Quadrimestrale di cultura civile

Persona: mai senza l'altro

di Francesco Occhetta S.I. / Gesuita, del Collegio degli scrittori de La Civiltà Cattolica

Dire “persona” oggi, significa riconoscerci senza conoscersi nella lunga tradizione ebraico-cristiana. Il termine esprime l’unicità di chi uno è, mentre la “natura” (umana) è ciò che uno ha in comune con gli altri. “Mai senza l’altro”, ci ha ricordato la filosofia del Novecento dopo le due Guerre mondiali che ci hanno separato dall’altro. La nostra vulnerabilità ha bisogna di un A/altro per vivere, la persona per essere tale può solo con-vivere, altrimenti rimane un individuo.
La Chiesa lo afferma da secoli mentre l’esperienza della I Sottocommissione nella Costituente, in cui sono stati scritti gli articoli 2 e 3, affonda qui le sue radici. L’esistenza della persona si dà nella sua coesistenza: la mia vita è in relazione agli altri e nella dipendenza reciproca nasce la res pubblica e la politica. Per natura, infatti, “l’uomo è un essere politico” se accoglie la sfida di diventare persona: costruirsi per vivere con gli altri. Ma c’è di più. La persona nel pensiero cristiano e nel pensiero giuridico occidentale è un pre-dato giuridico, il potere non la deve riconoscere, deve limitarsi ad accoglierla e a servirla. È per questo che Kant, attraverso una via diversa, giunge allo stesso traguardo: nel suo pensiero le persone vanno distinte dalle cose, queste hanno un prezzo, sono sostituibili e intercambiabili, le persone hanno invece una dignità che merita riconoscimento e rispetto. Scrive nella sua opera La fondazione della metafisica dei costumi: “Agisci in modo da trattare l’umanità, così nella tua persona come nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine e mai semplicemente come un mezzo”.
Il Vangelo di Luca ricorda a chi ha autorità sugli altri di rispettare la persona: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno” (Lc 3,14). È come dire: non approfittate del ruolo per umiliare, non abusate della vostra forza per far piangere, al centro del vostro agire ponete prima le persone e non l’uso delle persone come cose. La Scrittura chiede al potere di inchinarsi davanti a ogni persona, sempre, come davanti a un re, iniziando da chi non aveva riconoscimento giuridico: lo straniero, l’orfano e la vedova. Un significato che viene da lontano…
Nel dibattito teologico, definire la persona significa riferirsi a una sostanza dinamicamente in relazione, aperta a ciò che è altro da sé. Lo spiegava padre Luis Ladaria, l’attuale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, durante le sue lezioni all’Università Gregoriana: “Dio è persona perché Dio è relazione, è pluralità e differenza nell’unità. Infatti, Dio è amore, e l’essere autentico della persona è la relazione fondata sull’amore”. Da sant’Agostino a san Tommaso fino ad arrivare ai teologi contemporanei “la persona è relazione”, perché le tre Persone della Trinità sono “relazioni sussistenti” e in comunicazione tra loro grazie all’amore che le unisce senza fonderle. Una persona non può vivere senza le altre. Cosa significa dunque affermare: “Io, Francesco, sono una persona?”. Anzitutto vuol dire che dipendo da una relazione originante che mi ha generato e che grazie all’amore della Trinità di Dio sono imago Dei.
La cultura moderna ha cercato di ridicolizzare il fondamento teologico della persona: conta il rapporto del soggetto con se stesso, la sua autonomia e autosufficienza, non la relazione e l’interdipendenza. La figura di Robinson Crusoe, nata dall’immaginazione di Daniel Defoe, è l’icona della persona che preferisce rimanere individuo. Leibniz parla di monade, per Locke “la persona è la propria coscienza”. È questo il tempo in cui la natura divorzia dalla cultura, la tecnica dal suo fondamento. Gli effetti sono ancora visibili: i giovani hikikomori – termine giapponese che significa “stare in disparte” – rimettono in questione il significato della persona. Mezzo milione di ragazzi giapponesi e circa 100mila italiani stanno chiusi nella loro camera da letto, non escono, non vogliono alcun contatto con l’esterno. Abbandonano la scuola e gli amici. L’unica forma di relazione è la Rete. Quali sono i rischi? L’esplosione del narcisismo, che considera la Rete una vetrina e non una finestra sul mondo, e la regressione da “persona” a “consumatore”.

Il personalismo cristiano
Il Novecento riprende l’idea di persona dalla patristica, attraverso il personalismo e il comunitarismo di Emmanuel Mounier e l’umanesimo di Jacques Maritain. Dire persona nel secolo delle camere a gas ha generato in politica l’antidoto per ritornare a essere umani: la persona è “costitutivamente” relazione, non basta a se stessa e può essere tale solo in società, in quanto portatrice di diritti innati e indisponibili che si possono solo riconoscere. Secondo Mounier si diventa persona attraverso un cammino fatto da quattro passaggi fenomenologici: 1. Uscire da se stessi 2. Comprendere il punto di vista dell’altro 3. Donarsi per vincere la solitudine 4. Rimanere fedeli alla propria vocazione. Per il padre del personalismo il centro della persona è spirituale, inoggettivabile e indefinibile, a cui si inscrivono corpo e anima, pensieri e azioni. È per questo che la persona è incarnazione per “essere nel mondo”; è vocazione, “essere per” rispondere a una chiamata attraverso una risposta libera; è comunione (essere con) con altre persone.

La persona nella Costituzione
Ciò che abbiamo detto fin qui non è solo teoria, ma può far cambiare la vita delle società. Per i costituenti cattolici affermare che la persona ha una dignità significava sostenere una diversità dell’essere personale da tutti gli altri esseri. Nell’art. 3 si concentrò questa visione che ha determinato la concezione di Stato e di società. Non c’è articolo della Costituzione più chiaro di questo, in cui la persona è il valore, il resto sono strumenti, modi, modalità che servono a tutelare e a garantire il rispetto della persona, a promuoverla per permetterne il più ampio sviluppo possibile.
Le Costituzioni europee del dopoguerra lo ribadiscono: lo Stato è chiamato a servire la società e ad ascoltarla; sono i corpi intermedi che permettono a ogni cittadino di uscire dalla propria solitudine e diventare persona (essere in relazione ad altri) attraverso la vita in società, fatta di ascolto, conflitto, perdono, crescita, mediazione e così via. Il valore degli enti intermedi nella Costituzione rappresenta un atto di rottura sia col regime fascista sia, in maniera esplicita, con l’ideologia liberale. La persona, come soggetto morale, ha bisogno di enti intermedi che la rappresentino. Negare al cittadino questa interdipendenza e la possibilità di essere rappresentato finisce per favorire al potere la logica antica del divide et impera.
Durante la Seconda guerra mondiale, alla scuola di Jacques Maritain – che difese la centralità degli enti intermedi per la democrazia contro ogni forma di totalitarismo – si formarono uomini di primo livello come Giovanni Battista Montini, il quale, oltre a tradurne le principali opere in italiano, consegnò simbolicamente a Maritain, alla chiusura del Concilio Vaticano II, il proprio messaggio agli uomini di scienza e di cultura.
Siamo debitori in gran parte a questo filone di pensiero se nella Costituzione sono difesi la dignità della persona, il carattere organico e solidaristico della democrazia e la dimensione pluralistica delle formazioni sociali.

Discernere e vigilare sul significato di “persona”
È un paradosso esaltare la persona a livello teorico e non rispettarla nell’atto pratico. Perché i diritti umani “regnano ma non governano” e, spesso, nel loro nome si compiono le più feroci crudeltà? Perché, invece che essere rafforzati ed estesi, sono sempre più compressi? C’è chi li ritiene un prodotto dell’Occidente illuminista, per altri sono il frutto di un’etica individualistica. Nel tempo dei muri e dei fili spinati, delle barche lasciate in mezzo al mare, assistiamo a politiche contrarie ai diritti umani, alla loro efficacia e alla loro obbligatorietà. Il punto centrale è: se non sei cittadino e sei solo persona, i diritti universali non valgono. È il potere politico che decide ciò che dovrebbe riconoscere e servire, il rigurgito della cultura populista fa sì che il destino degli Stati prevalga sul destino comune delle persone. Occorre dunque discernere come la cultura e la politica utilizzano (e strumentalizzano) la persona. Ci sono infatti almeno due modi di intenderla: come “qualità” dell’uomo oppure come “attività”, la prima riguarda l’essere mentre la seconda il cosa. Valorizzare l’essere significa difendere la persona sempre, enfatizzarne l’utile rischia di escludere casi come il feto, la maternità surrogata, l’ammalato grave e le tante forme di schiavitù.
Quando nella storia il significato di persona si sta eclissando, l’unico antidoto è quello di risvegliare le coscienze assopite, lo ha scritto don Giussani: “Quando […] la morsa di una società avversa si stringe attorno a noi fino a minacciare la vivacità di una nostra espressione e quando una egemonia culturale e sociale tende a penetrare il cuore, aizzando le già naturali incertezze, allora è venuto il tempo della persona”. Nel dicembre 1976 a un gruppo di universitari ne aveva precisato la condizione: “Ciò che urge affinché la persona sia, affinché il soggetto umano abbia vigore in questa situazione in cui tutto è strappato dal tronco per farne foglie secche, è l’autocoscienza, una percezione chiara ed amorosa di sé, carica della consapevolezza del proprio destino e dunque capace di affezione a sé vera, liberata dall’ottusità istintiva dell’amor proprio».
Per questo la Dottrina sociale della Chiesa definisce la persona attraverso i princìpi di sussidiarietà, di giustizia, di solidarietà e del bene comune. La persona non si subordina al tutto: lo Stato può impormi l’uso del casco, ma non la meta dei miei viaggi. La sussidiarietà mette al centro la persona, la giustizia cura le relazioni che si rompono, la solidarietà ci permette di condividere in solidum lo stesso destino. Il bene comune, invece, è la moltiplicazione dei beni, non la somma dei beni privati secondo la concezione liberale, o il bene di un tutto per sacrificare le parti secondo la concezione dei totalitarismi.
Sintesi mirabile che permette all’individuo di diventare persona è contenuta nell’articolo 2 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Rimane questa la sfida per custodire la persona al centro dell’Ordinamento giuridico e nel cuore della vita di fede incarnata nella storia.