1. La rivoluzione digitale
La rivoluzione digitale in atto è destinata a modificare profondamente il nostro modo di lavorare e di vivere. Già negli ultimi venticinque anni, a partire dalla diffusione di Internet, le tecnologie digitali hanno avuto un grande impatto sulla nostra vita e sul nostro modo di lavorare; non è necessario fare molti esempi, basta osservare quante persone passano ore della propria giornata ad “accarezzare” il display dello smartphone o a “googlare” in rete. La maggior parte dei lavoratori, già oggi, non possono fare a meno del computer e soprattutto dei vari software applicativi o di base che sono diventati i veri strumenti di lavoro nella società dell’informazione. Nei prossimi anni, grazie all’impressionante sviluppo e alla convergenza, incredibile e inattesa, di alcune tecnologie (cloud computing, Artificial Intelligence, mobile, social etc.) e alla continua crescita dei dati in formato elettronico (i cosiddetti Big Data), questa rivoluzione è destinata a cambiare ancora più profondamente il modo di lavorare e di vivere.
In particolare, grazie agli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale, è destinato a cambiare profondamente il modo in cui le persone interagiscono con le macchine e con i software che saranno in grado di comprendere il linguaggio naturale e di esprimersi vocalmente. Inoltre molte attività di tipo “routinario” potranno essere svolte direttamente dalle macchine, senza intervento dell’uomo, e soprattutto le macchine diventeranno dei consulenti “intelligenti” che aiuteranno le persone a raggiungere i propri obiettivi sia nel lavoro sia nella vita personale con minore fatica e con risparmio di tempo.
Software sempre più “intelligenti” ci aiuteranno (come già succede oggi) a fare la spesa, organizzare i viaggi, gestire l’agenda, comunicare con gli amici, gestire le transazioni bancarie, prenotare una visita medica, trovare il percorso migliore in auto, solo per citare gli obiettivi personali più immediati. Lo stesso avverrà sul posto di lavoro: sistemi “intelligenti” ci aiuteranno a reperire informazioni, a prendere decisioni, a comunicare con i gruppi di lavoro, a comandare i robot e le macchine di produzione, a organizzare i meeting, a valutare le persone ecc. Per affrontare questi cambiamenti è necessario innanzitutto uno shift culturale: non cedere a una visione distorta, influenzata soprattutto dai media, che presentano le “macchine” come nemici da combattere (perché ci porteranno via i posti di lavoro) o come mostri intelligenti che si ribelleranno ai nostri comandi e cercheranno di dominare il mondo, e invece cogliere le opportunità che questi sviluppi tecnologici possono portare aiutando le persone a lavorare e a vivere meglio. Certo, questi sviluppi sono destinati a modificare profondamente il mercato del lavoro ed è forte il rischio che le persone che mancano di competenze adeguate per affrontare queste sfide siano sempre più marginalizzate.
Numerosi studi recenti1 hanno stimato che oltre il 47% dei posti di lavoro in USA (compresi molti lavori nel campo dei servizi) sono a rischio e, in futuro, potrebbero essere sostituiti da computer. Stime analoghe valgono per gli altri Paesi del mondo occidentale.
Per questo è necessario, a mio avviso, una sorta di “piano Marshall” della formazione in Italia, che veda la cooperazione di tutti i soggetti coinvolti (scuola, università, imprese) per aiutare le giovani generazioni ad acquisire le competenze necessarie e dare la possibilità a tutti i lavoratori di ri-qualificarsi per affrontare al meglio le sfide che la diffusione delle macchine “intelligenti” inevitabilmente comporterà. Nel seguito di questo articolo verranno approfondite quali sono le principali competenze e le figure professionali che emergono analizzando in particolare (ma non solo) i dati relativi agli annunci di lavoro pubblicati sul web, poi si cercherà di dare alcune indicazioni su quali contenuti e strumenti formativi sia necessario mettere in atto per formare le persone con competenze adeguate a cogliere i cambiamenti futuri del mondo del lavoro.
2. Figure professionali e competenze emergenti
In questo paragrafo presentiamo in sintesi i risultati di un’analisi fatta sul database Wollybi,2 che raccoglie e classifica tutte le offerte di lavoro postate sul web (in Italia), nei principali siti di annunci, al fine di cogliere come la domanda di lavoro sta cambiando nel tempo. In particolare, gli aspetti che vengono evidenziati sono tre.
a. Skill Digital Rate. È un indicatore per misurare il tasso di pervasività delle competenze digitali; esso fornisce un’indicazione percentuale della pervasività delle competenze digitali all’interno di una professione.
b. Nuove figure professionali emergenti
c. Richiesta di soft skills. Al fine di confrontare come cambia la domanda delle skills associate alle professioni del 2013 con quelle del 2017.
a. Skill Digital Rate
Grazie a Wollybi possiamo calcolare la rilevanza di una determinata competenza in tutte le offerte di lavoro classificate sul codice della professione in oggetto.

La Figura 1 mostra la pervasività delle skills digitali nella richiesta di professioni non appartenenti all’area ICT (Information and Communication Technology - tecnologie dell’informazione e della comunicazione): i dati mostrano una forte diffusione ICT nelle diverse professioni, a partire dall’1% di capacità ICT richieste per gli assemblatori di parti di macchine, arrivando fino al 38% degli addetti all’informazione.
b. Nuove figure professionali emergenti
Negli ultimi quattro anni è aumentato, in modo esponenziale, il trend di offerte di lavoro per figure professionali “nuove”, che non trovano esatta corrispondenza nelle classificazioni standard delle professioni. In particolare dal 2013 al 2017 sono state pubblicate sul web più di 7.000 offerte di lavoro per le seguenti professioni:
Data Scientist
Cloud Computing
Cyber Security Expert
Business Intelligence Analyst
Big Data Analyst
Social Media Marketing
È possibile intuire che le nuove professioni sono tutte legate all’ambito della Data Science, e in generale, della Digital Economy. Ognuna di queste figure professionali è caratterizzata da una serie di hard skills – perlopiù conoscenza di programmi specifici/linguaggi di programmazione – e da un set di soft skills comuni a tutte e riassumibili come:
Senso di responsabilità
Lingua inglese
Doti relazionali
Capacità organizzativa
Lavoro in team
Professionalità
Problem solving
Di seguito la descrizione del Social Media Marketing.

La grandezza delle parole rappresenta la loro importanza (in questo caso il numero di volte in cui la skill veniva richiesta nelle offerte di lavoro per Social Media Marketing), mentre il colore identifica le hard skills (in blu) e le soft skills (in arancione).

c. Richiesta di soft skills
Dall’analisi della domanda di lavoro nel tempo è emerso che le soft skills sono sempre più richieste per ogni tipo di professione.
Come esempio viene proposta l’analisi di una figura altamente specializzata come Progettisti e Amministratori di Database.
ESCO3 descrive la professione in questo modo: “I progettisti e gli amministratori di database progettano, sviluppano, controllano, mantengono e sostengono la prestazione e la sicurezza ottimali delle banche dati”.
È molto interessante notare come dal 2013 a oggi le cosiddette soft skills stiano crescendo in importanza, a significare la rilevanza di attitudini come collaborazione e capacità relazionali anche nei settori altamente specializzati dell’ICT. La diminuzione nella richiesta di skills tecniche può significare invece sia la volontà da parte delle aziende di investire in formazione iniziale, sia il dare per acquisite tali skills come parte del percorso formativo precedente.

3. Quale formazione?
“Le capacità squisitamente umane, come leadership e creatività, saranno ancora fondamentali. Le aziende vincenti saranno quelle in grado di utilizzare le migliori tecnologie per valorizzare e non ridurre la forza lavoro” (Ellyn Shook, Chief Leadership and Human Resources Officer Accenture)4.
Stanti le figure professionali emergenti descritte nel paragrafo precedente che saranno sempre più richieste dal mercato del lavoro, quali sono le principali competenze e attitudini da sviluppare e attivare con opportune iniziative di formazione?
3.1 Soft skills
“È sul potenziale umano, che rappresenta l’asset su cui l’automazione non può intervenire, che le aziende devono far leva, accrescendo le cosiddette soft skill come l’intelligenza emozionale, la capacità relazionale, la creatività, la capacità di analisi critica” (Marco Morchio, Responsabile per l’Italia di Accenture Strategy).5
Come risulta evidente anche nella analisi delle job vacancies pubblicate sul web, le cosiddette competenze soft sono sempre più rilevanti negli annunci di lavoro. Sostanzialmente le soft skills richieste sono riconducibili alle non-cognitive skills (Big Five – basati sulla British Household Panel Survey – BHPS) è cioè:
1. estroversione (grinta, dinamismo)
2. amicalità (disponibilità, cordialità)
3. coscienziosità (rigorosità, precisione)
4. apertura mentale (alla esperienza, alla cultura)
5. stabilità emotiva
A queste si aggiungono la capacità di lavorare in team, le buone competenze relazionali e le competenze di management e organizzazione.
Viene da chiedersi: dove vengono educate oggi, nel sistema formativo italiano, queste competenze? Quali sono gli strumenti e le tecniche più adeguate per formare persone con queste competenze e attitudini? È necessario un grande ripensamento del nostro sistema educativo se si vogliono veramente formare persone con queste competenze soft. Anche il mondo delle imprese deve interrogarsi su come far crescere queste competenze nel proprio personale. Sia il sistema educativo sia quello professionale devono poi riconoscere che esistono altri ambiti fondamentali per la crescita della persona (famiglia, associazioni non-profit, network professionali) dove queste competenze vengono educate e sostenute. Tali ambiti dovrebbero quindi essere valorizzati e sostenuti, anche per il loro impatto sulla evoluzione professionale, se si vuole far crescere una persona che sia veramente in grado di rispondere alle sfide poste dal mondo del lavoro nei prossimi decenni. Paradossalmente la diffusione delle macchine intelligenti pone in modo sempre più incalzante la domanda su cosa è veramente umano, quali sono i fattori fondamentali che identificano la persona e che devono essere messi in gioco per una collaborazione fruttuosa e non subalterna alle macchine.
Indubbiamente, le capacità creative, innovazione, immaginazione e relazione, ad esempio, sono ancora (fino a quando?) esclusivo dominio delle persone. Non abbiamo ancora visto sistemi automatici in grado di generare nuove idee, intraprendere, immaginare nuovi prodotti e servizi e, soprattutto, di porre domande intelligenti. I computer, come diceva Picasso, possono sembrare inutili, in fondo sanno solo dare risposte. I computer in effetti, non sono inutili, ma sicuramente la curiosità, la capacità di porre domande intelligenti, di relazionarsi, di empatia, rimangono attitudini solo umane.
Ma il nostro sistema formativo è strutturato per educare le persone alla creatività, alla curiosità, alla imprenditorialità, alla capacità di porre domande? O siamo ancora fermi all’insegnamento di nozioni, tecniche e abilità su cui verremo – se non lo siamo già – superati facilmente dalle macchine?
C’è ancora tanto da ripensare e rivedere, in tutti i livelli scolastici (dalla scuola materna fino all’università) se vogliamo davvero sviluppare quelle capacità che distinguono, in modo radicale, le persone dalle macchine. Non è scopo di questo articolo approfondire quali siano gli strumenti e le metodologie migliori in tutti i livelli educativi per muoversi nella direzione indicata. Possiamo solo citare alcune esperienze interessanti come quella del progetto SOLE7 (Self-organizing-learning environment), condotta in particolare con i ragazzi dei Paesi in via di sviluppo, dove i bambini, sollecitati a rispondere a domande impegnative, formano dei gruppi, usano Internet per accedere alle informazioni, discutono di quello che hanno appreso ed eventualmente evidenziano idee nuove per risolvere i problemi. Peraltro, altri studi recenti8 dimostrano che i buoni risultati, in termini educativi e di formazione, si ottengono con un ben bilanciato mix di lezioni “teacher directed” e di lezioni “inquiry based”. Le sole lezioni basate sulle domande e auto-organizzate senza la presenza e il ruolo di guida del docente o del maestro non sono sufficienti per ottenere buoni risultati.
Il confine tra quello che sanno fare le persone e quello che fanno bene le macchine è in continua evoluzione. Trent’anni fa era impensabile che un calcolatore fosse in grado di vincere una partita a scacchi con un grande campione. Oggi è una realtà. Fino a pochi anni fa la comprensione del linguaggio naturale da parte delle macchine sembrava impossibile, oggi è una realtà. In futuro vedremo questo confine in continuo movimento. Se vi è quindi una capacità della persona che dobbiamo sostenere lungo tutta la vita, è l’attitudine al cambiamento continuo e la disponibilità ad affrontare nuove sfide professionali e umane senza mai perdersi d’animo.
3.2 Digital skills
Se si analizza lo Skill Digital Rate presentato nel paragrafo precedente, si nota con chiarezza che non solo sono in aumento le professioni legate direttamente al mondo digitale (ICT), ma anche che sono in crescita le competenze digitali richieste dalle altre professioni. Questo è un dato assolutamente coerente con la diffusione della “rivoluzione digitale” come accennato nella premessa.
Si noti che tale indicatore è evidentemente molto elevato nelle professioni ICT (in media circa il 68% ma con valori ancora più elevati nelle professioni emergenti) ma è in continua crescita anche nelle professioni non-ICT (vedi Figura 1). Senza entrare nel merito delle singole competenze, è possibile individuare alcuni cluster:
- Uso strumenti di Office/Internet
- Linguaggi di programmazione
- Gestione e analisi dei dati
- Tecniche di comunicazione dati
Mentre le competenze di utilizzo degli strumenti di Office Automation (Word, Power Point, Excel) sono ormai diffuse tra la maggior parte della popolazione in età lavorativa, lo stesso non si può dire delle altre competenze che finora sono state bagaglio esclusivo delle persone che hanno seguito percorsi formativi specialistici (informatica, ingegneria, telecomunicazioni ecc.).
Si rivela quindi necessario e urgente inserire elementi di competenze digitali in tutti i percorsi formativi – in tutte le principali discipline e a partire dalla scuola primaria – se veramente si vogliono formare persone in grado di affrontare, con le competenze adeguate, la rivoluzione digitale che sarà sempre più pervasiva.
Proposte interessanti, dalla alfabetizzazione all’educazione digitale, sono contenute nel rapporto redatto dall’Osservatorio delle competenze digitali 20179. Ne riportiamo qui alcune, in modo sintetico, e rimandiamo al rapporto per approfondimenti.
Più digitale nel DNA del sistema educativo: è necessario far crescere, in tutti i livelli educativi, una maggiore familiarità con le nuove tecnologie, non solo quelle di base (uso degli strumenti di Office/Internet), ma anche sperimentare l’apprendimento di tecnologie essenziali come quelle di programmazione. In alcuni Paesi (UK e Canada) l’insegnamento della programmazione (coding) avviene già nella scuola primaria (a partire dai 5 anni). In una recente intervista10 il primo ministro canadese Justin Trudeau, ha espresso la convinzione che “dobbiamo fare un lavoro migliore per far comprendere alle persone quanto sia importante la programmazione (coding)”. Interessante, da questo punto di vista, l’iniziativa di formazione lanciata alcuni anni fa da Microsoft in collaborazione con il MIUR, denominata “Nuvola Rosa” con l’obiettivo di formare giovani donne (17-24 anni) alle competenze digitali e al coding in particolare. È un’iniziativa a livello internazionale (27 i Paesi coinvolti) che ha l’obiettivo di formare oltre 7.000 donne nell’ambito della comprensione e nell’utilizzo delle tecnologie digitali. Nelle università italiane, in tutte le discipline (sia umanistiche, sia scientifiche) si dovrebbero insegnare i rudimenti della programmazione e dell’utilizzo delle tecnologie digitali.
Più cultura digitale nelle professioni non ICT: come abbiamo visto nei dati riportati, le skills digitali stanno diventando sempre più richieste e pervasive in tutte le professioni, non solo quelle legate alle ICT. Sono quindi necessari interventi di aggiornamento professionale, in primis per tutti i responsabili e manager delle aziende (in particolare PMI) e pubbliche amministrazioni. I manager, infatti, sono i primi attori dell’approfondimento e della diffusione della cultura digitale all’interno delle organizzazioni. È necessario passare dalla leadership alla e-leadership definita come: “le capacità necessarie per sfruttare a pieno le opportunità offerte dalle tecnologie ICT, Internet in particolare; per migliorare l’efficienza e l’efficacia delle organizzazioni; per esplorare nuove modalità di business e di gestione dei processi e/o per lanciare nuovi business” (Gartner).
Far crescere la consapevolezza del valore delle facoltà scientifiche (STEM) e ICT: tutte le analisi dimostrano che in Italia sono ancora pochi gli studenti e i laureati nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Matematics) e ICT e troppo alto è il tasso di abbandono. È necessario comunicare meglio, fin dalla scuola secondaria, le opportunità di lavoro e di sviluppo professionale che derivano dal completamento con successo di un adeguato percorso formativo.
Dare più peso agli ITS e alla formazione terziaria professionalizzante: l’esperienza degli Istituti Tecnici Superiori, avviati in Italia negli ultimi anni con una proficua collaborazione tra Università, Imprese ed Enti di Formazione – pur in presenza di risorse limitate – è da valutarsi positivamente, andrebbe potenziata e diffusa capillarmente in tutte le regioni.
Accrescere le opportunità di imprenditorialità digitale dei neo-laureati: la rivoluzione digitale in atto può essere una grande opportunità per la creazione di nuove imprese. Inserire nei percorsi formativi tematiche di sviluppo dell’imprenditorialità e fornire possibili aiuti e finanziamenti ai giovani che hanno delle buone idee per creare imprese è una strada fondamentale per cogliere queste opportunità.
Aumentare l’informazione su domanda e offerta di professioni ICT: rendere disponibili e facilmente accessibile pubblicamente, i dati relativi alla evoluzione del mercato del lavoro in termini di domanda e offerta, relativi in particolare alle professioni ICT e anche alle skills digitali richieste da tutte le professioni, può costituire un fattore importante per cogliere le opportunità offerte dalla rivoluzione digitale.
Una considerazione finale: l’esperienza elementare dimostra, e molti esperimenti scientifici lo hanno confermato11, che l’accoppiata uomo+macchina è molto più potente sia rispetto alla persona da sola, sia rispetto alla macchina da sola. È questo a cui dobbiamo puntare: a una capacità di lavorare e vivere con le macchine che può costituire un reale potenziamento della persona e che ci renderà possibile, insieme, raggiungere risultati eccezionali in tutte le discipline, trasformare la realtà e renderla più umana.
Note
[1] McKinsey Global Institute, A Future That Works: Automation, Employment, Productivity, gennaio 2017 e C.B. Frey and M.A. Osborne, The future of employment. How susceptible are jobs to computerisation, 17 settembre 2013, http://www.oxfordmartin.ox.ac.uk/downloads/academic/The_Future_of_Employment.pdf
[2] Wollybi è l’Osservatorio digitale di TabulaeX che descrive il mercato del lavoro tramite l’analisi degli annunci di lavoro delle aziende sul web realizzata con avanzate tecniche di Information Extraction. Con più di 2 milioni di Job Vacancies analizzate dal web, e in continuo aggiornamento, offre una costante rappresentazione del mercato del lavoro in Italia e permette di seguirne le evoluzioni in termini di richiesta di figure professionali e skill. www.wollybi.com
[3] ESCO è la classificazione multilingue delle qualifiche, competenze, abilità e professioni in Europa. ESCO, che fa parte della strategia Europa 2020, individua e classifica le abilità, le competenze, le qualifiche e le professioni rilevanti per il mercato del lavoro dell’UE e per l’istruzione e la formazione e mostra sistematicamente le relazioni tra i diversi concetti.
[4] E. Shook and M. Knickrehm, Harnessing Revolution. Creating the future workforce, 2017, http://www.accenture.com/us-en/_acnmedia/A2F06B52B774493BBBA35EA27BCDFCE7.pdf.
[5] Ibidem.
[6] E. Brynjolfsson and A. McAfee, The second machine age: Work, progress, and prosperity in a time of brilliant technologies, WW Norton & Company, New York 2014.
[7] M. Mourshed, M. Krawitz and E. Dorn, How To Improve Student Educational Outcomes: New insights from data analytics, Mc Kinsey Report, settembre 2017.
[8] Aica, Assinform, Assintel, Assinter, Osservatorio delle competenze digitali 2017. Scenari, gap, nuovi profili professionali e percorsi formativi, Agenzia per l’Italia digitale, 2017.
[9] Aica, Assinform, Assintel, Assinter, 2017.
[10] Cfr. https://beta.theglobeandmail.com/report-on-business/rob-commentary/coding-and-computer-science-should-be-mandatory-in-canadian-schools/article31456908/?ref=http://www.theglobeandmail.com
[11] E. Brynjolfsson and A. McAfee, cit.