Quadrimestrale di cultura civile

La Germania torni alla credibilità di un tempo

di Helmut Kohl / Ex cancelliere della Germania

Internationale Politik: Signor cancelliere, «prevedibilità» – questo era il fondamento di politica estera della Repubblica Federale. Ma nel 2003 il cancelliere Gerhard Schroeder, con il brusco rifiuto della guerra in Iraq, ha messo alla prova le relazioni diplomatiche transatlantiche. Ora si aggiungono a questo l’astensione nel Consiglio di sicurezza ONU riguardo all’intervento in Libia, i mancati aiuti alle energie rinnovabili, gli sforzi di controvoglia nei confronti della crisi greca e del salvataggio dell’Euro. La Germania ha perso la bussola? Helmut Kohl: Purtroppo bisogna constatare che è così. Già da alcuni anni la Germania non è più una potenza prevedibile – né verso l’interno né verso l’esterno. Konrad Adenauer, il quale – lo si dimentica facilmente –, con il suo chiaro atteggiamento rivolto all’integrazione nel sistema occidentale nel dopoguerra, non aveva assolutamente solo amici, e anche all’interno del Paese dovette lottare duramente per questo corso, creò con il suo atteggiamento fermo contro molteplici resistenze un fondamento della politica della prevedibilità e dell’affidabilità sul quale tutti i cancellieri federali dopo di lui hanno potuto e possono costruire. Ricordo solo i mesi drammatici del cambiamento radicale negli anni 1989/90. Anche allora, quando di fronte alla mia precisa linea verso la riunificazione la fiducia in noi dei nostri vicini e alleati nel mondo per un momento cominciò a vacillare, abbiamo infine superato brillantemente la prova. A ciò contribuì presso i nostri alleati occidentali il fatto che io, parallelamente all’unità tedesca, mi fossi attenuto al nostro credo politico europeo e che avessi continuato ad accelerare il processo di unificazione europea con iniziative molto concrete. La riunificazione della nostra nazione in pace e libertà, a neanche un anno dalla caduta del muro, fino alla firma di tutti gli accordi necessari e al giorno dell’unità tedesca, è una prova impressionante del capitale di fiducia che negli anni avevamo costruito e ampliato. Non era scontato che i nostri alleati e vicini rimanessero saldi fino alla fine al nostro fianco in quel periodo difficile e insicuro. Questo per noi rappresenta una volta di più un impegno per il futuro, che non sarà mai sottolineato abbastanza. Se, d’altra parte, considero lo sviluppo degli anni passati e prendo solo i punti che sottolinea nella sua domanda, allora mi chiedo dove esattamente sta oggi la Germania e dove vuole andare. Naturalmente anche i nostri amici e alleati all’estero si pongono questa domanda. Voglio accennare un punto, che io e altri abbiamo notato recentemente: quando poche settimane fa il presidente americano Obama è venuto in Europa, è stato tra l’altro in Francia e in Polonia, ma non in Germania. Dopo tutto quello che noi tedeschi e gli americani abbiamo visto e vissuto insieme e tutto quello che ci lega profondamente ancora oggi, non mi sarei mai sognato di vedere un giorno un presidente americano in carica venire in Europa e volare via passando sopra la Repubblica Federale. Dobbiamo fare attenzione a non perdere tutto. Dobbiamo urgentemente tornare alla vecchia credibilità di un tempo. Dobbiamo ancora una volta rendere chiaramente riconoscibile agli altri dove siamo e dove vogliamo andare, mostrare che sappiamo qual è il luogo cui apparteniamo, che abbiamo valori e principi validi oltre la giornata, per i quali garantiamo e che promuoviamo, e dobbiamo per prima cosa realizzare questo nuovamente e più fortemente tutti insieme, trovare una linea comune e poi restare in piedi anche se il vento ci soffia in faccia. IP: Alcune continuità della politica estera tedesca sembrano mutare, se non addirittura dissolversi. Come spiega ciò? HK: Questo va nella stessa direzione della domanda sulla bussola. Quando non si ha alcuna bussola – quando dunque non si sa dove si è e dove si vuole andare, e da qui di conseguenza non segue alcuna volontà di guida e di concreta costruzione – allora non ci si appoggia neanche a ciò che si chiama continuità della politica estera tedesca, molto semplicemente perché insensato. Le relazioni transatlantiche, l’Europa unita, la comunità nella quale anche i partner più piccoli sono interlocutori alla pari, l’amicizia franco-tedesca, le relazioni con i nostri vicini a Est, anzitutto con la Polonia, il nostro rapporto con Israele, la responsabilità verso il mondo come un intero – questi sono i pilastri essenziali ai quali eravamo sempre ben ancorati e che per me sono ancora validi come prima, anche se tuttavia oggi hanno naturalmente altre sfumature, essendosi adattati ai cambiamenti. Se noi abbandoniamo queste stabili ancore, ci spingiamo – in senso figurato – senza bussola in mare aperto, e corriamo così il rischio di diventare un soggetto fra gli altri, imprevedibile come loro. Le conseguenze sarebbero catastrofiche: le basi di fiducia si perderebbero, le insicurezze si diffonderebbero, alla fine la Germania sarebbe isolata – e questo nessuno può veramente volerlo. Ciò che prima di tutto mi fa pensare e mi irrita è questa argomentazione che si sente sempre più spesso, per cui oggi sarebbe tutto diverso, non più così semplice, che dalla fine della guerra fredda il mondo sarebbe molto più complesso, che quindi l’agire politico è diventato molto più difficile, e che avremmo vissuto sfide e crisi di portata storica. È vero che il mondo, fino al 1989-90, era facile da gestire nella misura in cui era bipolare – se così si vuol dire. Ma tirare le conclusioni di questo e dire che tutto sarebbe stato più facile al tempo della guerra fredda, con un mondo diviso a metà in una parte non libera e in una libera, in una patria divisa e con le costanti insicurezze e la minaccia fino al pericolo reale di una terza guerra mondiale, con un’organizzazione politica meno complessa e delle sfide ridotte, questa argomentazione rivela prima di tutto una terribile assenza di coraggio nei confronti delle sfide e possibilità odierne, così come una carenza eclatante di conoscenza storica e di coscienza di come in realtà a quei tempi fosse difficile un agire pienamente responsabile. Per venire al punto: gli enormi cambiamenti nel mondo non possono costituire alcun alibi, quando non si ha alcun punto fisso o alcuna idea di ciò a cui si appartiene e dove si vuole andare. Al contrario, gli enormi cambiamenti richiamano proprio prese di posizione chiare e salde, costanti e affidabili. Più il mondo è complesso, più diventa importante che coloro i quali devono prendere delle decisioni – e dico questo anche con un occhio alla politica – percepiscano la propria responsabilità, dimostrino la loro leadership, diano delle risposte e rimangano chiari e comprensibili nei loro punti di riferimento. Solo così si può dare una garanzia credibile in un mondo complesso, solo così si può creare fiducia in modo duraturo, solo così si possono motivare altri a uno scopo, e solo così si può creare in modo costruttivo. Dobbiamo smettere di considerare i cambiamenti interni e nel mondo prevalentemente come minaccia e come peso di un retaggio storico. È vero il contrario: dobbiamo parlare di nuovo dei cambiamenti molto più decisamente come di opportunità e percepirli come tali. In generale, dobbiamo dare nuovamente più fiducia. IP: Alcuni osservatori ritengono di aver riconosciuto nell’ultimo periodo una tendenza tedesca alla «uscita dall’UE» oppure degli scenari immaginari possibili per un tedesco «going global alone». Si pone una «nuova domanda tedesca»? HK: Non penso che chiunque abbia una responsabilità in Germania prenda questo sul serio o lo persegua. Basta un’occhiata alla nostra storia per riconoscere che esclude ogni azione solitaria della Germania. IP: Già nel 2010, nel giornale Bild, lei ha messo in guardia: «Il nascente nazionalismo e il crescente narcisismo nazionale impediscono l’unificazione dell’Europa». Chi deve sentirsi particolarmente chiamato in causa? HK: I tedeschi, anche se con questa osservazione io intendevo in realtà altri. Ma purtroppo è vero: i tedeschi si devono sentire particolarmente chiamati in causa. Considerando la nostra storia e la nostra posizione in Europa abbiamo una responsabilità particolare. IP: Riguardo alla crisi greca lei ha da poco dichiarato all’Accademia americana di Berlino: «Andiamo per la nostra strada, anche con i greci… per quanto difficile questa strada possa essere». La Süddeutsche Zeitung l’ha poi descritta come un «europeo di pancia» il quale, se alla sua epoca si fossero presentati i problemi greci, sarebbe stato generoso come l’«europea di testa» Angela Merkel. Questa distinzione è pertinente? E la Germania ha ancora un politico estero o europeo sufficientemente «appassionato»? HK: Ritengo la differenza tra «europeo di pancia» ed «europeo di testa» fondamentalmente errata, perfino pericolosamente ingannevole. Come capo del governo di una nazione non si può essere una persona esclusivamente di pancia o di testa. Bisogna ovviamente essere entrambi. Occorre, da un lato, naturalmente passione per il compito e gusto nel perseguirlo, altrimenti non si riuscirebbe a sopportare la carica, che comporta un’immensa responsabilità e un enorme dispendio di tempo. D’altra parte, non si possono mettere in atto con successo dei piani, se non si mostra in certi momenti anche una certa severità; quando non si è capaci di farlo, si è fuori posto. Il fatto che per me l’Europa sia sempre stata e resti un affare di cuore non è una contraddizione, piuttosto ciò va di pari passo con il fatto che l’Europa è anche, prima di tutto, una faccenda di ragione. In altre parole: l’Europa non è un essere fine a se stesso per sognatori ingenui; l’Europa resta, anche per la Germania, senza alternative. Riguardo all’esempio della Grecia si può del resto ben mostrare cosa significhi in concreto. Gli errori con la Grecia sono stati commessi in passato. Nella crisi attuale il fatto che noi nell’UE e nell’Eurozona siamo solidali con la Grecia non può in alcun modo costituire un problema per noi, poiché la Grecia è un membro dell’UE e dell’Eurozona. D’altra parte, è anche vero che con il cancelliere federale la Germania non avrebbe dovuto votare a favore dell’ammissione della Grecia nell’Eurozona nella sua situazione concreta – che non poteva rimanere nascosta a chiunque guardasse con attenzione –, quindi senza cambiamenti radicali nel Paese. Io so di che cosa sto parlando, in fin dei conti c’ero anch’io. Nelle trattative per l’euro ho sempre esposto chiaramente le ragioni del mio rifiuto ai greci, che già allora esercitavano su di noi una pressione violenta per entrare fin dall’inizio nell’Eurozona e, insieme con il ministro delle finanze Theo Waigel, ho mantenuto questa posizione fino alla fine. Poi, con il cambio di governo del 1998, anche la dura posizione della Germania è dovuta purtroppo necessariamente mutare. Con me la Germania non avrebbe neppure infranto il patto di eurostabilità. E queste due decisioni sono, secondo me, le cause decisive per il mancato sviluppo che oggi dobbiamo vivere nell’Eurozona, ossia in ogni singolo Stato membro, e di cui giustamente ci lamentiamo. Nel nostro Paese ci dimentichiamo facilmente che di entrambe queste decisioni è responsabile la coalizione rosso-verde (Spd-verdi). E in questa circostanza voglio dire ancora una volta chiaramente che questo non ha nulla a che fare con le presunte necessità del pragmatismo politico (Realpolitik), ma che è stato semplicemente incosciente. Le conseguenze sono chiaramente evidenti. Ma è altrettanto vero che gli errori sono stati commessi, non possono essere cancellati, e per questo non aiuta alcuna lamentela, tanto meno parlare male dell’euro. La buona notizia è che gli errori si possono correggere, e i problemi risolvere. Non per questo possiamo però permetterci di commettere l’errore di fare così o di lasciarci convincere da questi cattivi discorsi, come se fosse prima di tutto una questione di denaro o – come lei dice – di maggiore o minore generosità. Quello di cui l’Europa in questa crisi ha bisogno è di cogliere l’occasione coraggiosamente e di realizzare un pacchetto di misure lungimiranti, soppesate intelligentemente e non ideologiche, così da portare nuovamente l’Europa e l’euro su una buona strada e garantirci il futuro. Questo sarà sicuramente più costoso di quanto sarebbe stato senza avere compiuto passi sbagliati, ma non abbiamo altra scelta se non vogliamo lasciare che l’Europa cada a pezzi. Tra i provvedimenti necessari c’è anche quello che gli Stati membri come la Grecia, che sono in difficoltà, certamente ricevano aiuti dalla comunità, ma che innanzitutto debbano svolgere autonomamente i compiti a casa propria. Una comunità come l’Unione Europea o l’Unione monetaria funziona, infatti, in modo duraturo solo quando ogni singolo si rende conto della sua responsabilità verso l’intero. E qui vedo purtroppo al momento un certo deficit e, per esprimersi per una volta così, troppo pochi «colpevoli di persuasione». Questo non è in contraddizione con il fatto che noi abbiamo complessivamente fra i nostri politici ancora abbastanza passione per l’Europa: devono essere solo lasciati fare. IP: «Io riprenderei ancora nello stesso modo tutte le decisioni più importanti», questa è stata la sua conclusione nel 2010. Vale anche per l’unione monetaria, oppure condivide le critiche agli errori di costruzione dell’unione, che ora si sono resi visibili? HK: Questa conclusione è valida retrospettivamente rispetto alla mia vita, anzi ancora di più per l’unione monetaria europea che in generale per tutte le altre decisioni riguardanti l’Europa prese nel periodo del mio cancellierato. Ciò non è messo in discussione neanche dal dibattito attuale. Non si può dimenticare che l’Europa è sempre stata un processo dei piccoli passi. Non è mai stato facile progredire in Europa, e neanche noi ce lo siamo mai risparmiato. I negoziati nell’ambito della UE o, all’inizio, degli Stati della CECA, si sono spesso protratti fino alle prime ore del mattino. Si è sempre lottato duramente, la domanda è sempre stata: «Cosa è possibile sulla strada verso l’Europa unita, cosa ci fa andare lontano, quanto lontano possiamo andare senza esigere troppo dagli altri, quanto lontano andiamo tutti insieme?». Di questo ci si può lamentare, ma alla fine va accettato. E diventa tanto più semplice quanto più la comunità è grande, l’ho sperimentato personalmente molto spesso. Naturalmente a volte mi sarei augurato anche una decisione più gravida di conseguenze, prima di tutto all’inizio degli anni Novanta riguardo all’Euro e all’Unione politica. Ma se avessi insistito su tutto ciò che ritenevo desiderabile e necessario a lungo termine, non saremmo arrivati così lontano in Europa come invece è stato. Per esempio, oggi non avremmo l’Euro, di questo sono fermamente convinto. E a questo prezzo, se vuole, ho fatto le necessarie rinunce, che ritengo finora giustificabili. In questo contesto ritengo il termine «errore di costruzione» completamente errato. Non siamo arrivati così lontano come sarebbe stato auspicabile, questo è vero. Ma di più non era possibile e la direzione era esatta, e da questo sono dipese le conseguenze. Il fatto che dopo il periodo del mio cancellierato – essenzialmente –, l’UE avrebbe perduto in modo non necessario quello che aveva raggiunto – come è accaduto con il patto di stabilità e con la Grecia –, anziché andare avanti, e per di più sotto la guida franco-tedesca, questo – devo riconoscerlo –, ha superato la mia capacità di immaginazione, e la supera ancora oggi. In breve: quello che abbiamo raggiunto allora era ciò che si poteva fare insieme nelle circostanze che erano date, e questo è stato anche dal punto di vista odierno sempre e comunque un lavoro considerevole. IP: Nell’autunno scorso lei ha giustamente preso in modo chiaro le distanze dall’abolizione del servizio militare obbligatorio: «Dopo tutto quello che vedo e sento non posso credere che il mondo negli anni passati sia mutato così tanto da non dover essere più possibile il servizio militare obbligatorio». L’abolizione è stata un errore? HK: Sì. IP: Si può comprendere il nuovo inizio nel mondo arabo (la rivoluzione araba ndt) come la più grossa sfida strategica per l’Europa – paragonabile alla caduta del muro nel 1989? Quali strategie suggerirebbe all’Europa? HK: Al momento la più grossa sfida strategica per l’Europa è l’Europa stessa. È tempo che l’Europa si ricordi che ha delle responsabilità verso il mondo intero e quali sono. Dobbiamo uscire urgentemente fuori dal nostro piccolo particolare e parlare nuovamente più forte a una sola voce. Con ciò non voglio in alcun modo sminuire le sfide, per esempio quella della crisi finanziaria ed economica. Esse sono immense ma, ancora una volta, già prima d’ora ci sono già state grosse sfide. Penso alla caduta del muro nel 1989, da lei citata. Se avessimo allora reagito così sfiduciati, come oggi fanno certe persone che usano parole esagerate per descrivere la situazione, non avremmo sicuramente raggiunto l’unità tedesca nel 1990. Le sfide vanno prese in considerazione e risolte con coraggio e con volontà di cambiare veramente le cose. Questo valeva prima, e vale in modo immutato adesso. È ora di porre termine alla crisi con una linea chiara, e di rendere l’Europa capace di agire anche in merito ad altri temi. A questi appartiene anche il cambiamento radicale, da lei citato, nel mondo arabo. È per l’Europa, come detto, non la più grande, ma sicuramente una grande sfida strategica. Il nostro compito deve essere quello di dare aiuto ai Paesi per la loro personale iniziativa sulla via della libertà, della democrazia e dello Stato di diritto. Per questo non c’è alcuna soluzione generale, valida per tutti. Può solo trattarsi di una cauta assistenza ai singoli Paesi. Posso solo consigliare di esaminare e considerare i fatti e le misure scrupolosamente in ogni singolo caso. IP: Poco tempo fa l’ex presidente americano Bill Clinton l’ha citata come esempio per la sua lungimiranza strategica. Pensiamo alla considerevole ascesa della Cina, dell’India e di altri Stati, alla Russia ancora sulla via incompiuta della democrazia e alle Nazioni Unite, che da non molto si assumono le proprie responsabilità e vogliono almeno parzialmente rinunciarvi: quali sono oggi per lei le più importanti priorità di politica estera per la Repubblica Federale e per l’Europa? HK: Le più importanti priorità di politica estera per la Repubblica Federale e per l’Europa consistono in ciò che la Germania e l’Europa al fianco degli USA percepiscono come responsabilità attendibile verso il mondo intero. Accanto alla Russia, alla Cina, all’Asia, al mondo arabo, c’è anche l’Africa, che non possiamo permetterci di dimenticare, con tutte le difficoltà e i problemi che lì permangono. In questo senso mi auguro, per il nostro Paese e per l’Europa, che aumenti nuovamente la coscienza che la storia non procede in alcun modo per necessità, ma che è il risultato dell’agire umano. Per una volta quindi vogliamo, dobbiamo fare i conti con la storia. Come già ho detto, questo non ci dovrebbe spaventare, al contrario, dovrebbe infonderci coraggio e ottimismo per la strada futura. Abbiamo tutte le opportunità, dobbiamo solo coglierle. E questa è per me, se così vogliamo dire e a costo di ripetermi, la più importante priorità di politica estera: che la Germania e l’Europa finalmente percepiscano la loro responsabilità verso il mondo intero. L’intervista è stata realizzata da Henning Hoff, Joachim Staron e Sylke Tempel per il giornale Internationale Politik (IP), n. 5, 2011, che ci ha gentilmente concesso la pubblicazione in italiano. La traduzione è stata a nostra totale cura e non è stata rivista dall’autore.