Lavorando per un’emittente televisiva araba, mi sono accorta di non aver niente in comune con gli altri colleghi, se non il mio cognome mediorientale e la mia nazionalità americana. Molti dei componenti dello staff erano cittadini americani o avevano vissuto per anni in America. L’ufficio era relativamente piccolo per una redazione, con soli venti impiegati full-time. All’interno dello staff, una minoranza era costituita da americani non-arabi, mentre molti altri erano nati in Medio Oriente o cresciuti in una famiglia statunitense di lingua araba. Comunque, che fossero nati negli Stati Uniti o all’estero, in moltissimi si identificavano profondamente con le loro origini arabe. Essi sceglievano spesso la lingua araba, parlata diffusamente in ufficio, sia per esigenze di lavoro, sia nel dialogo sociale e personale. Il fatto di non conoscere l’arabo significava per me essere spesso tagliata fuori, in maniera forse inconsapevole, da commenti e battute. La condivisione di un’identità araba era un fattore essenziale nell’ambiente di lavoro e il mio cognome era diventato per me uno dei pochi legami con i miei colleghi; mi sentivo “diversa” dagli altri. Di lì a poco, avrei scoperto la sfida del lavorare e del vivere rimanendo “me stessa” in un ambiente dove ero in minoranza; una minoranza tutt’altro che benvoluta.
Mi ero laureata di recente al college, dove avevo studiato economia e scienze politiche. Durante il mio percorso di studi, mi ero resa contro di quanto fosse fondamentale il ruolo dei media nel dibattito e nella cultura socio-politici del nostro Paese. Dopo la laurea, ho voluto andare più a fondo dei dibattiti che stavano alla base della nostra società e farmi un’idea del lavoro e della struttura interna di un media. L’opportunità di fare ciò con un’emittente araba mi venne offerta da un insegnante al quale mi ero molto legata. Il mio professore, lui stesso arabo, mi aveva preso sotto la sua ala protettrice durante il mio percorso di studi. La sua generosità e la sua gentilezza nei miei confronti mi avevano sempre colpito e non ho capito mai davvero “perché proprio me?”. Le ragioni della sua gentilezza erano svariate: certamente, una di queste risiedeva nella sua etnicità araba. Appena ho inziato a conoscere persone arabe, ho capito subito che la famiglia per loro era un elemento cardine. Penso che il mio professore mi vedesse come una figlia e questo fece sì che si dedicasse anima e corpo a seguirmi lungo tutta la mia carriera.
Una volta selezionata per questo posto di lavoro, ho inziato come tirocinante, apprendendo la diverse funzioni della redazione, dalle operazioni tecniche nella sala di regia principale, alla produzione di articoli e di programmi in diretta. Dopo pochi mesi, venni destinata alla produzione full-time di articoli per l’azienda.
Un lavoro nei media non segue la classica routine giornaliera dalle 9 del mattino fino alle 5 del pomeriggio, così che, spesso e volentieri, i colleghi tendono a diventare una famiglia. Si lavora 24 ore su 24, spesso viaggiando insieme e passando ore intere in un pulmino per andare dove le notizie dell’ultima ora richiedevano, oppure lavorando tutta la notte in una camera d’albergo a scrivere articoli.
Il business del giornalismo tira chi vi lavora dentro un ambiente molto più familiare, rispetto ad altri ambiti lavorativi, imponendo una vera “cultura dei media”; ci si aspetta un impegno totale da parte delle persone nel loro lavoro, a ogni ora del giorno. Questa “cultura dei media” penetra anche la vita privata: prima di impararlo, io dormivo stretta al mio cellulare, aspettando, da un momento all’altro, la chiamata per una notizia dell’ultim’ora e quindi precipitarmi in redazione. Il lavoro diventa il luogo in cui si passa la maggior parte del proprio tempo e i colleghi, in un modo o nell’altro, influenzano la nostra vita.
La cultura sociale gioca un ruolo determinante nello sviluppo delle relazioni interpersonali tra i colleghi. Per esempio, da noi il pranzo era un momento importante della giornata, durante il quale ognuno condivideva con gli altri quello che aveva. Spesso facevamo una grossa ordinazione di panini e hamburger e mangiavamo tutti insieme attorno al tavolo. Anche quando c’era qualcuno che cucinava, c’era sempre qualcosa di extra (soprattutto dolci), portato in ufficio da condividere. Le conversazioni erano spesso allegre, con battute su amici e avvenimenti. Mettersi seduti a pranzare insieme, per me era come un momento di vacanza.
Col passare del tempo, però, questi momenti di festa e di divertimento si sono ridotti sempre di più alle festività e a ricorrenze particolari. La comunicazione si limita a qualche e-mail al vicino d’ufficio o all’incrociarsi in corridoio e l’ora di pranzo consiste nel mangiare un panino davanti al proprio computer. Ritenevo che pranzare in redazione assieme ai miei colleghi fosse uno dei momenti salienti del mio tirocinio e, in gran parte, questo è stato influenzato dall’immagine che avevo della cultura araba. Penso che sarebbe un bene anche per molte aziende americane se adottassero questo stile di vita in cui, durante il giorno, si passa un po’ di tempo con i colleghi.
Durante il Ramadan, il mese sacro dei musulmani, il pranzo saltava. I musulmani si astengono dal cibo, dall’alba fino al tramonto: non è permesso nemmeno bere un goccio d’acqua. In questo periodo, la redazione diventava molto più tranquilla, dato che i suoi componenti stavano svegli la notte per pregare, consumavano un pasto prima dell’alba e poi andavano a dormire qualche ora prima di venire al lavoro. Come l’ora di pranzo, anche il Ramadan è un momento di condivisione per tutti gli islamici. Dato che dovevano sopportare il caldo senza nemmeno un po’ d’acqua, i colleghi islamici, tra di loro, erano solidali. Il lavoro veniva rallentato e le nostre ore di lavoro ridotte. Durante questo mese, mi sentivo ancora di più un “outsider”, in quanto ero una delle pochissime a non osservare il Ramadan e dovevo mangiare e bere per conto mio, come forma di rispetto verso gli altri.
Per me, essere un “outsider”, in quanto non madrelingua araba e non musulmana, ha rappresentato un’enorme sfida. Non solo non avevo nessun elemento culturale in comune con gli altri, ma, molto spesso, mi scontravo con loro riguardo agli argomenti degli articoli e al modo di scrivere. Nel giornalismo, le notizie da includere sono importanti tanto quanto quelle da escludere. Le notizie vengono scelte in base ai pregiudizi: questo vale per tutti i media. In redazione i pregiudizi – molto spesso, ma non sempre – erano contro gli Stati Uniti e le loro politiche, sia interne che estere, specialmente quelle in Medio Oriente. Inoltre, l’attenzione rimane concentrata principalmente sul conflitto israelo-palestinese e, in quanto stretti alleati di Israele, gli Stati Uniti sono malvisti da molti arabi.
In quanto cattolica, io rappresentavo certi valori, tradizioni e pratiche. In quanto musulmani, essi avevano in comune alcuni valori, come la famiglia, ma, nondimeno, la Chiesa, nelle conversazioni in ufficio, veniva criticata e non mi andava di passare per l’avvocato d’ufficio degli insegnamenti della Chiesa. La lezione di papa Benedetto sull’“intelligenza della fede” divenne per me uno strumento critico. Seguendo il Papa, capii che la fede mi dà certi strumenti e, forse, il più importante di essi è come io sono educata come persona e in che modo il mio “io” o la mia identità può dare un contributo. Con questo, non volevo in alcun modo difendere la Chiesa, ma solo impegnarmi nel mio lavoro e con i miei colleghi, in quanto persone, con i miei punti di forza e con le mie debolezze. Scoprendo questo, mi sono messa più in gioco di quanto non avrei fatto se non lo avessi scoperto. Ho sempre cercato notizie interessanti da segnalare nei nostri incontri; notizie interessanti sotto il profilo umano, ma che non necessariamente perseguivano una linea politica. Molti dei miei colleghi si interessavano ai miei articoli, ma per me il punto non era quello; piuttosto, mi impressionava il fatto che mi venisse data l’opportunità di proporre un nuovo genere di articolo e di scrivere in un modo diverso.
Ancora più impressionante per me sono stati i rapporti instauratisi nel tempo. Mi avevano soprannominata “fruit-stand”1 perché portavo sempre del cibo da condividere in ufficio e, con alcuni colleghi, il rapporto è diventato particolarmente stretto. Mi risultava chiaro che loro capivano che ero diversa, ma senza cogliere precisamente il perché. Spessissimo, essi volevano condividere con me parti della loro vita e mi chiedevano: “Perché sei sempre così felice?”. Attribuivo questo essere me stessa sul lavoro, questo tipo di rapporti, la mia energia e il mio impegno nel mio lavoro all’essere radicata in un posto dove mi veniva insegnato cosa significasse essere liberi. In ambito lavorativo mi hanno spesso chiesto chi fossi, cosa rappresentassi e in cosa credessi; se non fossi stata catapultata in un tipo di realtà così diversa dalla mia, non avrei avuto la stessa vivacità e la stessa gioia che mi hanno permesso di sentirmi così libera.
Le radici erano costituite dal ristretto gruppo di amici che sostenevano la mia fede. Piuttosto che evidenziare le differenze tra cristiani e musulmani o tra americani e arabi, i miei amici mi aiutavano a guardare a quello che ci accomunava ed è stato proprio questo a cambiare tutto nella mia vita; questo mi ha permesso di superare il “divario” che c’era tra di noi: democratico contro repubblicano o cristiano contro musulmano. Rapportarmi a loro in quanto esseri umani con le mie stesse necessità, i miei stessi desideri, mi ha permesso di superare molti dei punti più superficiali enfatizzati così tanto dalla società. Era evidente che questo mio modo di rapportarmi con loro era nuovo, diverso e, effettivamente, molto più accettabile.
Malgrado ora non lavori più regolarmente con la stessa emittente, sono rimasta in stretto contatto con i miei colleghi. Essi sono sempre speciali per me, come io lo sono per loro. Quando vado a trovarli in ufficio, mi accolgono a braccia aperte e mi fanno mille domande. Questa esperienza è stata fondamentale non solo per la mia carriera, ma anche per la mia vita: ho capito l’importanza di essere radicata in qualcosa che dà consistenza alla mia vita e quanto cari i miei amici siano nel mostrarmi la vita da un altro punto di vista, che trascende il mondo che mi sta davanti. Sono estremamente grata sia ai miei amici musulmani, sia a quelli cristiani.
1 Letteralmente “bancarella della frutta”.