Europa, per che cosa? Negli anni Cinquanta la risposta pubblica fu: per evitare nuove guerre nel continente. Quella sostanziale: per rendere coeso il fronte europeo contro la minaccia sovietica. La Comunità europea nacque (1957) in un momento di debolezza delle nazioni. Germania e Italia sconfitte, ma Francia e Regno Unito non vittoriose per la formazione di un nuovo impero americano che le sovrastava imponendo loro, oltre che la decolonizzazione, anche l’inclusione nella propria area di influenza. In sintesi, l’atto di nascita della prima formula europea di integrazione dipese più dalla debolezza degli Stati nazionali e dalla priorità strategica statunitense che non da una reale volontà integrativa delle nazioni, pur questa forte nei rimarchevoli leader cristiano-democratici di Francia, Germania e Italia del tempo. Uno sguardo alla storia recente Dagli anni Sessanta anni agli Ottanta, Francia e Germania trovarono un loro preciso interesse nazionale nel perseguire la formazione di un’Europa integrata. Gli analisti francesi, nell’area nazionalista guidata da De Gaulle, concepirono l’idea di Europa come moltiplicatore della potenza nazionale ormai di scala insufficiente per sperare di bilanciare in modo simmetrico l’impero americano. Ma da sola la Francia non poteva sperare di prendere la leadership della Comunità, Londra certamente non collaborava. Per questo offrì alla Germania un patto di conduzione diarchica dell’Europa. Bonn lo accettò in quanto lo trovò utile per potenziare la strategia di riunificazione nazionale nel futuro, ma pretendendo che non fosse esplicito, per evitare la contrarietà degli Stati Uniti da cui dipendeva totalmente per la sua sicurezza. Infatti la Germania si allineò con la Francia per le questioni interne europee, ma non la seguì nella sua posizione di disallineamento con la politica americana. Per inciso, già nei primi anni Sessanta, l’Italia fu esclusa dal direttorio europeo a tre che si era formato nel 1957 (Trattato di Roma) proprio come conseguenza di tale accordo diarchico. Parigi, inoltre, mise il veto sull’ambizione dell’Italia a diventare potenza nucleare e Roma reagì appoggiando molto intensamente la guerriglia algerina contro la Francia. La rottura fu forte e mai sanata. Londra si accorse che la Comunità Europea stava diventando uno strumento per la ricostruzione della potenza nazionale di Francia e Germania e decise di entrarvi per porre un limite a tale processo, aiutata dall’Italia, osteggiata dalla Francia, ma alla fine favorita dalla Germania che così si trovò nella posizione vantaggiosa di essere necessaria sia per la Francia sia per il Regno Unito e l’America, interessate a bilanciare l’influenza di Parigi. La risposta prevalente alla domanda: «Europa per che cosa?», in quegli anni, fu: per essere moltiplicatore della potenza nazionale di Francia e Germania. In sintesi, appena le nazioni europee ripresero un po’ di forza dopo l’indebolimento postbellico, ricominciarono i normali giochi di potenza nazionale, ma tutti dovendo usare l’Europa o starci per poterli fare. Per questo periodo c’è anche un’altra risposta: per aumentare la propria ricchezza attraverso l’integrazione economica. In effetti le nazioni europee scoprirono il vantaggio di una maggiore apertura dei confini e realizzarono notevoli passi integrativi. Ma con un metodo che preservava il loro interesse nazionale economico e non scalfiva l’impostazione sostanzialmente nazional-protezionista. Tale metodo fu chiamato «funzionalista» e può essere valutato da due punti di vista. Il metodo fu quello di accettare i passi di integrazione economica che dimostravano un chiaro vantaggio per tutti, posponendo quelli che non erano ancora in grado di dare tale dimostrazione. Il punto di vista europeista – negli anni Ottanta interpretato con forte determinazione dalla Commissione Europea guidata da Delors – lo vide come strumento di evoluzione pragmatica verso una futura integrazione più completa. Il punto di vista nazionalista lo vide come strumento per tardare o limitare la rinuncia ai vantaggi nazional-protezionisti. Ma, di fatto, nazionalisti ed europeisti – e inglesi che vedevano l’Europa come area di libero scambio e nulla più – trovarono un interesse nel parlare lo stesso linguaggio: prevedere sul piano nominale una futura integrazione, ma gradualizzandola al massimo su quello sostanziale. E questo fu il linguaggio dell’Atto Unico di Milano (1985) che può essere letto sia come documento fondativo del mercato unico europeo e dell’integrazione monetaria, sia come un contenitore retorico che dava un sapore europeo alla sostanziale conservazione delle prerogative sovrane degli Stati. La riunificazione tedesca, nel 1989, scardinò questo equilibrio tra gli opposti integrativi e nazionalisti basato sull’ambiguità funzionale. La Francia diede priorità alla strategia di evitare che la Germania riunificata diventasse, per differenziali di forza industriale e demografica, la potenza singola europea. A Parigi valutarono che un’Europa a metà, con una Francia meno potente della Germania, avrebbe riportato la Francia stessa all’irrilevanza geopolitica e geoeconomica. Per questo concepirono la strategia di ricattare la Germania, minacciandola di isolamento e contenimento, cioè di riaprire la «questione tedesca», se non avesse accettato una più forte integrazione europea e di essere europeizzata. Cioè se non avesse accettato l’idea di un’Europa più strutturata a chiara conduzione franco-tedesca, paritetica. Oltre Maastricht Tale strategia ispirò il Trattato di Maastricht (1992) che sostituì la Comunità con un’Unione Europea più verticale, intesa come contenitore più adatto per allineare gli altri europei sotto la diarchia franco-tedesca. Ma, soprattutto, spinse l’accelerazione del progetto di moneta unica (1996) già abbozzato nell’Atto unico ed elemento portante del Trattato di Maastricht stesso. L’idea francese fu quella di togliere alla Germania il suo principale strumento di potenza, il marco, costringendola pertanto a incatenarsi alla Francia con il vincolo più forte che è quello monetario. Fu chiamata «europeizzazione della Germania», ma Berlino fu abile nel trasformarla in una «germanizzazione economica dell’Europa» imponendo, in particolare nel Trattato di Amsterdam (1997), uno schema di vincoli per la moneta unica che non solo rendevano l’euro esattamente come il marco, ma che sanciva la sudditanza degli europei al criterio economico tedesco. Parigi non se ne accorse, convinta che con questo schema l’Europa fosse sotto il saldo dominio franco-tedesco con prevalenza di Parigi. Ma quando si accorse che la formazione di un mercato unico europeo avrebbe in realtà sancito la superiorità economica della Germania, la Francia iniziò a rallentare l’integrazione. Poi intensificò la strategia, concepita e attuata a basso regime nel 1993, di conquistare le unità economiche più rilevanti di Italia e Spagna, e altri, per bilanciare con più «ascari» lo strapotere industriale finanziario tedesco. Non riuscì, ma ancora rimane strategia in atto, in particolare verso l’Italia. Quando l’impianto deflazionistico delle euro-regole cominciò a colpire l’economia francese, Parigi, semplicemente, le violò, e continua a farlo tuttora, contando sul suo status di diarca per evitare conseguenze. Da un lato, in effetti, non le ha subite, ma tale situazione di difficile sostenibilità dell’euro l’ha portata a diventare seconda, per potenza, dietro la Germania, regalando così il dominio europeo a Berlino. La Francia, in realtà, non ha voluto spingere l’europeizzazione fino in fondo, quando ancora aveva un potere di ricatto nei confronti di Berlino e il cancelliere Kohl era disposto ad accettare l’europeizzazione stessa per chiudere definitivamente la «questione tedesca», anche temendo una generazione di politici neo-nazionalisti dopo di lui. E non ha voluto spingere perché Parigi voleva sì un’Europa più strutturata, ma non così vincolante da impedirle l’autonomia come potenza nazionale, nonché la libertà per esercitare il protezionismo sociale che è base della stabilità politica interna francese. Così nell’Europa rimasta a metà tra conduzione intergovernativa e comunitaria è emerso lo strapotere tedesco perché senza briglie. Va aggiunto che la Germania non ha perseguito un piano di conquista dell’Europa, pur attuandone uno di influenza dell’area sud-orientale proiettata fino al dominio commerciale dell’Asia centrale, nonché una politica mercantilista sul piano globale, ma si è trovata a dominare l’Europa, oltre che per fisiologia, grazie all’errore francese di tentare un’europeizzazione solo parziale. L’idea francese di Europa come strumento di moltiplicazione della potenza nazionale, alla fine, ha sancito la supremazia di quella tedesca. La risposta degli anni Novanta Che risposta, quindi, c’è stata alla domanda: «Europa per che cosa?» negli anni Novanta? Per imbrigliare la Germania riunificata. Nel primo decennio del 2000 non ci sono state più risposte perché questo progetto è fallito e l’Europa è rimasta a metà, spostandosi sempre di più verso la conduzione intergovernativa che favorisce l’esercizio degli interessi nazionali e la supremazia di quelli dei più potenti. Il segnale è: l’Europa non è più un chiaro strumento di moltiplicazione degli interessi nazionali della Francia, mentre l’Europa a metà è perfetta per soddisfare l’interesse nazionale tedesco: abbastanza integrata e dominata da Berlino per permettere alla Germania una scala sufficiente per essere interlocutore alla pari di Cina e America, in un sistema G3 di effettiva governance globale, ma non sufficientemente vincolante per limitare l’esercizio di politiche di potenza nazionale. Per tale motivo l’Europa resta incompleta e senza progetto. Sarebbe più realistico dire che una sorta di progetto c’è: salvare l’euro in una situazione dove le sue regole rendono insostenibile per molte nazioni la partecipazione e non c’è un governo economico europeo capace di attutirne gli effetti depressivi. Ma tale progetto, nel 2012, è guidato dal criterio tedesco che aggrava l’insostenibilità in quanto pretende che nazioni non in grado di reggere una moneta forte, o per debolezza industriale, come Grecia, Spagna e Portogallo, o per eccesso di debito pur in presenza di una robusta base industriale, come l’Italia, lo facciano da sole. Da un lato, la Germania ha l’interesse di mantenere tutti nell’euro perché ciò rende competitive le sue esportazioni – il marco avrebbe un valore di cambio più elevato – e la favorisce nell’export intraeuropeo regalandole un enorme surplus con il quale finanzia il suo modello interno con elevato protezionismo sociale. Dall’altro, tale obiettivo appare infattibile se non si crea una governance in grado di ribilanciare il ciclo del capitale intraeuropeo e di sostenere attraverso riequilibri di politica economica confederale le nazioni con guai finanziari. Ma la Germania non vuole un governo confederale europeo che la vincoli. Infatti, la difesa dell’euro, all’inizio del 2012, appare sostanzialmente affidata alla capacità della Bce di compensare con iniezioni massive di liquidità i difetti strutturali del sistema. Ciò può funzionare per un po’, ma non per sempre. Per questo l’Europa non sembra oggi avere un destino. Eppure l’Europa, in teoria, ha un destino che individua una nuova e precisa risposta alla domanda: «Europa per che cosa?». Europa per produrre ulteriore integrazione, sul piano globale. Con l’America e con altre democrazie. Per quale progetto? L’America, pur superpotenza, è diventata ormai troppo piccola per reggere e ordinare da sola il sistema globale, come ha fatto dal 1945 fino a poco fa. Assieme all’Europa, unite in un mercato a tendenza integrativa, il nuovo pilastro euroamericano avrebbe la scala sia per reggere la domanda globale sia per fornire al mondo un prestatore euro-dollaro di ultima istanza con spalle larghissime. Inoltre, avrebbe sufficiente potenza politica e militare per contenere il disordine che sta aumentando nel pianeta. Ma, a partire dal nucleo euroamericano, il progetto potrebbe e dovrebbe espandersi di più fino a creare, via cooptazioni successive, un mercato integrato delle democrazie sul piano mondiale, che a chi scrive piace chiamare «Free Community» (libera comunità), con la forza di contrastare il capitalismo autoritario della Cina – perché sarebbe un’area più grande e capitalizzata della sfera di influenza di Pechino – e mantenere il dominio del capitalismo democratico sul pianeta. L’invocazione di un tale dominio è tutt’altro che immorale o irrealisticamente neo-imperiale. Capitale e democrazia messi insieme rendono più probabile la società del capitalismo di massa. Il capitale senza democrazia è selettivo e si diffonde in maniera ineguale nella società rendendola ingiusta e instabile. Se il capitale è per tutti, allora è buono. Se è per pochi, è cattivo. Pertanto la convergenza tra i due pilastri dell’occidente, Europa e America, è un requisito per rendere stabile, giusto e amplificatore della dignità umana il pianeta intero, missione che le nazioni emergenti non possono fare, per lo meno non in questo secolo. Ecco perché l’Europa ha una nuova missione, non più al suo interno, ma all’esterno: produrre attraverso una maggiore integrazione delle democrazie una governance positiva del globo. E tale missione crea un nuovo e più intenso significato all’integrazione interna dell’Europa: trovare un modello stabile di coerenza per produrre l’effetto esterno di nuovo ordine mondiale. Gli Stati Uniti d’Europa: scenario improbabile Ma quale tipo di coerenza? Francamente, per la missione detta, non serve creare un’Europa come supernazione, cioè gli Stati Uniti d’Europa, tra l’altro scenario improbabile. Basta creare una funzione di politica economica con scopi di ribilanciamento degli squilibri provocati dall’euro e, gradualmente, procedere verso la costruzione di un vero mercato unico, nei decenni. Tale idea di «integrazione sufficiente» sta a metà tra l’europeismo lirico, infattibile, e l’idea inglese di Europa come semplice area di libero scambio, insufficiente. Potrebbe essere chiamata l’idea di un’Europa che è meno di un’unione, ma molto più di un’alleanza. Lascerebbe in vita gli incomprimibili nazionalismi europei, ma rendendoli meno dannosi. Userebbe l’integrazione già costruita, in realtà non poca, anche se viziata da concetti di Europa come strumento di moltiplicazione della potenza nazionale, per produrne altra, all’esterno. In conclusione, mi sembra ci siano, qui detti con la massima semplicità per renderli valutabili da tutti, i motivi per credere in un nuovo destino all’Europa: nel mondo e non fuori di esso, estroversa e non introversa. In conclusione, questa soluzione, che chi desidera può approfondire in www.lagrandealleanza. it, indica che l’Europa potrà trovare un significato per la sua coesione interna solo se si darà una missione estroversa.
Un nuovo significato per la Comunità Europea
di Carlo Pelanda / Docente di Studi globali, University of Georgia, USA, e Università G. Marconi, Roma
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