Quadrimestrale di cultura civile

L’automatizzazione ci porterà via il lavoro?

di David Autor / Docente di Economia, MIT, Massachusetts Institute of Technology

Un fatto sorprendente: in 45 anni dall’introduzione del bancomat, la macchina che eroga denaro, il numero di cassieri nelle banche statunitensi è più o meno raddoppiato, da circa 250.000 nel 1970 a mezzo milione oggi, di cui 100.000 aggiunti dal 2000. Questi dati, rivelati in un recente libro di James Bessen, economista dell’Università di Boston, sollevano un quesito intrigante: cosa fanno tutti questi cassieri? Perché l’automatizzazione non ha eliminato i loro posti di lavoro?
Se ci pensate, molte delle grandi invenzioni degli ultimi 200 anni sono state realizzate per rimpiazzare il lavoro manuale. I trattori sono stati sviluppati per sostituire la fatica umana con la potenza meccanica. Le linee di assemblaggio sono state progettate per rimpiazzare l’incostante lavoro umano con la precisione meccanica. I computer sono stati programmati per sostituire i calcoli umani, inconsistenti e pieni di errori, con la perfezione digitale. Queste invenzioni hanno funzionato. Non scaviamo più fosse con le mani né battiamo il ferro per farne attrezzi né teniamo la contabilità con veri libri. Eppure, la percentuale di adulti impiegati nel mercato del lavoro statunitense è più alta ora, nel 2016, di quanto fosse 125 anni fa, nel 1890, ed è cresciuta decennio dopo decennio nei successivi 125 anni.
Questo ci porta a un paradosso. Le macchine fanno il nostro lavoro sempre di più, perché questo non rende la manodopera superflua e le nostre abilità obsolete? Perché ci sono ancora così tanti lavori?
Cercherò di rispondere a questa domanda e, nel frattempo, vi dirò cosa significa tutto questo per il futuro del lavoro e quali sfide l’automatizzazione lancia alla nostra società.
Perché ci sono così tanti lavori? Ci sono due principi economici fondamentali da considerare. Uno ha a che fare con l’ingegno umano e la creatività. L’altro ha a che fare con l’insaziabilità umana, o avidità, se preferite. Chiamerò il primo: “principio della guarnizione O-erre”, e definisce il tipo di lavoro che facciamo. Il secondo è quello del “non-si-ha-mai-abbastanza”, e determina quanti lavori esistono davvero.
Cominciamo con la guarnizione O-erre. I bancomat hanno avuto due effetti compensativi sull’assunzione di cassieri: hanno sostituito molte attività di cassa, ovviamente, e il numero di cassieri per filiale è sceso di un terzo. Nello stesso tempo le banche hanno scoperto rapidamente che era più economico aprire nuove filiali così che il numero di filiali bancarie è cresciuto di circa il 40% nello stesso periodo. Il risultato finale è stato più filiali e più cassieri, che però fanno un lavoro differente. Nella loro routine, maneggiano meno contante. Sono diventati meno addetti alla cassa e più venditori; curano il rapporto col cliente, risolvono problemi e propongono prodotti come carte di credito, mutui e investimenti. Molti cassieri hanno ora un lavoro che richiede un maggiore impegno cognitivo.
C’è un principio generale. Molti dei lavori che facciamo richiedono molteplici abilità, e cervello, e muscoli, esperienza tecnica e capacità intuitiva, “traspirazione e ispirazione”, come diceva Thomas Edison. In generale, automatizzare una parte di queste attività non rende superflue le altre, anzi, le rende più importanti. Accresce il loro valore economico.
Lasciatemi fare un esempio lampante. Nel 1986, lo space shuttle Challenger1 esplose e si schiantò a terra meno di due minuti dopo il decollo. Risultò che il motivo dell’esplosione fu una guarnizione O-erre da due soldi nel razzo ausiliario, che si era congelata la notte prima sul trampolino di lancio e aveva fallito catastroficamente pochi minuti dopo il decollo. In questa impresa da miliardi di dollari quella semplice guarnizione O-erre ha fatto la differenza tra il successo della missione e la terribile morte di sette astronauti.
Una metafora ingegnosa per questo tragico avvenimento ha il nome di “funzione di produzione O-erre”, così definita dall’economista di Harvard Michael Kremer dopo il disastro del Challenger. La funzione di produzione O-erre concepisce il lavoro come una serie di passi interconnessi, come maglie di una catena; ogni maglia deve tenere, se si vuole che la missione abbia successo. Se una qualunque fallisce, la missione, il prodotto o il servizio collassano. Questa situazione precaria ha un’implicazione sorprendentemente positiva, cioè che i miglioramenti nell’affidabilità di una qualunque maglia della catena valorizzano l’ottimizzazione di ognuna delle altre. In concreto, se molte maglie sono fragili e propense alla rottura, il fatto che la vostra sia poco affidabile non è così importante. Qualcos’altro si romperà comunque. Però, man mano che le altre diventano robuste e affidabili, la vostra maglia della catena diventa sempre più essenziale. Alla fine, tutto dipende da essa. La ragione per cui sul Challenger quella O-erre fosse così critica è che tutto il resto funzionava alla perfezione. Se il Challenger fosse stato l’equivalente spaziale di Microsoft Windows 2000... l’affidabilità dell’O-erre non sarebbe stata importante perché sarebbe caduto comunque!
In generale, ecco il concetto. In molto del lavoro che svolgiamo, siamo la guarnizione O-erre. Sì, i bancomat hanno potuto occuparsi di certe funzioni più in fretta e meglio dei cassieri umani, ma questo non li ha resi superflui. Ha incrementato il valore della loro abilità di risolvere problemi e di relazionarsi con i clienti.
Vale lo stesso principio se costruiamo un palazzo, facciamo la diagnosi e ci occupiamo di un paziente, o insegniamo in una classe piena di ragazzi delle superiori. Man mano che i nostri strumenti migliorano, la tecnologia aumenta la nostra influenza e rende più importante la nostra competenza, la nostra capacità di giudizio e creatività.
Questo mi porta al secondo principio: non si ha mai abbastanza. Potreste stare pensando: O-erre, ok, ho capito, vuol dire che i lavori fatti dalle persone saranno importanti. Non possono essere fatti dalle macchine, ancora servono. Ma questo non mi dice di quanti lavori saranno necessari. Se ci pensate, non è in qualche modo ovvio che, diventati abbastanza produttivi in qualcosa, in pratica ci si escluda da quel lavoro? Nel 1900 il 40% della forza lavoro statunitense era impiegata nei campi. Oggi quella forza lavoro non arriva al 2%. Perché così pochi agricoltori oggi? Non certo perché mangiamo di meno. Un secolo di crescita della produttività agricola significa che, oggi, due milioni di contadini possono nutrire una nazione di 320 milioni. È un progresso straordinario, che implica però una riduzione dei lavori O-erre rimasti sul mercato.
Perciò, chiaramente, la tecnologia può eliminare dei lavori e l’agricoltura è solo un esempio; ce ne sono molti altri simili. Ma ciò che è vero per un singolo prodotto, servizio o industria, non lo è mai stato per l’intera economia. Molti dei settori in cui lavoriamo oggi, come il settore sanitario, finanziario e assicurativo, elettronico e informatico, un secolo fa non esistevano o erano insignificanti. Molti dei prodotti su cui spendiamo molti dei nostri soldi, come climatizzatori, Suv, computer e dispositivi portatili, erano incredibilmente costosi o non esistevano proprio un secolo fa. Più l’automatizzazione ci libera del tempo e aumenta ciò che è possibile realizzare, più inventiamo nuovi prodotti, idee e servizi che attirano la nostra attenzione, ci occupano il tempo e spingono il consumo.
Potreste considerare frivole alcune di queste cose (yoga estremo, turismo d’avventura, Pokémon GO) e potrei concordare, ma la gente le desidera ed è disposta a faticare per averle. Il lavoratore medio che nel 2015 volesse ottenere lo stesso tenore di vita medio del 1915 potrebbe farlo lavorando solo 17 settimane all’anno, un terzo del tempo. Ma la maggior parte sceglie di non farlo; è disposta a lavorare sodo per godere dell’abbondanza tecnologica a propria disposizione. L’abbondanza materiale non ha infatti mai eliminato la carenza percepita. Citando Thorstein Veblen (1857-1929): “L’invenzione è la madre della necessità”.
Se accettate questi due principi – della “guarnizione O-erre” e del “non-si-ha-mai-abbastanza” – allora concordate con me che ci sarà lavoro. Significa che non c’è nulla da preoccuparsi? Automatizzazione, impiego, robot, lavori... tutto si risolverà da solo? Non è questa la mia tesi.
L’automatizzazione crea ricchezza perché rende possibile fare più lavoro in meno tempo. Non c’è nessuna legge economica che dice che useremo bene quella ricchezza e che non vale la pena preoccuparsene.
Pensate a due Paesi, la Norvegia e l’Arabia Saudita. Entrambi ricchi di petrolio, è come se avessero soldi che escono da un buco nel terreno, ma non hanno saputo sfruttare altrettanto bene questa ricchezza per produrre benessere e prosperità umana. La Norvegia è una democrazia fiorente. In gran parte, i suoi cittadini lavorano e interagiscono bene insieme. Solitamente occupa fra la prima e la quarta posizione nella classifica della felicità nazionale. L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta nella quale molti cittadini mancano di un sentiero di sviluppo personale. Solitamente occupa la 35esima posizione nella classifica della felicità, il che è poco per una nazione così ricca. Giusto per fare un paragone, gli Stati Uniti di solito sono al 12esimo o 13esimo posto. La differenza fra questi due Paesi non è la loro ricchezza né la loro tecnologia, sono le istituzioni. La Norvegia ha investito per costruire una società ricca di opportunità e mobilità economica. L’Arabia Saudita ha elevato il tenore di vita ma ha ignorato molti altri bisogni umani. Due Paesi, entrambi ricchi, ma non ugualmente benestanti.
E questo mi porta alla sfida che fronteggiamo oggi, la sfida lanciataci dall’automatizzazione, che non è rappresentata dall’esaurimento dei lavori. Gli USA hanno 14 milioni di posti in più rispetto agli abissi della Grande Recessione. La sfida è che molti di questi impieghi non sono buoni, e molti cittadini non hanno le qualifiche per i migliori lavori che stanno nascendo. L’aumento dell’occupazione negli USA e in gran parte dei Paesi sviluppati assomiglia a un bilanciere alle cui estremità si aggiunge sempre più peso. Da un lato i lavori ben pagati che richiedono una buona formazione ed educazione, come medici, infermieri, programmatori e ingegneri, dirigenti e responsabili. L’occupazione è sana e in crescita per questi impieghi.
Allo stesso modo, la crescita è sostenuta per molti lavori poco qualificati, che non richiedono titoli, come camerieri, addetti alle pulizie e alla sicurezza, assistenti agli anziani. Allo stesso tempo, l’occupazione è in calo in molti lavori della classe media, mediamente pagati e qualificati, come l’ambito produttivo e operativo nelle fabbriche e quello delle vendite e impiegatizio negli uffici. Le ragioni dietro questa contrazione intermedia non sono misteriose. Molti lavori mediamente qualificati usano regole e procedure familiari che, sempre di più, possono essere programmate e fatte eseguire ai computer.
La sfida rappresentata da questo fenomeno, detto dagli economisti “polarizzazione occupazionale”, è l’eliminazione di alcuni pioli dalla scala economica e il restringimento della classe media che rischia di renderci una società più stratificata. Da un lato un gruppo di professionisti altamente qualificati e pagati che fa lavori interessanti. Dall’altro un grande numero di cittadini impegnato in lavori malpagati le cui responsabilità principali sono la comodità e la salute dei benestanti. Questa non è la mia visione del progresso, e dubito sia anche la vostra.
Ma ecco qualche notizia incoraggiante. Abbiamo già affrontato gravi trasformazioni economiche e ne siamo usciti con successo. A cavallo fra Diciannovesimo e Ventesimo secolo, quando l’automatizzazione stava eliminando un grosso numero di lavori agricoli (ricordate il trattore?), gli Stati rurali rischiarono la disoccupazione di massa, per una generazione di giovani che non era più necessaria nelle fattorie ma non era preparata per l’industria. Rispondendo alla sfida, gli Stati fecero il passo radicale di richiedere che l’intera popolazione giovanile restasse nelle scuole a continuare la propria educazione fino alla veneranda età di 16 anni.
Questa azione venne detta “movimento per i licei” e si trattò di un’iniziativa estremamente costosa. Non solo si dovette investire nelle scuole, ma i ragazzi non poterono continuare con i loro lavori. Fu anche uno dei migliori investimenti fatto dagli Stati Uniti nel Ventesimo secolo, che diede la forza lavoro più abile, flessibile e produttiva di tutto il mondo. Per capire quanto abbia funzionato bene, pensate di prendere i lavoratori del 1899 e di portarli nel presente. Nonostante le loro forti schiene e il loro buon carattere, molti di loro mancherebbero delle basi matematiche e alfabetiche per fare quasi tutti i lavori moderni, eccetto i più banali. Per molti di loro, lavorare sarebbe impossibile. Questo esempio sottolinea l’importanza delle nostre istituzioni, specialmente le scuole, nel consentirci di raccogliere i benefici della prosperità tecnologica.
È stupido dire: “Non c’è nulla da preoccuparsi”, chiaramente possiamo fallire. Se gli Stati Uniti non avessero investito nelle proprie scuole e abilità un secolo fa con il movimento per i licei, saremmo una società meno prospera, meno fluida e probabilmente meno felice. Ma è anche stupido dire che il nostro destino è segnato; esso non è deciso dalle macchine. Non è deciso nemmeno dal mercato. È deciso da noi e dalle nostre istituzioni.
Ho iniziato questo intervento con un paradosso. Sempre più le macchine lavorano per noi, perché ciò non rende la nostra manodopera e abilità superflue? Non è ovvio che la strada per l’inferno socioeconomico sia lastricata con le nostre grandi invenzioni?
La storia ha risposto più volte a questo paradosso. La prima parte della risposta è che la tecnologia aumenta la nostra influenza, la nostra importanza, il valore aggiunto della nostra esperienza, del nostro giudizio e della nostra creatività. Questa è l’O-erre. La seconda parte sono la nostra inventiva infinita e i nostri desideri illimitati che implicano che non ne abbiamo mai abbastanza. C’è sempre del nuovo lavoro da fare. Adeguarsi al passo rapido del cambiamento tecnologico crea una vera sfida, chiaramente evidente nel nostro mercato lavorativo polarizzato e nella minaccia che pone alla mobilità economica. Rispondere a questa sfida non è automatico. Non è privo di costi. Non è facile. Ma è possibile.
Ed ecco qualche notizia incoraggiante: grazie alla nostra fantastica produttività siamo ricchi. Certo che possiamo permetterci di investire in noi e nei nostri figli come fece l’America cento anni fa con il movimento per i licei. Anzi, non possiamo permetterci di non farlo.
Ora, potreste pensare, il professor Autor ci ha raccontato una bella storia sul lontano passato, sul recente passato, forse sul presente, ma probabilmente non sul futuro. Perché tutti sanno che questa volta è diverso. Giusto? Questa volta è diverso? Certo che questa volta è diverso. Lo è ogni volta. Molte volte negli ultimi duecento anni studiosi e attivisti hanno avvertito che stiamo esaurendo i lavori e ci stiamo rendendo obsoleti: per esempio i luddisti all’inizio del diciannovesimo secolo; il Segretario del Lavoro degli Stati Uniti James Davis a metà degli anni Venti; il Premio Nobel per l’Economia Wassily Leontief nel 1982; e, ovviamente, molti studiosi, opinionisti, esperti di tecnologia e figure mediatiche ai giorni nostri.
Queste previsioni mi appaiono arroganti. Ciò che questi oracoli autoproclamati in realtà dicono è: “Se non riesco a immaginare che lavoro faranno le persone nel futuro, allora né tu, né io, né i nostri figli saremo in grado di immaginarlo”. Io non ho il fegato di fare una tale scommessa contro l’ingegnosità umana. Non posso dirvi che lavoro farà la gente fra cent’anni, ma il futuro non si regge sulla mia immaginazione. Se fossi stato un contadino in Iowa nell’anno 1900 e un economista del XXI secolo si fosse teletrasportato nel mio campo e avesse detto: “Ehi, contadino Autor, pensa un po’, nei prossimi cento anni, l’occupazione agricola crollerà dal 40% dei lavori totali al 2%, solo per via dell’aumento produttivo. Cosa pensi che farà il rimanente 38% dei lavoratori?” Non avrei risposto: “Aspetta, ce l’ho. Faremo sviluppo di app, medicina radiologica, corsi di Yoga e Bitmoji”.
Non ne avrei avuto idea. Ma spero che avrei avuto la saggezza di dire: “Caspita, una riduzione del 95% nel livello di occupazione agricola senza carenza di cibo. Che progresso straordinario. Spero che l’umanità riesca a trovare qualcosa di rilevante da fare con tutta quella prosperità”.
E credo che, in gran parte, ci sia riuscita.

 

Note

[1] M. Kremer, The O-Ring Theory of Economic Development, inThe Quarterly Journal of Economics, Oxford University Press, 108 (3), 1993, pp. 551–575 (https://www.isid.ac.in/~tridip/Teaching/DevEco/Readings/03Expectations/02Kremer-QJE1993.pdf).

Autorizzazione concessa dall’autore. Fonte: D. Autor, 2016, Will automation take away all our jobs? (traduzione italiana), TedXCambridge, TED (scaricato il 6 ottobre 2017 da https://www.ted.com/talks/david_autor_why_are_there_still_so_many_jobs/transcript).