Quadrimestrale di cultura civile

Modello cooperativo e bene comune: il percorso italiano

di Alberto Brugnoli / Professore di Economia applicata, Università degli Studi di Bergamo; Direttore scientifico Fondazione per la Sussidiarietà

Il modello cooperativo – da intendersi più come movimento che come sistema – ha rappresentato uno dei pilastri fondamentali di crescita umana, sociale, economica – e anche di tutela ambientale – in varie parti del Pianeta. A ragione può quindi essere guardato come a un’esperienza dalla quale trarre importanti suggerimenti per The Economy of Francesco.
Oggi – è lecito interrogarsi – tale esperienza, “altra” rispetto ai canoni imposti da un aggressivo sistema capitalistico sempre più incline alla massimizzazione del profitto, ha chances per continuare a fornire una risposta adeguata ai nuovi bisogni? Si tratta, innanzitutto, di un problema di comprensione dell’epocale cambio di paradigma, ovvero quel momento in cui, come ha scritto l’epistemologo Thomas Khun (1922-1996), occorre fare i conti con “il cambiamento nella modellizzazione fondamentale degli eventi”. La sfida cui è chiamato il movimento cooperativo si colloca a questo livello: comprendere per rispondere senza venir meno ai valori su cui ha fondato e costruito un originale modo di fare impresa.
Il 21 dicembre 1844, alle porte di Manchester, nel borgo di Rochdale, 28 operai decidono di mettere sul tavolo una sterlina ciascuno per dare vita a uno spaccio solidale. È la prima esperienza di modello cooperativo del XIX secolo. L’eco prodotta dai Probi Pionieri di Rochdale – così sono chiamati – è notevole.
In Italia ne intercetta le potenzialità – anche nella prospettiva ideale di un rinnovamento etico complessivo – l’economista, nato in provincia di Lecco, Francesco Viganò (1807-1891). Davanti a una società in rapida e controversa evoluzione, che tende a escludere la fascia di popolazione più debole, Viganò si convince dell’opportunità di dare forma concreta ai principi del mutualismo e del cooperare che, in varie parti d’Europa, stanno in quel periodo affiorando sulla scia della novità dei Probi Pionieri. Ed è così che l’economista italiano, nel 1861, è tra i promotori della Società Cooperativa di Consumo di Como e sobborghi. Qualche anno prima, nel 1849, a Pinerolo, in provincia di Torino, era nata la Società Operaia e Cooperativa di consumo. Si trattava di progetti pilota che aprono la strada a un fenomeno che, progressivamente, interesserà tutto il Paese, da Nord a Sud. I principi base sono rimasti nella sostanza sempre gli stessi: mutualismo con la condivisione di fini e mezzi; democraticità con la pratica dell’autogoverno che prevede la formula di “una testa un voto”; autonomia nei confronti della politica, pur avendo forti richiami a precisi orizzonti di pensiero (liberale, cattolico, socialista e poi comunista, e questo farà oscillare il pendolo tra fasi di collaborazione e divisione fra le diverse anime); azione comune nella consapevolezza che cooperazione significa anche condividere un procedere insieme per raggiungere determinati obiettivi; attenzione e collaborazione continuativa con i territori di appartenenza.
In epoca giolittiana (1903-1914) il movimento cooperativo gode di grande attenzione; lo Stato unitario, realisticamente, ne percepisce il contributo al bene della collettività. Con l’avvento del fascismo, la storia della cooperazione in Italia subisce un duro attacco: il regime, per vocazione profondamente accentratore, non tollera esperienze territoriali rette da capisaldi culturali oggettivamente distanti da proclami corporativistici. Tuttavia, l’offensiva non ottiene i risultati auspicati; nuove esperienze di cooperazione nascono soprattutto in alcuni settori.
La rinascita del Paese beneficia in larga misura dell’intrapresa della cooperazione. La politica ne intuisce la specificità e la straordinaria funzione di collante positivo per lo sviluppo sociale ed economico, inserendo significativamente una voce dedicata nella Costituzione, per la precisione all’articolo 45 dove si legge che “la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”. Il richiamo alla funzione sociale dei padri costituenti rimane un punto di discrimine ancora attuale. L’organizzazione cooperativa continua a produrre effetti positivi perché, come sostiene Vera Zamagni – docente di Storia economica all’Università di Bologna – “l’impresa cooperativa coltiva la fiducia, introduce nel mercato un approccio di cura del prossimo come persona, ha attenzione al territorio, abbassa i livelli di diseguaglianza, in una parola, umanizza le relazioni economiche, elevandole dal quel ‘homo homini lupus’ che sottende l’utilitarismo individualista, pilone portante del capitalismo”.   
Nell’arco temporale dell’ultimo decennio è maturata l’esigenza di offrire un quadro dimensionale del movimento delle imprese cooperative italiane allo scopo di verificarne la tenuta e la rinnovata incisività dopo la Grande Crisi del 2008. Il rapporto 2019 reso pubblico da Istat e Euricse1 fornisce, in tal senso, una fotografia in merito alla rilevanza e alla consistenza economica di questo modello. Il documento nasce con un duplice obiettivo. Il primo: circoscrivere i confini della cooperazione per registrarne il peso specifico nell’insieme dell’economia nazionale; il secondo: individuare i settori dove la cooperazione risulta essere più incidente e dinamica e quindi capace di esprimere un vantaggio competitivo rispetto alle altre realtà imprenditoriali.
Al 2015 (ultimo dato disponibile) risultano attive 59.027 cooperative (1,3% delle imprese attive sul territorio nazionale), che occupano, in termini di posizioni lavorative in media annua poco oltre i 1,2 milioni di addetti /dipendenti e indipendenti, 33mila lavoratori esterni, 10mila lavoratori in somministrazione, pari al 7,1% dell’occupazione totale delle imprese. Tali cooperative – al netto di quelle impegnate nel finanziario/assicurativo – generano un valore aggiunto di 28,6 miliardi di euro (4% del valore aggiunto delle imprese, sempre escludendo quelle del credito e delle assicurazioni). Nel 2015 poco meno di sei cooperative su dieci operano in cinque settori di attività: Costruzioni (8.794 cooperative, 14,9% del totale); Servizi di supporto alle imprese (8.587, 14,5%); Sanità e Assistenza sociale (8.280, 14,0%); Trasporto e Magazzinaggio (7.628, 12,9%); Attività manifatturiere (4.953, 8,4%). Per quanto riguarda l’occupazione, si rileva che il 62% degli addetti agisce in cooperative attive in tre settori di attività: Sanità e Assistenza sociale (24,6%), Servizi alle imprese (19,4%), Trasporti (17,9). I dati del valore aggiunto attestano il peso di quattro di questi cinque settori. Infatti, poco meno del 70% del valore aggiunto cooperativo totale è prodotto da cooperative attive nella Sanità e Assistenza sociale (6,27 miliardi, 21,9%); nel Trasporto e Magazzinaggio (5,87 miliardi, 20,5%); nei Servizi di supporto alle imprese (4,57 miliardi, 16,0%) e nelle Attività manifatturiere (3,23 miliardi, 11,3%). Da evidenziare che, sempre al 2015, oltre il 50% delle cooperative si concentra in sole cinque regioni: Lazio e Lombardia con una quota del 14%; Sicilia (10,5%), Campania (10,1%), Puglia (9,3%). In particolare, in Sicilia, Puglia e Lazio vi sono oltre 19 cooperative ogni 1.000 imprese, rapporto che arriva a 27 in Basilicata, mentre in Veneto, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia siamo sotto i 10. Per riflettere sull’incidenza della cooperazione all’interno delle economie regionali la ricerca Istat-Euricse pone all’attenzione il rapporto tra valore aggiunto delle cooperative e quello delle altre imprese. Se ne evince che l’Emilia Romagna occupa il primo posto della graduatoria con una quota pari al 10,4%, segue l’Umbria (9,4%), la Provincia autonoma di Trento (7,6%) e la Sardegna (7,3%).
Nel nostro Paese la reazione del movimento delle cooperative alla profonda crisi economica manifestatasi su scala globale a partire dal 2008 è stata di segno diverso rispetto a quello delle altre imprese. Il rapporto ISTAT evidenzia un dato significativo che ci può indurre a riconoscere una notevole capacità di resilienza, una caratteristica emersa ogniqualvolta si sono fatte più acute varie vicende avverse, sia sul terreno economico, sia su quello sociale, in palese correlazione. Nel 2007 le cooperative erano 50.691 mentre nel 2011, vale a dire nel momento in cui alla crisi del mercato finanziario si aggiunge l’impatto drammatico della crisi dei debiti sovrani, sono diventate 56.946 (+12,3% rispetto al 2007), per raggiungere, come abbiamo visto, quota 59.027 nel 2015 (+3,7% rispetto al 2011, +16,4% rispetto al 2007). Una crescita anticiclica, ancora di maggior rilievo se pensiamo che, nello stesso periodo, il numero di imprese in Italia è sceso del 2,4%.
“La mutualità per rendersi efficace deve essere utile non solo ai soci ma direttamente o indirettamente alla società intera”. Il programma operativo di Francesco Viganò già nel 1873 evidenzia quel che accadrà nel nostro Paese, pur nell’affronto, spesso complicato, dei tornanti della storia: il contributo fornito dal modello cooperativo alla costruzione del bene comune.
Marcando una specificità che eredita l’impianto educativo, etico, collaborativo delle società di mutuo soccorso, il movimento cooperativo mostra capacità dinamiche sorprendenti diventando così veicolo di contagio positivo per l’intera comunità. Una forma di impresa che permane in crescita e con potenzialità tuttora inespresse, laddove è chiamata a innovarsi per confermare il valore competitivo della realtà cooperativa; un percorso che si tiene insieme solo in presenza di un controllo puntuale e rigoroso in specie per le modalità di conduzione del capitale sociale. Si tratta di un passaggio complesso perché, da qualche tempo, assistiamo alla formazione di cooperative di dimensioni sempre maggiori allo scopo di contenere in limiti più ragionevoli il rischio d’impresa.
La sfida è quella di aggiornare le finalità che hanno reso feconda questa esperienza, senza cedere all’insidia dell’omologazione, cioè di una competizione che scivoli sul terreno delle società non cooperative. Negli anni vi sono stati problemi di governance, dovuti a gestioni manageriali poco oculate (ma l’ingresso di figure manageriali è fondamentale!) che hanno contaminato il cammino di diverse imprese cooperative.
Vanno anche rilevati rapporti non sempre trasparenti tra movimento cooperativo ed espressioni organizzate del panorama politico, oltre che con intrecci viziosi con il mondo della finanza.
Tuttavia tali vicende, pur serie e preoccupanti, insieme alla ben poco edificante presenza di imprese spurie che si definiscono cooperative solo per beneficiare del regime fiscale che al movimento cooperativo viene legittimante riconosciuto, non devono far pensare a un progressivo inquinamento o, peggio, ridimensionamento, di questo modello. L’impresa cooperativa d’impostazione mutualistica – con la sua capacità di conciliare capitale e lavoro in un’operatività efficace ed efficiente sorretta da saldi principi etici – resta una delle risposte più convincenti di sviluppo veramente sostenibile, quindi anche inclusivo, e di conseguenza una formula di contrasto alternativa alla crisi sistemica a livello globale. Essa non può esimersi oggi dal guardare sempre più ai quotidiani bisogni delle persone, allargando lo spettro alle necessità più nuove e urgenti. In favore di una più generale e dirimente qualità della vita.

[1]  ISTAT, Struttura e performance delle cooperative italiane – Anno 2015, Rapporto di ricerca, 2019, https://www.istat.it/it/files//2019/01/Rapporto_cooperative.pdf

Riferimenti bibliografici
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