Quadrimestrale di cultura civile

Dai bambini di Chernobyl a quelli di Kharkiv

di Andrea Castellotti / Ingegnere

L’Ucraina è un Paese giovane, pur essendo parte di una storia antica. Un Paese importante con una superficie che è il doppio dell’Italia, con 45 milioni di abitanti, circa tre quarti del nostro Paese e un PIL pro capite poco più di un decimo rispetto a quello italiano.
Un Paese nato nel 1990 dalla crisi di un sistema, quello comunista sovietico, strutturato su regole ferree, su un’organizzazione perfetta dove non era necessario essere “liberi”. E si è ritrovato libero. Ma la sua gente, non abituata a questa libertà, si è ritrovata smarrita e con uno Stato in costruzione, che non sapeva come aiutarla. Le persone si sono scoperte fragili, senza certezze, facili prede di soluzioni a basso costo che sembravano risolvere il dramma che il loro cuore sentiva. Il resto lo hanno fatto la disoccupazione e la vodka. Una delle conseguenze è la fine della famiglia, intesa come elemento aggregante. Basta un dato: il 70 per cento delle coppie si divide entro i cinque anni di matrimonio. Così si è formato quello che oggi si può chiamare il Paese degli orfani.
Da alcuni dati raccolti dalla Caritas Ambrosiana, emerge che in Ucraina i bambini stabilmente residenti in un istituto sono circa 200.000. A questi si aggiungono i bambini (circa 50.000) che ogni anno passano dagli orfanotrofi di transito (83 strutture in tutto il Paese). Si tratta per lo più di minori di età compresa tra gli 11 e i 14 anni. La maggior parte sono orfani sociali, perché i genitori sono vivi, ma non si prendono cura dei figli. In Italia i bambini abbandonati, accolti in case famiglia o in Istituti sono poco più di 25.000.
Quando abbandonano i bambini, le mamme ucraine firmano un documento che si chiama “scheda del rifiuto” e sono obbligate a motivare l’abbandono: “Non posso educare mio figlio per motivi economici”, scrivono in prevalenza. È una ragione banalissima, ma fin troppo reale.
In pratica ogni paese ha il suo orfanatrofio, con bambini e ragazzi che trascorrono insieme il tempo che li separa dalla maggiore età, quando sono costretti ad abbandonare l’istituto. E se non sono in grado di adattarsi al mondo, che non conoscono assolutamente, si ritrovano a percorrere una storia simile a quella dei loro genitori e generano figli che abbandonano, come è capitato loro…
All’interno degli orfanatrofi, “Internat”, come li chiamano, i ragazzi frequentano la scuola dell’obbligo, un corso di studi che va dalla prima all’undicesima classe. Di norma, la scuola inizia a sei anni e finisce a 17. Ma per ognuno di loro le fermate intermedie possono essere tantissime. I ragazzi, quindi, passano gli anni come piccoli Gianburrasca, vivendo in una “comune” con regole tipiche delle caserme, nonnismo, bullismo, gelosie, e vivono in gruppo. Hanno delle persone che li accudiscono, che si occupano di loro, che li assistono nei compiti. Spesso sono donne che controllano che la situazione sia tranquilla, donne che per i più piccoli diventano delle seconde mamme. Mamme da condividere, mamme part-time, mamme che non saranno mai mamme. Ma sono punti di riferimento. E chi esce dagli istituti, torna per raccontare quello che capita fuori…
Imparano a vivere insieme, in gruppo, e diventano grandi, si sviluppa il loro fisico, i loro istinti, ma spesso non il loro io. Per questo manca qualcosa… come per noi. Lo Stato garantisce loro un’istruzione, una casa, qualche soldo, ma non riesce, non può dargli un’educazione, una stima di sé, un affetto che li sostenga, un’apertura alla realtà, in poche parole, quello che la vita gli ha tolto. Dopo la scuola fanno i pochi compiti che devono fare, e poi, insieme, aspettano la sera. Il loro mondo è l’istituto e le connessioni con il mondo esterno sono solo virtuali, senza filtri, senza capacità di giudicare quello che arriva da Internet o dalla Tv.
Alla fine hanno davanti tre strade, l’Università per alcuni, le scuole tecniche per altri, e il lavoro per i più. Ma per tutti si ripete l’esperienza di trovarsi soli davanti al mondo e a tutte le apparenti scorciatoie.
Molte associazioni italiane hanno accolto dalla seconda metà degli anni Ottanta i cosiddetti bambini di Chernobyl, bambini che venivano mandati all’estero in vacanza per ridurre gli effetti delle radiazioni. Anche a noi, a mia moglie e a me, è capitato di conoscere un’associazione che si occupava di far trascorrere i periodi di vacanza ai ragazzi ucraini. Ci è capitato per un passaparola, per una richiesta fatta tramite amici, alla quale abbiamo risposto di sì.
Fino ad allora l’Ucraina per me era solo un nome, conoscevo Kiev (non si può non conoscere il nome delle capitali), la sua squadra di calcio più importante, la Dinamo, la signora che accudisce una cugina di mio suocero, e Shevchenko che troppi gol ci aveva fatto nei derby… Poi, dopo quel sì, è arrivata a casa nostra Yana. E ci si è aperto un mondo. Qualcosa che era sempre stato alle periferie del mio orizzonte è diventato una presenza in casa. E da lì molto è cambiato.
Yana è arrivata il 4 giugno 2012, una ragazzina di 10 anni, piccola di statura, con i capelli nerissimi e lunghissimi, con la pelle olivastra, insomma con i lineamenti non propriamente “slavi” che attendevamo. Non sapeva una parola di italiano. Da quella sera è cominciata l’avventura dell’accoglienza, per noi e per lei. Avventura non semplice, piena di attriti, in cui la lingua è un grande ostacolo, ma soprattutto è subito venuta a galla l’esperienza di questi ragazzi che non hanno idea di cosa vuol dire un rapporto uno a uno. Sono abituati al rapporto uno (adulto) a molti (ragazzi). Per cui hanno un rispetto delle regole formali (si mangia insieme, si va a letto alla stessa ora…) ma non hanno assolutamente idea di cosa voglia dire avere un rapporto che ti riprende sempre, da cui dipendi, che ti fa arrabbiare, che ti costringe e da cui vuoi scappare, ma che ti costituisce. Al contrario la loro vita li porta a concepirsi autonomi, “devono” cavarsela da soli, è una debolezza ammettere di aver bisogno e il successo è sembrare più forte di tutti…
Questi ragazzi hanno un bisogno assoluto di un rapporto che li costituisca, ma non sanno cercarlo. Anzi, per loro, cercarlo è una debolezza. Il rapporto con la mamma della famiglia che li ospita è molto spesso conflittuale, con il peso dell’abbandono della loro vera mamma, la figura femminile che hanno davanti è allo stesso tempo quello che desiderano e quello che non sopportano; e così si innescano meccanismi di rifiuto. E la mamma italiana, che si fa in quattro per loro, spesso con una sua idea di bene in testa, impazzisce.

La legge dell’ospitalità
Perché aprire le porte di casa a una ragazzina che viene da Kharkiv, città di cui non conoscevamo l’esistenza? A noi cosa serve? Cosa serve a lei venire in Italia tre mesi e poi tornare in orfanatrofio? Le fa più male che bene? Alla prima domanda ha risposto l’esperienza. Noi abbiamo fatto l’incontro con il fatto cristiano, che ci ha preso, ci ha portato a una pienezza di vita inimmaginabile e quindi, dicendo di sì alla proposta iniziale, abbiamo rifatto la strada che ci ha fatto riscoprire cos’è l’essenziale per ognuno di noi e insieme, come coppia prima e come famiglia poi, e a cosa vogliamo educare le nostre figlie.
Nei primi giorni dell’autunno successivo, mia moglie ha invitato a casa nostra la presidente dell’associazione che ci ha permesso di ospitare Yana, fondamentalmente per raccontare tutte le difficoltà avute e in qualche modo per dirle che forse non avremmo più ospitato nessuno. Chiacchierando, dopo alcune considerazioni condivise, ci ha proposto di ospitare un’altra ragazza, Karina di 17 anni, che non era mai riuscita a venire in Italia. Lascia o raddoppia? Volevamo lasciare e ci siamo ritrovati a raddoppiare.
A dicembre è arrivata Karina, di nome e di fatto. Bionda, occhi azzurri, dolce, gentile, desiderosa di stare in Italia. Ultimo anno di scuola e intenzionata a fare l’università. Passano dei giorni molto belli, e scopriamo da una rivista che a Kharkiv un professore di Filosofia sta cominciando un’opera di aiuto ai ragazzi degli orfanatrofi. Cerchiamo di metterci in contatto con lui e conosciamo una sua amica, una professoressa italiana che insegna all’università di Mosca. Era una giornata di gennaio ed eravamo in un bar della galleria Vittorio Emanuele di Milano. Lei si mette in contatto con Karina e nei mesi successivi la accompagna dal professore.
Torna l’estate e decidiamo di ospitare sia Karina che Yana. Incontriamo finalmente anche il professore, che risponde alle domande a cui nessuno aveva ancora risposto: “Cosa serve ai ragazzi e ragazze che vengono in Italia per qualche mese all’anno e poi tornano in istituto questa esperienza?” La sua risposta è semplice ed efficace: “Serve tantissimo, vedono una cosa positiva, vedono qualcuno che gli vuole bene gratuitamente, insomma vedono che è possibile essere felici, vedono che possono fare qualcosa di diverso che reiterare la situazione dei loro padri e delle loro madri. Certo, dovete aiutarli a fare due cose: a studiare per poter accedere all’università e provare ad avere un futuro diverso, e ad avere passione per se stessi”.
Ecco, ciò che è iniziato in modo casuale diventa all’improvviso una strada, una responsabilità, ma anche un’avventura per me. Parliamo con lui anche di Karina, e ci dà appuntamento al Meeting di Rimini, dove durante un’assurda discussione in russo tra lui, sua moglie, la professoressa di Mosca e Karina – io e mia moglie eravamo spettatori – è arrivato un altro rilancio. Ci vediamo a Kharkiv a fine ottobre. Questa cosa così lontana era sempre più vicina, ma soprattutto era diventata una strada da seguire, per me e mia moglie.
Partiamo per Kharkiv condividendo il viaggio con alcuni sconosciuti: un giovane laureato in lingue di Crema che parla russo, una ragazza di Brescia, laureata in Lingue, il suo fidanzato che si sta laureando in Ingegneria e una coppia di Prato. Arrivati, mentre i compagni di viaggio vanno a riposare, andiamo in istituto da Yana, che ha accettato di passare due giorni con noi.
L’internat è nella periferia della città. Le strade sono sterrate e piene di fango. Arriviamo, la struttura è nascosta tra le case, bassa, a due piani, ci attende l’incontro con il funzionario del ministero e la direttrice dell’istituto che devono autorizzarci  a “prendere” Yana. Ora dobbiamo aspettare che Yana sia pronta. Nell’attesa scopriamo che tutti i ragazzi ci salutano in italiano. Sono bellissimi, e ci guardano come se arrivassimo da un altro pianeta. Sono vestiti in modo dignitoso, puliti sorridenti. Vorrei stare lì, ma abbiamo appuntamento con Karina in hotel e da lì all’università con il professore che ha organizzato una presentazione di Pinocchio fatta dal rettore di un istituto vicino a Bergamo.
Arriviamo in hotel, abbracciamo Karina e con lei andiamo all’università che è nella piazza della Libertà, la piazza più grande d’Europa con i suoi 11 ettari. Entriamo e all’incontro su Pinocchio ci sono trecento persone. Ritroviamo i nostri compagni di viaggio e la bella professoressa di Mosca che ci presenta altre persone… tra cui alcuni studenti universitari di Lingue, lì per migliorare il russo e una neolaureata che ci passerà i prossimi due anni per il dottorato.
Sono due giorni molto intensi e quelle persone sconosciute diventano amici. La domenica pomeriggio alcuni degli studenti vengono con noi a riaccompagnare Yana in istituto. Devono imparare la strada perché il professore di Kharkiv e Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà di Milano, hanno pensato di organizzare una scuola di italiano per i ragazzi dell’internat, e loro devono inventarsi professori di italiano per i ragazzi ucraini…
Da quel giorno sono passati più di sei mesi, c’è stata la rivoluzione di piazza Maidan, è cambiato il presidente, sono morte molte persone, ma l’Ucraina è un pezzo di noi. Per questi amici conosciuti lì, per questo professore geniale, per un altro amico che in piazza Maidan ha passato qualche mese, per gli amici di Brescia che si sposeranno a ottobre, per la professoressa di Mosca, per la neolaureata che passerà con le nostre ragazze qualche giorno al mare, per un mondo sconosciuto che è invece la forma più viva con cui il fatto cristiano ci ha ripreso, ancora una volta, e si è reso affascinante e concreto. E a casa nostra oltre Yana è arrivata anche sua sorella Anastasiya, di 16 anni. Per il prossimo anno oltre al corso di italiano si sta organizzando un corso di teatro che porti i ragazzi fuori dall’istituto. E Karina vuole venire a fare l’università in Italia.
Per me, mia moglie e le nostre figlie la casa si è aperta ed è entrato un fatto che ci ha cambiato, che ci ha rimesso davanti l’essenziale. Dove è il tuo tesoro la è il tuo cuore, dice Gesù: a me, a mia moglie, alle mie figlie la presenza di Yana e poi di Karina ha costretto a cambiare. E per loro, per i ragazzi ucraini, si è aperta una possibilità di entrare nel mondo da protagonisti.