Cosimo Accoto è Research Affiliate al MIT di Boston. Il suo ultimo saggio si intitola Il mondo dato. Cinque brevi lezioni di filosofia digitale (Egea, Milano 2017) e sintetizza i suoi attuali interessi di ricerca speculativa: software theory, data strategy, platform thinking, artificial intelligence e blockchain business. Il suo percorso professionale è maturato nella consulenza strategica di management come partner e responsabile per le strategie d’innovazione nell’industria internazionale della misurazione di Internet e della digital analytics come direttore commerciale e in società leader mondiali nello sviluppo di software e piattaforme per la data intelligence.
Atlantide. Quali sono, dal punto di vista filosofico, i fattori che influenzano la contemporanea e futura software society? E cosa significa vivere in una società in cui il software diventa una dimensione che permea le aree della vita quotidiana?
Cosimo Accoto. Ho intrapreso, da qualche anno, un lungo percorso filosofico di ricerca teso a portare in luce e far comprendere la rilevanza del codice software come motore primario della nostra civiltà, cultura ed economia contemporanee.
Si parla molto di digitale, ma in concreto dovremmo parlare di codice software e delle sue applicazioni. Un codice di norma invisibile, che assume forme e dinamiche molteplici connettendosi con sensori, dati, algoritmi, robot, Intelligenza Artificiale e piattaforme (è il tema del mio ultimo saggio Il mondo dato). Ci accorgiamo del codice software, infatti, solo quando fallisce o quando, come in altri casi, minaccia la nostra stessa esistenza sia come singoli sia come esseri sociali (come nel caso degli attacchi informatici). Ma il codice software è molto più di quanto un evento di guerra informatica possa dire: è una sorta di inconscio tecnologico che dà forma e dinamizza le nostre vite personali e professionali, private e pubbliche. È il motore invisibile della nostra società contemporanea che – e questo è il punto centrale – detta le condizioni di possibilità del nostro mondo.
Provate a pensare alle attività personali o professionali che ogni giorno facciamo e a quante di queste sono fortemente connesse al funzionamento del codice software e dei programmi informatici installati. Per fare un esempio della potenza del codice: se in un supermercato il software non funziona, quello spazio smette di essere un supermercato e diventa un semplice magazzino merci. È il codice, quindi, che decide ultimamente la natura di quello spazio.
Gli esempi di questa pervasività crescente del software sono innumerevoli. Per citare l’ultimo, in ordine di apparizione nella nostra società, il denaro virtuale o criptomoneta (come il Bitcoin). In questa nuova emergente tecnologia monetaria, il vero cambio di paradigma non è dal materiale all’immateriale – come si sente banalmente dire spesso – ma dal materiale al programmabile. Credo che parlare di dematerializzazione a proposito delle nuove tecnologie monetarie sia fuorviante. Elettricità, hardware, codice, device e reti che consentono di produrre e scambiare Bitcoin non sono immateriali. Piuttosto penso che quello a cui stiamo assistendo sia un processo di “astrazione” tecnologica. Non è moneta immateriale o virtuale. È moneta “programmabile”, appunto, disegnata e attivata da un codice per creare nuove funzionalità e dinamiche sociali. Se anche la moneta diventa codice (non senza problematicità), capire come funziona in profondità il software è dunque fondamentale per comprendere come funziona e funzionerà sempre di più in futuro la nostra società.
Atlantide. Le macchine intelligenti, conseguenza dello sviluppo di tecniche di Intelligenza Artificiale, si inseriranno nella nostra vita per supportare gli umani in difficoltà, per accrescere le loro capacità o per sostituirsi a loro nell’espletamento di alcune attività. Si profila lo sviluppo di una società più intelligente. Ma sarà proprio così? E in che senso sarà così? Quali saranno i possibili impatti sulla vita e sulla sua concezione da parte delle persone e della società?
Accoto. La software society sarà sempre di più una società algoritmica e automatica, artificialmente intelligente. A partire dalla fase di sviluppo del codice software (sempre più affidato a macchine), fino alla fase di creazione di prodotti e servizi (sempre più senzienti e smart). Non a caso si parla di fabbrica 4.0, di agricoltura di precisione e così via. In tutto questo sviluppo tecnologico, gli umani sono ancora nel loop – come dicono gli ingegneri del software – o ci attende una lenta ma progressiva e inesorabile marginalizzazione? Le macchine arriveranno davvero a sostituire gli umani, in primis nel lavoro (tema che è dibattuto a tutti i livelli, dai convegni del World Economic Forum fino alla discussione quotidiana al bar) e poi, a cascata, in molte delle attività che facciamo come, per esempio, guidare un’auto?
I fenomeni della disoccupazione tecnologica non sono nuovi e quindi fortunatamente possiamo imparare dalla storia. Alcuni sostengono che, come accaduto per altre rivoluzioni industriali, i lavori che verranno creati ex novo grazie alle nuove tecnologie bilanceranno quelli persi (ricordo, per esempio, che l’arrivo del programma software Excel ha cancellato vecchi lavori e fatto nascere contestualmente nuove professionalità). Altri fanno rilevare, invece, che siamo di fronte a una rivoluzione industriale peculiare e diversa dalle altre (non sta cambiando un solo settore, ma tutti i comparti) e che quindi le comparazioni storiche col passato poco ci aiutano. E che forse dovremo immaginare politiche sociali (come l’introduzione del reddito di cittadinanza) che andranno a compensare un’economia con poco lavoro per gli umani.
Probabilmente, in maniera più radicale, si prospetta all’orizzonte un ripensamento filosofico del concetto stesso di lavoro. In ogni caso, quello che mi sembra certo è che dovremo sicuramente aggiornare le nostre competenze e le nostre conoscenze professionali perché siano più allineate alla nuova “code economy”, come qualcuno la chiama. Non sarà un percorso facile né indolore. Non ce lo ricordiamo più, ma anche quando siamo passati dalla società agricola a quella industriale abbiamo dovuto, come specie umana, adeguare e modificare il nostro sistema educativo. E non è stato, ripeto, né semplice né poco oneroso.
Atlantide. Il nuovo concetto di “ex-perienza” in che termini non fa tabula rasa della tradizione, di ciò che ci ha portati fino a qui? Come si può non ridurre l’umano ma approfittare davvero di questa opportunità data dall’innovazione tecnologica per allargare e spalancare la ragione dell’uomo?
Accoto. Quello che chiamiamo “umano”, dato per scontato e assolutizzato, è in realtà il risultato complesso delle tecnologie che storicamente, di epoca in epoca, vengono sviluppate e con cui interagiamo. E da ultimo la tecnologia è il modo dell’umano di stare al mondo (da quando scheggiavamo la silice a oggi che programmiamo grazie al silicio) e con cui facciamo esperienza del mondo. Il neologismo “ex-perienza” racconta della necessità di allargare il nostro concetto tradizionale di esperienza, basato sui nostri sensi umani che hanno dei limiti, per comprendere anche nuove prospettive come quelle oltre l’umano.
Parto da una tesi che sto provando a esplorare e ad argomentare. L’idea è che le tecnologie di rete e artificiali, che stiamo progettando e implementando, rappresentino un passaggio di paradigma. Passaggio che ho connotato come la trasformazione dalle tecnologie come “archivio” alle tecnologie come “oracolo”. Le nuove tecnologie dell’AI stanno costruendo un’architettura tecnologico-informatica (e un’esperienza) in cui l’informazione comincia a fluire, sistematicamente, dal futuro al presente e non più, come è stato finora, dal passato al presente. Usando, cioè, sensori, dati e algoritmi di Intelligenza Artificiale, siamo in grado di intercettare l’informazione relativa a quello che sta per accadere e usare questa informazione per disegnare e progettare esperienze in modalità prolettica e anticipatoria (e non solo posticipata e responsiva).
Siamo oltre il cosiddetto real-time di cui tutti parlano. Siamo al fare nuova esperienza grazie a un tempo anticipato e a un’Intelligenza Artificiale precognitiva che ci anticipa costantemente, spesso in maniera inavvertita. Così, l’Intelligenza Artificiale può aiutarci ad allargare la nostra esperienza e la nostra comprensione del mondo. Faccio un esempio: AlphaGo – il supercomputer di Google che ha battuto Lee Sedol, il coreano campione mondiale di Go, il gioco asiatico molto più difficile degli scacchi, le cui mosse possibili superano gli atomi dell’universo – ha fatto una mossa strategica che nessuno dei milioni di giocatori umani di Go in 3000 anni aveva immaginato. Abbiamo dovuto riconoscere che come umani avevamo raggiunto – come dicono i matematici – un “massimo locale” da cui non riuscivamo a muoverci. Eravamo fermi e non riuscivamo a inventarci nuove mosse. In questo caso, le macchine ci hanno fatto fare un’esperienza nuova e un salto cognitivo notevolissimo. Tanto che ora i manuali di gioco di Go andranno riscritti per tenerne conto.
Atlantide. Incertezza o rischio, anche in conseguenza della mancanza di esperienza, rappresentano fattori fortemente in gioco di fronte a innovazioni tecnologiche dirompenti degli ultimi anni. Pensiamo alla genetica, alle nanotecnologie, alla massiva introduzione dell’Intelligenza Artificiale e della robotica, alla sempre più evidente capacità di datificazione (rappresentazione quantitativa ottenuta da dati) dei fenomeni di interesse personale e sociale. A fronte di queste criticità un nuovo orizzonte interpretativo sembra più capace di confrontarsi con la complessità del mondo programmabile: il paradigma della vulnerabilità. Ma di cosa si tratta? Che cosa è la vulnerabilità?
Accoto. Come abbiamo detto, viviamo tempi aperti a una straordinaria possibilità d’inventiva, risolutiva di problemi annosi e foriera di nuove opportunità di miglioramento economico, sociale e politico grazie ai dati, agli algoritmi e all’Intelligenza Artificiale. Sono tempi, tuttavia, che sempre più vengono descritti in termini di rischi. Rischi come quelli legati al lavoro rubato dalle macchine – si dice – ma più in generale per l’uso di codice, dati, algoritmi e agenti intelligenti che possono mettere a repentaglio la specie umana. Anche su questo punto, tuttavia, vorrei proporre una prospettiva più consapevole sul tema della rischiosità dell’innovazione.
Non amo i tecno-critici così come non amo i tecno-entusiasti. Dobbiamo avere un approccio attento e consapevole, ma aperto al futuro. Per questo, il concetto di rischio non può esaurire la complessità delle situazioni nuove in cui ci troveremo a vivere, né può essere l’unica prospettiva. Di fronte a queste criticità, un nuovo orizzonte interpretativo è apparso meglio capace di confrontarsi con la complessità del mondo programmabile che ho cercato di raccontare nel mio libro: il paradigma della vulnerabilità. Il nuovo paradigma è venuto emergendo da molti domini: le analisi economiche su povertà e prospettive di vita, gli studi sul clima, le ricerche sulla criticità delle infrastrutture tecnologiche, le indagini sui disastri ambientali, l’antropologia e le teorie dello sviluppo.
La prima indicazione è che il concetto di vulnerabilità non è puramente negativo. Un certo grado di vulnerabilità si accompagna, infatti, all’apertura nella quale un qualche livello di incertezza, legata all’imparare e all’innovare, è necessario e inevitabile (cercando opportunamente delle condizioni al contorno che preservino da sviluppi catastrofici). Vulnerabilità è un concetto più ampio di rischio e in grado di includere situazioni in cui gli esiti e i contesti sono più difficili da quantificare. Il concetto di rischio ha un approccio decisamente più quantitativo, ma noi abbiamo bisogno di prospettive più qualitative e aperte accompagnandole, certamente, con la predisposizione delle giuste procedure di controllo, di salvaguardia e attenzione estrema mentre ci muoviamo su territori inesplorati.
Atlantide. Esiste per i giovani una ragionevole speranza, che trovi linfa e nutrimento in questo mondo programmabile e che lasci spazio alla creatività umana?
Accoto. C’è una frase che fa da incipit al primo capitolo del libro e dice: “Il codice è generativo, è creativo, è costruttore di mondi”. Non vorrei aver dato l’impressione che un mondo programmabile sia un mondo poco creativo. Tutt’altro. Il codice è lo strumento attraverso cui la creatività umana può emergere, soprattutto come strumento per l’espressione, la crescita e la valorizzazione delle creatività umane. È questa, per esempio, la prospettiva filosofica ed educativa portata avanti dal Lifelong Kindergarten del MIT Media Lab e dalle sue esperienze e progetti di creative e playful learning. In particolare, questo gruppo di ricercatori promuove l’apprendimento creativo attraverso strumenti come Scratch, un linguaggio di programmazione (e una community online) con cui bambini e bambine possono esprimere le proprie idee, sviluppando la propria voce e la propria identità, attraverso la creazione e condivisione di progetti come animazioni artistiche, storie interattive o videogames. Devo ringraziare Carmelo Presicce, ricercatore al MIT Media Lab, per le discussioni che abbiamo avuto su questa visione della programmazione, del codice software come strumento per la costruzione creativa di mondi e non solo per la risoluzione ingegneristica di problemi.
Da ultimo, la mia idea è che non sia possibile scindere tecnologia e umanità come se ci fosse un umano in sé distinto dagli strumenti scientifici, artistici, professionali e culturali che storicamente usa. L’umano contemporaneo nasce attraverso le tecnologie digitali, di rete, artificiali e algoritmiche che stiamo progettando in questi anni. E nascerà anche dal confronto con le macchine “intelligenti” in arrivo, che ci obbligheranno a ridefinirci come umani. Siamo abituati a considerarci gli unici esseri creativi e intuitivi (e abbiamo sottratto queste caratteristiche ad animali e piante) e oggi facciamo fatica a riconoscerlo alle macchine e all’immaginazione algoritmica. Ma come AlphaGo ci ha mostrato, non è così e la nostra creatività potrà essere spinta ancora più in avanti in un mondo programmabile grazie all’uso del codice. Certamente dovremo imparare a guidarlo in maniera etica e consapevole facendo tesoro della nostra evoluzione, ma rimanendo al tempo stesso aperti al nostro miglioramento. Perché solo così potremo risolvere molti dei problemi che ci angustiano: la salute, il clima, la povertà, il lavoro e molto altro.