Quadrimestrale di cultura civile

La periferia del

di Giorgio Chiosso / Professore ordinario di Storia dell’educazione, Università di Torino

Una nuvola grigia oscura le nostre società: l’indebolimento dell’idea di educazione. Si afferma sempre più la convinzione che “si cresce da sé”. Non ci sarebbe più bisogno dell’adulto che orienta e guida. Basterebbero le esperienze di volta in volta compiute dai giovani per renderli “liberi”. Il nomadismo esperienziale sarebbe più utile ed efficace del viaggio pedagogico.
Nei giovani si coglie, almeno all’apparenza, un diffuso senso di autosufficienza, di autonomia, di consapevolezza del proprio valore. Gli adulti, a loro volta, sembrano spesso appagati dall’aver ridotto il lorao ruolo a quello di semplici “amici” e compagni di avventura dei rispettivi figli e/o allievi: scontata la rinuncia a qualsiasi atteggiamento che possa in qualche modo produrre frustrazioni o piccole sofferenze.
Non so se la grande illusione o utopia – secondo i punti di vista – del “crescere da sé” si possa definire una “periferia esistenziale”: certamente costituisce un passaggio che, congiungendosi con il disarmo educativo del narcisismo adulto, è denso di conseguenze.  Se vengono meno le figure nelle quali identificarsi e – perché no? – scontrarsi, come si potrà diventare adulti? Se non c’è qualcuno che rappresenta la realtà e i vincoli che essa pone, come è possibile far crescere personalità capaci di non restare vittime delle loro cangianti emozioni?
Sono sotto gli occhi di tutti i pericoli che scaturiscono dal trionfo dell’individualismo e dall’abbassarsi dei livelli di senso etico comune. La crisi dell’educazione non è infatti ininfluente o indolore per una società. È invece una questione generale che dovrebbe interessare non soltanto i cattolici. Anche il mondo liberal dovrebbe seriamente interrogarsi, invece di restare ostinatamente legato a un’idea libertaria dell’avventura giovanile.
Non mancano invero tra i cosiddetti “laici” alcune coraggiose voci in controtendenza (Galimberti, Israel), ma sono flebile cosa e non abbastanza forti da poter orientare in senso inverso quei settori dell’intellettualità italiana ossessionati che si possa sfiorare, anche a solo a parole, la sfera dell’autonomia personale.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la mancanza dall’adulto non produce felicità e neppure orienta verso una libertà costruttiva. Bisogna avere il coraggio di riconoscere che i nostri ragazzi (quella che è stata definita la “generazione post ideologica”) sono sempre più soli, infelici e tristi, incollati alla televisione o agli strumenti di comunicazione, illusoriamente socializzati perché inseriti entro qualche social network attraverso i quali si può essere “amici” senza mai incontrarsi.
L’“educazione fai da te” si affida a emozioni tanto forti nella loro immediatezza quanto passeggere. L’elogio dell’esperienza momentanea e l’esaltazione della pluralità senza coerenza hanno preso il posto che dovrebbe essere proprio del “progetto di vita” personale. In mancanza di un’idea che mobiliti le energie personali, diventa difficile convincere i giovani (e non solo, sia detto incidentalmente) a cercare le ragioni del proprio sé e delle cause comuni che motivano le persone a creare contatti, a impegnarsi nell’azione, a interessarsi degli altri. La mancanza del “progetto” è così surrogata dal rincorrersi delle emozioni.
Questa sostanziale sfiducia nella vita non è unicamente il prodotto dell’attuale crisi, certo, economica nei suoi aspetti più evidenti, ma è soprattutto l’esito della crisi di ideali, di senso della prossimità e del riconoscimento dell’altro.  

Percorsi educativi positivi
Se è fin troppo facile scontornare la fisionomia della nuvola grigia sopra richiamata e se è ancora relativamente agevole individuarne i possibili rimedi sul piano della riflessione pedagogica, molto più impegnativo sarà perseguire con lucidità e coerenza percorsi educativi che ridiano fiducia, speranza, una visione aperta e costruttiva del futuro e sconfiggano scetticismo, relativismo morale, individualismo, culto di se stessi.
Nel 2008, come è noto, Benedetto XVI ha lanciato il monito dell’ “emergenza educativa” a ridosso dell’enciclica Spe salvi: una coincidenza non casuale, perché la crisi dell’educazione è il riverbero della crisi della fiducia nella vita e cioè riflette una perdita di speranza. “Oggi – così annotava papa Ratzinger – la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini ‘senza speranza e senza Dio in questo mondo’, come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso”. Se non c’è una ragione per cui vivere che ci oltrepassa, perché prendersi a cuore un altro?
Il tema dell’educazione è stato ripreso da papa Francesco in più circostanze (come Papa, ma anche come arcivescovo di Buenos Aires) nelle quali ha delineato alcuni possibili percorsi per orientarsi nella “periferia” dell’educazione. Intrattenendo, nel giugno 2013, gli alunni degli istituti dei padri gesuiti, ha rilanciato la sua proposta di educazione, appoggiandola a tre parole chiave: magnanimità, libertà, servizio.
Come primo punto il Papa ricorre a un’espressione non consueta nell’uso quotidiano: la magnanimità, ovvero la disposizione dell’uomo a coltivare cose grandi, nobili, generose. Così si esprime Francesco: “Essere magnanimi vuol dire avere il cuore grande, avere grandezza d’animo, vuol dire avere grandi ideali, il desiderio di compiere grandi cose per rispondere a ciò che Dio ci chiede, e proprio per questo compiere bene le cose di ogni giorno, tutte le azioni quotidiane, gli impegni, gli incontri con le persone; fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande aperto a Dio e agli altri”.
Potremmo dire, in altre parole, che l’uomo magnanimo dispone di una “ragione aperta” (nozione più volte richiamata da Benedetto XVI) capace di oltrepassare l’idea di “salvezza” individuale e disponibile a “guardare alla trascendenza del bene, della verità e della bellezza”. Significa riconoscere il carattere perenne della verità e saper percorrere un cammino dove la pienezza spirituale cristiana si trasforma in vita, in un mondo accessibile a tutti e dal quale nessuno è escluso.
Alla magnanimità papa Bergoglio associa l’esercizio della libertà: “Forse si pensa che libertà sia fare tutto ciò che si vuole; oppure avventurarsi in esperienze-limite per provare l’ebbrezza e vincere la noia. Questa non è libertà”. Libertà vuol dire saper riflettere su quello che facciamo, saper valutare ciò che è bene e ciò che è male, quelli che sono i comportamenti che fanno crescere, vuol dire scegliere sempre il bene. “Noi siamo liberi per il bene, afferma il Papa. E in questo non abbiate paura di andare controcorrente, anche se non è facile”.
Non basta, tuttavia, essere magnanimi e porsi sinceramente in cerca della libertà, se queste qualità non si misurano con la realtà quotidiana e, in particolare, non si sperimentano in un’azione pratica: di qui il richiamo al “servizio”. L’invito ai giovani è a non chiudersi “in voi stessi o nel vostro piccolo mondo, ma ad aprirvi agli altri, specialmente ai più poveri e bisognosi, a lavorare per migliorare il mondo in cui viviamo. Siate uomini e donne con gli altri e per gli altri, dei veri campioni nel servizio agli altri”.

Prendersi a cuore un altro
Come si può immaginare di tradurre l’invito del Papa nelle realtà educative della scuola, della famiglia, delle attività ricreative, della formazione al lavoro? La risposta è semplice nella sua enunciazione e complessa nell’attuazione pratica. Per vincere le opacità della “periferia dell’educazione” il nostro tempo ha bisogno di adulti capaci di esprimere quelle qualità che papa Francesco pone a base dell’agire educativo: pensare in grande, testimoniare una libertà senza reticenze, disponibilità pratica a mettersi in gioco. In una parola, adulti capaci di “prendersi a cuore” un altro.
Educare non è un mestiere, ma un atteggiamento, un modo di essere: bisogna uscire da se stessi e stare in mezzo ai giovani, accompagnarli nelle tappe della loro crescita. Un educatore non è incisivo per quel che dice, ma per quel che fa: un vero “maestro” è tale soltanto se accompagnerà le parole con la sua testimonianza, con la sua coerenza di vita.
Nella rinuncia di molti adulti a svolgere il loro compito di guida e accompagnamento dei giovani, a donare loro speranza, a vedere la bellezza e la bontà della creazione e dell’uomo, a iniettare un sano ottimismo che è fiducia nel futuro, è facilmente individuabile una delle ragioni della crisi educativa dei nostri tempi.
Non sono i valori astrattamente enunciati a orientare i processi educativi, ma i comportamenti tangibili degli adulti educatori che costituiscono la “relazione generativa”: non è immaginabile che l’uomo faccia esperienza da solo, ma deve essere generato all’esperienza. Solo l’esperienza suscita esperienza e quindi mette l’uomo nella condizione di compierla. Per questa ragione niente può sostituire la forza che ha un’esperienza di comunicarsi e di mobilitare le risorse dell’altro perché questi sia messo, a sua volta, in grado di vivere a sua volta la propria.
Detto in altro modo: il “cuore” si mobilita attraverso un altro “cuore” e la libertà interiore non è un’esperienza di natura soltanto razionale, ma un’avventura che si manifesta nel desiderio del bene di “qualcuno”. Nell’occuparsi attivamente di un altro, si manifestano le qualità più distintive dell’essere umano: linguaggio, pensiero ed emozioni, che consentano di empatizzare, comprendere i reali bisogni dell’altro, di sconfiggere la tendenza all’individualismo.
Se non ci prendiamo a cuore qualcuno e non siamo disponibili a entrare in relazione con un altro, rischiamo di restare avvolti in una relazione con “qualcosa”. E questa distorta relazione che confonde “chi” con “cosa” può assumere svariate fisionomie: per esempio, dal possesso dei beni materiali all’identificazione dell’altro nel mondo animale.
L’immagine educativa dei genitori con l’esercizio della responsabilità rivolta al futuro (Hans Jonas direbbe il “diritto al futuro”) rappresenta l’apertura al mondo accompagnata da una promessa che, se smentita, si trasforma nel dramma dell’abbandono. Oggi i genitori sono spesso lasciati soli nell’educazione dei figli, al massimo essi trovano aiuti e sostegni sul piano dell’accudimento e purtroppo molti sono convinti che, una volta accuditi i figli – e cioè quando si è provveduto ai loro bisogni materiali –, essi siano anche quasi “educati” e cioè provvisti di un “cuore” capace di libertà e di sapienza.
Stiamo purtroppo smarrendo il senso “pubblico” dell’educazione per confinarla nella dimensione del “privato”. Per timore di violare l’autonomia dei singoli, per un malinteso senso dell’autorità concepita come intromissione nella vita altrui (e non come l’autorevolezza di chi in quanto più esperto, ci può aiutare a crescere) e per una diffusa indifferenza – nella quale non è difficile intravedere qualche traccia nichilista –, l’opinione pubblica si interroga sull’educazione soltanto in occasione di fatti di cronaca particolarmente drammatici.
Nella supervelocità delle nostre società sembra non ci sia più tempo per occuparsi dei ragazzi e dei giovani, assediate come sono, inoltre, dai problemi economici e indebolite dal narcisismo degli adulti. La conseguenza è che se nessuno si occupa di ragazzi e giovani e non sostiene le famiglie ad occuparsene, la via di fuga è nelle reti digitali, nei social network, e cioè in una realtà virtuale del tutto o in larga parte estraniata dai problemi reali.  Soltanto una minima parte di ragazzi occupa il proprio tempo libero in attività aggiuntive a quelle scolastiche e gran parte delle loro giornate è vissuta nella solitudine della propria abitazione o nel trascinarsi in gruppo da una parte all’altra senza uno scopo preciso.
I punti aggregativi – come possono essere gli oratori o i centri giovanili o le stesse società sportive, specie quelle che non hanno scopi alto agonistici – sono spesso concepiti nell’ottica dell’iniziativa privata, senza valorizzarli come un possibile tassello di un’intesa educativa di più ampio respiro. Perché, anziché pensare a tenere aperte le scuole dalle 7 alle 22, non pensare alla promozione di sinergie virtuose tra scuola ed extrascuola?
All’indebolimento dell’interesse pubblico per l’educazione corrisponde a livello personale il precipizio della gracilità psicologica (l’abbandono a se stessi), cioè quel particolare stato d’animo che non consente di realizzare, ad esempio, esperienze intersoggettive positive (con il rifugio nelle amicizie “virtuali”) o spinge, per contrasto solo in apparenza paradossale, a esercitare forza e talvolta violenza per nascondere le proprie incertezze.
Quando questo accade quella nuvola grigia che ombreggia l’educazione si trasforma in un tempestoso temporale.