1. Premessa
La transizione dall’era industriale alla knowledge-based economy vede l’affermarsi del capitale cognitivo quale nuovo fattore di vantaggio competitivo. Questo induce a leggere la crescita delle imprese non più soltanto attraverso il mero ampliamento della base occupazionale, ma soprattutto mediante l’acquisizione di competenze elevate (sia dall’esterno, con nuove assunzioni, sia attraverso percorsi formativi interni) in grado di sostenere l’affermazione di nuovi modelli organizzativi, fondati sulla mobilità inter-settoriale e inter-nazionale del lavoro e delle produzioni. Tali modelli possono in parte fornire una chiave interpretativa delle dinamiche che attualmente stanno attraversando il mercato del lavoro in Italia, ormai da interpretare avendo come riferimento una logica “di strategia aziendale” e non semplicemente disaggregando le diverse componenti del nostro apparato produttivo sulla base del numero dei dipendenti o della specializzazione produttiva.
Seguendo tale approccio, nel corso della presente trattazione l’attenzione verrà quindi posta, in primo luogo, sui flussi lavorativi in entrata nel sistema produttivo italiano, al fine di individuare alcune determinanti dei processi di job creation riconducibili al profilo organizzativo e strategico delle imprese che “creano lavoro” e, all’opposto, le principali caratteristiche delle imprese “statiche”, che si limitano a mantenere i posti di lavoro o, addirittura, a distruggerli. Successivamente, si tenterà di tracciare il profilo delle assunzioni pianificate dalle imprese in base al livello di istruzione e al contenuto di conoscenza, individuandone il possibile apporto all’interno dell’organizzazione aziendale in termini di capacità di proiezione sui mercati esteri e orientamento all’innovazione produttiva.
Il criterio seguito - che parte dall’analisi delle professioni richieste dal settore privato sulla base dei dati messi a disposizione dal Sistema Informativo Excelsior - consente quindi di monitorare l’evoluzione della struttura produttiva italiana (essenzialmente in termini di relazioni con i mercati più lontani e promettenti e di capacità innovativa) tramite i fabbisogni occupazionali e formativi, per fornire indicazioni utili non solo a chi programma la formazione e a chi si occupa di orientamento ma soprattutto ai soggetti che, a vario titolo, hanno responsabilità in campo di politica industriale, di cui si evidenzia la necessità di un più stretto raccordo con le politiche attive del lavoro.
2. Il profilo delle imprese “che creano lavoro”: caratteristiche strutturali e strategie aziendali
Sulla base dei dati messi a disposizione dal Sistema Informativo Excelsior, nel 2014 la propensione delle imprese ad assumere – espressa dalla quota sul totale di quante prevedono di reclutare nuovo personale dall’esterno nel corso dell’anno – è pari al 13,9%, in rialzo di 7 decimi di punto rispetto al 2013 (Fig. 1). Il miglioramento, pur estremamente modesto, rappresenta una conferma di quei primi segnali di lieve ripresa della domanda di lavoro visti anche attraverso alcune fonti amministrative, pur restando ancora molto ampio il distacco rispetto al 2008, quando, nei primi mesi dell’anno (periodo di svolgimento dell’indagine Excelsior), la stessa quota era del 28,5%. Nel biennio successivo al 2008, questa quota si è abbassata di una decina di punti circa, per poi risalire al 22,5% nel 2011, anche a seguito di aspettative positive legate all’incremento del Pil nell’anno precedente, poi rivelatesi poco fondate: successivamente, infatti, la quota delle imprese aventi in programma assunzioni ha subito una nuova e pesante flessione, fino a toccare, nel 2013, il minimo storico del 13,2%. Inoltre, il “profilo” di questo andamento è stato esattamente lo stesso per entrambi i due macro-settori, industria e servizi, le cui quote di imprese che hanno programmato di assumere si distanziano tra loro di poco anche nel 2014 (rispettivamente 14,2 e 13,8%).
Il lieve incremento registrato della diffusione delle imprese che prevedono di assumere (passate dalle quasi 196.600 del 2013 alle 217.500 del 2014) non toglie il fatto che quest’ultime restino ancora piuttosto prudenti: al rialzo della loro quota si accompagna infatti un abbassamento, anche se modesto, del numero medio di assunzioni, che scende (tra il 2013 e il 2014) da 2,9 a 2,8 per impresa. L’aumento di circa 50 mila assunzioni che si osserva rispetto allo scorso anno è quindi la risultante del positivo contributo fornito dalla maggiore numerosità delle imprese con programmi di assunzione (circa 60 mila entrate in più), in parte però attenuato dal negativo apporto prodotto dalla riduzione del numero medio di assunzioni per impresa (circa 10 mila assunzioni in meno).
L’elemento di maggiore positività è costituito dal fatto che l’aumento, sia pure con diversa intensità, della quota di imprese che hanno programmato assunzioni nel 2014 si manifesta da ogni angolazione: nell’industria come nei servizi (+0,8 e +0,7 punti), nelle piccole come nelle grandi imprese (+0,4 punti nelle imprese fino a 9 dipendenti, da +3 a +4 punti nelle restanti), nelle regioni centro-settentrionali come in quelle del Mezzogiorno (da +3 decimi a +1,1 punti in più). Particolarmente significativo è l’incremento della quota di imprese che hanno programmato assunzioni tra quelle che esportano e tra quelle che hanno introdotto nell’ultimo anno innovazioni nei prodotti o nei servizi offerti (tra i 3 e i 4 punti percentuali in più), a fronte di una sostanziale stabilità rilevata nel caso di quelle che non esportano o che non hanno innovato. Una circostanza che spinge, come si vedrà in seguito, ad approfondire le caratteristiche dei fabbisogni occupazionali di tali profili imprenditoriali. Secondo il motivo dichiarato delle assunzioni che prevedono di effettuare nel corso dell’anno, le imprese che “creano lavoro” possono essere raggruppate distinguendo tre fondamentali ordini di ragioni.
(a) La sostituzione, più o meno completa, di lavoratori in uscita (definitiva o temporanea). In questo caso possono rientrare anche fenomeni di internalizzazione di lavoro esterno o temporaneo, quest’ultimo assimilabile alla sostituzione di un lavoratore in uscita per scadenza di contratto.
(b) L’integrazione temporanea (e di solito ricorrente) degli organici aziendali, ad esempio per attività stagionali;
(c) L’esistenza di uno scenario di sviluppo, che potrà riguardare sia un atteso miglioramento dell’attività produttiva, sia autonomi programmi decisi dall’impresa (quali l’espansione della rete commerciale o delle sedi produttive, l’apertura o il rafforzamento su mercati esteri, lo sviluppo di nuovi prodotti o servizi).
Le prime due ragioni fanno riferimento in qualche modo alla gestione “corrente” delle risorse umane: per entrambe, la finalizzazione delle assunzioni può essere schematicamente definita di tipo “conservativo” (o tutt’al più migliorativo dell’esistente), e riguarda l’ampia maggioranza delle motivazioni segnalate (59,4%); la terza, invece, concentra il 37% circa delle indicazioni raccolte e attiene ad assunzioni di tipo “espansivo”, finalizzate a una delle azioni di sviluppo sopra esemplificate (Fig. 2).
È importante sottolineare come nel 2014, rispetto al 2013, si sia verificato un aumento della quota di imprese che hanno in programma assunzioni in chiave espansiva (dal 35,4 al 36,9%), alle quali si contrappone l’abbassamento (dal 60,5 al 59,4%) della quota di imprese con assunzioni di tipo conservativo. Comunque, in entrambi i casi si tratta di variazioni di modesta entità (rispettivamente di +1,5 e -1,1 punti) ma apprezzabili per l’inversione di tendenza rispetto a quanto avvenuto fra il 2012 e il 2013.
A livello settoriale, tale inversione di tendenza risulta più accentuata nell’industria rispetto ai servizi (+2,3 contro +1,6 punti la crescita delle motivazioni di tipo espansivo), grazie soprattutto al manifatturiero (+4,7 punti), mentre nelle costruzioni si ha un arretramento di 1,4 punti. Andamenti di segno opposto, sempre con riferimento alle motivazioni in chiave espansiva, si hanno anche nei servizi: 1,3 punti in meno nel commercio e nelle attività turistiche, 5,1 punti in più negli altri servizi. Ovviamente, hanno segno opposto le quote riferite alle motivazioni definite di tipo conservativo.
3. Le imprese “statiche”: motivi e ostacoli all’assunzione
Oltre al 13,9% di imprese che hanno in programma di effettuare assunzioni nel corso del 2014, un’altra quota, pari al 2,9%, dichiara di essere sempre interessata ad assumere – perché ne avrebbe la necessità – ma ha difficoltà a darvi corso (la stessa quota era stata del 3,8% nel 2013). Seppure apparentemente modesta, quest’ultima quota corrisponde, in valore assoluto relativo all’universo di riferimento, a quasi 45 mila imprese. Tenendo conto che le imprese con assunzioni ne hanno mediamente in programma 2,8, applicando questo stesso parametro a quelle che vorrebbero, ma non sono in condizione di assumere, le entrate di nuovo personale dipendente che potrebbero aver luogo in assenza di ostacoli di vario genere (costo del lavoro elevato, problemi di budget, ecc.) sarebbero – in via puramente teorica – quasi 125 mila, un ammontare tutt’altro che marginale.
Per far fronte all’impossibilità di procedere a nuove assunzioni, tali imprese hanno programmato di ricorrere in via prevalente (oltre due terzi dei casi, quasi il 64% nell’industria, oltre il 69% nei servizi) al lavoro straordinario; quasi il 21% dichiara che farà ricorso a forme contrattuali diverse dall’assunzione alle dipendenze, poco più del 7% cercherà di annullare il fabbisogno di nuove forze di lavoro innalzando la produttività per via tecnologica e/o organizzativa; quasi il 4%, infine, dichiara l’intenzione di esternalizzare le attività che non riesce a svolgere al proprio interno, non potendo incrementare gli organici aziendali.
Al netto delle imprese con programmi di assunzione e di quelle che hanno difficoltà, il restante 83,3% delle imprese dichiara che non procederà comunque ad alcuna assunzione nel corso del 2014 (valore peraltro in linea con quanto rilevato nel 2013 e inferiore di un punto percentuale rispetto al 2012). Se a livello territoriale non risultano differenze significative in tale dato (tutte le macro-ripartizioni si attestano tra l’83% e l’84%, con l’unica eccezione del Nord Est, che supera di poco l’81%), forte è invece lo scarto rilevato sulla base della dimensione aziendale: le imprese “statiche” vanno dall’84,7% delle PMI (ossia quelle con meno di 250 dipendenti) ad appena l’8,4% per quelle di media dimensione e al 4,4% per quelle di più grandi dimensioni (500 dipendenti e oltre).
Tra tutte le imprese “statiche”, la grande maggioranza – quasi tre su quattro, pari al 72% – ritiene i propri organici adeguati e non vede quindi la necessità di effettuare nuove assunzioni (Fig. 3). Tale quota, compresa fra il 63% dell’industria e il 76% dei servizi, rispetto allo scorso anno è in aumento di 5 punti percentuali. Tutte le altre motivazioni hanno quindi un’incidenza decisamente inferiore (e con modeste differenze da un anno all’altro), tranne una: l’incertezza o la debolezza della domanda, segnalata come motivo per non assumere dal 17,6% di questo sotto-insieme di imprese ma in calo di 5,7 punti rispetto allo scorso anno.
Sia pure indirettamente, questo trade-off offre l’importante indicazione che i processi di adeguamento degli organici aziendali alle nuove condizioni di mercato (e, quindi, dei livelli produttivi) si stiano ormai avviando a conclusione; per cui una quota crescente di imprese sembra aver raggiunto migliori situazioni di “equilibrio” occupazionale, talvolta preferendo però rispondere a eventuali esigenze produttive non tanto con l’incremento delle assunzioni alle dipendenze, quanto piuttosto ricorrendo a tipologie di lavoro maggiormente flessibili (quali, ad esempio, lavoratori in somministrazione, collaboratori a progetto o altri con contratto di lavoro indipendente). Va comunque osservato che entrambi gli andamenti osservati hanno segno e intensità non molto diversi nell’industria e nei servizi.
Fra le altre motivazioni indicate dagli operatori che non assumeranno in alcun modo nel corso del 2014, rimane stabile (nell’ordine del 6%) la quota di imprese che, pur escludendo nuove assunzioni al momento dell’indagine, lasciano comunque la porta aperta nel caso di acquisizione di nuove commesse. Infine, si segnala la quota, pari al 3,4%, di aziende che ancora non assumono avendo personale in Cassa Integrazione Guadagni (media fra il 4,4% dell’industria e il 2,9% dei servizi). In questo caso, è importante osservare come questa quota sia in ulteriore aumento: era dell’1,5% nel 2012, nel 2013 è salita al 2,3% e per il 2014 si alza ancora di oltre un punto percentuale. Ciò non è in contraddizione con la riduzione, sia pure ancora molto modesta, del ricorso alla CIG (e del corrispondente ammontare di occupati “equivalenti”, pari ancora a oltre 320 mila unità), ma rende piuttosto evidente che è proprio nel momento in cui si prospetta qualche accenno di ripresa della domanda di lavoro che il peso di questa eccedenza occupazionale rischia di farsi sentire con maggiore evidenza.
4. Dinamica delle entrate per dimensione e localizzazione geografica delle imprese che assumono
Il maggiore dinamismo della domanda di lavoro nel 2014 (testimoniato dall’aumento delle imprese che hanno programmato assunzioni rispetto al 2013) trova, secondo le diverse angolazioni considerate, una conferma piuttosto generalizzata dall’incremento dei flussi di assunzioni complessivamente programmati dalle imprese dell’industria e dei servizi. Tuttavia, non bisogna dimenticare il fatto che i miglioramenti delle entrate restano ancora ampiamente insufficienti, perché solo in pochissimi casi riescono – quanto meno – a compensare le uscite, in modo da attenuare il divario tra domanda e offerta di lavoro.
Nello specifico, per quanto concerne gli organici aziendali in senso stretto (cioè le forze di lavoro alle dipendenze dell’impresa), i movimenti previsti dalle imprese nel 2014 daranno luogo a 613.400 entrate (assunzioni dirette) e 785.800 uscite. A questi movimenti corrispondono tassi di entrata e di uscita rispettivamente del 5,4 e del 6,9% e un saldo negativo, in valore assoluto, di circa 172.400 unità, per una variazione del -1,5%. Per il sesto anno consecutivo, il ricambio della popolazione lavorativa alle dipendenze delle imprese industriali e dei servizi sarà quindi parziale, con poco più di 78 assunzioni dirette ogni 100 uscite.
La dinamica delle entrate programmate nel 2014, pur risultando espansiva in ogni caso, non appare correlata, a prima vista, alla dimensione delle imprese: in altre parole, alla progressione dimensionale non sembra corrispondere alcuna progressione positiva o negativa della variazione delle entrate. Ci si potrebbe limitare a osservare che gli andamenti rilevati per ciascuna classe dimensionale rappresentano semplicemente una media statistica, ponderata sulla base della composizione settoriale delle imprese che ne fanno parte; ma ci si può anche chiedere se tali andamenti non siano dovuti anche a qualche specificità derivante dalle dimensioni aziendali, alle quali corrispondono sia molteplici diversità strutturali (di tipo organizzativo, gestionale, tecnologico, di mercato e così via), sia stadi diversi dei processi di ristrutturazione in atto.
Per provare a verificare l’importanza delle dimensioni aziendali sulla dinamica delle entrate, si è provveduto a effettuare un’analisi shift and share, per mezzo della quale la differenza di andamento delle entrate tra le imprese di ciascuna classe dimensionale e la media generale è stata scomposta in due componenti: una dovuta alla diversa composizione settoriale delle attività economiche (proportional shift) e una dovuta alla diversità di andamento dei singoli comparti (differential shift). Il primo termine evidenzia il fatto che se le imprese di una certa classe dimensionale appartengono soprattutto a settori particolarmente dinamici, anche l’andamento complessivo delle entrate per quella classe dimensionale ne potrà sicuramente beneficiare (e viceversa); il secondo evidenzia, invece, quale parte del diverso andamento vada attribuita alle peculiarità delle imprese (di ciascun settore) appartenenti a ogni singola classe dimensionale.
I risultati dell’elaborazione (Tab. 1) mostrano che solo le imprese da 10 a 49 dipendenti presentano uno scarto positivo di andamento rispetto alla media, pari a 5 punti percentuali (+10,6% le entrate previste in questa classe dimensionale, contro il +5,6% medio generale). Di questi 5 punti, solo un decimo di punto è dovuto al proportional shift, vale a dire alla diversa struttura settoriale delle imprese presenti in questa classe dimensionale, mentre 4,9 punti (il differential shift) vanno attribuiti alla maggiore dinamicità delle entrate nei singoli comparti economici.
In altre parole, il “merito” del maggior dinamismo non va attribuito, se non in misura marginale, a una più favorevole composizione settoriale, ma in via largamente maggioritaria ai fattori aziendali (organizzativi e di tipo “strategico”, come si è detto) che contraddistinguono, in ogni settore, le imprese di questa classe dimensionale rispetto a quelle di ampiezza maggiore o inferiore.
Nelle altre classi dimensionali, tutte con andamenti delle entrate inferiori alla media, la composizione settoriale agisce in senso positivo solo nelle imprese che superano i 250 dipendenti (+1 punto percentuale), attenuando fortemente l’impatto negativo del differenziale di andamento nei singoli comparti (-1,3 punti), che rimane comunque preponderante anche in questo caso. Lo stesso vale nelle altre due classi dimensionali, nelle quali entrambi i termini dell’analisi hanno segno negativo e, quindi, contribuiscono tutti e due alla minore dinamicità delle entrate previste rispetto alla media, ma sempre con prevalenza dell’effetto del differential shift. Ciò accade soprattutto nelle imprese da 50 a 249 dipendenti, dove l’aumento delle entrate è solo del 2,4%, quindi 3,2 punti in meno della media: 0,8 punti dovuti alla diversità di composizione settoriale e 2,4 punti dovuti al minore dinamismo delle entrate nei singoli comparti di attività. In altri termini, la dimensione aziendale in quanto tale non è affatto ininfluente rispetto al grado di intensità della domanda di lavoro.
Dal momento che pure gli andamenti osservati a livello territoriale (ossia, per macro-ripartizione) non si discostano tra loro in misura eccessiva, ci si è chiesto - analogamente a quanto avvenuto nel caso delle dimensioni aziendali - se le differenze di andamento delle entrate rispetto alla media nazionale siano dovute alla più o meno favorevole composizione nelle attività economiche nei singoli ambiti geografici, oppure alle specifiche caratteristiche delle imprese presenti o ad altri fattori riconducibili al contesto aziendale o territoriale.
Come evidenziato nella Tab. 2, il Nord-Est risulta la circoscrizione con il maggiore scarto positivo rispetto alla crescita delle entrate a livello nazionale: 2,3 punti in più, dei quali solo 2 decimi di punto attribuibili a una composizione dei settori economici più favorevole e 2,1 punti ascrivibili ai “fattori di contesto”. Il Nord-Ovest è invece la circoscrizione con il maggiore scarto negativo (-2 punti) e anche in questo caso i fattori locali incidono in misura ben superiore a quelli di composizione settoriale delle attività economiche (-1,6 contro -0,4 punti). Ciò vale anche nelle altre due macro-ripartizioni, sebbene caratterizzate in modo diverso. Nel Centro, i fattori locali incidono negativamente per 8 decimi di punto, annullando completamente gli effetti della composizione settoriale più favorevole; nel Mezzogiorno è praticamente nulla l’incidenza degli assetti strutturali, tanto che lo scarto totale di 0,3 punti va attribuito interamente ai fattori legati al contesto locale.
5. La ristrutturazione delle imprese e la domanda di capitale umano a elevata qualificazione: i fabbisogni occupazionali letti mediante gli orientamenti strategici aziendali
L’analisi delle caratteristiche delle imprese che “creano occupazione” e delle determinanti dimensionali e territoriali alla base dei fabbisogni occupazionali ha fin qui evidenziato l’importanza di alcuni fattori aziendali (organizzativi e strategici, come la proiezione all’estero o l’orientamento verso lo sviluppo di innovazioni di prodotto e servizio) che contraddistinguono, in ogni settore, la propensione ad assumere delle imprese.
Tale circostanza sembra confermare che le crescenti sfide competitive pongono le imprese di fronte a scelte strategico-organizzative sempre più complesse, con evidenti implicazioni sull’investimento in capitale umano, in particolar modo quello a più elevato contenuto di conoscenza (misurato tramite le assunzioni di personale in possesso di laurea). L’esame dell’entità e delle peculiarità di tale fabbisogno, cui si farà di seguito riferimento, sembrerebbe evidenziare come la domanda di figure a elevata specializzazione espressa dalle imprese – in primo luogo quella riferita ai laureati – sia direttamente correlata ai continui fenomeni di ristrutturazione (produttiva, organizzativa, commerciale) in atto nel nostro tessuto economico, che investono in primo luogo il capitale umano qualificato in quanto vettore di innovazione, di competitività e, in definitiva, di sviluppo economico per il Paese.
5.1 La domanda di laureati espressa dalle imprese innovatrici
Sulla base dei risultati dell’indagine Excelsior, le imprese che nel 2013 si sono impegnate nel rinnovamento della gamma dei prodotti o servizi offerti sono state oltre 176 mila, pari all’11,3% del totale. Decisamente più elevata è invece la rilevanza di tale nucleo di imprese in termini di domanda di lavoro, posto che esse hanno espresso nel complesso un fabbisogno occupazionale di quasi 126 mila assunzioni, pari in questo caso al 20,5% del totale.
Di queste, circa il 19% (23.700 in termini assoluti) è destinato esplicitamente a personale laureato, contro un’incidenza pari ad appena l’8,8% rilevata nel caso delle imprese che non hanno segnalato alcun orientamento verso l’innovazione di prodotto o servizio.
Dal punto di vista territoriale, l’area dove si concentrerà circa il 45% del totale delle richieste di laureati è il Nord-Ovest, seguito a una certa distanza dal Nord Est, cui fa riferimento circa un quarto delle assunzioni programmate di figure con livello di istruzione terziario da parte delle imprese innovatrici. Completano il quadro il Centro, dove si genera un ulteriore 19% di ingressi con elevata formazione, e il Sud e Isole con il 12%. A un livello di dettaglio regionale primeggia in assoluto la Lombardia, con poco meno di 8 mila laureati (il 33,6% del totale nazionale) in procinto di essere inseriti in aziende a più elevato potenziale di innovazione; a questa regione spetta peraltro anche il primato per quanto concerne l’incidenza di laureati sul totale delle assunzioni programmate dalle imprese innovative, che si attesta al 26,3%, ben 7 punti oltre la media nazionale. A una certa distanza si collocano, rispettivamente, due importanti realtà produttive di eccellenza del Nord Est e del Centro, ossia l’Emilia Romagna e il Lazio, che esprimono congiuntamente un ulteriore quarto del totale complessivo dei laureati in ingresso nelle imprese impegnate in attività di innovazione.
Oltre alle tre regioni citate, solo una quarta, il Piemonte (con il 19,6%), presenta un’intensità di laureati superiore al livello nazionale nelle imprese innovatrici, mentre il Sud e Isole confermano una minor propensione a inserire laureati, tanto che solo poco più di un’assunzione su 10 sarà a essi destinata, con valori minimi pressoché allineati in Abruzzo, Basilicata e Calabria.
Sotto l’aspetto della dimensione d’impresa, delle quasi 24 mila assunzioni di laureati programmate nel 2014 dalle imprese innovatrici, una quota consistente, che supera il 45% del totale, viene attivata da imprese con oltre 500 dipendenti (Fig. 4). Questo dato è del tutto in linea con il fatto che le imprese di maggior dimensione sono anche quelle che più frequentemente sono impegnate in attività strutturate e sistematiche di innovazione e, al contempo, sono in grado di programmare con più puntualità il flusso di assunzioni da dedicare in modo continuo alle funzioni progettuali e di ricerca e sviluppo. Le restanti classi dimensionali si suddividono abbastanza equamente la domanda residuale di laureati, con quote intorno al 15% assorbite dalle medie imprese e quote prossime al 12% per le piccole.
Tra i settori, sono le imprese innovative dei servizi che mostrano più decisamente una capacità di assorbimento di figure professionali con una formazione di livello universitario: raggiunge, infatti, i due terzi del totale la quota di laureati che viene richiesta dal settore terziario, che espone inoltre come capofila il comparto dei servizi informatici e delle telecomunicazioni (che copre il 18% della domanda). Seguono, in ordine di rilevanza, i servizi avanzati alle imprese (15%) e uno dei settori di punta del made in Italy manifatturiero, ossia la meccanica e mezzi di trasporto (con oltre l’11%): tutti ambiti, quelli citati, che si muovono sulla frontiera dei processi innovativi proprio nell’ambito del core business aziendale come risposta alle esigenze dei mercati di riferimento, motivo di certo non secondario per procedere all’assunzione di personale in grado di supportare tale continuum di cambiamenti.
Scendendo nel dettaglio delle caratteristiche richieste ai laureati per sostenere lo sviluppo di processi aziendali a più elevato contenuto di innovazione, si apprezza che le professioni cui saranno destinati sono nella maggior parte dei casi di profilo elevato (20.560 assunzioni delle circa 24 mila previste fanno riferimento alle professioni intellettuali, scientifiche e tecniche). L’attenzione all’applicazione degli avanzamenti tecnologici e alla diffusione della digitalizzazione come strumento di innovazione e di efficienza della gestione aziendale sono i fattori che caratterizzano due delle prime quattro professioni di maggior sbocco per i laureati, ossia gli Analisti e progettisti di software e i Tecnici programmatori. Tra le altre figure high-skill “riservate” ai laureati, va evidenziata una domanda aggiuntiva (ossia, relativa a posizioni precedentemente non previste nell’organico aziendale) particolarmente elevata nel caso dei tecnici del marketing e degli specialisti nei rapporti con il mercato (un caso su quattro, in media), indispensabili per tradurre in risultati economici le innovazioni di recente sviluppate. Si tratterebbe, in tutti i casi, di professionalità di cui le imprese innovative avvertono un fabbisogno reale e immediato, posto che nel 54,6% dei casi intendono offrire un contratto a tempo indeterminato ai laureati neo-assunti.
5.2 La domanda di laureati espressa dalle imprese esportatrici
Le imprese extra-agricole con almeno un dipendente che dall’indagine Excelsior risultano operare stabilmente con l’estero sono stimate pari a oltre 182 mila unità, l’11,7% del totale. Anche in questo caso, ben più rilevante risulta la loro incidenza in termini di flussi occupazionali in entrata, che arrivano a sfiorare nel 2014 le 118 mila unità, ossia il 19,2% del totale delle assunzioni programmate. Di queste, circa il 18% (21.020 in termini assoluti) fanno direttamente riferimento a personale laureato, contro il 9,2% delle imprese aventi come sbocco esclusivamente il mercato domestico. Dal punto di vista territoriale, l’area dove si concentrerà circa il 47% del totale delle richieste di laureati da parte delle imprese export oriented è il Nord-Ovest, seguito a una certa distanza dal Nord Est, cui è attribuito un quarto delle assunzioni programmate di laureati. Completano il quadro il Centro, dove si genera un ulteriore 18% di ingressi con formazione terziaria, e il Sud e Isole, con il 9%. A livello regionale, anche in questo caso primeggia in assoluto la Lombardia, con poco più di 7 mila laureati (il 33,9% del totale nazionale) che vengono inseriti nelle imprese che intrattengono rapporti commerciali con l’estero. Seguono a una certa distanza altre due importanti realtà dalla forte apertura ai mercati internazionali del Nord Est e del Centro, ossia l’Emilia Romagna e il Lazio (rispettivamente, con l’11,5% e il 10,4% del totale dei laureati richiesti dalle imprese esportatrici).
Sotto l’aspetto della dimensione d’impresa, delle 21 mila assunzioni di laureati programmate nel 2014 dalle imprese esportatrici, una quota nettamente maggioritaria, che lambisce il 43% del totale, è rappresentata dalle posizioni offerte dalle imprese con oltre 500 dipendenti. Come per le imprese innovatrici, anche per le esportatrici vale l’osservazione che tra le imprese di maggior dimensione la proiezione internazionale risulta essere molto più diffusa e stabile; pertanto, la programmazione dei flussi di assunzioni di figure in grado di presidiare tali funzioni appare numericamente molto più consistente, con ovvie ripercussioni anche sulla competitività aziendale. Tra le restanti classi dimensionali, spicca comunque quella delle imprese tra i 50 e i 249 dipendenti, che assorbe ben un quinto dei laureati richiesti dalle imprese esportatrici, mentre un ulteriore sesto viene assunto dagli operatori all’estero tra i 250 e i 499 dipendenti: arriva, dunque, al 36% la capacità di puntare su figure dalla solida preparazione per rafforzare il primato delle medie imprese italiane sui mercati internazionali.
A livello settoriale (Fig. 5), sono le imprese esportatrici dell’industria manifatturiera a mostrare la maggiore propensione a inserire figure professionali con una formazione di livello universitario (assorbono infatti il 77,2% di tutti i laureati in entrata nel settore), a partire da comparti di punta quali la gomma-plastica (80,5%), l’elettronica (79,4%) e, non da ultimo, quello della meccanica e dei mezzi di trasporto (78,9%), che guida peraltro anche la graduatoria dei settori industriali in termini di incidenza sul totale dei laureati assunti dalle imprese esportatrici (pari a quasi il 18%). Lo seguono, nel terziario, quello dei servizi avanzati di supporto alle imprese (oltre il 13%) e dei servizi informatici e delle telecomunicazioni (circa il 12%). In questo podio, sembrano dunque intravedersi gli effetti sui processi di innalzamento della “qualità” del capitale umano impiegato in azienda, che si innescano nelle filiere evolutesi con una sempre più frequente ibridazione di attività terziarie. L’eco-efficienza e la sostenibilità sembrano rappresentare un indubbio fattore competitivo per la conquista dei mercati esteri. Lo indicherebbe la domanda rilevante di ingegneri energetici e meccanici che proviene dalle imprese esportatrici, ai quali si affiancano altre figure altamente qualificate, come i tecnici meccanici, i disegnatori industriali e i tecnici della produzione manifatturiera, che attestano l’attenzione delle imprese esportatrici alla qualità attraverso il monitoraggio di ogni fase del processo produttivo, da quello della progettazione a quello del controllo della filiera di approvvigionamento. Oltre agli aspetti più strettamente legati alla funzione produttiva, le professioni per le quali le imprese export oriented richiedono laureati fanno ovviamente riferimento alla gestione specialistica della distribuzione dei prodotti sui mercati internazionali. Per questi compiti sono ricercate figure con livello di istruzione terziario quali i tecnici della distribuzione e della vendita, i tecnici del marketing e gli specialisti nei rapporti con il mercato.
6. Alcune considerazioni conclusive
Le informazioni del Sistema Informativo Excelsior riferite ai programmi di assunzione delle imprese esportatrici e delle imprese innovatrici portano a pensare che tali tipologie aziendali, proprio in questa fase congiunturale particolarmente difficile, stiano attraversando un momento di svolta cruciale - quasi obbligata - nella loro evoluzione verso la knowledge-based economy. L’analisi dei dati evidenzia infatti alcune chiare differenze, in termini comparativi rispetto ad altri profili aziendali, nell’evoluzione delle caratteristiche della domanda di lavoro, a partire da quella di figure in possesso di formazione terziaria. La più rilevante verifica empirica riguarda l’effettiva capacità di tali imprese di ammodernare e innalzare il livello qualitativo del capitale umano di cui dispongono, che farebbe quindi in parte leggere la contrazione della base occupazionale (per entrambe le tipologie aziendali, comunque, costantemente inferiore al valore medio nazionale) come il sintomo di una “febbre da crescita” (o, meglio, “da ristrutturazione”) più che di “declino” dei nostri sistemi produttivi o, quantomeno, di una “frattura” fra componenti diverse (in termini di strategie, di performance e, quindi, anche dal punto di vista dei fabbisogni professionali) del nostro sistema produttivo.
Alla maggiore domanda di laureati è da collegare il ruolo crescente - anche se, in termini di stock, probabilmente ancora limitato - svolto dall’istruzione formale nel modello di sviluppo delle aziende italiane maggiormente “performanti”. Davanti alla sfida di compiere un salto tecnologico e organizzativo che richiede maggiori abilità e attitudini, strettamente legate, tra l’altro, all’istruzione formale, i meccanismi di apprendimento delle imprese innovatrici ed esportatrici (soprattutto quelle di più piccole dimensioni) sembrano segnare una inversione di tendenza. Se tali orientamenti verranno confermati nell’immediato futuro (e, soprattutto, se le politiche industriali riusciranno a sostenere in maniera adeguata le strategie di innovazione e di internazionalizzazione delle nostre PMI), la domanda di istruzione formale, cui in passato si suppliva fin troppo spesso attraverso l’esperienza lavorativa diretta, potrebbe diventare sempre più rilevante per tali profili aziendali. Tutto questo pone però con forza il problema di un maggiore adeguamento dell’offerta formativa di tipo terziario, legata al necessario sviluppo di innovazioni tecnologiche e di mercato all’interno dei nostri sistemi produttivi di piccole e piccolissime imprese. La capacità di risposta da parte delle strutture formative (incluse quelle legate alla realizzazione delle attività di formazione post-entry e continua) si presenta quindi oggi come uno dei principali nodi da sciogliere, in particolare per quelle imprese dei settori di punta del nostro Made in Italy che sull’innovazione continua e sulla proiezione internazionale stanno basando il proprio successo e dalle quali dipende, in sostanza, il rilancio dello sviluppo della nostra economia.
Riferimenti bibliografici
AA.VV. (2005), Rapporto Excelsior 2005. Alcune tendenze evolutive del mercato del lavoro in Italia, Roma, Unioncamere.
Unioncamere, Ministero del Lavoro (2014), La domanda di professioni e di formazione delle imprese italiane, roma, Unioncamere.
Unioncamere, Ministero del Lavoro (2014), Laureati e lavoro. Gli sbocchi professionali dei laureati nelle imprese italiane per il 2014, Roma, Unioncamere.