardine del modello educativo della Piazza dei Mestieri possono essere riassunti nella forza attrattiva della bellezza, nel recupero della manualità e dei mestieri, nell’attenzione alle proposte per il tempo libero e nell’accompagnamento all’inserimento lavorativo.
Il cuore della proposta educativa è incentrato sulla bellezza e sulla sua capacità di generare quell’attrattiva che muove il giovane verso un approccio positivo alla realtà e quindi verso lo stesso apprendimento. In quest’ottica si sviluppano innovazioni metodologiche che affrontano e appassionano al bello in tutte le percezioni sensoriali: il bello da ascoltare, da vedere, da odorare, da gustare, da toccare. Tale passione è stata perfino all’origine della ristrutturazione dell’edificio e della dislocazione dei locali e delle aule, perché anche le mura dovevano essere un richiamo alla bellezza e un invito alla sua scoperta.
Il primo approccio con la Piazza dei Mestieri passa attraverso l’accoglienza dei ragazzi e delle loro famiglie. Si inizia con un colloquio e con la visita della struttura, talvolta accompagnati anche da un ragazzo che già la frequenta. La formazione è il cuore del percorso educativo, i ragazzi sono impegnati tra didattica frontale e di laboratorio, per sette ore al giorno. Alle otto del mattino i ragazzi iniziano la giornata facendo colazione insieme al pub, serviti dai compagni che, a turno, arrivano prima per aprire il locale. Alle 8.30, dopo essersi cambiati e aver indossato le divise per l’entrata nei laboratori, si inizia il percorso formativo che prosegue fino alle 16.30 con tre intervalli e la pausa pranzo. La dimensione del “fare insieme guardando alla bellezza” si dipana nella Piazza anche attraverso le attività pomeridiane, in cui è possibile frequentare laboratori teatrali o di ballo, suonare nella banda dei tamburini nata due anni fa, o partecipare a stage di pittura e poesia. I ragazzi danno vita a spettacoli che divengono momenti importanti di visibilità e di coinvolgimento della città nelle attività della Piazza dei Mestieri.
La formazione è incentrata sui mestieri. Il mestiere riprende la concezione lavorativa legata al fare, all’uso delle mani, alla concretezza, alla capacità di trasformare le cose valorizzando il bagaglio tecnico-culturale da cui proveniamo. Una tradizione viva nel nostro Paese, capace di generare bellezza, arte, genialità, e funzionalità e nel cui alveo si è consolidato un concetto di apprendimento che passa attraverso un cammino condiviso fra discepolo e maestro.
Per raggiungere tali risultati si è dato vita all’interno della Piazza a vere e proprie attività produttive, in cui i ragazzi potessero fare un’esperienza reale e non simulata del lavoro: il ristorante, il Pub, la tipografia, il salone di acconciatura, il laboratorio del cioccolato, sono nati da questa esigenza. La duplice valenza di questi luoghi come ambito educativo e come soggetti economici (la cui attività è rivolta alla vendita di beni e servizi sul mercato) ha reso necessario cercare professionisti di valore che potessero da un lato essere veri maestri per i ragazzi e dall’altro fossero garanti della qualità dei servizi e dei prodotti. Reperire tali professionisti è stata una sfida assai complessa, tanto da condizionare persino la tempistica dello sviluppo iniziale dei laboratori. Se è già difficile trovare competenze di alto livello, ancor più arduo è trovare persone disponibili a un coinvolgimento con l’obiettivo educativo, un coinvolgimento non tanto astratto e di principio, quanto operativo al punto da arrivare alla conseguente misurazione dei risultati.
Infine, vale la pena sottolineare che in questa apertura alla realtà, oltre a percepire il fascino di un mestiere, si ha anche modo di constatare la mancanza di competenze, acquisendo il desiderio di colmare il gap. Cosa c’è di meglio che una cena con ospiti stranieri per capire che la conoscenza delle lingue è fondamentale per un cameriere? La realtà è sempre più convincente di mille esortazioni che, spesso, per i giovani suonano false o perlomeno esagerate e noiose. Una sera Ivan era di servizio al ristorante e doveva servire un tavolo a cui sedevano ospiti importanti di una grande multinazionale francese; è arrivato lì col suo piatto in mano ed è arrossito, non capiva una parola, allora è corso in cucina e ha detto: “Chef domani mi deve aiutare a dire alla professoressa che dobbiamo studiare meglio le lingue se no qui facciamo solo figure di m...”
La Piazza si configura come un modello innovativo di alternanza continua che, attraverso l’esperienza concreta consente, da un lato, ai saperi generali di divenire conoscenze operative e, dall’altro, grazie allo sviluppo delle conoscenze teoriche, di acquisire la capacità di trasferire in situazioni diverse quanto appreso con l’attività pratica. Proprio questo continuo scambio tra esperienza e giudizio ci ha convinto negli ultimi anni a lavorare sistematicamente sul tema delle soft skills.
La Piazza dei Mestieri un’apertura al mondo
Negli anni la Piazza ha coinvolto tante imprese, sia piccole (oltre 700) che grandi, insieme a loro si sono coinvolte le istituzioni del territorio, dagli enti pubblici alle fondazioni bancarie, dalla rete degli assistenti sociali alle parrocchie e alle scuole. La Piazza è un esempio di come la passione educativa di alcuni che “mettono le mani in pasta” possa diventare vero fattore aggregante di una rete ampia avente l’obiettivo di valorizzare il talento dei giovani. Alle 120 persone (più circa 100 docenti) che lavorano stabilmente nella Piazza ogni giorno si aggiungono i contributi di uomini e donne molto diversi tra loro per storia, cultura, ceto sociale, sensibilità politica. A volte, passando nella corte, viene in mente Giovannino Guareschi con quel suo mondo di ideali diversi che cooperano per il bene comune...
Nella “Piazza” si è sviluppata una “rete” di persone, di istituzioni e di imprese che desiderano mettersi insieme per affermare un metodo di lavoro che potremmo sintetizzare con uno slogan: “fare con”, mettersi insieme per il raggiungimento del bene comune (in questo caso per il bene del singolo ragazzo), talvolta fuori dagli schemi organizzativi classici. Farsi compagni di un pezzo di strada, è il metodo che connota tutte le relazioni della Piazza, da quella del tutor con il ragazzo, a quella dell’artigiano che si rende disponibile a insegnare un mestiere, fino al rapporto con l’autorità locale, che ha la responsabilità di favorire un reale processo di sussidiarietà, sorreggendo iniziative in grado di fornire risposte concrete a bisogni emergenti.
Oltre alle attività formative per i ragazzi si è dato vita a percorsi sulla genitorialità per le famiglie che, in misura crescente, denunciano un’incapacità a portare la responsabilità dell’educazione dei figli, tentando di sorreggerle, senza sostituirsi a esse. Con la stessa logica, approfondendo i rapporti con le scuole, si sono costruiti percorsi per i docenti, mettendo a disposizione approcci e metodologie testati e consolidati e si sono istituiti percorsi di sostegno allo studio durante i regolari percorsi scolastici per i ragazzi con difficoltà di apprendimento.
I rapporti con i servizi sociali, i centri di aggregazione giovanili, le parrocchie, gli enti che per primi percepiscono situazioni di disagio, gli organi di pubblica sicurezza, si sono approfonditi nel tempo, fino a creare un vero e proprio “salvagente” per le situazioni di emergenza e per sviluppare progettualità in grado di supportare le situazioni più critiche.
Nella logica del “fare con” si è inoltre dato molto spazio agli incontri con gli artigiani, le imprese e le loro associazioni, per verificare e analizzare le carenze nelle competenze e il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, per costruire percorsi di apprendimento che rispondano alle reali esigenze del tessuto imprenditoriale. Percorsi in cui si sono coinvolti gli imprenditori e le diverse professionalità presenti nell’impresa. L’apertura e la trasparenza verso questa fitta rete di soggetti coinvolti nell’avventura della Piazza, spesso anche in termini erogativi, ha contribuito a stimolare un sistema di monitoraggio continuo in grado di fornire evidenza pubblica dei risultati ottenuti in termini di performances educative, ma anche di sostenibilità economica e finanziaria. Esiste oggi un sistema performante di controllo di gestione, una raccolta puntuale dei dati relativi ai risultati in termini di successo formativo e di inserimento.
È accaduto così in questi anni che, poco per volta, tante persone si siano coinvolte perché, più o meno coscientemente, hanno intuito quello che un giorno ci ha detto il nostro amico Alvaro: ”La vita per realizzarla devi spenderla”.