Trimestrale di cultura civile

La convivenza da ricercare

Questa è una storia che sembra ormai un tragitto definito: l’Intelligenza Artificiale è destinata a ridisegnare gli equilibri, perché ha le capacità di rivoluzionare tutto ciò che tocca. E questo fenomeno viene percepito come un elemento divisivo, al punto tale che l’uomo rischia di diventare un soggetto subalterno. Tuttavia, la percezione non è una sentenza definitiva. Rimane in gioco altro. Cioè: noi. Si tratta allora di rimettere in discussione il rapporto con le macchine, creature profondamente diverse dall’uomo. Si tratta allora di avviare un lavoro costruttivo. Per imparare a conoscerle. Per promuovere un tragitto di convivenza profittevole, giammai sospettoso. Questioni cruciali. Interrogativi necessari. Pensiero e azione. Guardiamo dentro a questo numero di Nuova Atlantide. Un’indagine per fare i conti con la natura di questa partita.

Il filo rosso di questo numero di Nuova Atlantide ha come perno della riflessione una preposizione semplice. Cioè: “con”. Una preposizione semplice per un tema non certo facile da affrontare. Perché, se è vero che l’Intelligenza Artificiale ha la capacità di incidere profondamente in tutto ciò che intercetta – pensiamo alla scienza, all’economia, al lavoro, alla medicina, alla conoscenza, alla guerra, all’informazione e via di questo passo – allo stato attuale è un fenomeno che allerta molte domande e suscita anche paure.

E l’interrogativo principale riguarda proprio le basi sui cui costruire un rapporto di convivenza profittevole tra l’uomo e queste macchine assai performanti che non pensano in modo umano (se pensano, beninteso).

Il che significa promuovere un impegno radicale da parte nostra per imparare a conoscerle e a dialogarci.

Ecco, allora, l’importanza strategica di indagare e coltivare la delicata materia, accendendo prima di tutto l’attenzione sulla preposizione semplice “con”, intesa come anello di congiunzione, come relazione necessaria e utile tra il soggetto persona e l’altro da me, in questo caso rappresentato da altre forme (o strumenti) di intelligenza. La sfida è a un livello piuttosto alto, visto il florilegio di domande che, saggiamente, vengono a offuscare il metodo della risposta definitiva, della scorciatoia solo all’apparenza appropriata.

 

L’eleganza e l’efficienza della mente umana

Tutti i contributi che compongono questo numero, in modo più o meno esplicito, non lasciano troppo spazio all’immaginazione. Gli autori ragionano sul piano della realtà e concordano nel ritenere che siamo nel pieno di una nuova fase della storia dell’uomo (vedi l’articolo di Antonio Palmieri, giornalista scientifico e presidente della Fondazione Pensiero Solido). Suggeriscono un approccio alla materia non oscillante tra una visione entusiastica e un rifiuto pregiudiziale. E questo approccio conoscitivo assume il valore di ottimo invito a una lettura quasi esplorativa – diremmo laica – nell’accezione di confronto curioso, dinamico e realistico con le novità che incalzano. Perché è importante non farsi attrarre dalla pletora di catastrofisti in servizio permanente. Come dall’esercito di apodittici che non vengono scalfiti da nulla quando sposano qualcosa.

I passi in avanti velocissimi di questa tecnologia – non a caso viene speso il termine di rivoluzione – producono sogni e suscitano controversie. Veniamo da un anno scandito dal travolgente successo di ChatGPT e la sua performance – non tanto fastidiosa perché ci batte senza alcun problema nel gioco degli scacchi – di organizzare discorsi predittivi ha acceso il sacro fuoco delle domande. La questione si fa filosofica. Si fa culturale. Diciamo antropologicamente decisiva. Stavolta riuscirà l’uomo a rimanere al centro oppure è destinato a finire nell’angolo? Sul “New York Times” il linguista Noam Chomsky dimostra la sua riluttanza a genuflettersi al trionfo dell’apprendimento automatico, alla “falsa promessa” di ChatGPT. In un intervento del marzo 2023, precisa da che parte sta: “La mente umana è un sistema sorprendentemente efficiente e persino elegante che opera con piccole quantità di informazioni”. Efficienza ed eleganza: insieme evidentemente stanno benissimo. Il punto, allora, è la virtuosa interazione con le macchine. È come si mette in moto il pensiero umano nella sua originale capacità di generare conoscenza e comprensione delle diversità, in questo caso di una diversità assai capace e velocissima di intelligenza non umana.

Sulla falsariga di questa discussione, è assai provocante quel che dice nell’intervista a Carlo Dignola il filosofo della scienza Evandro Agazzi: “non è ancora chiaro cosa si intenda per pensiero e per macchina”.

 

Pilota e copilota

Nel suo articolo il professor Derrick De Kerckhove spiega che siamo alle prese con una questione di pensiero prima che di azione. Dunque: studio, comprensione, approfondimento. L’uomo non dovrebbe essere sorpreso nel muoversi così. Perché lo ha nelle corde da sempre. Che poi si viva in un tempo dove pare proprio prevalere una disabitudine a educare il pensiero, ecco allora manifestarsi il rischio per l’uomo di venir meno alle proprie responsabilità fondative. Con un copilota non umano, ma così tanto performante, è necessaria la presenza di un pilota umano che sia tale per davvero. Adeguatamente educato a questo passaggio di difficile trasformazione digitale.

L’uomo non deve mettersi in concorrenza con le espressioni “macchinose” prodotte dalle Intelligenze Artificiali. Questo spiega il filosofo della scienza Evandro Agazzi. All’uomo non conviene pensare come una macchina. Quella non è una convivenza virtuosa. Su quel tavolo ne esce sicuramente sconfitto. Perché è un territorio che non gli appartiene, un terreno “equivoco”. Agazzi è preoccupato dal fatto che – per comodità o rinuncia – l’uomo si stia gradatamente convincendo che la macchina faccia le stesse cose dell’uomo, quando sembra portare avanti ragionamenti logici. Il che, dice sottotraccia, non è cosa buona e giusta. Ma ecco il dettaglio che fa e farà sempre la differenza: “Ci sono aspetti dell’intelligenza umana che nessuna macchina riuscirà mai a imitare. I robot che imitano il nostro comportamento, anche quello emotivo, ‘affettivo’ resteranno sempre macchine. L’idea che questi automi possano essere ciò che ci sostituirà è una sciocchezza. Eppure, queste parole d’ordine stanno prendendo piede”. Un piede in fallo, insomma.

Invece, l’opportunità/provocazione dettata dall’ingresso dirompente – e per larghi aspetti invasivo – dell’Intelligenza Artificiale potrebbe suscitare – ed è auspicabile – un’esplosione di intelligenza umana. Luciano Floridi spiega che “noi siamo e rimarremo, in qualsiasi prevedibile futuro, il problema, non la nostra tecnologia. Questo è il motivo per cui dovremmo accendere la luce nella stanza buia e guardare attentamente dove stiamo andando. Non ci sono mostri ma molti ostacoli da evitare, rimuovere o negoziare. Dovremmo preoccuparci della vera stupidità umana, non dell’Intelligenza Artificiale immaginaria, e concentrarci sulle sfide reali che l’IA solleva”.

 

Forme di amicizia e forme di governo

Dunque, per rapportarci all’Intelligenza Artificiale, vale la pena preoccuparci prima di noi stessi. Padre Paolo Benanti – da poco nominato presidente della Commissione IA per l’informazione del Governo italiano – è professore della Pontificia Università Gregoriana ed è l’unico italiano membro del Comitato sull’Intelligenza Artificiale delle Nazioni Unite. Ebbene, nel suo intervento (sintesi di due dei suoi tanti interventi al Meeting di Rimini), proprio soffermandosi sulle realistiche preoccupazioni, spiega come “un’Intelligenza Artificiale è utile solo se abbiamo davanti a noi un’ermeneutica della realtà in cui la realtà è un problema da risolvere. Una domanda esistenziale, invece, non è un problema da risolvere, è una qualità di esperienza da vivere, quindi è molto umana e molto poco artificiale”. E la soddisfazione, sempre in divenire, della domanda esistenziale, è quella fonte inesauribile che consente forme di amicizia umane in grado di interfacciarsi con le Intelligenze Artificiali, traendone benefici, vale a dire governandone le insidie di cui potrebbero essere oggetto da parte di forme di inimicizia umana.

Il tema del governo dell’Intelligenza Artificiale è una vicenda di politica istituzionale e di geopolitica in termini di rapporti di forza. Il presidente francese Emmanuel Macron, riferendosi all’AI Act, ovvero alla legge europea sull’Intelligenza Artificiale che, secondo gli auspici, entrerà in vigore nel 2024, ha detto che essa dovrà essere un’attività di controllo di questa tecnologia, non tesa a punirla.

Il professor Andrea Simoncini svolge la sua riflessione proprio sul tema della regolamentazione dell’IA. Arrivandoci per gradi, vale a dire inserendola in un percorso di ritrovata e rinnovata presa di coscienza dell’individuo nella sua relazione con sé e l’altro da sé. Tale lavoro sulla propria consapevolezza risulta essere dirimente: “Promuovere il pensiero critico nei confronti della tecnologia, soprattutto quella che utilizziamo quotidianamente come supporto alla nostra vita individuale e sociale, è la sfida principale che l’umanità oggi trova dinanzi a sé, pena una ‘desertificazione’ morale e intellettuale dell’umano forse peggiore di quella che Oppenheimer temeva dalla bomba atomica”. E nello specifico dei dibattiti sulla regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale, Simoncini ricorda un pensiero preoccupato di papa Francesco quando afferma che “si dovrebbe tenere conto della voce di tutte le parti interessate, compresi i poveri, gli emarginati e altri che spesso rimangono inascoltati nei processi decisionali globali”.

Per altre vie, entra nel merito dell’osservazione di papa Francesco il contributo di Nikitah Imani che affronta la delicata questione dei processi di democratizzazione della tecnologia e dell’accessibilità dei popoli alle tecnologie digitali.

 

Lavoro, guerra, informazione

Quando si ragiona di Intelligenza Artificiale, uno dei più marcati elementi di discussione attiene all’impatto che essa ha già nel mondo del lavoro, con la preoccupazione – presente e soprattutto futura – di una significativa contrazione di maestranze. In questo numero della rivista Luca Farè dà conto di un report dell’OECD focalizzato sulle nuove competenze che richiede il mercato del lavoro. E Fabio Mercorio ne analizza i vantaggi, senza per questo disconoscere l’evidenza di alcune problematiche che andranno risolte. È irragionevole assecondare la logica del conflitto davanti all’incedere irreversibile dell’IA. Semmai, è ragionevole predisporre argini al tentativo della macchina di tracimare. Il guaio è quando i governi decidono di investire sull’Intelligenza Artificiale per finalità belliche, per veicolare informazioni false, per esercitare attacchi allo scopo di fiaccare le democrazie liberali.

Vincenzo Pisani, analista di Fondazione Leonardo, su conflitto, guerra, riassetti, deterrenza, costruisce il suo articolo. Un passaggio è illuminante proprio per gli aspetti problematici che pone all’attenzione. Scrive così: “[…] nessuno sa ancora esattamente come le armi abilitate dall’IA saranno usate sul campo di battaglia, tanto meno quanto saranno potenti. Piuttosto che costituire un singolo sistema d’arma in sé, l’IA può essere incorporata in molteplici sistemi e infrastrutture come i centri di comando e controllo e nelle soluzioni logistiche. Eppure, non è facile determinare come queste innovazioni cambieranno la natura dei conflitti bellici”.

In pratica…

Tuttavia, non difettano esempi del contributo positivo fornito dalle Intelligenze Artificiali (a padre Benanti convince l’utilizzo del plurale) per migliorare la qualità della nostra vita, come documentano gli approfondimenti sulla mobilità, nel marketing aziendale, nella medicina e, più in generale, nella salute e nel supporto alle reti elettriche intelligenti per la massimizzazione delle performance aziendali. Ed è qui che si palesa in modo inequivocabile il lato positivo di queste macchine tecnologiche, di questi agenti dotati di intelligenza non umana. Con cui l’umano interagisce, raggiungendo risultati di rilievo. Una convivenza virtuosa a fin di ben-essere. Cioè: IO con IA.

Investire su quel “con”, preposizione così semplice e così fondamentale, vuol dire mettere in circolo una doppia creatività. Definita gerarchicamente. Quella umana che governa quella artificiale. Come suggerisce Neil Landau, autore e sceneggiatore in quel di Hollywood. Un bel film che merita di essere scritto.   

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