1. Introduzione
Con questo articolo intendo presentare alcuni dati, per ora largamente sconosciuti, che fanno luce su alcuni fenomeni importanti nel momento in cui è all’ordine del giorno un progetto di riforma del mercato del lavoro. Il lavoro “usa e getta” - di cui oggi abbiamo una nozione molto più chiara di qualche anno fa - spiega almeno tre di questi fenomeni.
– Il primo è il più drammatico: al di là della frammentazione delle carriere lavorative, molti giovani che entrano nel mercato del lavoro in modo ufficiale, ne escono dopo breve tempo per non rientrarvi mai più. Lavoro “usa e getta” (bisognerebbe forse parlare di “lavoro usa e getta definitivamente”) riflette bene questa caratteristica.
– Il secondo riguarda la crescita nell’ultimo decennio del numero di inoccupati che non sono alla ricerca attiva di lavoro, ma che si dichiarano disposti a lavorare qualora fosse loro offerto. Secondo l’ISTAT se ne contavano 2.8 milioni nel 2010; oggi sono sicuramente intorno a 3 milioni. Numeri che sono oltre tre volte la media europea. E che nascondono, per motivi sui quali tornerò tra breve, un tasso di disoccupazione reale, più confrontabile di quello ufficiale con i tassi europei, che sicuramente supera il 15%.
– Il terzo ha un effetto dirompente su un luogo comune della stampa giornalistica, ma anche della pubblicistica accademica. I contratti a tempo indeterminato, declamati per essere iper-protetti specialmente sotto il profilo del licenziamento, non sembrano esserlo affatto. Quasi due terzi delle assunzioni a tempo indeterminato danno luogo a distacchi involontari dal posto di lavoro entro due anni dall’inizio del rapporto.
2. Lavoro “usa e getta”: l’utilizzo dei giovani (ma anche dei meno giovani) nel mercato del lavoro italiano
Lavoro “usa e getta”? Se ne parlava già più di venti anni fa in alcune sedi sindacali, ma molti pensavano che fosse uno slogan di lotta politica, e comunque non c’erano gli strumenti per analizzarne cause e dimensioni. Oggi ne riparliamo con gli strumenti adatti. Il lavoro “usa e getta” sembra la chiave per studiare dimensioni, cause e conseguenze del dilagante precariato, ma anche per capire come ha origine la drammatica crescita dell’esercito degli inattivi e dove origina l’esercito dei lavoratori irregolari. I dati che forniscono la maggior parte delle indicazioni di questo studio sono quelli del Work Histories Italian Panel (WHIP), un grande campione longitudinale di carriere lavorative di tutti coloro i cui contributi previdenziali sono versati all’INPS dagli anni Ottanta in avanti (il rapporto campione-universo è di 1:90), frutto della collaborazione tra INPS, l’Università di Torino e il Collegio Carlo Alberto. I dati WHIP si fermano al 2003. Non credo che questo comprometta la sostanza del lavoro perché le tendenze che si osservano risalgono dalla fine anni Ottanta, si consolidano negli anni Novanta e all’inizio del XXI secolo e, alla luce degli ultimi dati disponibili da fonti ufficiali, non possono che uscirne confermate e, se mai, rinforzate.
Le assunzioni dei dipendenti - indipendentemente dalla modalità contrattuale - sono state assai più numerose tra i giovanissimi (19-22) rispetto alle classi di età 22-25 e i più maturi (25-30). Il calo osservabile tra il 1987 e il 1993-94 è drammatico, oltre il 50% per tutte le classi di età, ma ancora più forte tra i giovanissimi. Poi le assunzioni riprendono con fasi alterne, senza mai, però, avvicinare i livelli di fine anni Ottanta. Questi sviluppi non appaiono connessi alla dinamica demografica. Il Rapporto ISTAT-INPS sulla Coesione Sociale 2012 conferma che la numerosità degli stock di lavoratori dipendenti fino a 40 anni è continuata a ridursi, mentre aumenta quella degli ultra-quarantenni, una chiara conseguenza della flessione delle assunzioni dei giovani.
Ecco quello che rivelano i dati sui processi “usa e getta”. In primo luogo, ci mostrano l’enorme e crescente frequenza di carriere intermittenti, con lunghi periodi in disoccupazione tra un impiego e l’altro, quasi indipendentemente dal tipo di contratto con cui si viene assunti. In secondo luogo, evidenziano che molti, troppi giovani che entrano nel mercato del lavoro alle dipendenze in modo ufficiale (e cioè a libro paga con regolare contratto di lavoro e versamento contributivi) ne escono, spesso dopo breve tempo, per non rientrarvi mai più. Non sorprendono (ma preoccupano) le carriere intermittenti. Né sorprende che questa modalità di turnover elevato perduri per lunghissimi anni prima di approdare a una occupazione relativamente più (ma quanto?) stabile. Dopotutto così ormai vanno le cose da venti anni nella maggior parte dei Paesi occidentali: nel 2008, secondo l’OECD, solo metà dei giovani europei fino a 29 anni aveva un contratto di lavoro stabile: tutti gli altri lavoravano sulla base di contratti variamente atipici che notoriamente compromettono seriamente le condizioni di vita, e hanno spesso effetti molto negativi sulla progettualità individuale, nonché sull’accumulazione di capitale umano. La patologia italiana consiste nel fatto che un numero drammaticamente alto di giovani che hanno avuto un periodo di lavoro alle dipendenze perfettamente in regola, dopo la prima dismissione spariscono dal mercato del lavoro, non solo come lavoratori dipendenti, ma anche come autonomi, professionisti, impiegati nel settore pubblico, né risultano disoccupati (i lavoratori in Cassa Integrazione restano sul libro-paga del datore di lavoro, e quindi vengono conteggiati come attivi) o pensionati. Per alcuni di questi è plausibile che la destinazione finale sia l’economia sommersa, per sua natura non osservabile; per molti altri uno stato di disoccupazione permanente senza indennità, che si trasforma presto in inattività da scoraggiamento tout court. Per pochi ha senso pensare a scelte di inattività volontaria. Le fonti statistiche ufficiali, basate sulle Indagini Trimestrali sulle Forze di Lavoro, non consentono, peraltro, questi approfondimenti che richiedono l’osservabilità delle carriere individuali su periodi molto lunghi e non interrotti.
La notizia confortante è che i dati sugli stock di inattivi forniti dall’ISTAT sono quasi in linea con quanto emerge dai nostri studi su dati WHIP, come vedremo di seguito. La maggiore parte degli approfondimenti documentabili a oggi si ferma al 2003, e riguarda i lavoratori maschi, proprio per eliminare i problemi che si frappongono nelle analisi dei percorsi lavorativi delle donne (maternità, cure domestiche, ecc.). Per le donne ci limitiamo a evidenziare qualche risultato generale (Fig. 4). Il limite dell’analisi al 2003 è grave ma non drammatico. Né lo è agli effetti delle considerazioni di politica economica che se ne possono trarre. La maggior parte delle tendenze osservabili a quella data hanno storie lunghe, che sicuramente non si sono rovesciate negli ultimi anni, e che invece, molto probabilmente, si sono accentuate.
Fig. 1 - Sopravvivenza degli uomini entrati nel lavoro dipendente in età 19-30 nei settori dell’industria o dei servizi, al Nord oppure al Sud

Fonte: Elaborazioni su dati WHIP.
Fig. 2 - Sopravvivenza WHIP degli uomini entrati nel lavoro dipendente in età 19-30 in tutti i settori e in tutta Italia

Fonte: Elaborazioni su dati WHIP.
Fig. 3 - Sopravvivenza WHIP degli uomini entrati nel lavoro dipendente nel 1987 in età 19-30 in tutti i settori e in tutta Italia, per dimensione di impresa

Fonte: Elaborazioni su dati WHIP.
I numeri sono drammatici (Figg. 1., 2., 3.). Su 100 maschi entrati per la prima volta nel lavoro regolare alla fine degli anni Ottanta in età 19-30, solo 81 sono ancora al lavoro nel 2003 (qualsiasi lavoro, alle dipendenze o autonomo, esclusa naturalmente l’attività nell’economia sommersa). I restanti 19 sono scomparsi nel corso del tempo. Per le donne, non sorprendentemente, la sopravvivenza nel mercato del lavoro è decisamente più bassa, restando al di sotto del 65% anche tra le coorti più giovani (Fig. 4.).
Fig. 4 - Sopravvivenza WHIP delle donne entrate nel lavoro dipendente nel 1987 per gruppi di età

Fonte: Elaborazioni su dati WHIP.
La Fig. 2 esemplifica la sopravvivenza al 2002 dei maschi entrati nel 1987 e nel 1992. Il 1987 era un anno di espansione produttiva; il 1992 l’inizio di una grave recessione. Non sorprendentemente, chi inizia la carriera nella fase espansiva del ciclo economico (t = 1987) sopravvive più a lungo di chi entra durante una fase recessiva (t = 1992): 10 anni dopo l’inizio della carriera sono ancora al lavoro 77 individui tra i primi (nel 1997) e solo 69 tra i secondi (nel 2003). L’analisi rivela altre importanti differenze a seconda di una ampia tipologia di caratteristiche. Ecco quelle più importanti, relative agli entrati nel 1987 (negli anni successivi le differenze relative si mantengono quasi inalterate):
(i) età - coloro che entrano in carriera giovanissimi (19-22) sono quelli che sopravvivono più a lungo: 81% presenti nel 2002, contro 74% per quelli della fascia 25-30;
(ii) geografia - la sopravvivenza nel Nord Italia raggiunge l’83%; al Sud il 73%;
(iii) settore di attività - nell’industria manifatturiera la sopravvivenza è di poco più elevata che nei servizi, esclusi gli esercizi commerciali. Qui la sopravvivenza è inferiore di circa 4 punti. Nelle costruzioni, non sorprendentemente, di quasi 10 punti.
(iv) dimensione dell’impresa in cui ha inizio il rapporto di lavoro (Fig. 3.) - la sopravvivenza per chi inizia il lavoro in imprese piccole (0-19 dip.) è del 73%; di poco più bassa rispetto a quelli provenienti da imprese medie (20-199) del 75%, ma notevolmente al di sotto a quelli in uscita dalle grandi (200 +) che raggiunge l’ 86%;
(v) lunghezza del primo rapporto di lavoro - se è relativamente lungo (12 mesi +) dopo 16 anni ne sopravvivono il 89%; se è molto breve (fino a 3 mesi) solo il 72%. Si noti che tra i più giovani (19-22) la percentuale di rapporti di lavoro iniziali < 3 mesi e 12+ mesi mediamente si equivalgono (circa 37%), mentre tra i 25-30-enni i rapporti brevi sono la metà di quelli relativamente lunghi (27% contro 51%);
(vi) stipendio iniziale – le persone che percepiscono uno stipendio di entrata particolarmente basso (primo quartile della distribuzione salariale) hanno una probabilità di trovarsi esclusi dal mercato del lavoro tre volte più alta di coloro che hanno uno stipendio iniziale relativamente alto (quarto quartile della distribuzione);
(vii) anni trascorsi dall’inizio dell’osservazione - nei primi due anni dal momento dell’assunzione si distaccano dal proprio posto di lavoro quasi il 70% degli individui, quasi indipendentemente da quando tale periodo ha inizio (negli anni Ottanta tale percentuale era più bassa, ma pur sempre superiore al 50%). L’80% di queste persone dismesse nei due anni dalla prima assunzione rientra nel lavoro in tempi più o meno lunghi, ma il 20% ne esce definitivamente. Negli anni successivi al secondo l’emorragia si fa più lenta, ma continua ininterrotta. Le Figg. 1., 2., 3. mostrano la netta caduta della sopravvivenza negli anni (t) e (t+1) dopo l’inizio dell’attività lavorativa, e poi il successivo rallentamento. A prima vista, non sembra che questa caduta si riscontri anche tra le donne (Fig. 4.): approfondimenti futuri dovranno chiarire anche questo punto.
Si evince - punti (v) e (vi) - che una carriera che comincia male - con contratto di breve durata e pessima paga - si porta dietro un persistente effetto negativo di stigma su tutta la carriera futura, le cui conseguenze sono evidenti anche a distanza di quasi 20 anni.
Il calcolo delle sopravvivenze di tutti gli entrati nel mercato del lavoro regolare in giovane età (19-30) dalla metà degli anni Settanta al 2011 indica che vi sono oggi quasi due milioni di uomini “gettati via” dal mercato del lavoro dopo un primo periodo di occupazione regolare (Tab. 1): la durata media di questa inattività, certamente involontaria per quasi tutti, è di oltre 9 anni. Il che implica che all’incirca mezzo milione di persone siano in questa condizione da più di 15 anni, quasi una vita.
Tab. 1 - Lavoratori che risultano “gettati via” nel 2011 dopo un primo periodo di occupazione regolare

Fonte: Elaborazioni su dati WHIP.
Un altro aspetto di rilievo è lo spezzettamento delle carriere lavorative. La durata media dei periodi senza lavoro è di 12-13 mesi per coloro che hanno iniziato a lavorare tra la fine anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, e si riduce fisiologicamente per chi ha iniziato in anni successivi. Ma una media di 5 mesi “persi” a fine 2004 per chi è entrato nel lavoro nel 2002, significa all’incirca un sesto (= 5 mesi su 2,5 anni disponibili) di capacità lavorativa inutilizzata. Merita notare che i mesi “persi” fuori dall’occupazione pesano di più tra chi ha iniziato molto giovane rispetto a chi ha iniziato più tardi, presumibilmente quelli che hanno titoli di studio superiori.
3. L’esercito degli inoccupati e una stima più realistica della disoccupazione
Si può elaborare, a questo punto, sul collegamento tra la modalità “usa e getta” di utilizzo di forze di lavoro giovanili – quanto meno giovanile all’inizio di carriera, poi il tempo passa per tutti e i ventenni di fine anni Ottanta oggi sono ultra-quarantenni – e la crescita a dismisura dei tassi di inattività, nonché l’entrata nell’economia sommersa. Ma anche la durata della disoccupazione reale stessa, perché, come è stato argomentato, non vi è dubbio che il tasso di inattività maschile in età di lavoro – da tre a cinque volte superiore a quello di qualsiasi altro Paese europeo – nasconda disoccupazione tout-court, o nella migliore delle ipotesi, sottoccupazione e/o attività marginali nel sommerso. Secondo l’ISTAT nel 2010 c’erano in Italia 2.8 milioni di persone che, pur dichiarandosi disponibili a lavorare, non cercavano lavoro (gli “inattivi disposti a lavorare”): 1.1 milioni maschi, 1.7 milioni femmine, oltre tre volte la media europea, dieci volte quella francese. Nessun altro Paese si avvicina a questi numeri. In Francia gli inattivi sono 309 mila, in Germania 530 mila, in Spagna 973 mila, nel Regno Unito 837, in Grecia 55 mila. Oggi - inizio 2012 - sono sicuramente più di 3 milioni (Tab. 2).
L’ISTAT calcola che il numero degli inattivi disposti a lavorare sia cresciuto di quasi 200 mila unità all’anno a partire dal 2004 e che nel 2004 la percentuale di inattivi con queste caratteristiche sulle forze di lavoro potenziali fosse del 4,6% tra gli uomini e del 15.3% tra le donne. Nel 2010 tali percentuali salgono al 7.2% e 16.6% rispettivamente. E la crescita è avvenuta soprattutto nelle classi di età 15-34, mentre è stata più modesta tra le persone relativamente più anziane 35-64. È presumibile che nei prossimi cinque anni - stante le condizioni dell’economia - questa crescita non si arresti.
Tab. 2 - Confronti con Paesi dell’Unione Europea

Fonte: Istat, Occupati, disoccupati, inoccupati 2010 (10.11.2011).
Tab. 3 - Dati italiani

Fonte: Istat, Occupati, disoccupati, inoccupati 2010 (10.11.2011).
Siamo di fronte a una vera patologia nazionale: si tratta di persone quasi tutte sane e abili al lavoro, che rinunciano a compiere azioni di ricerca attiva. Perché sono tanto più numerosi dei coetanei francesi, tedeschi, spagnoli, ecc.? Una risposta c’è, se pure forse non l’unica. Moltissimi italiani che si ritrovano disoccupati da anni (senza percepire alcuna indennità di disoccupazione né di Cassa Integrazione, ambedue, soit disant, privilegio di pochi), ma anche altrettanti giovani che, lasciata la scuola o l’università, si trovano a lungo alla ricerca di un lavoro mai trovato, diventano lavoratori “scoraggiati”. Nei Paesi dove esistono sussidi di disoccupazione generalizzati, ancorché modesti e temporanei (come in Spagna, dove sono differenziati anche territorialmente), tutti coloro che sono senza lavoro ne possono fruire, proprio in quanto si dichiarano disoccupati e alla ricerca di lavoro. Non conviene rendersi “inattivi”, perché ciò pregiudicherebbe il titolo al sussidio. In Italia le cose stanno diversamente: il Rapporto di Coesione Sociale 2012 ci dice che nel 2010 i disoccupati che percepivano l’assegno erano 466 mila su oltre 2 milioni di persone ufficialmente disoccupate, ma erano solo la metà negli anni precedenti. E quindi quell’esercito di inattivi è privo dei buoni motivi per dichiararsi disoccupato. Ciò potrebbe spiegare perché – nonostante i tempi orribili – la disoccupazione italiana sia sì cresciuta, ma si è mantenuta a livelli relativamente modesti (9.3% contro 10.3% nella EU nel 2012; oltre il 13% oggi) rispetto agli stessi Paesi, Spagna esclusa, che hanno un numero di inattivi assai inferiore. Non vi è dubbio che una larga parte degli inattivi disposti a lavorare sarebbero da contare come disoccupati a tutti gli effetti: se questa parte fosse solo la metà di quell’esercito (circa 1,5 milioni tra uomini e donne), il tasso reale di disoccupazione italiana sarebbe più confrontabile con quello degli altri Paesi europei e si collocherebbe ben oltre il 15%.
Concorre a questa spiegazione un problema di classificazione statistica. Le rilevazioni che forniscono le stime degli occupati, disoccupati e inattivi sono basate sulle auto-dichiarazioni degli intervistati (l’indagine sulle forze di lavoro, Labour Force Survey, è standardizzata in tutti i Paesi UE). E il confine tra occupati, disoccupati e inattivi, labile ovunque, lo è in modo particolare dove vi è molta economia sommersa o semi-sommersa: anche qui l’Italia è in prima fila. Tra i disoccupati e gli inattivi che si dichiarano tali nell’indagine ISTAT vi sono certamente persone che lavorano “in nero” e che sono restii a rivelare la loro attività per timore di essere individuati, tassati, o comunque di perdere benefici che vanno alle loro famiglie (esenzioni che vanno dalle mense e rette scolastiche, ai sussidi di povertà nelle poche regioni che se li possono permettere, ecc.). Così come è sicuro che vi siano anche lavoratori in nero che si dichiarano occupati, come effettivamente sono (ma nessuno sa quali e quanti sono). E indubbiamente molti altri si dichiarano “inattivi”.
Ne consegue che anche il tasso di occupazione rilevato dall’ISTAT (rapporto tra occupati e popolazione) è notevolmente al di sotto di quelli di quasi tutti i Paesi occidentali: in Italia si pone al 57% , in Francia al 64%, In Germania e Regno Unito supera il 70%. In tutti i Paesi, specialmente in quelli scandinavi e anglo-sassoni, dove l’economia sommersa non manca, ma è meno presente che da noi – e in genere riguarda secondi lavori non dichiarati, più che lavori totalmente sommersi –, i problemi di classificazione che forniscono una immagine falsata del mercato del lavoro italiano si presentano meno gravi. I tassi di occupazione italiani sarebbero più allineati a quelli di tali Paesi se si riuscisse a contare correttamente coloro che lavorano completamente in nero. Anche perché quello che diventa lavoro nero in Italia, non è affatto detto che lo sia altrove. La stretta (nonché, come vedremo, facilmente eludibile) regolamentazione del mercato del lavoro italiano favorisce l’immersione di molte occupazioni, perché si verifica un connubio di interessi tra datore di lavoro e lavoratore al fine di eludere tasse e contribuzioni previdenziali. Si pensi – ad esempio – al settore delle costruzioni, dove molti lavori vengono affidati a piccole ditte artigiane con pochi dipendenti saltuari: è noto che in larga maggioranza costoro lavorano in nero. In alcuni altri Paesi, al di là della maggiore fiducia che viene riposta nelle istituzioni e quindi della più elevata disponibilità a pagare le tasse, non sono previsti contributi sociali obbligatori se la paga è al di sotto di certe soglie e l’occupazione è saltuaria. Vi è quindi, anche tra i lavoratori più precari, che non sono una caratteristica solo italiana, un minore incentivo a nascondere il proprio status lavorativo al momento della intervista.
È qui il momento di chiedersi fino a che punto la stima di 1,9 milioni di uomini “usati e gettati” al 2011 (da WHIP) sia confrontabile con la stima ISTAT di 1,7 milioni di inattivi maschi disposti a lavorare. La risposta non è facile e richiede precauzioni: tra gli 1,9 milioni di lavoratori “usati e gettati” ve ne sono sicuramente un congruo numero che lavorano nell’economia completamente sommersa (i semi-sommersi/doppio-lavoristi dovrebbero comparire nei dati WHIP). Quanti è molto difficile dire. Se fossero vicini alla metà - numero plausibile, ma privo di affidabilità statistica - ne restano circa 1 milione; in buona parte questi potrebbero risultare tra gli 1,7 milioni di inattivi nelle indagini ISTAT sulle forze di lavoro. Dal lato della stima ISTAT degli inattivi, vi compaiono quasi tutti i cosiddetti NEET (giovani “not-in-employment, education or training”) che lo stesso Istituto di Statistica stima intorno a 800 mila uomini (nonché 1,2 milioni di donne) in età 15-29. Di costoro, quelli che hanno avuto episodi di lavoro prima di diventare NEET sono compresi tra gli “usati e gettati” nella fascia di età 15-29: dalla Tab. 1. ne contiamo 150 mila circa. I restanti 650 mila (800 - 150 = 650) dovrebbero essere ricompresi tra gli inattivi, ma non possono essere presi in considerazione per il confronto con le stime WHIP perché non hanno mai lavorato prima. Gli inattivi ISTAT confrontabili con gli “usati e gettati” WHIP sono quindi 1,7 milioni - 650 mila = 1.050.000 individui. La differenza tra 1.050.000 inattivi ISTAT rilevanti per il confronto e 1.000.000 ex-lavoratori “usati e gettati” (presumibilmente) inattivi WHIP è contenuta, a condizione che l’ipotesi sul numero di inattivi-sommersi non sia campata in aria (ma quando c’è di mezzo il sommerso, si può parlare di numeri senza punti interrogativi?). E la stima di una durata media del periodo in condizione di non-occupazione che noi calcoliamo in 9,6 anni (WHIP, Tab. 1.) non è lontana dalla durata media dei periodi in inoccupazione per scoraggiamento stimata da ISTAT stesso (circa 8 anni). Questa prossimità non è casuale, e rafforza l’idea che le stime che si ricavano dalla fonte WHIP siano affidabili.
4. Quanti sono i lavoratori “gettati via” dal lavoro regolare che lavorano nel sommerso e quanti si trovano tra gli “inattivi ma disposti a lavorare”?
Questa è una domanda cruciale, a cui è possibile dare, per il momento, una risposta solo preliminare. Purtroppo non esistono micro-dati sul lavoro irregolare e non rimane altra possibilità che affidarsi alle stime di aggregati che ISTAT produce nel quadro della Contabilità Nazionale.
Le due tabelle che seguono sono, peraltro, molto coerenti tra di loro nonostante la assoluta indipendenza delle fonti da cui provengono (WHIP, ISTAT-LFS, ISTAT Contabilità Nazionale). E questo è un elemento sicuramente rassicurante, anche se non necessariamente decisivo.
Tab. 4 - Distribuzione per età: confronti WHIP- stime ISTAT - LFS (in 000)

Tab. 5 - Distribuzione geografica di tre indicatori principali (in 000)

Fig. 5 - Una plausibile rappresentazione delle sovrapposizioni tra insiemi di inattivi, lavoratori irregolari e “gettati via” dal mercato del lavoro
Fonte: nostre congetture.
La Fig. 5 non ha pretese di rappresentare una stima statistica, ma, alla luce della notevole coerenza dei dati aggregati delle Tabb. 4 e 5 indica una plausibile suddivisione dei tre gruppi di individui. La considerazione principale è che oltre 1,5 milioni tra gli espulsi “gettati via” hanno meno di 54 anni, e di conseguenza è molto probabile che siano attivi nell’economia irregolare. Molti potrebbero essere stati espulsi dal mercato del lavoro all’epoca dei licenziamenti collettivi degli anni Ottanta e Novanta, prevalentemente operai dell’industria, non pochi personale qualificato (elettricisti, idraulici, addetti alle manutenzioni) che potevano facilmente ricollocarsi nell’economia irregolare. Un piccolo numero di espulsi ultra-sessantenni, circa 200 mila, potrebbero essere presenti tra gli inattivi. I restanti 1,7 milioni suddivisi tra coloro che compaiono in tutti e tre i gruppi (500 mila), e 1,2 milioni attivi a tempo pieno nell’economia irregolare (non i part-timers che arrotondano un regolare stipendio con lavori in nero), ma non inattivi.
5. Quanti sono i precari al lavoro?
Il Rapporto di Coesione Sociale 2012 presenta un rapido conto dei lavoratori che a vario titolo possono essere considerati i “precari” dell’economia italiana: tra i lavoratori dipendenti ve ne sono 2.182.000 con contratto a termine, di cui 1.850.000 nel settore privato e 332.000 nel pubblico; tra gli autonomi vi sono 1.400.000 parasubordinati con qualifica di collaboratori. In tutto fanno 3.582.000 lavoratori precari nel mercato del lavoro regolare. A questi bisogna aggiungere tutti quelli che non si vedono nei dati ufficiali, e in primo luogo la maggioranza di coloro che fanno parte dell’economia sommersa: l’ordine di grandezza è due milioni di persone, che, aggiunti a quelli “regolari”, fanno un esercito di oltre 5,5 milioni di persone, un quinto di tutta l’occupazione italiana.
E con ciò il calcolo potrebbe non essere completo perché, come vedremo qui di seguito, anche tra le persone generalmente considerate iper-protette – i fortunati detentori di contratti a tempo indeterminato – il numero di dismissioni a breve distanza dall’inizio carriera a cui fanno seguito periodi di disoccupazione tutt’altro che brevi, è molto più elevato di quanto si potrebbe immaginare.
6. Lavoratori a tempo indeterminato iper-protetti? Molta cautela e qualche precisazione
Dal 1998 sono disponibili i dati sulle tipologie contrattuali delle carriere a partire dalla prima assunzione. Contrariamente a quanto si può pensare, le assunzioni con contratto a tempo indeterminato sono state molto più frequenti tra le imprese piccole che tra le grandi (Tab. 6) e la tendenza continua a perdurare (Rapporto Coesione Sociale 2012, e Indagine ISTAT 2011 sui flussi occupazionali delle grandi aziende). Tra le imprese minori superano i due terzi di tutte le tipologie di entrata; tra le maggiori non raggiungono un terzo, e negli ultimi anni osservabili si riducono al 20% del totale. La preferenza (relativa) delle piccole imprese per i contratti a tempo indeterminato è in linea con quanto il buon senso suggerisce: i licenziamenti – anche degli assunti a tempo indeterminato - sono di gran lunga più facili tra le piccole imprese che non tra le grandi. E quindi, a parità di altre condizioni, non sorprende che le piccole imprese abbiano fatto relativamente più uso di contratti standard a tempo indeterminato delle aziende maggiori. Quello che colpisce, piuttosto, – e con buona pace dell’art.18 –, è che anche tra le imprese medie (20-199 dipendenti) le quote di contratti a tempo indeterminato non si discostino molto da quelle delle imprese minori.
Tab. 6. Quota di contratti a tempo indeterminato su tutte le tipologie di entrata per dimensione di impresa

Fonte: elaborazioni su dati WHIP.
L’unico fragile indizio della maggiore tenuta delle grandi imprese è la durata dei periodi di occupazione ininterrotta: il 28% delle persone assunte con contratto a tempo indeterminato nelle imprese con 200+ addetti hanno avuto periodi di lavoro continuativo superiori a 4 anni, mentre tra le imprese piccole questa percentuale scendeva al 16%. Le prospettive sembravano migliori per gli assunti con CFL (contratti aboliti dal 2004) in virtù del fatto che la metà dei CFL veniva trasformato alla scadenza in contratto a tempo indeterminato. D’altra parte, è anche vero che per quasi la metà dei contratti a tempo indeterminato, la continuità dell’impiego si riduce a meno di sei mesi.
Per quanto concerne le frequenti separazioni entro 2 anni dalla prima assunzione, la tipologia di contratto di entrata fa poca differenza, quasi indipendentemente dalla dimensione dell’impresa in cui si è stati assunti. È quasi identica tra le imprese 0-19 e le 20-199, e di poco inferiore tra le maggiori 200+. Questo è decisamente un risultato inatteso: è pur vero che i dati non permettono di sapere se i distacchi avvengono per licenziamento o dimissioni volontarie. Ma non vi è dubbio che, almeno per quanto riguarda gli assunti con contratti standard a tempo indeterminato, è impensabile che due terzi dei neo-assunti decidano di lasciare un posto teoricamente al riparo dalla perdita di lavoro verso altra destinazione in anni in cui di precariato si parlava già da tempo. I dati sembrano raccontare che queste separazioni sono in larga misura dei licenziamenti belli e buoni, e non sono conseguenza della chiusura di aziende o di forti ridimensionamenti di personale in corso.
7. Conclusione
Che il tasso di turnover dei posti di lavoro fosse sempre stato molto più alto del comune sentire è noto da molto tempo, anche se per molti anni ha riscosso critiche da parte di coloro che sostenevano che in Italia la flessibilità in uscita era scarsissima (non credo che questa posizione riscuoterebbe oggi altrettanti consensi).
Quello che si sapeva poco, e che ora sembra osservarsi disponendo dei dati sulle tipologie contrattuali, è che: (i) per lo meno fino ai primi anni Duemila la maggior parte dei nuovi entrati nel mercato del lavoro veniva assunto con contratti standard a tempo indeterminato; (ii) che i contratti standard non offrono particolari garanzie per quanto riguarda la flessibilità in uscita anche tra le imprese con oltre 20 dipendenti, con buona pace dell’art. 18. Già alcuni anni fa si suggeriva che le piccole imprese non hanno mai avuto particolari problemi con i licenziamenti, perché le scappatoie per aggirare la normativa erano facilmente accessibili. Oggi si direbbe che ragionamenti analoghi possono applicarsi anche alle imprese maggiori, al di là dei casi di licenziamento collettivo che, pur essendo oggetto di negoziato tra le parti sociali, in pratica non sono mai stati difficili da ottenere. Qualche anno fa, in risposta alle critiche che venivano mosse, argomentavo sulla fondamentale differenza tra la “law in the books” e la “law in action”. I nuovi dati sembrano dare ragione su un terreno ancora più ostico.
Questo studio potrebbe utilmente essere replicato con dati WHIP aggiornati (non appena il Ministero del Lavoro, dal 2014 depositario delle basi-dati INPS, li renderà disponibili). La metodologia è ormai ampiamente sperimentata.
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