La sfida che, con la straordinaria iniziativa di Assisi (19-21 novembre 2020), papa Francesco lancia a studiosi, imprenditori e policy-makers è quella di adoperarsi con coraggio per trovare modi – che certamente esistono – per andare oltre, trasformandolo dall’interno, il modello di economia di mercato che si è venuto a consolidare nel corso dell’ultimo quarantennio. Il fine da perseguire è quello di chiedere al mercato non solamente di continuare a produrre ricchezza e di assicurare uno sviluppo sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale, di uno sviluppo cioè che tenda a tenere in armonia tre dimensioni: quella materiale, quella socio-relazionale e quella spirituale.
Il mercato “acivile”, mentre assicura un avanzamento sul fronte della prima dimensione, quella della crescita – e il Papa esplicitamente lo riconosce –, non migliora certo le cose rispetto alle altre due dimensioni. Si pensi all’aumento preoccupante dei costi sociali della crescita. Sull’altare dell’efficienza, eretta a nuovo idolo della seconda modernità, si sono sacrificati valori non negoziabili come la democrazia (sostantiva), la giustizia distributiva, la libertà positiva, la sostenibilità ecologica e altri ancora. Si badi a non confondersi: il mercato “acivile” è certamente compatibile con la giustizia commutativa e con la libertà negativa (la libertà di agire), ma non con la giustizia distributiva né con la libertà positiva (la libertà di conseguire). Del pari, mentre il mercato “acivile” può “andare a braccetto” – come in realtà è accaduto – con assetti politici di tipo dittatoriale, non così il mercato civile.
Papa Francesco non nega affatto che vi siano valori con cui anche il mercato “acivile” deve fare i conti. Si pensi a valori quali onestà, lealtà, fiducia, integrità. Si ammette, bensì, che si tratta di presupposti necessari senza i quali il mercato non potrebbe funzionare al meglio: senza fiducia reciproca, ad esempio, tra gli agenti economici mai potrà essere conseguita l’efficienza. E così via. Ma si tratta appunto di presupposti che già devono essere presenti nella società perché il mercato possa iniziare a operare; in ogni caso, non sarebbe compito del mercato provvedere alla loro rigenerazione: Stato e società civile dovrebbero occuparsene. Non è difficile svelare l’ingenuità di una simile linea argomentativa. I risultati che scaturiscono dal processo economico, infatti, potrebbero finire con l’erodere quello zoccolo di valori su cui il mercato stesso si regge. Ad esempio, se gli esiti di mercato non soddisfano un qualche criterio di giustizia distributiva si può forse ritenere che lo stock di fiducia e di onestà resti immutato nel corso del tempo? Come si può pensare che gli agenti economici possano fidarsi l’uno dell’altro e mantenere gli impegni contrattualmente presi se costoro sanno che il risultato finale del gioco economico è manifestamente iniquo? Allo stesso modo, si può ritenere che rimedi del tipo “Stato compassionevole” o “filantropia privata” possano “compensare” la perdita di autostima e l’offesa alla dignità personale di coloro che vengono espulsi dal processo produttivo perché giudicati poco efficienti?
Il punto che si tende a oscurare è che quello del mercato non è un ordine eticamente neutrale, i cui esiti, se giudicati inaccettabili secondo un qualche standard morale, possono sempre essere corretti post-factum dallo Stato (o da altra agenzia pubblica). Si badi che è proprio questa posizione ad aver legittimato il ben noto modello dicotomico di ordine sociale, in forza del quale lo Stato è identificato con il luogo della solidarietà e il mercato con il luogo del privatismo il cui unico fine è quello della massima efficienza.
Che un tale modello non sia più sostenibile è cosa a tutti nota. L’attuale economia di mercato postula bensì l’eguaglianza ex-ante tra coloro che intendono prendervi parte, ma genera ex-post diseguaglianze di risultati. E quando l’eguaglianza nell’essere diverge troppo dall’eguaglianza nell’avere, è la ragion stessa del mercato a essere messa in dubbio. È precisamente in questo senso che va interpretato il monito di papa Francesco: se si vuole “salvare” l’ordine di mercato occorre che questo torni a essere un’istituzione economica tendenzialmente inclusiva. È la prosperità inclusiva la meta cui guardare. Perché è così importante insistere oggi sull’inclusività? Perché, per paradossale che ciò possa apparire, le aree dell’esclusione sono in preoccupante aumento nelle nostre società.
Il capitalismo è uno, ma le varietà di capitalismo sono tante. E le varietà dipendono dalle matrici culturali prevalenti nelle diverse epoche storiche. Non c’è dunque nulla di irreversibile nel capitalismo. L’economista civile non condanna certo la ricchezza in quanto tale; non parla certo a favore del pauperismo. Tutt’altro. Piuttosto vuole discutere dei modi in cui la ricchezza viene generata e dei criteri sulla cui base essa viene distribuita tra i membri del consorzio umano. E il giudizio sui modi e sui criteri non è certo di natura tecnica. Ad esempio, l’economista civile non riesce ad accettare la versione del darwinismo sociale – che di questi tempi ha ripreso servizio con la diffusione capillare del principio meritocratico, maldestramente confuso con il principio di meritorietà – efficacemente resa dal distico schumpeteriano della “distruzione creatrice”, perché questa versione riduce le relazioni economiche tra persone a relazioni tra cose e queste ultime a merci.
È uno dei grandi meriti della cultura europea aver saputo declinare, in termini sia istituzionali sia economici, il principio di fraternità, facendolo diventare un asse portante dell’ordine sociale. È stata la scuola di pensiero francescana a dare a questo termine il significato che essa ha conservato nel corso del tempo. Ci sono pagine della Regola di Francesco che aiutano bene a comprendere il senso proprio del principio di fraternità, che è quello di costituire, a un tempo, il complemento e il superamento del principio di solidarietà. Infatti, mentre la solidarietà è il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare eguali, il principio di fraternità è quel principio di organizzazione sociale che consente ai già eguali di esser diversi – si badi, non differenti. La fraternità consente a persone che sono eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali di esprimere diversamente il loro piano di vita, o il loro carisma.
Le stagioni che ci siamo lasciati alle spalle, l’Ottocento e soprattutto il Novecento, sono state caratterizzate da grosse battaglie, sia culturali che politiche, in nome della solidarietà e questa è stata cosa buona; si pensi alla storia del movimento sindacale e alla lotta per la conquista dei diritti civili. Il punto è che la buona società non può accontentarsi dell’orizzonte della solidarietà, perché una società che fosse solo solidale, e non anche fraterna, sarebbe una società dalla quale ognuno cercherebbe di allontanarsi. Il fatto è che mentre la società fraterna è anche una società solidale, non è vero il contrario.
Aver dimenticato il fatto che non è sostenibile una società di umani in cui si estingue il senso di fraternità e in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l’altro verso, ad aumentare i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica, ci dà conto del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia ancora addivenuti a una soluzione credibile delle sfide oggi più inquietanti. Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di fraternità; non c’è felicità in quella società in cui esiste solamente il “dare per avere” oppure il “dare per dovere”. Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione statocentrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui la seconda grande trasformazione di tipo polanyiano sta mettendo a dura prova la tenuta del nostro modello di civilizzazione.
A far tempo almeno da Thomas Hobbes (1651), una certa tradizione di pensiero ci ha purtroppo insegnato che l’ordine sociale può essere assicurato solo attraverso un rimando a due poli: quello della forza (lotta, competizione, violenza) e quello della legge (contratto sociale). Ma si consideri il caso noto come quello degli “stranieri perfetti”. Se due stranieri si incontrano, non possono siglare un accordo, perché non hanno una “lingua” in comune per avviare il negoziato. Allora – ci dice quella tradizione di pensiero – devono combattersi. Ma è inevitabile? Uno dei due può decidere di fare un dono all’altro e scoprire così che l’ordine può conseguirne. In non poche situazioni, è l’atto del dono a sbloccare la paralisi e a scongiurare la guerra, come il Cristianesimo ha sempre insegnato.
Che dire degli esiti attesi dall’evento di Assisi? La mia speranza è che si possa predisporre il terreno per avviare alcuni progetti operativi su questioni di prioritaria rilevanza. Ne indico alcune.
Il sistema fiscale: i paradisi fiscali non vanno resi più trasparenti, vanno eliminati. Così come occorre intervenire sulla concentrazione di potere economico nei settori sia finanziario che dell’high tech – un fenomeno questo che rischia di porre a repentaglio lo stesso ordine di mercato. Occorre prendere posizione a proposito della scelta tra transumanesimo e neoumanesimo.
Il lavoro: con la digitalizzazione verrà espulsa una parte importante della forza lavoro attuale, parliamo di milioni di persone che non troveranno modo di ricollocarsi. Sicuramente si arriverà a un nuovo equilibrio sociale, ma nel frattempo chi esce adesso dal processo produttivo non è in grado di reinserirsi da solo. C’è poi il comparto scolastico universitario, che opera ancora secondo la logica ford-tayloristica. Si parla di alternanza scuola-lavoro ma è un non senso, dobbiamo piuttosto parlare di convergenza tra scuola e lavoro. La scuola deve tornare a essere luogo di educazione, non solo di istruzione/formazione.
Va rigenerato (non basta infatti riformare) il sistema di welfare per aggredire lo scandaloso aumento delle diseguaglianze sociali. Occorre andare oltre le pur necessarie politiche redistributive.
Infine la questione ecologica, per salvare Nostra Madre Terra, come la chiamava il Poverello d’Assisi. Le tasse per chi inquina servono a poco, e finirebbero con accreditare l’idea che chi ha i mezzi finanziari può acquisire anche il potere di inquinare. Piuttosto, va affermato il principio che non è lecito inquinare o distruggere l’ambiente.
Le considerazioni che precedono trovano conferma e forza ulteriore da quanto sta accadendo a livello globale da ormai parecchi mesi. Ha scritto Seneca: “Non si esce mai da una crisi così come ci si è entrati. Si può uscire migliori o peggiori”. Dipende dalla nostra volontà e saggezza. La pandemia muterà certamente i modelli culturali, sociali, politici finora prevalenti. Inciderà sugli stili esistenziali, comportamentali e di consumo, nonchè sul rapporto individuo-comunità. La crisi infatti ci ha insegnato l’importanza delle relazioni sociali. Senza relazioni intersoggettive, la pandemia non potrebbe diffondersi. Ma, al tempo stesso, la relazione è il suo rimedio. Bel paradosso!
Cosa è andato storto nel nostro sistema al punto che siamo stati colti impreparati da una catastrofe sebbene gli scienziati ci avessero da anni avvertito della sua alta probabilità di accadimento? Il neoliberismo ha sdoganato una privatizzazione selvaggia che ha gonfiato in modo ipertrofico il nostro ego, tendendo a cannibalizzare i gangli della vita familiare, civile e politica. Di qui il contagio globale di un individualismo fuori controllo. Ora si aprono quattro scenari: i) quello della restaurazione, del “business as usual”; ii) quello della trasformazione delle frontiere in trincee, cioè dei nazionalismi e sovranismi; iii) quello del “digital serfdom” sostenuto con forza dal progetto transumanista; iv) quello del nuovo umanesimo secondo cui occorre passare dalla interdipendenza delle cose alla interdipendenza delle persone.
Il fatto della possibilità è sempre la combinazione di due elementi: le opportunità e la speranza. È sbagliato pensare che perché qualcosa possa realizzarsi sia necessario intervenire solamente sul lato delle opportunità, vale a dire sul lato delle risorse e degli incentivi. Invero, i problemi che abbiamo di fronte non si risolvono invocando un mero aumento di risorse. (Si pensi alla competizione cosiddetta posizionale e ai guasti che essa sta provocando). Quel che è necessario perché la possibilità abbia a realizzarsi è insistere sull’elemento della speranza, la quale non è mai utopia. Essa si alimenta con la creatività dell’intelligenza politica e con la purezza della passione civica. È tale consapevolezza che apre alla speranza, la quale è né il fatalismo di chi si affida alla sorte, né l’atteggiamento misoneista di chi rinuncia a lottare. È la speranza che sprona all’azione e all’intraprendenza, perché colui che è capace di sperare è anche colui che è capace di agire per vincere la paralizzante apatia dell’esistente.