Un’anziana sulla sedia a rotelle passa tutto il giorno da sola nella baraccopoli di Rodrigo Bueno, nei pressi di un corso d’acqua paludoso che sfocia nel Rio de la Plata; un ex imprenditore (in pensione) vive anche lui da solo, ma al trentaquattresimo piano di una delle torri più lussuose del modernissimo quartiere di Puerto Madero, a pochi metri dall’anziana paralitica. Addirittura, i due ricevono le visite dallo stesso sacerdote, per avere compagnia o sapere se hanno bisogno di qualcosa.
Un adolescente passa il tempo con altri due amici sdraiati su un materasso sulla carreggiata, di fianco alla spazzatura che nessuno si preoccupa di raccogliere, al confine tra un quartiere urbanizzato della città di Buenos Aires e e l’ingresso alla baraccopoli 21/24; di fronte a un seminarista sconosciuto che semplicemente lo saluta passando di lì, l’adolescente lo ringrazia, come se gli avesse regalato un tesoro di valore inestimabile.
In uno dei vicoli della 1-11-14, un’altra delle grandi baraccopoli di Buenos Aires, un ragazzo di quindici anni punta una pistola contro un altro, qualche anno più grande di lui, senza sapere che è uno dei nuovi preti del quartiere. Chiede soldi per comprare un po’ di latte, dice lui. Per nulla impaurito dalla possibile reazione del suo aggressore, il prete lo invita alla mensa del suo oratorio, si volta e se ne va. Qualche giorno dopo, il prete vede Marcello, quel ragazzo, seduto alla mensa dell’oratorio, in attesa del bicchiere di latte.
Esperienze di questo tipo, che dimostrano come “il destino non ha lasciato solo l’uomo”, sono raccontate in Preti dalla fine del mondo. Viaggio tra i Curas Villeros di Bergoglio (EMI), libro che sarà presentato al XXXV Meeting di Rimini, al 18° Festivaletteratura di Mantova e a Parolario 2014 di Como, così come ad altri incontri.
Pubblicato in Argentina nel 2010, col titolo Curas Villeros. De Mugica al padre Pepe, questo libro è un’indagine giornalistica sulla presenza della Chiesa tra i più poveri dei poveri nella città di Buenos Aires negli ultimi cinquant’anni. L’indagine è incentrata sull’Equipo de sacerdotes para las villas de emergencia un gruppo fondato nel 1969, che oggi assiste una popolazione di circa 300mila fedeli. Si tratta di cronache scritte per rispondere alla necessità di conoscere i preti delle periferie di Buenos Aires: necessità sorta nella società argentina in seguito alle minacce di morte ricevute, nell’aprile del 2009, da padre José Maria “Pepe” Di Paola, coordinatore del gruppo. Monito mafioso, su cui la giustizia argentina non ha fatto chiarezza, e che si pensa fosse stato opera di capi narcos o trafficanti di armi.
Venendo a conoscenza delle storie raccontate in questo libro, che narrano di laici e sacerdotipreti legati dall’appartenenza alla Chiesa, posso confermare quanto la fede possa incidere nella nostra vita e trasformare la cultura, una capacità che hanno questi sacerdoti, molto vicini allo stile di vita cristiano che Papa Francesco sta proponendo a tutti. Uno stile aperto, libero, semplice e, soprattutto, gioioso che va a cercare l’uomo, la donna, il bambino o il giovane nel proprio quartiere per annunciare loro che c’è una speranza che non delude.
I primi sacerdoti che decisero di andare oltre il confine tracciato dell’urbanizzazione dei loro quartieri per entrare nelle “villas miserias”, le baraccopoli di Buenos Aires, lo fecero alla fine degli anni Sessanta, quando erano già migliaia le famiglie che vivevano precariamente in zone abbandonate della città.
Ispirati dai preti operai francesi, questi sacerdoti si proposero di vivere nelle baraccopoli e di lavorare come laici, ma fu la loro stessa gente che chiese loro di vivere al cento per cento come sacerdoti, se davvero lo erano. Il rapporto con l’arcivescovo dell’epoca non fu facile; un gruppo di sacerdoti appartenenti a parrocchie del centro della città si oppose con decisione all’operato di questi preti nelle baraccopoli. Li accusarono di essere militanti socio-politici travestiti da missionari. I sacerdoti risposero con un incredibile numero di battesimi, comunioni e cresime, di bambini e adulti.
A quarant’anni di distanza da quei primi passi, ripercorrendo le parrocchie e le cappelle fondate da questi sacerdoti e dai loro successori, ci si imbatte in popolazioni trasformate dal potere della carità, così come affermava Benedetto XVI nella Caritas in veritate.
Nelle baraccopoli di Buenos Aires c’e tutta una storia di assenza dello Stato e, allo stesso tempo, di trasformazione. Questi “quartieri” sono nati grazie alla presenza di persone arrivate nella capitale da province argentine economicamente fallite o da Paesi come il Paraguay, dove i poveri devono pagare persino l’assistenza sanitaria. Al loro arrivo nelle baraccopoli, queste persone si trovano davanti un luogo dove lo Stato è assolutamente inesistente e, molto spesso, cominciano a costruire aiutati dai preti.
Il potere illuminato della carità
“La carità ha il potere di trasformare quello che non hanno saputo fare le ideologie. Per contro, molto spesso, le ideologie ci hanno fatto stare peggio. Vivendo nelle baraccopoli più dimesse, si scopre che la carità muta la realtà con un potere molto più forte di quanto noi non crediamo. Penso, per esempio, a quando mancavano gli alimenti, nel 2001/2002, gruppi di due o tre persone hanno organizzato una mensa. La carità ha un potere illimitato, come le armi nucleari, molto più grande di quanto noi cristiani possiamo immaginare” dice padre Pepe Di Paola. E puntualizza: “Questo non è sentimentalismo. Molte volte, il compromesso è stato visto come una specie di sentimentalismo con una data di scadenza. Al contrario, quando uno ha una certezza fondata sulla carità, i risultati raggiunti non consistono soltanto in numeri/cifre. Non importa se hai cercato di salvare cento giovani dalla droga e, forse, sei riuscito a far sì che in venti la abbandonassero”.
In Preti dalla fine del mondo intendo descrivere questa forma di lavoro nelle villas, molto simile a quanto compiuto dai gesuiti, in queste stesse terre, nel XVII secolo e dal quale risulta evidente la trasformazione della periferia geografica in luogo centrale della pastorale. Si vede nella pratica quello che ha descritto papa Francesco nel messaggio inviato al Meeting di Rimini del 2013, nel quale si sottolineava il compito della Chiesa: “Servire l’uomo andando a cercarlo fin nei meandri sociali e spirituali più nascosti”.
Quando Preti dalla fine del mondo è stato pubblicato per la prima volta nel 2010, l’opzione di Bergoglio per i più poveri era soggetta a dure critiche all’interno della Chiesa di Buenos Aires. Le obiezioni venivano da alcuni intellettuali che, per quanto non numerosi, stavano guadagnando sempre più risonanza pubblica. “Non ha mai trascurato nessun ambito, quali la salute, i bambini, la cultura” ha detto un sacerdote molto vicino all’allora arcivescovo Bergoglio “ma, per lui, nessun ambito era così prioritario come tutto ciò che riguardava i sacerdoti delle baraccopoli. E questo era motivo di gelosia e invidia”.
Molti mentivano o distorcevano volutamente la realtà, perchè non la conoscevano. Per esempio, accusavano i preti “villeros” di non avere una “pastorale familiare” organizzata, quando esistevano già “gruppi di coppie” precisamente con questo obiettivo.
Forse memore di queste obiezioni, un anno dopo la sua elezione a Papa, quando alcuni giornalisti della radio della baraccopoli di Bajo Flores a Buenos Aires chiesero a Bergoglio cosa pensasse della teoria secondo cui “esistono due Chiese, quella dei poveri e quella gerarchica”, la risposta del Pontefice fu categorica: “Evidentemente, il lavoro, non solo dei preti delle baraccopoli, ma anche di qualunque persona che abbia un ideologia, può far pensare che ci siano una, due, tre, quattro Chiese diverse. La cosa importante è che il lavoro dei preti delle baraccopoli di Buenos Aires non è ideologico, ma apostolico e, pertanto, fa parte della stessa Chiesa. Coloro che pensano che questa sia un’altra Chiesa, non sanno come si lavora nelle baraccopoli, che è la cosa più importante”.
Per andare a fondo di questo “stile” di vita cristiana, ho proseguito l’indagine cominciata con Curas villeros, scrivendo Pepe. El cura de la villa, biografia di don “Pepe” Di Paola, finita di scrivere pochi giorni prima dell’elezione di Bergoglio a Sommo Pontefice e pubblicata in Argentina nell’agosto del 2013.
Alla presentazione di quest’ultimo libro a Buenos Aires ha partecipato Monsignor Jorge Casaretto, contemporaneo di Bergoglio nell’episcopato argentino e uno dei maggiori protagonisti, nell’ambito della Chiesa argentina, del dialogo con il mondo politico e sindacale. In questa occasione, Casaretto ha affermato che entrambi i libri sono ambientati in un contesto geografico che è, al tempo stesso, un contesto ambientale o culturale di frontiera. “Così come c’è una periferia geografica, allo stesso modo c’è un contesto culturale di periferia che è una grossa sfida per la vita dei popoli” e ha spiegato che una delle caratteristiche dell’esclusione sociale è proprio il termine “periferia”: non solo periferia geografica, ma, a volte, anche periferia esistenziale, della vita.
Un popolo dai molti volti
Un’altra lettura del fenomeno delle periferie come realtà culturale è stata fatta dall’avvocato, saggista ed ex preside della Facoltà di Giurisprudenza della Universidad Austral di Buenos Aires, Roberto Bosca. Nell’articolo intitolato Leer para creer (Leggere per credere), pubblicato sulla rivista Criterio nel settembre del 2013, Bosca ha dichiarato che, con l’elezione di Papa Francesco, si è prodotto in Argentina un fenomeno editoriale “che non si vedeva da decenni”. Ha ricordato che, negli anni Sessanta, diversi editori in America Latina pubblicavano libri di autori famosi a prezzi accessibili a tutti, su tematiche legate alla fede cattolica. “Erano la testimonianza di un cattolicesimo che assumeva le nuove condizioni della moderna società di massa. Questo periodo d’oro è stato seguito da un altro, che rifletteva un’eco culturale della secolarizzazione, nel quale la letteratura religiosa veniva a malapena accettata nelle librerie. La New Age ha portato nel commercio editoriale una sorta di sfavillante spettacolo pirotecnico e lo ha fatto in un modo travolgente, ed ancora non si vede il suo declino”, ha scritto Bosca. Egli ha anche affermato che, insieme a questa “spiritualità light” della New Age, sono stati pubblicati pochi titoli che, in un tono alquanto “mirabolante”, prospettavano una certa visione ortodossa della fede.Con mia grande sorpresa, Bosca ha aggiunto che “questa presenza quasi solitaria starebbe per finire grazie a pubblicazioni come Curas villeros o anche Pepe. El cura de la Villa, che introducono un approccio completamente diverso dalla sensibilità incarnata da un genere scandalistico”, come lo sono libri del calibro de Il codice da Vinci o Inferno.
In molti dei reportage fatti dai miei colleghi in seguito alla pubblicazione di Curas villeros. De Mugica al padre Pepe, mi hanno chiesto se la presenza di questi preti nelle baraccopoli non costituisse un “particolare underground” interno alla Chiesa. Rispondo, partendo dalla mia esperienza, che non è assolutamente così. Ho constatato che la Chiesa è la stessa dappertutto. In queste villas è forse più evidente l’affermazione e la valorizzazione delle espressioni di religiosità popolare che portano con sé gli abitanti delle baraccopoli dai loro Paesi di origine. La Chiesa non ha mai abbandonato i poveri di Buenos Aires, e se anche adesso i problemi sono diversi rispetto a quelli di cinquant’anni fa, l’atteggiamento di fronte alle necessità della gente è lo stesso: il primo obiettivo di questi preti è portare agli altri la gioia che Gesù ha dato a loro per primi e, quindi, aiutarli in tutti i modi possibili, sul piano materiale.
Due dei concetti che i preti delle baraccopoli ribadiscono maggiormente sono: primo, che i poveri non sono solo persone che vanno aiutate, ma anche persone da cui bisogna imparare, per il loro rapporto semplice e umile con Dio, Padre e Creatore; e, secondo, che loro, in quanto sacerdoti, intendono valorizzare la cultura propria, originale, degli abitanti delle villas. In questo modo, essi incarnano, dentro un’esperienza ecclesiale, quello che afferma il Papa nel paragrafo Un popolo dai molti volti, della Evangelii Gaudium: “Nei diversi popoli che sperimentano il dono di Dio secondo la propria cultura, la Chiesa esprime la sua autentica cattolicità e mostra la bellezza di questo volto pluriforme. [...] Nell’inculturazione, la Chiesa introduce i popoli con le loro culture nella sua stessa comunità, perché i valori e le forme positivi che ogni cultura propone arricchiscono la maniera in cui il Vangelo è annunciato, compreso e vissuto. In tal modo la Chiesa, assumendo i valori delle differenti culture, diventa ‘sponsa ornata monilibus suis’, ‘la sposa che si adorna con i suoi gioielli’”.