“Crediamo che la passione per realizzare noi stessi caratterizzi il modo in cui viviamo le nostre vite e lavoriamo sul nostro posto di lavoro. Vogliamo promuovere un società che aiuti tutti a soddisfare i propri veri bisogni: verità, bellezza, felicità, amore e giustizia. Nel fare questo possiamo essere noi stessi e trattare gli altri con amore e rispetto incondizionato per la loro dignità umana. Abbiamo bisogno di una ‘casa’ come un bambino ha bisogno di una famiglia per essere aiutato, istruito, corretto e sostenuto. Abbiamo bisogno di una ‘casa’ che risvegli continuamente la volontà di lavorare, cambiare, inventare. Abbiamo bisogno di una ‘casa’ che impedisca agli individui di diventare alienati e cinici. Dedichiamo la Los Angeles Habilitation House a questa missione”.
Los Angeles Habilitation House
Non occorre necessariamente recarsi nei quartieri poveri per trovare la “periferia” e conoscere le sofferenze e l’oscurità che molte persone si trovano a vivere: possiamo trovare la periferia anche sul luogo di lavoro. I veterani negli Stati Uniti sono 24 milioni e costituiscono l’8% dei cittadini americani; il dramma da loro vissuto è una questione che il comandante supremo, il Presidente Obama, conosce bene e ha a cuore; questo vale anche per il “Joe di tutti i giorni”, cioè per il cittadino medio americano, la cui vita quotidiana non sempre incrocia quella di un reduce. Recentemente, a giugno, nel rispondere ai militanti islamici in Iraq, Obama ha espresso la sua consapevolezza attraverso questa risposta: “Non possiamo risolvere semplicemente questo problema mandando migliaia di soldati e finendo per pagare un conto in sangue e risorse già versato”.1
Il dramma vissuto dai veterani non è di certo una novità negli Stati Uniti, ma in questo momento storico è qualcosa di nuovo per il fatto che ci troviamo di fronte a una crisi dell’essere umano. Questa crisi è evidente, dal rapimento delle ragazze in Nigeria fino allo sgretolamento della famiglia, come evidenziato dall’alto tasso di divorzi. L’americano medio, il “Joe di tutti i giorni”, percepisce un legame tra la sua libertà e la scelta di migliaia di uomini e donne che mettono a repentaglio la propria vita per la salvaguardia di questa libertà. L’America è una terra di ideali e opportunità, fondata sulla convinzione che ogni individuo ha il diritto di perseguire la propria libertà, come recita la sovente citata dichiarazione d’indipendenza: “la vita, la libertà e il perseguimento del felicità.”
Molti americani provano una profonda gratitudine per il supremo sacrificio offerto in battaglia da molti soldati, poiché quel sacrificio non è considerato vano ma direttamente collegato alla difesa della libertà. Il dramma dei veterani negli Stati Uniti è ampiamente sentito e trascende l’età anagrafica, il sesso, la razza e la religione, per il semplice fatto che quegli uomini e quelle donne hanno deciso di mettere a repentaglio la loro vita per difendere la libertà di altri perfetti sconosciuti.
Per quegli uomini e quelle donne che fanno ritorno negli Stati Uniti da invalidi si fa strada la consapevolezza sempre più profonda che i segni e l’impatto della battaglia sono rientrati a casa con loro e che è necessaria una risposta. “Molti scoprono di aver perso il vecchio posto di lavoro, o che i potenziali datori di lavoro sono scettici rispetto al valore del loro servizio militare. Il tasso di disoccupazione tra i nuovi veterani è del 13,1%, rispetto al livello nazionale che si attesta all’8,5%. Tra i veterani nella fascia tra i 18 e i 24 anni – molti dei quali poco istruiti o con scarsa esperienza professionale al momento della partenza – una persona su tre oggi si ritrova senza un lavoro: un tasso doppio rispetto ai non veterani della stessa fascia di età. “L’impennata nel tasso di disoccupazione dei nuovi veterani dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme per il Paese”, afferma Paul Rieckhoff, direttore esecutivo di Veterani americani d’Iraq e Afghanistan. “Può anche essere che la marea della guerra si stia ritirando, ma è la marea al rientro a casa che è appena all’inizio.”2
C’è un chiaro ed evidente desiderio di dare una risposta e un sostegno a queste persone, anche ai livelli più alti nel Dipartimento degli Affari dei Veterani, come dimostrano le recenti dimissioni del Segretario del Dipartimento stesso.3 Ric Shinseki, un generale dell’esercito in pensione con più di cinquant’anni di esperienza, ha rassegnato le dimissioni per non essere un elemento di disturbo nell’indagine relativa alla morte di 40 veterani deceduti a Phoenix, in Arizona, presso una struttura della Veterans Administration,4 spianando così la strada affinché questi problemi vengano affrontati da una nuova leadership.
I programmi e i fondi a sostegno dei veterani non stanno risolvendo il problema dei suicidi né quello della disoccupazione cronica che affliggono molti reduci. “Nessuno era davvero preparato al numero di sopravvissuti gravemente feriti,” sostiene il medico Ronald Glasser, autore di un volume sulla medicina di guerra. I veterani feriti hanno mandato in tilt il sistema VA e ciò ha provocato un accumulo di quasi 900.000 domande di invalidità. I veterani si lamentano di una burocrazia opprimente, di pratiche che vengono perse, di controlli medici ridondanti e diagnosi incongrue. “Combatti per il tuo Paese, poi torni a casa e devi combattere contro il tuo stesso Paese per avere i sussidi che ti erano stati promessi,” ha dichiarato Clay Hunt, un cecchino della Marina che aveva riportato una ferita da arma da fuoco a un polso in Iraq e che aveva dovuto aspettare 10 mesi per ottenere l’assegno di invalidità. Depresso, divorziato e perseguitato dalla perdita di alcuni cari amici in battaglia, Hunt si è tolto la vita nel marzo scorso”.5
Il nostro obiettivo è quello di creare e mantenere opportunità di lavoro per persone invalide (i nostri dipendenti), che li aiutino a sviluppare, esprimere e applicare le loro capacità aumentando al massimo il loro contributo alla comunità. Questo è un modesto tentativo di aiutare i veterani invalidi a rientrare nella vita da civili. Per questo motivo nel novembre del 2009, la LAHH (Los Angeles Habilitation House) ha dato vita al programma Contract Management Services – Outreach & Training Program (CMSOTP) per affrontare il bisogno di quei veterani che rientrano in patria con invalidità di guerra a trovare lavoro. L’occupazione è un fattore chiave perché i veterani invalidi riescano a reintegrarsi nella società, nelle loro famiglie e nelle loro comunità, tra i loro amici.
Ricostruire il curriculum e la fiducia in se stessi
In questi anni abbiamo riscontrato che la formazione professionale aiuta i veterani a ricostruire il loro curriculum e la fiducia in se stessi, permettendogli allo stesso tempo di realizzare qualcosa di cui possono parlare con gli amici e la famiglia. Abbiamo riscontrato che la loro esperienza come soldati di solito è un argomento che evitano, perché hanno imparato a convivere con le esperienze vissute in guerra.
Quando i veterani rientrano dalla guerra non hanno molto di cui parlare con i loro familiari e i loro amici e questo può essere causa di isolamento e ansia crescente. L’isolamento e l’ansia sono due dei principali pericoli per il benessere di un reduce invalido. Se non controllate, queste due caratteristiche possono spingere il reduce ad abbandonare la ricerca di un impiego. Il fatto che ci sia un ponte tra il ritorno a casa e la ripresa del lavoro è un fattore cruciale, e questo ponte è proprio la formazione professionale retribuita che porta al lavoro. La LAHH può offrire tutto questo nell’ambito della gestione contrattuale, compresa la chiusura dei contratti, poiché attualmente offriamo questo servizio alla Base Medica Navale a San Diego. L’assunzione e l’ingaggio di veterani come impiegati generici o come specialisti nella chiusura dei contratti li fornisce di un insieme di competenze spendibili e dei mezzi economici per migliorare la loro situazione finanziaria. Mentre creiamo nuove opportunità di impiego per altri veterani, ci impegniamo a mantenere i nostri attuali dipendenti veterani.
Perché tutto questo? C’è un passo ulteriore per coloro che forniscono supporto e aiuto ai veterani. Questo passo è costituito da uno sguardo sensibile e compassionevole che parta guardando prima se stessi per poi posarsi sui veterani nello stesso modo. Non possiamo incominciare ad affrontare il problema dell’essere umano, la condizione dell’essere umano, la crisi dell’essere umano, se prima non guardiamo all’interno di noi stessi e stabiliamo cos’è che ci permette di essere cittadini equilibrati e attivi di questa grande nazione. Non si tratta soltanto di quello che una persona può fare, ma di molto di più, si tratta di chi è quella persona e di cosa ha nel cuore. Con il cuore ricolmo di uno sguardo di amore, sensibilità, compassione, una persona può anche trovarsi davanti alle peggiori circostanze e ricominciare da zero.
Questo è stato evidente a Nancy e me quando di recente siamo stati a San Diego a incontrare i nostri dipendenti, che sono dei veterani con invalidità. I nostri dipendenti hanno sofferto molto per mano altrui o hanno inflitto violenze su altre persone e in questo momento stanno attraversando il processo critico di riparare alle proprie azioni. Davanti a noi abbiamo visto uomini e donne in grado di affrontare il proprio passato, laddove prima questo veniva taciuto, non riconosciuto. Non abbiamo fatto niente di speciale né abbiamo un’esperienza professionale in ambito medico o sociale.
Uno dei nostri dipendenti, un ex marine, ci ha detto: “…voi siete così diversi, siete diversi da tutto quello che ho visto e incontrato finora nella mia vita.” Questo non è il risultato di un programma per veterani diverso. Questo non è il risultato dei nostri “sforzi morali” verso colui che è afflitto dai segni invisibili della guerra. È soltanto la nostra fragile umanità che desidera evidenziare le parole di papa Francesco: “[Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è ] la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso.”6 Il Papa ha inoltre aggiunto: “Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo. Nella vita Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia.”7
Quello che abbiamo e quello che offriamo quindi ai nostri veterani invalidi è uno sguardo che li abbracci, che abbracci il loro passato, presente e futuro con una libertà che permetta a entrambi di respirare.
1 http://www.nbcnews.com/storyline/iraq-turmoil/obama-u-s-prepared-take-targeted-action-iraq-n135621.
2 http://theweek.com/article/index/223423/a-tough-homecoming-for-war-veterans.
3 http://www.msnbc.com/msnbc/eric-shinseki-resigns.
4 http://www.nbcnews.com/storyline/va-hospital-scandal/va-report-confirms-allegations-phoenix-hospital-n116616.
5 http://theweek.com/article/index/223423/a-tough-homecoming-for-war-veterans.
6 http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2013/september/documents/papa-francesco_20130921_intervista-spadaro.html.
7 http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2013/september/documents/papa-francesco_20130921_intervista-spadaro.html.