Quadrimestrale di cultura civile

Egitto, condividere la bellezza delle proprie origini

di Shereen Mohamed / Gruppo Swap

“Comunità Incontro” nasce dal confronto fra alcuni studenti universitari provenienti da ambienti culturali differenti, mossi dal desiderio di riscoprire la cultura delle proprie origini per poterne condividere la bellezza con gli altri. Letteralmente, il significato di Swap è scambio: il nostro intento, infatti, è quello di promuovere lo scambio culturale per il nostro arricchimento reciproco, attraverso iniziative, all’interno e all’esterno dei nostri atenei, che nascono dalla nostra collaborazione e amicizia. Swap offre un luogo nel quale poter dare libero spazio al dialogo, permettendo a ognuno di esprimere le proprie idee e trasmettere agli altri ciò che ritiene più importante del proprio vissuto. Il gruppo conta già due eventi al suo attivo, tenutisi nel corso del 2013. La nostra prima iniziativa ha raccontato il Meeting del Cairo, il cui scopo era favorire il dialogo tra fedi e culture diverse in Egitto e nel Medioriente. Il secondo evento ha trattato il tema dell’educazione alla diversità, per capire come trarre dalla conoscenza dell’altro un’opportunità di crescita. Dopo queste due esperienze, in nome di questo scambio, abbiamo deciso di darci un nuovo nome: Swap – Share With All People.

Parlare dell’ Egitto, cercare di racchiuderne l’anima, l’essenza in poche righe non è un’impresa possibile. Il “dono del Nilo”, così come lo denominò Erodoto, è stato continuamente abitato dal 10000 A.C. a oggi e possiede una delle storie più lunghe al mondo. Da sempre l’Egitto è faro della cultura araba e mondiale, oltre che paese geostrategicamente determinante per la regione. La terra del Nilo ha da sempre costituto un crocevia di popoli ed etnie diverse. Non solo Arabi, ma anche Greci, Romani, Ottomani e Britannici sono passati in Egitto, lasciando la propria impronta nel Paese e rimanendone a loro volta influenzati. Anche in virtù di queste svariate conquiste, l’Egitto rappresenta un unicum di etnie diverse, dalle popolazioni dai capelli e pelle chiari del delta del Nilo alle popolazioni nubiane dalla pelle scura. È un susseguirsi di origini, tratti somatici e appartenenze culturali e religiose diverse.
Se dovessimo, però, soffermarci sull’aspetto che più di tutti contribuisce alla potenza e, allo stesso tempo, alla bellezza dell’Egitto, non possiamo non parlare della convivenza e dell’unità che da sempre caratterizza il popolo egiziano e che cattura l’attenzione di chiunque si ritrovi a soggiornare anche per brevi periodi in quella terra.
Proprio questa unità che caratterizza l’Egitto, al di là dell’eterogeneità della sua popolazione, è stata posta al centro del più importante lavoro del grande geografo e intellettuale egiziano del Novecento, Gamal Hamdan, il quale, nel suo La personalità dell’Egitto, affronta la realtà culturale, economica e politica del Paese in chiave geografica. Hamdan identifica la ragione di questa unità in quello che è la fonte di vita, ma allo stesso tempo una possibile fonte di distruzione, per l’Egitto: il Nilo. Fin dai tempi più remoti, gli egiziani hanno capito che per riuscire a volgere a proprio favore una forza della natura così potente come quella delle inondazioni del Nilo, vitali per rendere florida la terra, ci volevano cooperazione e unità, quasi fosse una sorta di gioco a somma zero che vedeva (e vede ancora oggi, sebbene con strumenti diversi) l’elemento umano contrapporsi a quello naturale.
Non bisogna, però, utilizzare necessariamente uno sguardo scientifico per capire la realtà di questa unità. Noi, per esempio, abbiamo imparato a scoprirla attraverso i racconti dei nostri genitori, attraverso storie semplici ma genuine. Storie che riguardano soprattutto le due anime più importanti del tessuto demografico egiziano, quella musulmana e quella cristiano-copta.
Quando, a partire dal 2011, nuovi eventi inaspettati hanno scosso il Medioriente, l’attenzione dell’opinione pubblica si è spostata nuovamente verso quella “periferia del mondo “. L’Occidente ha preso coscienza che la continuità di governi autoritari, corrotti e inefficienti non significa necessariamente stabilità della regione, e si è imposta la necessità di capire. Questa necessità è stata ancora più forte per noi che a quelle terre apparteniamo per sangue, ma non di fatto.
Alla domanda: “Cosa ne pensi di quello che sta succedendo in Egitto?”, in noi rimaneva irrisolto un interrogativo ancora più grande, ovvero: “Sta davvero succedendo solo ciò che i media occidentali raccontano?”
Quello non era l’Egitto che avevamo imparato a conoscere attraverso le parole dei nostri genitori. È vero, la rivoluzione aveva portato alcuni spiacevoli episodi di scontri e intolleranza, ma sentire parlare solo di disordini e di un Paese “costantemente sull’orlo della guerra civile “ ci sembrava riduttivo rispetto alla tanta bellezza che la rivoluzione aveva portato con sé.
Da qui è nato il nostro progetto, dalla necessità di abbandonare gli schemi politici e religiosi per mostrare come questa rivoluzione abbia dato una nuova incredibile forza al valore umano. Abbiamo deciso di rendere un tributo non tanto all’Egitto, ma piuttosto agli egiziani, e di raccontare quante e quali persone sono state protagoniste di questa porzione di storia.
Al di là della sofferenza e del male ci sono soprattutto storie di persone, molte delle quali appena ventenni come noi, che hanno sacrificato la propria vita, concretizzando, attraverso la loro personale esperienza, valori, messaggi e verità universali: Amicizia, Lealtà, Coraggio e il bello della Condivisione.
Confrontandoci, abbiamo deciso di non mostrare le solite notizie di cronaca, ma di focalizzare l’attenzione  sull’aspetto umano di queste vicende, che dal nostro punto di vista sono state molto rilevanti, sia perché non hanno trovato spazio nella realtà dei media e dell’informazione, sia perché sono state in grado di comunicare un messaggio positivo di unione, al di là delle ideologie politiche, della fede religiosa e della condizione sociale, mostrando quello che è il vero cuore dell’Egitto. Tutto questo si è concretizzato in una mostra fotografica nella quale, attraverso foto e testi, abbiamo cercato di raccontare con uno sguardo diverso l’Egitto degli ultimi tre anni.
La mostra racconta storie di amicizia, come quella tra Mina Daniel e Tareq el Salafi, attivista politico copto il primo e salafita il secondo. Storie di coraggio, come quella della lotta di Samira contro chi l’ha privata della sua dignità di donna. E ancora, la stoica battaglia della dottoressa Mona Mina per la costituzione di una società civile, o la speranza del furore giovanile di Gika, giovane scelto come emblema del nostro progetto, morto a soli sedici anni per difendere un graffito che raffigurava gli ideali della rivoluzione. E infine, il sentimento di solidarietà che trascende la religione e la politica, giungendo direttamente allo spirito e alimentando la speranza.
Immagini come quelle dei musulmani protetti dai cristiani durante la preghiera, e quelle dei musulmani che creano un cordone umano per proteggere le chiese dagli attacchi, sono esempi chiari di come “la bellezza della convivenza possa superare il male della violenza”.
Ci piace sottolineare, quasi orgogliosamente, che, su questo, l’Egitto ha avuto molto da insegnare al resto del mondo. La bellezza della convivenza è ciò che caratterizza anche la nostra esperienza personale come gruppo, che vede riuniti ragazzi di religione e orientamenti diversi, convinti che dalla cooperazione e dal confronto non possa che nascere qualcosa di positivo, di bello. Lo stare insieme, ma soprattutto lo stare bene insieme, ci ha fatto capire che basta davvero poco per superare il muro delle differenze e delle diffidenze. Quando decidi di aprirti all’altro senza timori e pregiudizi, ciò che ti è restituito non potrà che essere un valore aggiunto alla ricchezza che già possiedi.
Noi, con le nostre differenze di credo e pensiero, abbiamo sperimentato e condiviso questa ricchezza, per questo abbiamo voluto fare qualcosa che comunicasse questa piccola ma grande verità anche agli altri.