Quadrimestrale di cultura civile

Imprese in transizione: la responsabilità per il bene comune si fa azione

di Giacomo Ciambotti / Research Fellow at ALTIS e E4Impact Foundation, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Introduzione
Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da continui e profondi cambiamenti che hanno coinvolto le società e le nazioni di tutto il mondo. Questa trasformazione epocale include l’evidente crisi economica, la rivoluzione tecnologica così come i cambiamenti sociali e demografici. Esempi di queste trasformazioni epocali possono essere rinvenute nella crisi demografica dei Paesi sviluppati, con l’età della popolazione che aumenta, e i tassi di natalità che invece decrescono1; altri esempi, arrivano invece dai Paesi emergenti, come America Latina o Africa, dove l’economia è in grande crescita, ma guerre, povertà, corruzione e disoccupazione giovanile affliggono lo sviluppo di questi Stati2.
In questa situazione globale, le imprese sono state chiamate sempre più a rispondere a queste sfide non soltanto con prodotti e servizi che rispondano alle nuove esigenze di consumo, ma anche con assetti organizzativi e modelli di business innovativi, che mettano al centro la persona. L’impresa nel suo complesso, e quindi anche nella sua ragione d’essere, cambia per rispondere alle sfide dell’epoca attuale. Infatti, le attese intorno al ruolo delle imprese nelle società si sono spostate dalla mera generazione di valore per gli azionisti (una massimizzazione del profitto) alla creazione di valore condiviso tra tutti gli stakeholders, dando un contributo a un pieno sviluppo della società e degli ecosistemi3. Bob Doherty (full professor, University of York) in un recente articolo descrive queste imprese volte alla creazione di un nuovo paradigma economico come organizzazioni che mettono le persone e il pianeta al primo posto4. Ma cosa vuol dire mettere le persone e l’ambiente al primo posto nel proprio agire economico? Come possiamo meglio declinare questa transizione che le aziende stanno attuando?

La nascita di imprese “ibride” come risposta ai cambiamenti epocali
Come introdotto nel paragrafo precedente, le grandi sfide e cambiamenti epocali hanno spinto le imprese a trasformare il loro modo di concepirsi, di organizzarsi, di crescere e competere. L’origine di questo processo di transizione risiede dunque nella necessità sempre più viva dell’azienda (profit e non profit) di rispondere ai cambiamenti sociali, ambientali, tecnologici con modalità di fare impresa che siano sostenibili, e che quindi tengano conto del ruolo responsabile che l’impresa ha verso i cittadini, l’ambiente e in generale il mondo intero5.
Tuttavia, questa transizione non è stata immediata, ma frutto di un cammino a partire dalla crescente importanza dei temi di sostenibilità. Un primo passaggio, per le aziende profit, ad esempio, è stato quello di integrare logiche di responsabilità sociale d’impresa (CSR) all’interno del proprio operato. Tali pratiche sono state da anni nei programmi di varie nazioni (si veda ad esempio il testo della Commissione delle Comunità Europee del 2001). L’importanza di queste politiche, tuttavia, si è incrementata nel tempo proprio col crescere delle sfide ambientali, tecnologiche, sociali, e ha spinto le imprese verso una logica di creazione di valore condiviso, dove le logiche di CSR non fossero solo a latere dell’attività d’impresa, ma parte attiva della missione e della dinamica gestionale, strategica e competitiva6.
Anche le organizzazioni non profit hanno visto sfuocare i loro confini di un orientamento puramente sociale e ambientale, per dare spazio a iniziative di generazione di ricavi commerciali. La necessità di tale transizione, per le non profit, è partita per lo più dalle crescenti difficoltà finanziarie che possono limitare anche l’operato dal punto di vista dell’impatto sociale. Lo scopo quindi, è quello di acquisire maggiore stabilità finanziaria e, successivamente, incrementare anche l’impatto sociale e ambientale7.
Sia che si parta da organizzazioni con obiettivi principalmente sociali, sia che si tratti di imprese orientate maggiormente al profitto, è emersa in maniera distinta la necessità di nuovi modelli definiti in letteratura come ibridi, che abbattano i confini dei poli opposti (profitto vs non profit, così come la dicotomia pubblico vs privato)8. Le cosiddette organizzazioni ibride combinano, infatti, tra loro missioni, obiettivi e processi spesso divergenti,9 e le fa quindi collocare al centro di un continuum tra il mondo profit e non profit (Figura 1).


Fonte: Elaborazione dell’autore

La forma attualmente più comune di organizzazioni ibride è quella delle imprese sociali10 in quanto caratterizzate da obiettivi e processi di creazione di un impatto sociale per la società in cui operano, combinati con obiettivi di sostenibilità economica11. Tale forma organizzativa nasce a partire dall’evidenza che né i modelli capitalistici del mondo for profit, né i modelli del mondo non profit rispondono adeguatamente ai problemi sociali e ambientali che stiamo vivendo12.
La natura ibrida di questi modelli, trova poi la realizzazione anche legislativa in diverse forme imprenditoriali13, fino a vedere la recente affermazione delle società benefit14 e della certificazione B Corp15. Queste nuove formule imprenditoriali si stanno affermando rapidamente in giro per il mondo, tanto che casi di B Corporation sono presenti in varia scala anche nei Paesi emergenti. Oltre a essi, anche i Paesi pionieri come gli Stati Uniti o l’Inghilterra presentano casi di grande spessore, tra i quali vanno citati Patagonia o Ben & Jerry’s. Pertanto, le organizzazioni ibride si pongono in maniera concreta come quelle aziende che sono attente alle persone e al pianeta, facendo della responsabilità la strada maestra.
Ma quali sono le caratteristiche delle imprese in transizione? Che sfide e opportunità possiamo riscontrare in questa nuova forma ibrida di impresa?
Queste domande aprono un dibattito molto ampio, sul quale circa 200 giovani del villaggio “Businesses in Transition” lavorerà nell’evento Economy of Francesco16. Tale evento che si terrà ad Assisi il 19-21 novembre 2020, è stato voluto fortemente da Sua Santità papa Francesco che ha chiamato giovani imprenditori, accademici e changemakers a confrontarsi sul tema di una nuova economia – sostenibile e inclusiva – e quindi firmare un patto di lavoro che rappresenti un impegno concreto di ciascun giovane alla costruzione di questa nuova economia. Il villaggio Businesses in Transition, all’interno di questo evento, ha quindi lo scopo di scandagliare le sfide e le opportunità insite nel mondo delle imprese in transizione per definire poi degli spunti di lavoro futuro. Si innescherà un processo, laddove Assisi rappresenta solo un punto iniziale, una miccia verso un impegno chiaro e definito. A tale scopo, occorre ricordare le parole dell’enciclica Caritas in Veritate, che qualche anno fa sottolineava già la centralità di queste imprese in transizione come modelli ibridi che superino le dicotomie (spesso antagoniste) profit - non profit, pubblico e privato, Paesi emergenti e sviluppati, “al fine di realizzare un’economia che nel prossimo futuro sappia porsi al servizio del bene comune nazionale e mondiale”.17 Tale centralità dell’impresa – al servizio del mondo – è frutto di una concezione ampia, che tiene in conto di diversi sviluppi in atto. Nel paragrafo che segue, pertanto, vengono presentati alcuni di questi sviluppi, che saranno parte dei temi di lavoro nel villaggio Businesses in Transition.

Imprese in transizione: al cuore della responsabilità e della sussidiarietà
Nella preparazione ai lavori per l’evento di Assisi, e a partire da quella che è la chiamata di papa Francesco ai giovani18, è sorta la necessità di comprendere a fondo il tema di questa transizione, coscienti dell’ampiezza del tema e delle questioni ancora aperte.
Il cuore del tema, come è stato accennato nei paragrafi precedenti, riguarda il ruolo e la ragion d’essere dell’impresa, che è appunto in transizione. Pertanto, un primo tema focale riguarda proprio il come sia mutata questa missione e quale sia oggi il ruolo profondo dell’impresa, di un’impresa attenta alle persone e al pianeta.
L’enciclica Caritas in Veritate iniziava così il paragrafo 40: “Le attuali dinamiche economiche internazionali, caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni, richiedono profondi cambiamenti anche nel modo di intendere l’impresa. Vecchie modalità della vita imprenditoriale vengono meno, ma altre promettenti si profilano all’orizzonte”19.

Mission aziendale e raison d’être
Dunque, il primo punto riguarda la mission dell’impresa, la sua ragion d’essere. Fin qui è stato sinteticamente tratto un primo dato, ovvero quello della responsabilità. La missione d’impresa riguarda, infatti, la responsabilità che essa ricopre verso il mondo per la natura delle sfide che le società e l’ambiente fanno scaturire – sempre più stringenti e crescenti. La povertà nel mondo, la disoccupazione, crisi finanziarie, ineguaglianze, sono tutte dinamiche a cui l’impresa è chiamata a guardare, e rispondere20.

 
Business models sostenibili, tecnologie e attenzione/cura alla persona
Da questa missione nuova e ancora da scoprire e costruire (magari proprio a partire dagli spunti dei lavori di Assisi), emergono tre tematiche che scendono in profondità nei meccanismi aziendali.
Questi tre aspetti riguardano, pertanto, i modelli di business, l’integrazione delle tecnologie, e la centralità delle persone nell’operato aziendale. Il primo aspetto riguarda il come l’azienda si costituisce, fino nelle sue componenti e nei meccanismi produttivi. I modelli di business devono essere sostenibili nei tre aspetti (economico, sociale e ambientale) e pertanto richiedono una trasformazione dei processi produttivi, di approvvigionamento delle risorse così come l’attenzione a nuovi trend di consumo21. Allo stesso tempo il progresso tecnologico avanza sia nei Paesi sviluppati, che in quelli emergenti, e ciò richiede un’attenzione poi alle risorse umane, laddove la tecnologia può limitare l’operato creativo dell’uomo, così come ridurre posti di lavoro in funzione di una maggiore efficienza aziendale. L’attenzione all’uomo però non riguarda solo il suo rapporto con le tecnologie, ma anche i meccanismi di crescita e valorizzazione dell’individuo in modo che possa generare valore per l’intera società nella quale vive. Quest’ultimo aspetto introduce al quinto tema, che assieme al primo costituiscono le fondamenta di questo villaggio di Assisi: il tema del ruolo dell’impresa come sussidiaria al welfare e quindi la relazione attiva che essa costituisce con l’ecosistema, i governi e le istituzioni.
Il ruolo dell’impresa come sussidiaria al welfare
Infatti, se il ruolo dell’impresa è quello di rispondere sempre più alle esigenze delle persone e del pianeta, ciò passa anche da un ruolo attivo alla costruzione del welfare statale, affiancando lo Stato e le istituzioni in tale ruolo22. Infatti, sempre più le innovazioni sociali portate dalle organizzazioni ibride sono considerate come forti esempi di sussidiarietà al welfare state. Esse rappresentano, quindi, le fondamenta di una logica di welfare society23. È possibile riscontrare esempi di questo proprio a partire dalle organizzazioni ibride quali B Corporation o imprese sociali. Ad esempio, Greyston Bakery24 (azienda americana produttrice di biscotti) che è divenuta famosa per una politica di assunzioni totalmente aperta, dando posti di lavoro a persone marginalizzate e senzatetto di Yonkers, nell’area metropolitana di New York. In particolare, Greyston Bakery, attraverso il suo programma Open Hiring25, assume uomini e donne con limitata esperienza lavorativa, siano essi senzatetto, ex detenuti, analfabeti o persone che hanno subito abusi o violenza domestica. Questo aspetto sociale è diventato un pilastro di questa azienda in oggetto, che fa dell’assunzione di persone marginalizzate una leva strategica nonché la ragione che più di tutte muove l’operato del management.
Di esempi come questo ce ne sono davvero molti: infatti molteplici imprese stanno sempre più adottando pratiche di welfare aziendale come questa, fino a farsi sussidiarie al welfare state nelle politiche di formazione dei dipendenti, di creazione di network o spazi di innovazione, nello sviluppare programmi di social housing o assistenza a senzatetto, comunità locali povere o svantaggiate, così come programmi di educazione imprenditoriale fatti a giovani immigrati26.
Altri casi dove emerge chiaro il ruolo sussidiario al welfare state da parte dell’impresa, sono riscontrabili in imprese sociale27. In Italia, ad esempio, l’impresa sociale Progetto Quid28 rappresenta un raro esempio di come l’inclusione può diventare una leva strategica, e il far del bene – il bene comune – la ragione d’essere dell’azienda. In particolare, Progetto Quid è un’impresa veneta che produce capi di moda di ottima qualità attraverso l’integrazione e la valorizzazione di persone marginalizzate (siano esse donne vulnerabili, maltrattate, piuttosto che disabili o stranieri con difficoltà di integrazione). Dare valore e una nuova dignità a queste persone – i lavoratori – è parte di un processo vivo, che ricerca appunto il bene comune, con meccanismi imprenditoriali di generazione di utili e di sostenibilità economica. Un altro caso degno di nota arriva dall’Olanda, dove il giovane imprenditore Thami Schweichler ha fondato nel 2016 Makers Unite29, impresa sociale che ha lo scopo di dare un lavoro ai migranti e rifugiati in Europa. In particolare, attraverso formazione, co-design e il recupero di giubbotti di salvataggio dall’isola di Lesbo30, l’impresa sociale crea porta I-pad, borse, portafogli; i giubbotti di salvataggio hanno così una seconda vita, dalle spiagge di Lesbo dove vengono lasciati a tonnellate. Oltre quindi all’impatto ambientale che tale iniziativa ha, occorre sottolineare la grande valenza di sussidiarietà alle politiche di integrazione di rifugiati, facendo dell’empowerment la via di accesso al mondo del lavoro.
Nei Paesi in via di sviluppo, laddove il contesto è caratterizzato da forti vuoti istituzionali, la necessità di sussidiarietà al welfare si fa ancora più stringente. Ecco allora che l’impresa sociale (ibrida) si fa sussidiaria in varie forme e dinamiche, ad esempio promuovendo energia nelle zone rurali africane dove lo Stato non arriva a strutturare una rete energetica31, o tramite acqua potabile (come nel caso di Jibu Water32 operante in Africa). Altre aziende invece promuovono l’inclusione di giovani marginalizzati, o persone svantaggiate e malate. Ad esempio, Wawoto Kacel33 in Uganda è un’impresa sociale che promuove l’inclusione nel mondo lavorativo di donne malate di AIDS così come di uomini disabili producendo con loro prodotti di moda di alta qualità, che vendono ormai in tutto il mondo nei mercati fair-trade. Questi semplici e brevi esempi non sono esaustivi a rappresentare il fenomeno mondiale che è in atto, ma possono ben fotografare con semplicità come l’impresa possa diventare uno strumento di sussidiarietà al welfare pubblico, e quindi render conto di quella responsabilità verso il bene comune come parte integrante del modo di fare impresa. L’impresa vive anche per questo.

 

Conclusioni
In questo breve articolo si è voluta richiamare l’attenzione sulle imprese in transizione, come fenomeno di risposta attiva alle sfide contemporanee a livello globale. Le imprese, appunto in transizione, per fronteggiare le crescenti sfide e problematiche, sviluppano modelli ibridi, che abbattano le frontiere dei mondi profit e non profit, pubblico e privato. A capo di questa transizione risiede il ruolo sempre più chiaro di impresa come sussidiaria al welfare statale, in quanto responsabile della costruzione di una nuova economia, per la società34. La costruzione di un bene comune che è l’ideale insito nella natura ibrida di queste nuove forme organizzative35.
Come citava dunque il Santo Padre nella lettera di invito ai giovani all’evento di Assisi, si può creare un’ecologia integrale a partire dall’impegno e dalla responsabilità di ciascuno di noi. Alcune imprese già ne sono l’esempio, ora la strada è aperta, e il dibattito ad Assisi sarà ricco di volti ed esperienze che cercheranno di cambiare l’economia. Una pretesa che può essere azione.

1  BEPA, 2010.

2  Yunus et al. (2010); OECD/EU (2017).

3 Per un approfondimento del concetto di valore condiviso si rimanda al contributo di Porter & Kramer (2011).

4  Doherty et al. (2020).

5  Per ulteriori delucidazioni si vedano: Pasi (2014), Maino & Ferrara (2017).

6  Per evidenziare il crescente focus sul valore condiviso, si può prendere a esempio il testo redatto dalla Commissione delle Comunità Europee, che nel 2011 affermava: “Per soddisfare pienamente la loro responsabilità sociale, le imprese devono avere in atto un processo per integrare le questioni sociali, ambientali, etiche, i diritti umani e le sollecitazioni dei consumatori nelle loro operazioni commerciali e nella loro strategia di base, in stretta collaborazione con i rispettivi interlocutori”. Sempre dal documento, emergono due obiettivi rilevanti in tema di responsabilità d’impresa: “(1) fare tutto il possibile per creare un valore condiviso tra i loro proprietari/azionisti e gli altri loro soggetti interessati e la società in generale; (2) identificare, prevenire e mitigare i loro possibili effetti avversi”

7  Haigh and Hoffman (2012).

8  Doherty et al. (2014).

9  Battilana & Lee (2014); Santos et al. (2015).

10  Per maggiori approfondimenti sulle imprese sociali, si veda l’articolo: Ciambotti & Pedrini (2019).

11  Santos et al. (2015); Battilana et al. (2012).

12  Haigh & Hoffman (2012), p. 126: “Neither traditional for profit or non profit models adequately address the social and environmental problems we currently face”.

13  Nel Regno Unito già nel 2004 è stata introdotta la forma societaria della Community Interests Company (CIC), appositamente sviluppata per normare le organizzazioni orientate alla generazione di un impatto sociale sulla comunità mediante il reinvestimento dei propri profitti in essa. Analoga forma è stata riconosciuta in Belgio, con le Social Purpose Company e negli Stati Uniti d’America, con le Low Profit Limited Liability Company (L3C).

14  In Italia regolate dal DDL 1882/2015.

15  Per approfondire il tema delle B Corporation, si veda Venturi & Puccio (2016).

16  https://francescoeconomy.org/

17  Caritas in Veritate, § 41, evidenzia un significato ampio di imprenditorialità: “è opportuno tenere conto di questo significato esteso di imprenditorialità. Questa concezione più ampia favorisce lo scambio e la formazione reciproca tra le diverse tipologie di imprenditorialità, con travaso di competenze dal mondo non profit a quello profit e viceversa, da quello pubblico a quello proprio della società civile, da quello delle economie avanzate a quello dei Paesi in via di sviluppo”.

18  http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2019/05/11/0399/00815.html

19  Caritas in Veritate, § 40.

20  Moulert et al. (2013); Maino & Ferrara (2017);

21  Ciambotti & Pedrini (2019).

22  Maino & Ferrara (2017).

23  Pasi (2014).

24  https://www.greyston.org/

25  https://www.greyston.org/open-hiring

26  Si veda ad esempio l’attività a riguardo promossa da Ben & Jerry’s intitolata ICE academy: https://www.benjerry.co.uk/values/ice-academy.

27  OECD/EU (2017).

28  https://www.quidorg.it/

29  https://www.makersunite.eu/

30  Per approfondimenti su Makers Unite: https://mamoq.com/blogs/the-journal/10-questions-with-thami-from-makers-unite-community-through-design

31  Si veda ad esempio il caso interessante di M-Kopa, azienda che opera in East Africa (http://www.m-kopa.com/) che ha proprio come missione aziendale quella di migliorare la vita delle persone nelle zone rurali. Il motto lo sintetizza bene in: Upgrading life.

32  Jibu water ha lo scopo di dare accesso a tutti ad un bene comune quale l’acqua potabile. https://jibuco.com/

33  Wawoto Kacel vuol dire “camminiamo insieme” nel dialetto locale ugandese. Questo è proprio lo scopo della cooperativa, di costruire insieme un bene comune a partire dalla produzione di questi prodotti, e dal cammino che con i lavoratori nasce. Per maggiori dettagli: http://www.good-samaritan.it/cooperativa-wawoto-kacel

34  Pasi (2014).

35  Battilana and Lee (2014).

Riferimenti bibliografici
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