Quadrimestrale di cultura civile

Silicon Valley: il laboratorio dell’homo technologicus

di Mattia Ferraresi / Giornalista

Quando nel 2005 lo storico canadese Yves Gingras ha proposto il termine homo technologicus per identificare il soggetto della civiltà contemporanea, intendeva dire che l’uomo è definito innanzitutto dalla sua capacità di produrre mezzi che non si trovano in natura, una versione aggiornata dell’homo faber di origine antica e sviluppo rinascimentale. Oggi, invece, l’aggettivo technologicus si potrebbe meglio interpretare come una qualificazione del soggetto: l’uomo tecnologico non è solo colui che è capace di produrre tecnologia, ma è l’uomo “tecnologizzato”, potenziato dall’alleanza con macchine intelligenti che promettono di portarlo oltre i confini della dimensione biologica, un essere che nel tentativo di trascendersi si trova a essere contemporaneamente ingegnere e cavia della specie che verrà. Si è parlato molto negli ultimi decenni di transumanesimo e post umanesimo come orizzonti ultimi dello sviluppo del settore, ma al centro degli obiettivi immediati delle grandi aziende tecnologiche c’è il parto di uno smartuomo in apparenza simile al suo predecessore, eppure dotato di un’attrezzatura fatta di device e algoritmi che gli consente il passaggio a un livello ulteriore di efficienza.
La Silicon Valley coltiva dalle sue origini il vasto programma di allargare a dismisura i limiti della conoscenza e di sconfiggere, infine, la morte con un’alleanza strategica con le macchine destinata inevitabilmente a modificare il soggetto umano. Con il termine singularity, che il geniale pioniere della computer science John Von Neumann ha mutuato dall’astrofisica negli anni Cinquanta, il mondo della tecnologia ha indicato quel punto dello sviluppo in cui si innescherà un’accelerazione esponenziale dell’innovazione, una specie di apocalisse benevola che libererà la superintelligenza ancora inespressa e inaugurerà una nuova e brillante dimensione dell’esistenza umana. In che modo questo passaggio avverrà, quali saranno, se ci saranno, gli effetti indesiderati, che ruolo giocherà l’Intelligenza Artificiale in questa epocale partita della razza umana, se si tratterà di un sol dell’avvenire o di qualcosa di più sinistro, sono gli oggetti di un serrato dibattito fra i più importanti player del settore. Ma al di là delle correnti e delle varianti occorre rendersi conto che la radice messianica e autodeificante che anima l’homo technologicus è il denominatore comune di un intero settore, non la fissazione di qualche sciroccato che s’aggira nel deep web. Spesso le discussioni attorno alla singularity sono state ridotte ad appannaggio esclusivo di strambi visionari ai margini del grande ciclo produttivo della Silicon Valley, personaggi dediti più alla fantascienza che allo sviluppo della tecnologia, un culto marginale di adepti della “estasi per nerd”, come è stata ribattezzata la setta che guida la corsa a rotta di collo verso un futuro ultraumano. Ma nella fabbrica del futuro della California, scienza e fantascienza sono sorelle gemelle. Vernor Vinge, che ha raffinato il concetto di singolarità tecnologica nell’ambito contemporaneo, è diventato famoso per i suoi romanzi di sci-fi (science-fiction), ma era anche un professore della San Diego State University che ha scritto, fra le altre cose, il fondamentale saggio The Coming Technological Singularity. Rinchiuderlo nell’ambito della pura fiction significa negare il suo contributo più importante al dibattito.
Un simile errore di prospettiva si può commettere facilmente anche quando si parla di Ray Kurzweil, il più famoso e celebrato fra gli innovatori in attività. Kurzweil è il padre di alcune invenzioni rivoluzionarie nell’ambito della decrittazione del linguaggio, della sintesi dei suoni e nella produzione di sofisticate tecnologie che permettono ai ciechi di leggere; ma spesso sono gli aspetti più curiosi della sua personalità ad attirare l’attenzione: si parla delle duecento pillole al giorno che ingerisce per riprogrammare il suo assetto biochimico e allungarsi la vita, del fatto che ha conservato campioni di Dna di suo padre perché è convinto che un giorno sarà in grado di resuscitarlo, facendo il download della sua anima su un supporto non biologico, oppure della sua ossessione per la criogenizzazione. Ha disposto che, nel malaugurato caso dovesse morire prima dell’avvento della singularity, da lui previsto per il 2045, il suo corpo venga conservato nell’azoto liquido in una clinica per l’estensione della vita in Arizona. Gli aspetti peculiari del suo carattere non devono però far dimenticare che Kurzweil è stato assunto personalmente da Larry Page, il più visionario fra i co-fondatori di Google, per ispirare e guidare i nuovi progetti del gigante di Mountain View sull’apprendimento delle macchine e i procedimenti di acquisizione del linguaggio. Quando è stato assunto, nel 2012, lui e Page hanno concordato su una descrizione del suo obiettivo abbastanza vasta da permettergli la massima libertà di azione: “Portare a Google la comprensione del linguaggio naturale”. Questo superingegnere non solo è coinvolto in tutti i progetti con cui Google vuole aggredire il futuro, dalla mappatura del cervello alle analisi del linguaggio, ma è il testimonial di una concezione diffusa ben al di fuori di certe frange estreme della tecnologia. Kurzweil è soltanto un esempio della cultura tecnologista che innerva Facebook, Google, Amazon e gli altri campioni del mondo libero, connesso, aperto e smart.
Il soggetto umano che queste aziende mettono al centro della scena è l’homo technologicus, e questo è vero anche se non si traduce necessariamente nell’aperta promozione di tic fantascientifici alla Kurzweil. Basta lavorare sull’influenza dei comportamenti e sulle abitudini degli utenti per caldeggiare una certa concezione robotico-cibernetica della persona, la quale trova il suo compimento nella massimizzazione dell’efficienza del sistema. La vita digitalizzata e smart ha liberato l’uomo da una enormità di compiti e preoccupazioni della vita quotidiana ormai completamente delegati a macchine che analizzano dati e dispensano soluzioni, ma è un’illusione credere che questa rivoluzione a livello basso non abbia ripercussione sulle attività più nobili e irriproducibili, quelle che rendono l’umano tale, così com’è un’illusione credere che le stranezze di Kurzweil non influenzino il modo in cui Google concepisce i prodotti che tutti usano.
Franklin Foer, autore di un libro contromano sugli effetti della tecnologia intitolato World Without Mind: The Existential Threat of Big Tech, usa un’espressione efficace per descrivere la metamorfosi antropologica in atto : la Silicon Valley, scrive, “sta distruggendo la possibilità della contemplazione”, dove la contemplazione, il considerare sé e il mondo senza stabilire un rapporto strumentale o basato sulla manipolazione, viene intesa come l’attività umana fondamentale. L’homo technologicus è un essere attivo, non contemplativo, non ammette una metafisica, il suo compimento è commisurato alle sue capacità produttive e cognitive, il suo senso ultimo è legato al superamento di ogni limite. Alla domanda: “Dio esiste?” risponde esattamente come Kurzweil: “Non ancora”.
Foer nota che “per secoli gli ingegneri hanno automatizzato il lavoro manuale, mentre la nostra nuova élite ingegneristica ha automatizzato il pensiero”. Ancora una volta, non occorre evocare uno scenario da replicanti alla Blade Runner per illustrare il meccanismo. Basta, più semplicemente, riflettere ad esempio sugli algoritmi, cioè il cuore di tutti i sistemi e di tutte le infrastrutture digitali che miliardi di persone utilizzano per fare qualunque cosa, da ordinare una pizza a trovare l’anima gemella. Gli algoritmi, sostiene Foer, sono i supremi nemici della libertà, altro carattere umano fondamentale. “Facebook non lo descriverà mai in questo modo, ma gli algoritmi sono costruiti per erodere il libero arbitrio, per togliere agli umani il peso della scelta, per condurli nella direzione giusta. Gli algoritmi alimentano un senso di onnipotenza, la paternalistica convinzione che il nostro comportamento possa essere alterato, senza che noi nemmeno siamo coscienti della mano che ci guida in una direzione superiore”.
L’algoritmo è una forma di nudge, la spinta gentile verso il bene che i governi progressisti promuovono per correggere le debolezze dei cittadini, e non è certo un caso che Richard Thaler, il nume tutelare dell’economia comportamentista, sia stati insignito del Premio Nobel.
Questi strumenti sono i frutti più maturi a disposizione, nel grande albero della tecnologia, di una visione dell’umano che postula, esplicitamente o implicitamente, che il cervello sia un computer molto sofisticato e che dunque l’intelligenza, intesa come capacità computazionale, possa essere replicata, potenziata ed estesa fino al superamento definitivo di tutti i grattacapi dell’umanità, che sono un po’ più complicati di una consegna a domicilio o di un like su Facebook. La massimizzazione dell’efficienza di questo sistema, ovvero il perfezionamento dell’homo technologicus, coincide, non incidentalmente, con la massimizzazione del profitto di aziende che maneggiano i dati di miliardi di utenti e hanno occupato con una spinta non proprio gentile enormi fette di mercato.
Questo è il momento del techlash, del grande cambiamento dell’opinione pubblica sui giganti a cui avevamo affidato con entusiasmo le chiavi del futuro, e la percezione di un oligopolio imbattibile che si muove in modo coordinato non è certo una buona pubblicità. Ma il sospetto verso la benevolenza dell’homo technologicus non è soltanto una reazione allo strapotere economico della Silicon Valley.