In questi ultimi anni, in numerose sedi internazionali, si discute sulle gravi conseguenze che il modello economico lineare “take-make-dispose” (prendi-usa-getta) sta causando al nostro pianeta e crescono sempre più i timori di un’accelerazione degli impatti negativi, se gli andamenti attuali si proiettano nel futuro. In particolare li tema legato all’efficienza nelle produzioni e nei consumi, al fine di ridurre drasticamente la generazione di sprechi inutili e spesso dannosi, ha portato a valutare nuove modalità di processi produttivi che hanno alla base il prolungamento della vita di un bene attraverso il recupero o il riciclo di quanto in precedenza veniva considerato un rifiuto. Già nel 1968 uno straordinario personaggio italiano, Aurelio Peccei, diede vita al Club di Roma.1
Peccei riunì un centinaio di personalità culturali, scientifiche ed economiche animate dalla preoccupazione per il futuro dell’umanità; dopo quattro anni di studi e discussioni venne presentato il primo rapporto: The Limits to Growth (1972), che approfondì le tendenze e le interazioni, in un arco di tempo di 130 anni, di cinque fattori dai quali dipendeva il futuro del nostro pianeta e dei suoi abitanti. I fattori individuati furono: la popolazione, il cibo, le riserve e i consumi di materie prime, lo sviluppo industriale e l’inquinamento. I risultati emersi, sicuramente allarmarono gli studiosi: l’umanità avrebbe raggiunto i limiti naturali della crescita entro i successivi cento anni ma si era ancora in tempo per modificare quella linea di tendenza, occorreva mettere al centro dello sviluppo mondiale un equilibrio globale, offrendo l’opportunità a ciascuno di realizzare il proprio potenziale umano. Se l’umanità avesse optato per questa alternativa, le probabilità di ottenere un equilibro costruttivo tra progresso economico, cura dell’ambiente e sviluppo umano sarebbero state tanto maggiori quanto più rapidamente si fosse passati a operare.
Purtroppo questo profetico monito non divenne mai un appuntamento sull’agenda politica né mondiale né locale. Fu una donna, velista di fama internazionale, a coglierne la vera portata e ad accelerare la transizione da economia lineare a economia circolare. Questa donna si chiama Ellen MacArthur: “Quando sei a 2.500 miglia dalla città più vicina, cominci davvero a capire che tutte le risorse che hai intorno a te sono destinate a finire, che sono tutto quello che hai: poi basta. […] Questo mi ha portato a scavare più a fondo per vedere se si poteva trasformare questo concetto in un successo per l’economia globale. L’idea di economia circolare che si sta diffondendo è quella di un modello economico diverso”.2
Tra i cinque fattori studiati dal Club di Roma ci furono anche la popolazione e il cibo. Il cibo costituisce un bisogno umano fondamentale ed è essenziale per qualsiasi essere vivente ma, a livello globale, interi Paesi e singoli gruppi sociali vivono ancora in una situazione di insicurezza alimentare. Nella società moderna coesistono abbondanza e scarsità: ci sono quantità sufficienti di cibo per sfamare tutti, mentre circa un terzo del cibo prodotto ogni anno (1,3 miliardi di tonnellate) viene perso o sprecato (FAO, 2011) e più di 820 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica (FAO, IFAD, UNICEF, WFP e WHO, 2019). Questo complesso fenomeno è una sfida anche a livello dell’Europa, dove vengono sprecate circa 88 milioni di tonnellate di cibo all’anno, con costi associati stimati in 143 miliardi di euro (FUSIONS, 2016), nel 2017 112,8 milioni di persone, ovvero il 22,4% della popolazione nell’UE-28 era a rischio di povertà o esclusione sociale (Eurostat, 2019). L’Unione europea considera seriamente la questione degli sprechi alimentari ed è impegnata a rispettare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, o in forma abbreviata SDGs) adottati a settembre 2015 dall’ONU. Tra questi Obiettivi c’è anche il dimezzamento degli sprechi alimentari pro-capite a livello di vendita al dettaglio e di consumatori entro il 2030 e la riduzione delle perdite lungo la produzione alimentare e le catene di approvvigionamento (Target 12.3). Inoltre, la prevenzione degli sprechi alimentari è parte integrante del nuovo Pacchetto sull’Economia Circolare del 30 maggio 2018. L’obiettivo delle istituzioni europee è stimolare la transizione di tutti gli Stati membri verso un’economia circolare per rafforzare la competitività globale, creando nuovi posti di lavoro, nel rispetto di una crescita sostenibile. Nel modello di economia circolare le risorse vengono progettate e utilizzate in modo da estrarre il massimo valore, recuperando, rivendendo e materializzando laddove possibile. I modelli innovativi che applicano questa strategia includono il recupero e la ridistribuzione di eccedenze alimentari3 a fini sociali, come affermato nella comunicazione del 2015 della Commissione europea: “I rifiuti alimentari hanno anche un importante aspetto sociale, per cui il dono di prodotti alimentari ancora commestibili ma che, per ragioni logistiche o di mercato non possono essere commercializzati, dovrebbe essere facilitato”.4 Nell’Unione europea il primo passo verso una scelta strategica dell’economia circolare, per allungare quanto più possibile la vita dei prodotti alimentari, fu l’adozione della Food and drink material hierarchy.

Lo “spreco alimentare”5 è rappresentato dai tre livelli inferiori della gerarchia (riciclaggio, altro tipo di recupero e smaltimento). I tre livelli superiori (prevenzione, donazione e mangimi per animali) rappresentano azioni che possono essere intraprese prima che il cibo diventi un rifiuto e sono le più auspicabili (in prospettiva sociale, economica e ambientale). Numerosi Stati membri hanno adattato la gerarchia dei rifiuti agli alimenti, secondo l’ordine di preferenza illustrato.
Per quanto esposto finora, si può evincere come, in merito al tema della sostenibilità e dell’economia circolare, il settore agro-alimentare sia tra i più presenti negli ordini del giorno delle agende politiche dei governi, ma sia anche forte la richiesta di contributi, nelle scelte strategiche future, da parte di cittadini, realtà sociali, imprese, policy-maker e studiosi. Tra i principali stakeholder in questo confronto, ovvero come il recupero e la ridistribuzione di cibo in eccedenza per scopi sociali possa promuovere la transizione verso un’economia circolare e migliorare allo stesso tempo la collaborazione tra i diversi attori della filiera alimentare, ci sono le “Food Bank”. Fin dalla loro nascita, nel 1967,6 operano all’interno del paradosso economico sociale dell’abbondanza e della scarsità, dovuto innanzitutto al principio economico del libero mercato, basato sulle curve della domanda e dell’offerta e che permette di soddisfare un bisogno solo se le due curve si incontrano fissando il prezzo del bene. Le eccedenze alimentari invece non hanno prezzo e, quindi, per il mercato non hanno valore. Solo attraverso un nuovo sistema basato sul dono ciò che non ha prezzo può continuare ad avere valore e non diventare rifiuto. La Food Bank impatta sul sistema agroalimentare rendendolo più sostenibile attraverso una catena di approvvigionamento alimentare più efficiente. Inoltre, ha portato innovazione nel settore della gestione e della logistica, ha migliorato la legislazione sia a livello sovranazionale che nazionale, ha permesso alle organizzazioni caritatevoli di trasferire le risorse economiche, prima utilizzate per acquistare cibo, verso una serie di azioni di inclusione sociale (formazione, ricerca di lavoro ecc.) e infine ha contribuito alla riduzione degli impatti sull’ambiente, come il consumo di acqua e la produzione di CO2.
In Italia, la Fondazione Banco Alimentare Onlus (FBAO) è stata fondata nel 1989 e dal 1990 è membro della European Food Banks Federation. Con le 21 Organizzazioni Banco Alimentare presenti in Italia, la FBAO ha costituito la Rete Banco Alimentare. Grazie all’entrata in vigore della legge n. 166/2016, “Disposizioni relative alla donazione e alla distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e di contenimento dei rifiuti”, è stato facilitato il processo di donazione di cibo ed è stato avviato il recupero di alimenti da nuovi canali di approvvigionamento. Alcuni esempi sono il recupero del cibo cotto in eccedenza da navi da crociera, da fast food e il pesce sequestrato dalle autorità marittime. In questi anni, l’attività di recupero delle eccedenze alimentari da parte di Banco Alimentare è aumentata e le tonnellate di alimenti recuperate sono passate da 17.000.000 kg nel 2008 a 49.000.000 kg nel 2015. I prodotti vengono recuperati da tutte le fasi della filiera alimentare: agricoltura, mercati all’ingrosso, produzione, distribuzione, commercio al dettaglio e ristorazione collettiva. Il cibo recuperato viene ridistribuito a oltre 7.500 strutture caritative convenzionate, attraverso il lavoro delle 21 Organizzazioni Banco Alimentare.
In questi 30 anni di storia, Banco Alimentare ha contribuito a dare concretezza al modello di economia circolare e sussidiaria, attraverso una serie di benefici per tutta la comunità: più facile accesso al cibo da parte delle persone indigenti, riduzione degli sprechi alimentari e, di conseguenza, minori emissioni di gas serra e minor consumo di acqua. L’attività di Banco Alimentare non ha risolto i problemi, ma ha portato un contributo importante coinvolgendo cittadini, imprenditori, manager e autorità pubbliche. La strada è lunga ma ancor di più occorre un modo nuovo di agire, come ci ha ricordato, il 18 maggio scorso, Papa Francesco: “Che cosa possiamo fare? Di fronte a un contesto economico malato non si può intervenire brutalmente, con il rischio di ucciderlo, ma occorre prestare cure: non è destabilizzando o sognando un ritorno al passato che si sistemano le cose, ma alimentando il bene, intraprendendo percorsi sani e solidali, essendo costruttivi. Occorre metterci insieme per rilanciare il bene, sapendo che se il male è di casa nel mondo, con l’aiuto di Dio e con la volontà di tanti come voi, la realtà può migliorare. […] Un’economia circolare non è più rimandabile. Lo spreco non può essere l’ultima parola lasciata in eredità dai pochi benestanti, mentre la gran parte dell’umanità rimane zitta”.7
1 www.clubofrome.org
2 Fonte: AGI, Intervista a Ellen MacArthur, 13 ottobre 2018, fondatrice nel 2009 della Ellen MacArthur Foundation.
3 ”Eccedenza alimentare: è la componente commestibile della disponibilità (alimentare) che viene prodotta, trasformata, distribuita o servita, ma che per varie ragioni non viene venduta o consumata”, in P. Garrone, M. Melacini. A. Perego, Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità, Guerini e Associati, Milano 2012, p. 58.
4 L’anello mancante - Piano d’azione dell’Unione europea per l’economia circolare, 2015.
5 P. Garrone, M. Melacini. A. Perego, Dar da mangiare agli affamati... cit., pp. 62-63.
6 La prima Food Bank al mondo fu fondata nel 1967 a Phoenix, in Arizona. John Van Hengel, riconosciuto “padre del Food Banking”, faceva volontariato in una mensa per i poveri quando incontrò una madre che sfamava i suoi 10 figli recuperando alimenti ancora ottimi dai bidoni della spazzatura nelle vicinanze di ristoranti o supermercati. Quell’incontro gli diede l’idea, le FB si svilupparono in Canada, in Europa – dove la prima FB fu fondata a Parigi nel 1984 – e oggi sono presenti in più di 60 Paesi in tutto il mondo, adattandosi ai diversi contesti politici e socio-economici.
7 Discorso del Santo Padre Francesco ai membri della Federazione Europea dei Banchi Alimentari, Città del Vaticano, 18 maggio 2019.