Quadrimestrale di cultura civile

Da Metropolis a Blade Runner 2049: il fantacinema

di Antonio Autieri / Direttore di sentieridelcinema.it

La recente uscita, nei cinema di tutto il mondo, di Blade Runner 2049 ha fatto scattare qualcosa. Pur con molte riserve sull’operazione in sé (con qualche ragione, ci si insospettisce spesso davanti a certi sequel di opere considerate “intoccabili”), il film diretto dal canadese Denis Villeneuve ha rigenerato l’entusiasmo per il grande cult anni 80 di Ridley Scott. Sullo sfondo, l’amore per i racconti di Philip Dick (dal suo racconto Il cacciatore di androidi datato 1968, che in originale si intitolava Do Androids Dream of Electric Sheep?, fu tratto il primo film; ma il cinema ha spesso ripreso le sue opere) e per la fantascienza, letteraria e soprattutto cinematografica. E da Blade Runner del 1982 partiamo per una carrellata storica su robot e Intelligenze Artificiali raccontate al cinema. Perché con Blade Runner fece un ulteriore passo quel percorso di una fantascienza “esistenziale” che periodicamente si alterna con quella più ludica, avventurosa, di pura evasione (anche se poi, pure in quella variante, spesso ci sono “seconde letture” interessanti). Con la consapevolezza che, in ogni caso, le storie che provano a immaginare il futuro, anche quello in cui le macchine hanno un peso preponderante, possono aiutare a capire qualcosa dell’uomo. Di oggi, non del futuro.
In genere si intende per “Intelligenza Artificiale” tutto ciò che ha a che fare con il mondo dei computer, e con le sue prerogative. In realtà l’Intelligenza Artificiale è una disciplina, spiega l’Enciclopedia Treccani, “che studia i fondamenti teorici, le metodologie e le tecniche che consentono di progettare sistemi hardware e sistemi di programmi software atti a fornire all’elaboratore elettronico prestazioni che, a un osservatore comune, sembrerebbero essere di pertinenza esclusiva dell’intelligenza umana”. Insomma: il suo scopo non è replicare l’intelligenza umana (con annesso dibattito etico), quanto riprodurne o emularne alcune funzioni, “in modo da fornire prestazioni qualitativamente equivalenti e quantitativamente superiori a quelle umane”.
Ne consegue la costruzione di computer sempre più sofisticati, ma anche di figure rese ormai familiari dal cinema, come i robot (per esempio R2D2 o C-3PO di Guerre stellari, vera “coppia” comica della saga) o gli androidi, che a differenza dei robot hanno sembianze umane: come abbiamo imparato proprio con Blade Runner. Ci sono poi i cyborg, esseri umani potenziati artificialmente (come in Robocop) o androidi con innesti biologici per assomigliare agli umani (è il caso di Terminator).

Un passo indietro
In realtà, non sono certo i replicanti modello Nexus 6 della Tyrell Corporation i primi “umani non umani” su grande schermo, così perfetti da confondere chiunque. Il cinema non parlava ancora e già aveva il suo primo robot: in Metropolis (1927), capolavoro del cinema muto diretto dal tedesco Fritz Lang, la visionarietà della messa in scena rendeva ancora più cupa e sinistra la Metropolis del futuro (il film è ambientato nel 2026…) con un robot dalle fattezze femminili ideato dal primo di una lunga schiera di scienziati pazzi. Da subito, lo scopo del racconto non è solo spettacolare ma un’angosciante enfatizzazione delle storture sociali, con biechi e ricchissimi capitalisti che sfruttano proletari schiavizzati nel sottosuolo della città. I successivi robot li troviamo in alcuni film degli anni 50, da Ultimatum alla Terra a Il pianeta proibito a Kronos il conquistatore dell’universo, ma il primo esempio “moderno” di Intelligenza Artificiale calato dal grande cinema nelle inquietudini della contemporaneità è 2001 – Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, che lo girò da un soggetto di Arthur Clarke (che in contemporanea ne scriveva il romanzo omonimo): un film, denso di significati filosofici, in cui aveva un ruolo fondamentale il supercomputer HAL 9000 che non solo poteva interagire con gli esseri umani, ma da loro mutuarne indole e sentimenti (negativi). In era pre-Blade Runner sono da ricordare il notevole Il mondo dei robot (1973) di Michael Crichton (primo film della carriera da regista del grande scrittore, in cui incuteva molta paura Yul Brinner nei panni di un robot-cowboy in una specie di parco a tema del futuro) e poi, ovviamente, il già citato Guerre stellari (1977) di George Lucas con relativi sequel, di recente ripartiti con una terza trilogia. Ma anche Alien (1979) proprio di Ridley Scott al suo secondo film, che tre anni prima di Blade Runner inseriva un androide a bordo della nave spaziale sotto le vesti di un ambiguo ufficiale scientifico “infiltrato”. Seguiranno numerosi sequel, tra cui il secondo Alien diretto da James Cameron nel 1986, (ma stavolta l’androide Bishop è una figura positiva).

L’era di Blade Runner
Gli anni 80 sono caratterizzati da una esplosione di interesse per il futuro e per il tema della coesistenza “possibile” tra umani ed esseri artificiali. Perfino nel cinema italiano, con un curioso “alieno” come Io e Caterina (1980), diretto e interpretato da Alberto Sordi, in cui un uomo insofferente ai rapporti con le donne trovava in una cameriera-robot la soluzione ai suoi problemi, salvo poi ritrovarsene schiavo. Il film si perdeva nella povertà intellettuale del Sordi di quegli anni, che pretendeva di dirigersi da solo (senza averne le doti), ma non mancavano gli spunti di interesse, anche preoccupanti. Comunque una curiosità, anche sul piano dell’immaginazione, forse dimenticata troppo in fretta. Di ben altra fortuna negli anni ha goduto il pionieristico Tron (1982), tra i primi a utilizzare la computer grafica in modo preponderante. Prodotto dalla Walt Disney, e citato o copiato negli anni successivi a man bassa, vedeva un programmatore di videogiochi finire nell’architettura di un “game” da lui stesso concepito. Più affascinante visivamente che per la storia, parecchio confusa. Ma con l’aura da “cult” tecnologico che lo proiettò nella storia del cinema. Il sequel del 2010 non aggiunge molto.
Ma è Blade Runner, sempre del 1982, il film che ha cambiato per sempre la storia della fantascienza introiettando nella mente degli spettatori di tutto il mondo la verosimiglianza di personaggi artificiali ma “umanissimi”. Come non ricordare la morte di Roy Batty (“Ho visto cose che voi umani…”), ma anche la storia d’amore tra l’umano agente Deckard e l’androide Rachael? Peccato che Ridley Scott, insoddisfatto del finale “positivo”, riuscisse a imporre alla Warner negli anni 90 una versione “director’s cut” con un nuovo finale in cui anche Deckard, probabilmente, è un androide, rovinando l’apologo insito nella diversità dei due amanti… E soprattutto senza quella voce fuori campo che era coscienza e giudizio del film. Verranno poi il cyborg di Terminator (1984) di James Cameron, dalla missione omicida contro il genere umano (con il volto di Arnold Schwarzenegger) che sarà programmato per il bene dal secondo, strepitoso episodio del 1991, DA.R.Y.L. (1985) con un ragazzino-cyborg frutto di un esperimento, la versione più rassicurante dell’Intelligenza Artificiale nella nave aliena di Navigator (1986) di Randal Kleiser, prodotto dalla Disney, l’altrettanto simpatico robottino Numero 5 di Corto circuito (1986), divertente commedia fantasy di John Badham, a segnalare la tendenza positiva di un decennio ottimista segnato dalla fantascienza “ecumenica” di ET. Ma ci sarà spazio anche per l’inquietante RoboCop (1987) di Paul Verhoeven, che apre una trilogia con un poliziotto destinato a morire trasformato in cyborg contro il crimine metropolitano. Con un recente remake di scarso successo.

Il riflesso delle angosce contemporanee
Ma gli anni Ottanta stanno per finire. E RoboCop inaugura un terreno in cui la fantascienza riflette, a volte in modo semplificato, i drammi della contemporaneità, violenza e criminalità in primis. Sulla stessa falsariga si muoveva Dredd – La legge sono io (1995) di Danny Cannon, da un fumetto “cult”, con Sylvester Stallone giudice-killer che scopre di essere frutto di un esperimento genetico che ha creato un essere “sintetico”. In Star Trek: primo contatto (1996), uno dei tanti film dalla celebre saga tv, vediamo una civiltà sviluppata di cyborg che si infiltra nella nave Enterprise contro cui devono combattere Picard e compagni. Ma mentre George Lucas con la seconda trilogia di Star Wars (ma in realtà prima nell’ordine temporale degli avvenimenti della saga) che inizia nel 1999 con La minaccia fantasma delude i fans più di quanto ne conquisti di nuovi, con tre film pieni zeppi di androidi et similia, a segnare molto di più l’immaginario collettivo fu un’altra trilogia che iniziò alla grande sempre nel 1999: Matrix dei fratelli Wachowski (oggi sorelle, dopo un clamoroso doppio cambio di sesso). Il primo bellissimo episodio, un po’ compromesso dai due successivi con tanti spunti interessanti ma troppo cerebrali, inventa un mondo in cui le macchine sono tutto, reggono l’intero universo conosciuto e simulano una realtà “normale” e visibile puramente di finzione: a combattere Matrix è un gruppo di ribelli che vogliono risvegliare gli uomini alla realtà. La lotta tra comoda apparenza e realtà, spesso sgradevole o dolorosa, non è mai stata così affascinante.

Animatronic
Se il decennio si chiude con L’uomo bicentenario (1999), confuso e sfortunato film di Chris Columbus con Robin Williams su un robot che sogna di diventare umano e mortale, in quegli anni inizia un ricco filone di film di animazione su questi temi non solo per bambini. Il gigante di ferro (1999) di Brad Bird, bellissima storia di amicizia tra un bambino e un robot che giunge dallo spazio sullo sfondo della guerra fredda, è anche un apologo a tratti poetico sulla paura del “diverso”, quasi un ET ambientato negli anni 50. Ma nel giro di pochi anni si susseguono parecchi film di questo tipo: dal semplice Robots (2005) al capolavoro della Pixar Wall-E (2008) diretto da Andrew Stanton, su un vecchio robot-spazzino nella Terra abbandonata dagli uomini, dal poco visto 9 (2009) su un futuro distopico in cui ormai le macchine hanno vinto la guerra contro gli umani, a Astroboy (2009), su uno scienziato che crea un robot-bambino per sostituire il figlio morto, fino a un altro bellissimo film, il disneyano Big Hero 6 (2014), tratto da un fumetto Marvel, che tocca anch’esso i temi della morte e dell’amicizia tra umani e robot con livelli molto profondi dal punto di vista narrativo e umano.

Le storie e gli effetti speciali
La sfida degli ultimi anni, dall’inizio del Terzo Millennio in poi, è quella di tutto il grande cinema soprattutto americano: credere ancora sulle storie o virare decisamente sullo spettacolo e sulla tecnologia, in modo da suscitare quella “meraviglia” fondamentale da sempre al cinema, soprattutto puntando a un pubblico di spettatori sempre più giovani. Spingendo però all’eccesso e puntando solo su effetti speciali sempre più fantasmagorici, spesso il risultato è di non interessare più gli adulti, cui in passato certi film potevano comunque rivolgersi grazie a temi importanti, esistenziali o anche “politici” (sul futuro della specie umana e del pianeta o come metafora dei rapporti tra classi sociali o stati nemici), e a volte di stancare gli stessi ragazzini cui ci si rivolge, quando certe formule diventano ripetitive. Film di questo tipo ce ne sono ormai a iosa, e non è il caso di dilungarsi: un filone per tutti è la saga di Transformers, iniziata nel 2007 con la regia di Michael Bay – un nome di garanzia nel campo del cinema action – e arrivata quest’anno, sempre più stancamente, al quinto episodio (e pare non sia finita). Quest’anno non si è discostato da un sano intrattenimento, ma a tratti un po’ noioso, Ghost in the Shell di Rupert Sanders, con Scarlett Johansson androide da combattimento nel film tratto da un manga nipponico (a cui si ispirò nel 1995 un celebre film di animazione), e il francese Valerian e la città dei mille pianeti di Luc Besson, in cui la cantante-attrice Rihanna è una mutante. Nel campo vastissimo del cine-fumetto, con vere gemme come i due “volumi” di Guardiani della Galassia o serie rispettabilissime come Avengers o Iron Man, troviamo spesso creature del futuro “impossibili”, artificiali e sintetiche. Magari attraverso una tecnologia immaginifica: come le numerose armature hi-tech proprio di Iron Man, che sembrano vivere di vita propria e permettono al supereroe miliardario di gestire più azioni contemporaneamente.
A lato permane ancora abbastanza ricco un filone serio, a volte anche in maniera sorprendentemente profonda. A partire da A.I. – Intelligenza artificiale (2001) di Steven Spielberg, che riprese una sceneggiatura destinata inizialmente a Stanley Kubrick. Un film non del tutto riuscito, ma capace di intenerire nel racconto di robot che – all’alba del 2125 – sono identici agli uomini (i Mecha), soprattutto il bambino interpretato dall’allora ragazzo prodigio Haley Joel Osment. Aveva alcuni aspetti interessanti Io Robot (2004), diretto da Alex Proyas e ambientato nel 2035: tra un Will Smith che fa il cyborg e vari androidi sospettati di aver ucciso un umano, il film non mantiene quanto promette ma si fa vedere, anche se il titolo fa pensare a una “riduzione” di racconti di Asimov, e invece ci si limita a rispettare le tre leggi della robotica codificate dallo scrittore.
Molto meglio, nelle sue minori ambizioni, una commedia per ragazzi come Real Steel (2011) di Shawn Levy, con Hugh Jackman ex pugile che addestra grandi robot come pugili; sebbene il cuore della storia non sia “tecnologico” ma il bel rapporto tra un padre e un figlio. Decisamente su un altro pianeta, per così dire, Her – Lei (2013) di Spike Jonze, bellissima storia d’amore impossibile proiettata in un futuro che intimorisce tra un uomo solitario e impaurito dai rapporti e un evolutissimo sistema operativo vocale. Una voce senza corpo: e la voce è quella suadente di Scarlet Johannson (nella versione originale, in italiano la doppiò Micaela Ramazzotti): solo “lei”, la voce che gli parla dal computer o dal cellulare, sa capirlo e parlargli come nessun’altra. Ma quando lui scopre che la sua “missione” è intrattenere vocalmente migliaia di persone… Non mancava di ambizioni anche Humandroid (2015) di Neill Blomkamp, ambientato in un Sudafrica dell’immediato futuro – già superato, era il 2016 – con poliziotti robot addestrati a combattere il crimine. Nella storia a un certo punto veniva creato Chappie, robot capace di provare sentimenti di compassione e perdono. Infine, piccolo ma importante film è Ex Machina, diretto nel 2015 da Alex Garland: un giovane programmatore vince una settimana di vacanza a casa dell’amministratore delegato della sua azienda (è fantascienza, ovvio…); in realtà si tratta di un laboratorio segreto, dove il boss ha progettato un esemplare di Intelligenza Artificiale all’avanguardia di nome Ava. Rapporto tra creatore e creatura, limiti della scienza, perfino perdita dell’innocenza di un giovane idealista. Non tutto scorre bene, ma certo è tra le cose più interessanti e visivamente più intriganti degli ultimi anni.

Il cerchio si chiude
Il trend sembra inarrestabile: se il presente è carico di problemi e di angoscia, il cinema guarda sempre di più al futuro proiettando domande e inquietudini su un altro piano temporale. Chiudiamo il cerchio come abbiamo iniziato, con Blade Runner e Ridley Scott. Di quest’ultimo è uscito pochi mesi fa Alien: Covenant, ennesimo sequel della saga da lui iniziata e che ormai si trascina malamente, con Michael Fassbender nei panni di un doppio androide biondo… Ma Scott è alla base anche di Blade Runner 2049, il sequel più discusso dell’anno che si è limitato a produrre affidandolo al bravo Denis Villeneuve. Un film che ha diviso gli animi: ben realizzato, ma impossibile da paragonarsi al capolavoro anni 80, mette fin troppa carne al fuoco ma è un’opera seria e rispettabile. Dove il personaggio più “umano” è un ologramma, donna virtuale multiforme e cangiante che sembra solo un gioco per soddisfare il replicante super poliziotto interpretato da Ryan Gosling: lei cucina, cambia di continuo aspetto, si accende e spegne a comando, soddisfa ogni (proprio ogni) desiderio, arriva a entrare nel corpo di una donna vera per lui. Ma anche un “essere” che si rivelerà dotata di quei sentimenti (amore, compassione, coraggio) che caratterizzano il meglio dell’umanità, tanto da arrivare a sacrificarsi per la persona amata. E a proporre, quindi, un “esempio” desiderabile, per noi che viviamo e soffriamo alla fine del 2017. A conferma che la fantascienza migliore parla di uomini e donne del nostro tempo, anche quando sembra una fuga dalla realtà.