Quadrimestrale di cultura civile

Viaggi ai confini dell'umano

di Mauro Biondi / Managing Director dell’Emerald Cultural Institute

Dal 1986 lavoro in una scuola di inglese per stranieri a Dublino, in Irlanda. In tutti questi anni questo mi ha permesso di entrare in contatto con studenti provenienti da più di 50 Paesi. In fondo, una scuola di lingua per sua natura è una finestra aperta sul mondo, una possibilità straordinaria di ospitare sotto lo stesso tetto e di condividere storie, culture, tradizioni religiose, drammi umani, aspirazioni e desideri. Penso alle migliaia di studenti per cui l’apprendimento della lingua inglese costituisce un passaggio obbligato per l’avviamento allo studio, a una carriera, o, in questo momento di crisi, per trovare un nuovo lavoro dopo aver perso il vecchio o, perfino, per cercare una nuova patria. Non penso di esagerare dicendo che l’esperienza di questi anni mi ha messo in contatto con tante “periferie del mondo e dell’esistenza”. Le parole di papa Francesco al Meeting di Rimini 2013 mostrano tutto il loro peso nella mia esperienza quotidiana di incontro con uomini e donne così in apparenza diversi: “L’uomo rimane un mistero, irriducibile a qualsivoglia immagine che di esso si formi nella società e il potere mondano cerchi di imporre. Mistero di libertà e di grazia, di povertà e di grandezza. […] Poveri di amore, assetati di verità e giustizia, mendicanti di Dio...”.
Oltre al contatto con gli studenti presenti a scuola, l’altro aspetto essenziale del mio lavoro è costituito dai tanti viaggi che faccio per promuovere o presentare la scuola. È impossibile per me descrivere compiutamente tutte le sensazioni, le reazioni o i sentimenti che gli avvenimenti accadutimi durante questi anni hanno provocato in me. Ma posso senza alcun dubbio indicare come un filo conduttore, una intuizione, all’inizio confusa, che negli anni si è fatta sempre più consapevolezza, continuamente ripresa e nutrita. Capisco sempre più che, come dice don Giussani in Si può vivere così? “il Signore sollecita la libertà dell’uomo attraverso momenti e le sue creature”. Tutti gli incontri e le tante facce non mi sono dati perché io possa salvare il mondo, ma perché la mia libertà continui a essere protesa all’Infinito. Allora tutte le volte che incontro qualcuno che “mi ridesta l’io, cioè che mi fa riscoprire il bisogno assoluto che io sono e che mi riapre la questione... a questa persona mi attacco, questa persona mi diventa compagnia”. Diventa possibile protendersi verso qualsiasi “periferia del mondo e dell’esistenza” quando negli occhi dell’altro, chiunque esso sia, si vede vibrare l’Essere che lo fa.
A questo proposito, mi viene in mente un episodio che mi è servito a non fermarmi a facili riduzioni del termine “periferia”. Un anno fa mi trovavo a Istanbul per un convegno e alla fine sono andato a cena con due colleghe, una ragazza ungherese ventenne e una signora spagnola cinquantenne. Seduti su un bellissimo terrazzo con la vista sul Bosforo, in questo luogo, centro e crocevia di culture e tradizioni, mi sono trovato di fronte a due “periferie” così diverse eppure così simili. La ragazza ungherese, proveniente da una società dove l’esperienza del comunismo aveva reso l’ateismo la posizione umana abituale. E la signora spagnola, di buona famiglia, con un background totalmente diverso, avendo frequentato una scuola privata cattolica e essersi laureata in una Università di ispirazione cattolica. Eppure per entrambe la condizione dominante era la confusione e lo smarrimento dell’io. Entrambe “assetate di verità e giustizia” e bisognose di sentirsi dire: “Tu non sei sola, la vita ha uno scopo, il cammino ha una meta. Qualcuno ti aspetta già”.

Dal Giappone...
Questo mi riporta a uno dei primi viaggi in Giappone, nella primavera del 1994. Ancora una cena, con Akemi, una ragazza assegnatemi dall’Ente del Commercio Estero Irlandese per introdurmi alla realtà giapponese e a potenziali clienti. “Ma tu sei un uomo contento?”, mi chiede all’improvviso e per spiegarmi il senso della domanda aggiunge: “Tu devi essere contento, realizzato, perché hai una famiglia, un lavoro, una casa.” “Io sono senz’altro contento di tutto questo, ma la ragione della mia contentezza è un’altra”, rispondo io un po’ sorpreso dalla domanda. E lei continua: “Sei cristiano? Mi spieghi cosa vuol dire?”. Lì mi sono reso conto della radicalità dell’annuncio cristiano: il fatto di Cristo morto e risorto per lei e per me. Da qui un rapporto con Akemi che è continuato per moltissimi anni.
L’anno dopo ero ancora a Tokyo per la Settimana Santa. Mi metto d’accordo con Akemi per andare il venerdì a Hiroshima per la Via Crucis con la comunità di CL. Prenoto sullo Shinkansen molto presto. Salgo sul treno, ma non c’è Akemi. Il treno parte e un po’ deluso mi preparo alle quatto ore e passa di viaggio. All’improvviso, la vedo arrivare lungo il corridoio. Era arrivata in stazione in ritardo e allora per non rischiare di perdere il treno era salita sulla prima carrozza e poi aveva percorso tutti i vagoni per trovarmi. A un certo punto, Akemi osserva: “Tu dici che nel nostro cuore c’è come un grande desiderio di felicità; ma mia madre buddista ci ha tirato su dicendo che dobbiamo soffocare tutti i desideri perché sono la radice di tutte le sofferenze” Arriviamo a Hiroshima. Eravamo in dodici con il Vescovo della città! Alla fine della Via Crucis Akemi dice: “Che storia triste”. “Aspetta, guarda che non finisce così”, le rispondo di getto.
Sempre in Giappone un sacerdote italiano del Pime, don Arnaldo, mi fa conoscere la St.Capitanio School, a Seto, a circa due ore di treno da Nagoya. La scuola è gestita dalle Suore di Maria Bambina. Nel convento ci sono suore giapponesi e suore italiane, in Giappone da tantissimi anni. Come Suor Candida, che insegna inglese da trent’anni. “La vita è semplice, Mauro, io ogni mattina entro in classe, guardo tutti quei volti di ragazzine, a una a una e dico: ‘Gesù, Gesù, Gesù… Semplice”. O suor Junko, con le mani tutte contorte dall’artrite. Ogni mattina una grande sofferenza per alzarsi dal letto. Eppure che sguardo lieto! Non dimenticherò mai le facce dei ragazzini nella chiesa parrocchiale, a quasi due ore di macchina dal convento, dove sister Junko si reca tutte le domeniche per il catechismo. Tutti a circondare la suora. I loro visi riflettono la stessa letizia di Junko. Sono lì per lei. E poi c’è suor Donata, da quarant’anni in Giappone. Continua a rifiutarsi di tornare in Italia perché teme che la superiore non le permetta di rientrare in Giappone perché troppo vecchia. Per suor Donata l’amore a Cristo coincide con la passione totale e l’attenzione alla realtà, fatta di pentole, piatti, rammendare i calzini bucati delle studentesse. Da notare che pur essendo una scuola cattolica, il numero di studentesse battezzate è meno dell’1%.
Mi ricordo che una sera c’era un prete anziano americano in visita al convento. Il prete era chiaramente “scoppiato” e con problemi di alcol. Come mi sono sentito piccolo alla fine della cena quando suor Donata, tutta rammaricata, dice: “Come è solo, spero proprio che ci venga a trovare più spesso e così gli posso preparare una buona cena”. Io avevo passato la serata a lamentarmi in cuor mio per questo prete che non capiva più nulla, a giudicarlo e a sperare che andasse via presto. Ma come è possibile avere uno sguardo così? Come è possibile abbracciare l’altro, la realtà così?
Alcuni anni fa ho conosciuto un signore di Tokyo, Asano, anche lui coinvolto nei viaggi studio e di turismo. La prima volta che l’ho incontrato sono rimasto pietrificato alla risposta alla mia domanda: “Cosa fai i fine settimana?” Asano rispose: “ Francamente odio i week-end. Senza andare in ufficio sono così solo che quando ritorno al lavoro quasi non riconosco la mia voce. Certo, sarebbe bello se ci fosse qualcuno che potesse amarmi sempre così come sono”.
L’anno dopo torno a trovarlo. Dopo un po’ incomincia a raccontarmi la storia di quando, durante il campionato del mondo di calcio in Giappone, aveva visto un tifoso irlandese completamente ubriaco in un treno di Tokyo. Era uno degli ultimi treni e quel tifoso sarebbe stato “gentilmente” adagiato su qualche marciapiede della città. Asano lo aiuta. Lo sveglia, cerca di capire in quale parte della città è alloggiato e lo aiuta a raggiungere l’albergo. Io alla sua storia reagisco abbastanza scontatamente, dicendo che lui era stato provvidenziale per quel tifoso. Se lui non si fosse trovato su quel treno a quell’ora chissà che fine avrebbe fatto il giovane irlandese. Ma Asano mi sorprende completamente e mi dice: “Non capisci, non sono stato io provvidenziale per lui, ma lui per me perché mi ha permesso di rendermi conto ed entrare in relazione col Mistero”.
Asano era pieno di gratitudine per quello che gli era successo. Lui aveva intuito che il Mistero è davanti a noi, si fa presente a noi e l’altro o la circostanza non sono l’oggetto del nostro calcolo e non rientrano nel raggio di quello che possiamo fare o no, ma sono occasione per farci abbracciare dal Mistero. Io giudicavo quell’episodio partendo da me, appunto dal mio raggio di azione, quello di cui posso essere capace di buono e costruttivo, Asano era stupito per l’Essere che si faceva riconoscere da lui attraverso il volto di uno sconosciuto. Tornando in albergo quella sera, di fronte alla stazione di Tokyo ho pianto. Non avevo mai capito come in quel momento che si tratta veramente di un’altra cosa, di una svolta a 360 gradi o più semplicemente di “un creatura nuova”. La realtà, le cose, non valgono in base alla mia capacità, io non sono l’artefice delle cose. Non è la mia azione più bella e grandiosa capace di cambiare la realtà, di costruire qualcosa che duri nel tempo ma molto più semplicemente abbandonarmi all’opera di un Altro. E questa opera accade nelle cose più normali, nelle cose più banali di ogni giorno. Allora l’unico grande compito, il lavoro della vita è imparare la povertà e chiedere di restare nella posizione del bambino, bisognoso di tutto e che tutto chiede.
Ho potuto di recente verificare tutto questo in una situazione totalmente diversa. Nel mondo delle scuole di inglese esiste la serata della assegnazione dei premi, come gli Oscar. Essa si svolge annualmente a Londra con tutti gli ingredienti che si possono immaginare: grande cena di gala, musica e sfarzo e “Who is Who” di questo settore. Verso la fine della serata, cerco la scusa di andare in bagno per allontanarmi da un’agente spagnola completamente ubriaca. Nel bagno trovo un mio amico, grosso dirigente dell’azienda leader del nostro settore. Tutti lo conoscono: bello (viene spesso paragonato a Bratt Pit), ricco, brillante e una esperienza di successi lavorativi alle spalle.
Qualche tempo prima la notizia del suo matrimonio con una bella ragazza inglese aveva spezzato il cuore di tante (il matrimonio non sarebbe durato più di due anni). Quella sera stessa aveva ricevuto uno degli “Oscar” e il suo intervento alla consegna del premio era stato il più applaudito. Era tutta la sera che mi girava attorno, come se mi volesse dire qualcosa. Non appena ci incontriamo nel bagno, incomincia a guardarsi in giro per vedere se eravamo soli. Accertatosi che non ci fosse nessun altro, mi dice: “Uno o due anni e lascio la società per cui lavoro, vengo in Irlanda. Mi piacerebbe lavorare con te”. Immediatamente gli rispondo: “La mia scuola non può permettersi uno come te nel libro paga”. E lui: “A un certo punto della vita, si capisce che c’e’ bisogno di qualcosa d’altro e di lavorare con persone più vere”. In tanti anni che lo conosco non avevamo mai parlato di altro che non fossero argomenti legati al nostro comune lavoro.

...alla Corea
L’annuncio che “il Destino non ha lasciato solo l’uomo” ultimamente era quello che migliaia di coreani avrebbero voluto in qualche modo sentire risuonare nella piazza principale di Seoul, dove per settimane si erano recati a ricordare la tragedia della nave affondata con 288 morti, quasi tutti teenagers. Questa primavera ho passato quasi due settimane in Corea, restando sbalordito da come il Paese si trovasse letteralmente in ginocchio davanti a quel disastro. Il mercato azionario in grossa difficoltà, le dimissioni del Primo ministro, tutti gli eventi pubblici cancellati a tempo indeterminato, una significativa diminuzione dei consumi. Durante le due settimana ho chiesto a tanti dei clienti e colleghi incontrati il perché di questa reazione comprensibile ma sinceramente diversa da quella che avevo visto di fronte a tragedie di questo tipo.
Impressionanti i tentativi di risposte: da quelle più emotive a quelle piene di rabbia per l’inefficienza del governo, a quelle di natura sociologica o politica, via via sempre più in profondità per arrivare all’impotenza di fronte al dolore e alla morte. Mi venivano in mente le parole di una mia cliente giapponese, Yuko, a seguito dell’immane tragedia del terremoto e dello tsunami del 2011: “I giapponesi sanno che non possono vivere per sempre e che la natura prima o poi colpirà. Sanno che hanno bisogno di cooperare l’uno con l’altro per ragioni pratiche e specifiche, ma sulla questione di fondo ognuno è da solo”. Senza un fine ultimo, uno sguardo su di noi a cui rispondere, l’estraneità e la paura non possono essere vinte.
Zunyi è una località nell’est della Cina, dove, nel 1935, si svolse la conferenza da cui Mao uscì vincitore prendendo la guida del partito comunista e cambiando il corso della storia cinese. Visitando i luoghi di questa conferenza, autentici monumenti al comunismo cinese, è bastato che io, sorpreso, chiedessi alla mia guida cinese: “È una chiesa quella lì?”, che questa ha incominciato a far domande sulla questione religiosa. A me, che chiedevo cosa intendesse per “religioso”, lei ha risposto senza alcuna esitazione: “Chi sono io? Di che si tratta e dove vado? Come si fa a non avere queste domande...”. E poi ha continuato: “Ma come è fatto Dio?”. Alle mie parole con cui, balbettando, cercavo di dire che l’incarnazione di Cristo è stata una dichiarazione di amore per me, per lei, per tutti e che Dio non ci ha lasciato da soli, il cuore della mia guida cinese non ha detto no.
Chi sa se è a questo a cui pensava il bonzo giapponese, Shodo Habukava, incontrato pochi mesi fa, quando, alla mia domanda su cosa l’avesse colpito più di tutto quando ha incontrato don Giussani nel 1986, senza esitare un attimo ha risposto: “L’abbraccio senza limite che mi ha dato”. Non c’è periferia che possa restare fuori da questo abbraccio.