“L’economia non esiste separata da un contesto” – scriveva il celebre economista J.K. Galbraith (1908-2006). “Le teorie economiche sono sempre e profondamente un prodotto dei tempi e dei luoghi; e non si può analizzarle prescindendo dal mondo che interpretano. E dal momento che quel mondo cambia anche le teorie economiche devono cambiare”.1
Quello che stiamo vivendo è un momento storico in cui l’evidenza che “il mondo cambia” è sotto gli occhi di tutti. Inevitabilmente, anche la scienza economica, come tante altre discipline, sta conoscendo notevoli sviluppi e trasformazioni. Tra le tante, le due forse più immediatamente riscontrabili sono:
a) la crescente necessità di analisi e previsione di scenari futuri (soprattutto in ambito macroeconomico),
b) il rapido espandersi dei campi di applicazione della ricerca sia teorica che empirica.
I progressi nei modelli economici, nelle tecniche statistiche e la disponibilità di grandi masse di dati (serie storiche e Big Data), consentono a studiosi di ogni ambito di trovare risposte a domande che prima era assai complicato analizzare. Non solo, i profondi mutamenti del quadro socio-economico degli ultimi decenni hanno fatto emergere fenomeni nuovi per struttura e/o dimensioni con cui l’uomo si è dovuto interfacciare (Intelligenza Artificiale, cambiamenti climatici, migrazioni, automazione del lavoro ecc.). Tutto ciò è stato ed è motivo di progresso, nel campo sia materiale che della ricerca scientifica. Come scrive Lucas, uno dei più influenti economisti degli ultimi trent’anni, “i cambiamenti delle domande a cui vogliamo che i modelli rispondano, o dei fenomeni che desideriamo comprendere o spiegare, sono una sorgente essenziale per lo sviluppo della teoria economica”.2 Di conseguenza, il livello di specializzazione tecnica e di profondità di analisi scientifica non sono mai stati così elevati, tanto che è ormai possibile calcolare e misurare quasi tutto. Ciò permette, da una parte, un maggiore soddisfacimento del bisogno di conoscenza e di progresso materiale dell’uomo, ma, dall’altra, amplifica una frammentazione del sapere che, ritornando a Galbraith, può portare a separare il particolare di studio con il contesto in cui è inserito.
Papa Francesco, in un passaggio della Laudato si’3, affronta proprio quest’ultimo aspetto: “La specializzazione propria della tecnologia implica una notevole difficoltà ad avere uno sguardo d’insieme. La frammentazione del sapere assolve la propria funzione nel momento di ottenere applicazioni concrete, ma spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante. […] Una scienza che pretenda di offrire soluzioni alle grandi questioni, dovrebbe necessariamente tener conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere”4. Alla luce della nostra esperienza di studio e di ricerca, avvertiamo che il richiamo del Papa non intende porsi in contrapposizione all’attuale contesto scientifico, né negarne gli aspetti positivi. Tutt’altro: Francesco, con la sua critica, sembra invece richiamare l’attenzione su un fattore necessario affinché il progresso che stiamo conoscendo possa essere ancora “più progresso”, o meglio “vero progresso”. Studiando la storia economica, il pensiero e le teorie di alcuni grandi economisti, abbiamo individuato esempi in cui il binomio “specializzazione e sguardo di insieme”, al centro della riflessione del Papa, non solo è stato possibile, ma è ciò che ha permesso di raggiungere un progresso più integrale e inclusivo.
Alle origini del pensiero economico moderno: lo sguardo sulla realtà dell’uomo medievale
Fra il XIII e il XV secolo, la società europea ha conosciuto una rapida crescita economica e demografica seguita poi dalla crisi, culminata con la peste nera (1348), che segnò la fine del periodo medievale. Pensatori laici e religiosi, sebbene lontani dal possedere un coerente sistema di pensiero economico tipico dell’età moderna, dovettero confrontarsi con nuove pratiche economiche e profonde trasformazioni sociali legate all’emergente economia di mercato che sostituiva il vecchio mondo feudale. Se è ben noto il divieto da parte della Chiesa della riscossione del tasso di interesse sui prestiti in denaro, cioè il prezzo dell’uso del bene ceduto o usura, assai meno noto è il lento percorso della filosofia scolastica che, a partire da san Tommaso d’Aquino nel Duecento, fino a san Bernardino da Siena e sant’Antonino da Firenze nel Quattrocento, vide stabilire delle eccezioni alla condanna di tale pratica per arrivare a legittimarla come compensazione del potenziale guadagno alternativo del prestatore. La riflessione sulla legittimità di queste eccezioni contribuirà, attraverso la teologia morale dei gesuiti del Seicento e dei moralisti inglesi del secolo successivo, alla definitiva accettazione del giusto tasso di interesse in Adam Smith. Di fatto, riprendendo Schumpeter, si può sostenere che “gli Scolastici, pur non condividendo in pieno la teoria circa la liceità dell’interesse, tuttavia, contribuirono con le loro distinzioni e definizioni alla nascita di una coerente teoria dell’interesse”5. Non solo, tali riflessioni, sorte dall’attenta osservazione della realtà economica e sociale in atto, portarono nel XV secolo alla nascita dei Monti di Pietà nell’Italia centro-settentrionale, allo scopo di favorire l’accesso al (micro)credito a prezzi favorevoli da parte di quelle categorie di poveri che altrimenti ne sarebbero state escluse o si sarebbero rivolte agli usurai, ebrei e non6. Si tratta, in questo caso, di uno dei tanti provvedimenti messi in campo dalla società medievale fra Duecento e Quattrocento per rispondere ai bisogni sociali e alle crescenti diseguaglianze economiche dovute prima alla crescita e poi alla crisi, malgrado o all’interno delle nuove forme di lavoro contrattato. Ospedali, orfanotrofi, conservatori, confraternite, banchi di pietà, sorti sia dal basso che dall’iniziativa di vescovi, ordini religiosi, monarchi e comuni, tentarono di rispondere nei fatti a quanto già sottolineato da trattatisti duecenteschi come il giudice Albertano da Brescia sulla necessità di una redistribuzione della ricchezza, soprattutto di quella illecita perché guadagnata tramite l’usura, a favore dei meno abbienti.7 Un trasferimento tanto vasto in elemosine e servizi che innervò profondamente l’economia e la società del tempo, tanto da indurre recentemente a riconoscervi le radici, in un certo senso, del welfare di molte società contemporanee: tali opere, infatti, erano vere e proprie imprese della carità, dotate di vasti patrimoni e beneficiarie di importanti donazioni proprio perché, supportando gli strati più deboli della comunità, la sostenevano nel suo insieme.8
Il pensiero economico contemporaneo: emancipazione della mente e valore della tradizione
Pur in contesti e periodi molto diversi, quello “sguardo di insieme” e quell’attenta osservazione della realtà socio-economica nel suo complesso che favorì nel Medioevo risposte creative ai bisogni del tempo, sono rintracciabili anche in alcuni dei più influenti pensatori economici della storia più recente.
John Maynard Keynes (1883-1946), per esempio, sosteneva che il buon economista “deve essere in una certa misura matematico, storico, statista, filosofo […] deve impegnarsi a pensare il particolare in termini del generale, e tenere assieme l’astratto e il concreto in un unico percorso di pensiero”9. E ancora: “Uno studio della storia del pensiero è premessa necessaria all’emancipazione della mente. Non so cosa renderebbe più conservatore un uomo, se il non conoscere null’altro che il presente, oppure null’altro che il passato”10. Keynes visse un momento di cambiamento decisivo della vita economica e sociale del secolo scorso: la Grande Crisi degli anni Trenta. Egli più di tutti constatò come l’allora dominante teoria classica non fosse in grado da sola di dare una spiegazione esaustiva a fenomeni come un periodo prolungato di recessione, la disoccupazione “involontaria”, l’accumularsi di molte merci invendute (fenomeno in contrasto con legge di Say, per cui l’offerta crea sempre la sua domanda) e il paradosso della povertà nell’abbondanza. Per spiegare questi nuovi eventi, Keynes riconobbe la necessità di attingere a strumenti di analisi non esclusivamente economici. Ad esempio, introdusse nella sua teoria concetti legati alla psicologia soggettiva, come la propensione marginale al consumo e la formazione delle aspettative. Vide nella recessione una prova del fatto che lasciare il mercato libero di autoregolarsi e difenderlo da qualsiasi interferenza esterna non poteva essere una ricetta adeguata alla crescita, come invece sostenevano esponenti del lassez-faire e della teoria classica. Il mercato, per funzionare bene, ha bisogno di “interferenze” esterne. Keynes riconobbe, per esempio, l’importanza di avere un sistema basato sulla collaborazione tra individuo e Stato, sostenendo che “la cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto”11. Oltre alle grandi novità teoriche da lui introdotte, ciò che impressiona leggendo i suoi testi è la profonda conoscenza della storia, della filosofia e delle teorie economiche sviluppatesi in passato.
È evidente nel grande economista britannico la consapevolezza che, per poter comprendere nella sua totalità (e dunque criticare) una teoria, occorre conoscere il contesto storico-economico-sociale in cui essa è sorta. Quello di Keynes è solo un esempio, ma questa ampiezza di respiro e profondità di pensiero sono caratteristiche riscontrabili in altri grandi economisti. In Schumpeter, per esempio, o in Friedman, il quale seppe individuare a sua volta i limiti di Keynes e sviluppare una nuova teoria, il monetarismo, che aiutasse a comprendere i nuovi fenomeni economici con cui la sua generazione dovette confrontarsi. Anche i teorici dei cicli economici dagli anni Ottanta in poi, pur introducendo radicali novità metodologiche, si trovarono a costruire su fondamenta già esistenti. Da questi esempi emerge come il progresso nel pensiero economico sia principalmente un processo “addizionabile”. Si costruisce sempre nel solco di una tradizione. Pur nella loro diversità, infatti, quello che accomuna questi studiosi è la capacità di cogliere le novità del presente, riconoscere quali di queste novità i modelli sviluppati in precedenza non sono in grado di spiegare e trovare dunque nuove forme e tecniche per comprenderle. Conoscenza tecnica e senso del contesto hanno offerto a questi uomini una profondità di prospettiva, un’apertura di sguardo e una capacità di giudizio critico indispensabili per progredire.
Conclusioni
Studiare i fatti storici e i pensatori economici sopra citati ci ha aiutato a comprendere meglio il valore delle parole del Papa. Il suo richiamo vuole essere un aiuto a recuperare una dimensione che non è esterna alla scienza e all’analisi economica, ma anzi propria della sua natura. La volontà di comprendere e misurare ogni particolare di ciò che si osserva nel presente e che potrebbe verificarsi in futuro è la prospettiva dominante di oggi. Ed è giusto che sia così, l’economia è nata anche per questo. Ma la storia di questa stessa disciplina ci insegna che, per non perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose e il legame con il contesto in cui viviamo, questa dimensione “orizzontale” del sapere deve essere sostenuta e completata da una dimensione “verticale”, di cui la conoscenza della storia e del pensiero economico di chi ci ha preceduto sono un fattore essenziale.
Come lo è stato nel passato, questa possibilità c’è anche ai nostri giorni. Alcuni esempi ci saranno offerti proprio ad Assisi durante The Economy of Francesco.
1 J.K. Galbraith, Storia dell’Economia, BUR, Milano 1990, pp. 9-10.
2 R.E. Lucas, Methods and Problems in Business Cycle Theory, in Journal of Money, Credit and Banking, 12, 1980, p. 697.
3 Papa Francesco, Laudato si’, Lettera enciclica sulla cura della casa comune, Roma, 24 maggio 2015; http://w2.vatican.va/content/francesco/it/ encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html
4 Ibidem, par. 110.
5 F. Felice, Introduzione. L’economia civile nella tradizione medievale cattolica, in San Bernardino da Siena, Antologia delle prediche volgari. Economia civile e cura pastorale nei sermoni di S. Bernardino da Siena, a cura di F. Felice - M. Fochesato, Cantagalli, Siena 2010, pp. 23-50, 41. Si veda il saggio nel suo insieme per la riflessione su questo tema e la bibliografia.
6 O. Bazzichi, Postfazione. Il modello socio-economico nel pensiero e nella predicazione di San Bernardino da Siena, in San Bernardino da Siena, Antologia delle prediche volgari. Economia civile e cura pastorale nei sermoni di S. Bernardino da Siena, a cura di F. Felice - M. Fochesato, Cantagalli, Siena 2010, pp. 214-215, 225-226.
7 M. Gazzini, Albertano da Brescia e il benessere spirituale e civile nei comuni italiani: i sermoni ai confratelli causidici e notai (metà XIII secolo), in Archivio Storico Italiano, 658 (2018), 4, pp. 615-644, 637-639.
8 Si veda il recente intervento di G. Piccinni, Introduzione, in Alle origini del welfare (XIII-XVI secolo). Radici medievali e moderne della cultura europea dell’assistenza e delle forme di protezione sociale e di credito solidale, Convegno Internazionale, Siena 29 gennaio - 1 febbraio 2020.
9 A. Marshall, in J.M. Keynes, Essays in Biography, Macmillan and Co., Londra 1933, vol. X, p. 173.
10 J.M. Keynes, Fine del laissez-faire, Hogarth Press, Londra 1926.
11 Ibidem.