Quando si pensa a Dubai ci sono due icone che tutti conoscono: sono le due torri (Burj in arabo) simbolo della città. La prima è il Burj Al Arab, la torre degli arabi: si tratta di un albergo a 7 stelle a forma di vela, con rubinetti d’oro nelle stanze, diventato famoso nel mondo grazie al video di Federer e Agassi che giocano a tennis sulla pista di atterraggio degli elicotteri.
La seconda è il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo con i suoi 829,8 metri (le Torri Gemelle a New York misuravano circa 420 metri, e avevano 110 piani contro i 163 del Burj Khalifa), che include l’Armani Hotel, residenze private, uffici e il ristorante Atmosfera al 122° piano: la storia stessa di questo edificio dice molto dello spirito della città. In origine il nome avrebbe dovuto essere Burj Dubai, perché il Ruler di Dubai, Sua Altezza Sheikh Mohammed bin Rashid Al Maktoum, aveva affermato di voler “posizionare Dubai sulla mappa del mondo con qualcosa di veramente sensazionale”. Durante la costruzione, però, il mondo è stato travolto dalla più grave crisi economica dopo la grande depressione del 1929; l’emirato di Dubai va praticamente in bancarotta: Dubai World (la holding statale che finanzia, fra l’altro, la costruzione del Burj Dubai) chiede una moratoria di 6 mesi sugli interessi del debito di 59 miliardi di dollari, in mano per la maggior parte a banche europee. Infatti, contrariamente a quanto si pensa di solito e a differenza del piu’ vasto e popoloso emirato di Abu Dhabi, il territorio di Dubai non possiede riserve di petrolio. A sorpresa, durante l’inaugurazione, il Ruler di Dubai presenta quindi l’edificio come Burj Khalifa, dal nome del Presidente degli Emirati Arabi, Khalifa bin Zayed Al Nahyan, un omaggio importante all’uomo e all’emirato venuto negli ultimi mesi in soccorso di Dubai con circa 25 miliardi di dollari, secondo alcune fonti.
Ma allora su cosa si fonda la prosperità di questa emirato-città costruita nel mezzo del deserto, se non sul petrolio? La fortuna di Dubai è fondata su quella che può essere chiamata una “talent economy”, cioè sulla capacità’ di attrarre professionisti (“talents”, in inglese), di cui la regione ha bisogno per sostenere gli ambiziosi progetti infrastrutturali e per sfruttare al meglio le risorse naturali, dal petrolio al clima, che per 9 mesi l’anno è favorevole per il turismo.
Gli Stati appartenenti al GCC, il Consiglio di Cooperazione del Golfo, cioè Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Qatar, EAU e Oman, per sviluppare i loro piani di crescita come i centri di ricerca del Qatar e le infrastrutture dell’Arabia Saudita e dell’Oman cercano di avvalersi dei migliori professionisti del mondo: ma in posti dove l’alcool è proibito (vedi Arabia Saudita o Kuwait), dove le donne non possono guidare e devono andare in giro velate (vedi Arabia Saudita), dove non esistono cinema e teatri (ancora Arabia Saudita) ben pochi sono disposti a vivere, indipendentemente da quanto corposo sia lo stipendio. Dubai è cosi diventato l’hub dove le aziende posizionano i loro uffici regionali (ad esempio Cisco, GE, Oracle, le grandi società di consulenza, le banche d’affari) e dove le persone risiedono e vivono durante il week end e – se fortunate – durante la sera dei giorni lavorativi, mentre spesso di giorno lavorano ad Abu Dhabi e negli altri Stati del Golfo. Addirittura, grazie alla ottima connessione logistica fornita dalla Emirates – ormai la più grande compagnia aerea del mondo – seconda solo alla Lufthansa ma semplicemente grazie al mercato domestico tedesco, escluso il quale la Emirates trasporta più passeggeri –, curano da Dubai mercati come l’India o l’Africa Orientale. Quello che Dubai ha di speciale è che unisce una tolleranza verso stili di vita non islamici con un livello di lusso e di comfort diffuso che probabilmente non ha eguali nel mondo.
Cominciamo dalla tolleranza: non solo a Dubai ci si può vestire come si vuole (rispettando la decenza, ma sicuramente in maniera molto più libera rispetto ad altri Paesi come il Qatar, dove l’associazione delle donne locali ha recentemente lanciato una campagna per la “modestia” nel vestire), ed esistono Chiese di ogni confessione e persino un tempio Indù (l’unico nel Golfo, ma del resto a Dubai l’etnia più rappresentata è proprio quella del sub-continente), ma addirittura esistono molte zone libere nelle quali possono essere create aziende senza la necessità di un partner locale. Addirittura a Dubai esiste una zona libera chiamata DIFC (Dubai International Financial Center), che ha un proprio tribunale per dirimere cause civili dove si utilizza il diritto inglese, più conosciuto dagli operatori di business, invece del diritto locale, basato sulla sharia.
E poi ci sono il lusso e il comfort. Dove vivono persone e famiglie che hanno un lavoro di tipo impiegatizio/manageriale, i palazzi e i compound di villette hanno la piscina e le guardie 24 ore su 24 che garantiscono una certa sicurezza, e un “esercito” di operai orientali che si occupano di pulizia e manutenzione. Su Palm Jumerah, isola artificiale a forma di palma, non solo le ville costruite sui rami – dove vivono tra gli altri gli ex calciatori Cannavaro e Maradona – hanno piscine e spiaggia privata, ma anche gli shoreline apartments, condomini situati sul tronco, i cui affitti sono solo leggermente più alti di altre zone di Dubai, dispongono di una spiaggia privata. Il quartiere di JBR (Jumerah Beach Residence) che comprende 40 torri che ospitano circa 15.000 persone, è costruito sulla spiaggia (pubblica). Oppure ancora l’Arabian Ranch, un complesso di ville posizionato nell’interno, a circa 10 km dal mare, ha un campo da golf a disposizione dei residenti.
Dubai è anche il regno dei centri commerciali. Il Dubai Mall, costruito ai piedi del Burj Khalifa, è il più grande centro commerciale del mondo per superficie lorda e ha avuto, nel 2012, 65 milioni di visitatori, contro i 52 milioni di New York City; ha al suo interno un acquario con 33.000 animali marini. Oppure il Mall of the Emirates, dove è stata costruita una pista da sci indoor (ormai l’unica del mondo, l’altra che c’era a Tokyo è stata chiusa per i costi proibitivi) di 22.500 mq, una seggiovia, uno skilift, una pista da bob e addirittura un rifugio a metà pista!
Oltre alle dotazioni extra lusso della città, c’è un ulteriore fattore che permette condizioni di vita eccezionalmente confortevoli: si tratta di un’abbondanza di mano d’opera a bassissimo costo, che fornisce il supporto alla vita di tutti i giorni. È il caso, per citare un esempio, di quelle che chiameremmo collaboratrici domestiche: ogni famiglia con un lavoro di tipo impiegatizio può permettersi una “maid”, letteralmente “serva” in inglese, cioè una persona che vive in casa con la famiglia e pulisce, cucina, fa da baby sitter a tempo pieno. Il salario minimo concordato con le ambasciate è di 300 euro al mese più vitto e alloggio per una filippina, e addirittura 125 euro per una persona che viene dal Bangladesh. Il governo ha dovuto stabilire il numero massimo di maids che un nucleo familiare può avere, perché in alcuni casi – soprattutto le famiglie locali – avevano più di cinque maids.
Ci sono molte piccole comodità alle quali ci si abitua subito: oltre agli addetti alla pulizia delle parti comuni degli edifici, che lavorano in continuo, ci sono quelli che si occupano dei piccoli lavori domestici, come la sostituzione delle lampadine o del giardino; al supermercato c’è una persona che riempie i sacchetti della spesa alla cassa e che per 1 o 2 euro le porta in macchina o addirittura direttamente a casa (se il supermercato è vicino). E ancora: il bucato non va portato in lavanderia, è la lavanderia che lo viene a prendere e lo riporta a casa pulito e stirato (la camicia da uomo è lavata e stirata per 1 euro), i supermercati sono aperti ventiquattro ore al giorno, le farmacie fino alle 2 di notte, dovunque ci sono valet parking (servizio di parcheggio dell’auto), spesso gratis (se per esempio vai in un ristorante).
Certo, a fronte di uno stipendio esentasse (qui non esistono tasse sul reddito, l’unica tassa municipale è sulla casa, di proprietà o affittata, ad esempio si paga il 5% del valore annuo dell’affitto), il costo della vita è molto elevato: il cibo è in generale costoso (specie se si mangia all’occidentale e non all’indiana), gli affitti aumentano del 20% l’anno, le scuole hanno costi proibitivi (una scuola materna costa più di 10.000 dollari l’anno). Dubai si rivela paradossalmente uno dei posti al mondo con più bassa propensione al risparmio!
Il rovescio della medaglia
Considerando questi dati, si direbbe che l’emiro di Dubai sia riuscito a realizzare un paradiso nel quale tutti vorrebbero vivere. A ben guardare, però, questi elevatissimi standard di comfort, sicurezza e benessere hanno un rovescio della medaglia:
La mancanza di libertà. Non stiamo parlando di mancanza di libertà personale, ma di mancanza di libertà di associazione a tutti i livelli: politico, religioso e sociale. I partiti politici e i sindacati sono vietati, le associazioni caritative sono possibili solo nell’ambito islamico, le Chiese sono tollerate ed esiste libertà di culto, ma non di religione (la processione del Corpus Domini si fa nel recinto della Chiesa, non si possono fare attività di informazione rispetto ad altre religioni, campane e campanili non sono permessi), non c’è assolutamente posto per altre forme di convivenza fra uomo e donna alternative al matrimonio, tanto che per partorire in ospedale serve il certificato di matrimonio, altrimenti la madre viene incarcerata (…non so cosa succede al figlio).
Per tutte queste ragioni il tema dei “nuovi diritti” semplicemente non esiste: a giugno il quotidiano locale Gulf News riportava il fatto che due filippini “vestiti con abiti femminili” – ovviamente i termini omosessuali o transgender non comparivano – sono stati arrestati, imprigionati e deportati nel loro Paese con impossibilità di rientro. Una protesta come quella degli attivisti LGTB alle Olimpiadi invernali in Russia qui non è neanche immaginabile. E infatti nessuno la immagina, ne parla, né tanto meno prova a realizzarla...
L’annichilimento del desiderio e la fragilità dei rapporti. Parlando con gli occidentali o con i locali o gli indiani ricchi, si percepisce il sentimento diffuso per cui Dubai nell’immaginario è il posto dove si ha tutto, nel quale viene fatto tutto il possibile perché la vita sia “comoda”, ma proprio per questo la domanda sull’esistenza sollecitata dalle difficoltà quotidiane viene a mancare. La possibilità di comprare tutto (al Dubai Mall ha aperto anche Eataly!) o di fare tutto, anche volare indoor o sciare con una temperatura esterna di 50 gradi o ancora, per le coppie sposate che affidano la prole alla maid, stare con i figli qualche mezz’ora al giorno e per il resto condurre una vita quasi come se questi non esistessero, sembra che soddisfi tutti i desideri. Spesso, frequentando famiglie occidentali, gli argomenti di conversazione ricorrenti vertono sull’efficienza della maid, sul luogo dove si mangia meglio la pizza, dove si compra meglio il cibo italiano, quali scuole danno più “servizi” ai bambini e dove vedere le partite del mondiale: è un po’ come vivere sempre in vacanza, preservati il più possibile dall’impatto dei problemi; inevitabilmente così la domanda di significato si affievolisce.
Anche il sistema di controllo dell’immigrazione contribuisce a schermare i residenti dal pensiero e dalle riflessioni sulla vecchiaia e sulla fatica del vivere: dal momento che il visto di residenza non viene concesso alle persone anziane provenienti dai Paesi poveri – e che magari hanno lavorato a Dubai per tutta la vita –, questo ha come conseguenza il fatto che non esista una popolazione anziana non araba, a differenza delle città, specialmente europee, dove non manca di incontrare al supermercato la vecchina o il vecchietto che fa fatica a fare la spesa. La possibilità di comprare e fare tutto contribuisce a dare una sensazione di “onnipotenza”, che porta a pensare di poter fare a meno degli altri. Eppure il desiderio di un rapporto vero, al di là delle comodità, c’è sempre e affiora, ad esempio, nel fatto che persone appena conosciute, percependo un interesse reale nei loro confronti che vada oltre la superficie dello status, accettino di aprirsi e parlare dei propri problemi privati, come il dramma di affrontare fecondazioni artificiali per concepire i figli, la difficoltà nell’educare i figli, le malattie gravi, che solitamente sono relegati alla sfera personale e non trovano spazio nei discorsi quotidiani.
Lo sfruttamento inumano di alcune categorie di lavoratori. Affinché questo livello di comfort possa essere sostenuto è necessario che una classe di persone viva una vita che si avvicina alla schiavitù. Tipicamente a Dubai la provenienza dice la classe sociale di appartenenza, se i “salvati” o i “sommersi”. Occidentali, russi, locals (cioè i cittadini degli Emirati o degli altri GCC, arabi e musulmani) e una parte degli indiani (tipicamente imprenditori o con lavori manageriali) hanno una vita da “salvati”, mentre pakistani, filippini, bengalesi, nepalesi, cingalesi e indiani con mestieri umili hanno una vita al limite della sopportazione: tipicamente vivono negli Emirati senza la propria famiglia, con i figli affidati ai nonni nei Paesi di origine. Per loro lavorare a Dubai e in generale nel Golfo Persico significa poter mantenere la famiglia. È stato calcolato che nel 2009 nel Kerala, Stato sud occidentale dell’India con 33 milioni di abitanti, un dollaro su quattro, cioè il 25% del PIL dello Stato, sia arrivato dai lavoratori residenti a Dubai, soprattutto impiegati nell’edilizia. Questi lavoratori, o quelli delle costruzioni industriali, vivono solitamente nei labour camp (campi di lavoro, formati da baracche di lamiera e posizionati in mezzo al deserto), che hanno nomi come Sunapur, la città d’oro in Hindi, e lavorano per 12 ore al giorno, 6 giorni la settimana con paghe inferiori a un euro l’ora, con le quali devono sostentarsi, pagare l’agenzia che ha provveduto al visto di lavoro, pagare vitto e alloggio e accantonare soldi da spedire a chi è rimasto in patria.
Altri lavoratori vivono in appartamenti nei quartieri più popolari, in cui si dividono le stanze o addirittura i letti (i tassisti, facendo turni di 12 ore senza giorno di riposo, talvolta affittano in due lo stesso letto per risparmiare). Quando il Ramadan cade in un mese estivo questi lavoratori, in particolare gli operai addetti ai cantieri esterni, sono costretti a lavorare 12 ore (con pausa stabilita per legge dalle 11 alle 15 in estate, ma con inizio alle 5 di mattina) con temperature che raggiungono picchi di 50 gradi senza poter bere, dal momento che per osservare il digiuno dall’alba al tramonto anche ai non musulmani è vietato bere o mangiare in pubblico.
Nel contratto per le maid, oltre ai miseri stipendi concordati, è esplicitamente menzionato il divieto di avere figli: per questo se una maid rimane incinta, deve immediatamente reimpatriare se non vuole essere arrestata (e ha problemi anche il capofamiglia che ha sponsorizzato il suo visto). Le maids hanno diritto a un mese di vacanza e un viaggio di ritorno a spese del datore di lavoro nel proprio Paese ogni biennio: nel contratto non è specificato alcun altro riposo e questo significa nei fatti non poter godere di un giorno libero per due anni.
Nella maggior parte degli appartamenti e villette esiste una camera con bagno per la maid, ma di solito è senza finestre, e assomiglia molto a un ripostiglio: negli appartamenti di Shoreline (sulla palma) la maid room è cosi piccola che quando gli agenti immobiliari ti mostrano una di queste abitazioni dicono che c’è una maid room, ma aggiungono che va bene solo per maid di bassa statura, perché non si riesce a inserire un letto di lunghezza normale. Ci sono maid che esplicitamente chiedono di lavorare solo in famiglie occidentali: spesso sul giornale si legge di donne impiegate da locals che vengono picchiate o maltrattate al punto da impazzire e far del male ai bambini loro affidati.
C’è chi non si arrende
Ora, pur nel generale disinteresse da parte della ricca Dubai, ci sono persone sensibili a tali situazioni, che cercano di non arrendersi a questo stato di cose: si tratta, ad esempio, di famiglie che pagano le maid molto di più, dando loro giorni liberi o vacanze, o di scuole che fanno raccolte di acqua, saponi, e altri generi da donare alle persone che vivono nei labour camp.
Esistono però anche esempi di un’intelligenza più sistematica rispetto a una carità estemporanea nell’affrontare questa realtà: riporto due casi esemplari.
Due giovani imprenditori hanno fondato a Dubai un’azienda che impiega lavoratori che normalmente sono trattati in maniera disumana. In questa azienda i lavoratori non sono dipendenti, ma partner; seguono corsi di formazione, vengono loro dati strumenti adeguati e sono incentivati a migliorare. In questa azienda un lavoratore può arrivare a guadagnare fino a 5.000 AED netti al mese (1.000 euro), considerando che lo stipendio normale della categoria non supera i 300 euro. Ma oltre il pur importante lato economico, il punto focale di una tale realtà è l’approccio verso i lavoratori, considerati esseri umani.
Uno dei due fondatori ricorda un episodio emblematico: un giorno viene consegnato nella loro sede del cibo proveniente da un fast food, che nessuno aveva ordinato. Trovano poi il biglietto di un lavoratore che ringrazia per il fatto che si sente trattato come una persona. Mentre raccontava questo fatto gli occhi del responsabile erano luminosi, dicendomi che questo ha rappresentato la sua più grande soddisfazione lavorativa, anche più della crescita di fatturato e di dipendenti
Nella chiesa cattolica di St. Mary, forse la più grande parrocchia del mondo per numero di fedeli (ci sono 6.700 bambini che frequentano il catechismo, se durante il week-end non si arriva almeno 20 minuti prima dell’inizio della messa è impossibile sedersi), un gruppo di laici ha creato una associazione “informale” – cioè senza riconoscimento giuridico, che è complesso ottenere e comunque sarebbe sottoposta a un controllo da parte dello Stato –, i Samaritani, per aiutare le persone più povere nei loro bisogni, specializzandosi nei diversi tipi di supporto necessario: dall’aiuto alla ricerca di lavoro alla consulenza legale per chi finisce in prigione per debiti (basta non pagare qualche rata della carta di credito che si finisce in carcere), alla consegna di cibo alle famiglie in difficoltà, fino alla carità più “tradizionale”, come quella delle suore comboniane presenti in parrocchia, che vanno a visitare i malati in ospedale o le donne in carcere.
Questi due piccoli esempi, molto diversi fra loro, dicono che anche in una città così moderna, scintillante, al di sopra delle righe e sicura, esistono situazioni di periferia, sia sociali che esistenziali. In entrambi i casi anche qui, dove lo Stato ha risorse praticamente infinite e un modello di governo così semplice da poter immediatamente realizzare quello che si considera giusto, solo l’iniziativa di una persona o meglio un insieme di persone che hanno una concezione dell’essere umano come portatore di un valore intrinseco e inalienabile può arrivare a cambiare la realtà circostante, costruendo un mondo più “inclusivo” e meno “periferico”.