Quadrimestrale di cultura civile

Periferie del mondo e dell'esistenza. La nuova frontiera di Francesco

di Massimo Borghesi / Professore ordinario di Filosofia morale, Università di Perugia

Nell’anno e mezzo del suo pontificato abbiamo imparato a conoscere lo “stile” di papa Francesco, uno stile semplice nell’eloquio che ricalca il modello delle prediche popolari, nutrito di espressioni peculiari, incisive, che colpiscono la mente, il cuore, l’immaginazione. Tra esse v’è l’idea, spesso ripetuta, di “periferie esistenziali”. Un’espressione polivalente, ricca di significato, che indica un giudizio sulla Chiesa contemporanea e, al contempo, una prospettiva, una direzione di marcia. Già nel suo discorso ai cardinali, nel pre-Conclave del 9 marzo 2013, Bergoglio affermava: “Evangelizzare presuppone nella Chiesa la ‘parresìa’ di uscire da se stessa. La Chiesa è chiamata a uscire da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’assenza di fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria”. Quel discorso delineava, in anticipo, il programma del pontificato futuro. Il cristianesimo deve volgersi, anzitutto, ai peccatori non ai sani, ai lontani, al figliol prodigo, a coloro che non avendo conosciuto Cristo sono privi dell’affetto del Padre. Sono i lontani dal “centro”, che non è la Chiesa in quanto istituzione ma Cristo.
Le “periferie esistenziali” sono date da coloro che, poveri socialmente e spiritualmente, sono privi dell’amore di Dio e degli uomini. È la condizione dell’uomo contemporaneo, quella in cui la contraddizione tra povertà e ricchezza è tragicamente acuita da una globalizzazione senza scrupoli, quella in cui la secolarizzazione ha desertificato l’animo al punto che il centro, il cuore dell’Occidente, è divenuto un’unica, enorme, “periferia esistenziale”. L’idea sorge, in Bergoglio, dalla sua vocazione pastorale negli anni in cui è stato vescovo della capitale argentina. Come afferma il 4 ottobre 2013: “È un elemento che ho vissuto molto quando ero a Buenos Aires: l’importanza di uscire per andare incontro all’altro, nelle periferie, che sono luoghi, ma sono soprattutto persone in situazioni di vita speciale. […] Una periferia  che mi faceva tanto male, era trovare nelle famiglie di classe media, bambini che non sapevano farsi il segno della Croce. Ma questa è una periferia. […] Queste sono vere periferie esistenziali, dove Dio non c’è”.
L’associazione tra “periferia” e i bambini ignari del segno della Croce era già presente nel discorso del 27 settembre 2013, rivolto ai partecipanti al Congresso internazionale sulla catechesi. Un topos per Bergoglio; la nozione di “periferia”, in tal modo, si precisa. Indica i lontani da Cristo, i poveri sociali e intellettuali, collocati sia ai limiti della metropoli che al suo centro. Un monito per la Chiesa odierna, sempre più avvitata in se stessa.
In un movimento di sistole diastole la Chiesa è passata, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, dall’Abbattere i bastioni (H.U. von Balthasar) del Concilio Vaticano II al rinserrare le fila dopo gli sbandamenti dottrinali successivi; alla stagione del cattolicesimo militante di Giovanni Paolo II; al riflusso, dopo il 1989, di un cattolicesimo che si chiude in se stesso, pago delle sue certezze, relazionato al mondo solo attraverso la dialettica dei valori non negoziabili. E ciò nonostante l’impeto evangelico suggerito dal magistero di Benedetto XVI.
Con Francesco risuona l’”Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo” di Giovanni Paolo II, ora rivolto non solo al mondo ma, primariamente, alla Chiesa. Se il mondo è diventato “periferia”, la Chiesa, corrispondentemente, si è autoconcepita, in questi anni, come “centro”.
Come papa Bergoglio ha detto ai vescovi latinoamericani del CELAM, il 28 luglio 2013: “La Chiesa è istituzione, ma quando si erige in “centro” si funzionalizza e un poco alla volta si trasforma in una ONG. Allora la Chiesa pretende di avere luce propria e smette di essere quel misterium lunae del quale ci parlano i Santi Padri. Diventa ogni volta più autoreferenziale e si indebolisce la sua necessità di essere missionaria”.
Una Chiesa “centro”, centrata su di sé, non è più missionaria. È il  messaggio che Francesco, nell’intervista  a padre Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, raccolta nel volume La mia porta è sempre aperta, lancia ai “suoi” gesuiti: “La Compagnia è un’istituzione in tensione, sempre radicalmente in tensione. Il gesuita è un decentrato. La Compagnia è in se stessa decentrata: il suo centro è Cristo e la sua Chiesa. Dunque: se la Compagnia tiene Cristo e la Chiesa al centro, ha due punti fondamentali di riferimento del suo equilibrio per vivere in periferia. Se invece guarda troppo a se stessa, mette sé al centro come struttura ben solida, molto ben ‘armata’, allora corre il pericolo di sentirsi sicura e sufficiente. La Compagnia deve avere sempre davanti a sé il Deus semper maior. [...] Questa tensione ci porta continuamente fuori da noi stessi”.

Una Chiesa decentrata
Una Chiesa decentrata, volta verso le periferie, è una Chiesa missionaria. Per questo alla nozione di “periferie esistenziali” corrisponde la Evangelii gaudium, l’Esortazione apostolica che è il documento programmatico del pontificato, che ripete, nel contesto odierno, la Evangelii nuntiandi di Paolo VI, un Papa molto amato da Francesco.
Il papato del primo pontefice gesuita non può che essere un papato missionario. Donde la sua impostazione “conciliare”, pastorale, il primato accordato all’“incontro” rispetto alla controversia, in linea con Benedetto XVI: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva” (Evangelii gaudium, 7). Donde  la concezione dell’autorità come paternità, come pastore che sente l’odore delle sue pecore, come padre misericordioso che si rapporta al figliol prodigo, a colui che è “lontano”. Per questo è importante che il progetto pastorale “richiami l’essenziale e che sia centrato sull’essenziale, cioè su Gesù Cristo. Non serve disperdersi in tante cose secondarie e superflue, ma concentrarsi sulla realtà fondamentale, che è l’incontro con Cristo, con la sua misericordia, con il suo amore e l’amare i fratelli come Lui ci ha amato” (Discorso ai partecipanti del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, 14 ottobre 2013).
Autorità, nella Chiesa, è colui che favorisce l’incontro, che apre le porte, che esce dalle porte per incontrare chi è lontano. È l’auspicio che emerge dalla conversazione con padre Spadaro: “Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente”.
La Chiesa in “uscita” è quella che incontra le periferie esistenziali. Questo incontro è stato bloccato, in questi anni, da una burocratizzazione crescente della vita ecclesiale, dei preti e dei pastori,  fondata sui ruoli e sulle distanze, sui carrierismi e le formalità. Per il Papa la secolarizzazione odierna non è solo il frutto di un modello economico che dissolve ogni tipo di rapporto sociale, desacralizzando tutto eccetto le merci. Essa è anche il frutto di una burocratizzazione ecclesiastica, di una distanza infinita tra vescovi e clero, tra clero e popolo. Non è solo la Ratio che si è chiusa al soprannaturale, nel positivismo imperante, ma è anche la Fides che si è ideologizzata, “clericalizzata”. La malattia del cristianesimo contemporaneo si chiama clericalismo. Non è più la mondanizzazione della fede degli anni Settanta del secolo scorso, quella che sorgeva dall’impegno storico-politico di un cristianesimo egemonizzato dalla cultura marxista.
Ora si tratta di una nuova mondanizzazione, quella propria di una nuova destra cattolica che accetta in toto la cultura degli “scarti”, la logica sacrificale del neocapitalismo vincente dopo il 1989. Chiede solo di contrattare su alcuni valori che sono dissolti proprio da quel neocapitalismo che viene accettato senza critiche. Così  un cattolicesimo d’ordine, perfettamente inserito nel potere  del mondo, si legittima mediante la difesa di un’ortodossia etica che la “società liquida” dissolve a ogni passo. Il cattolicesimo diviene qui una riserva indiana, in perenne dialettica con un mondo senza che possano essere indicati punti positivi, luoghi di attraversamento.
Ciò che manca in questo clericalismo etico è propriamente Cristo, Cristo come il soggetto dell’Incontro. Il Cristo di Charles Péguy. Come scriveva il grande francese nel suo Veronique. Dialogue de l’histoire et de l’âme charnelle: “Ma venne Gesù. Egli aveva da fare tre anni. Egli fece i suoi tre anni. Ma egli non perse affatto i suoi tre anni, egli non li impiegò a gemere e a interpellare il malore e la disgrazia dei tempi. Vi era comunque la disgrazia dei tempi, del suo tempo. Il mondo moderno veniva, era pronto. Egli tagliò (corto). Oh, in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Intercalando il mondo cristiano. Egli non incriminò, egli non accusò nessuno. Egli salvò. Egli non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo. Questi (altri) essi vituperano, essi raziocinano, essi incriminano. Ingiuriosi medici, che se la prendono con il malato. Essi accusano le sabbie del secolo, ma al tempo di Gesù vi era anche il secolo e vi erano anche le sabbie del secolo. Ma sulla sabbia arida, ma sulla sabbia del secolo una sorgente, una sorgente di grazia, inotturabile colava”.
È in linea con questa prospettiva, con la prospettiva di Péguy, che si collocano la testimonianza e il magistero di papa Francesco. Come ha scritto Fabio Colagrande, nel blog “Vino Nuovo”: Il segreto di Francesco? È anticlericale (7 luglio 2014). Ciò significa, ancora una volta con Péguy, primato del cristianesimo “carnale”, fondato sulla fisicità dell’incontro. Solo così il “centro” può farsi “periferia”. Come confessa il papa a padre Spadaro: “Per me è fondamentale la vicinanza della Chiesa. La Chiesa è madre, e né lei né io conosciamo nessuna mamma ‘per corrispondenza’. La mamma dà affetto, tocca, bacia, ama. Quando la Chiesa, occupata in mille cose, trascura la vicinanza, se ne dimentica e comunica solo con documenti, è come una mamma che comunica con suo figlio per lettera”.
È il sogno di “una Chiesa Madre e pastora” che non teme di farsi carico del peccato del mondo, della sua lontananza, che non teme la sua ostilità, ma la porta con coraggio, senza paura di sporcarsi le mani. È l’immagine della ‘Chiesa samaritana’ che, già presente nel Documento di Aparecida della V Conferenza episcopale latinoamericana del 2007, trova la sua conferma nella figura dell’”ospedale da campo dopo una battaglia” di cui parla il Papa nell’intervista de La Civiltà Cattolica. Le periferie esistenziali hanno bisogno di testimoni, di “pastori e non funzionari o chierici di Stato”. Per questo “i ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è Vangelo puro. Dio è più grande del peccato. Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel buio senza perdersi”.
Così una Chiesa de-centrata può incontrare gli uomini nei crocicchi della storia di oggi.