1. Introduzione
La centralità delle aree urbane nei processi di sviluppo economico è unanimemente riconosciuta, così come l’eterogeneità dei loro percorsi di crescita, che conduce a una crescente divergenza rispetto alla loro capacità di creare nuovi posti di lavoro e di generare esternalità positive sui livelli di produttività dei fattori. Un iniziale vantaggio in termini di localizzazione e dotazione di capitale umano produce effetti positivi più che proporzionali nel tempo sulla produttività e sulla crescita economica, con una conseguente polarizzazione tra aree urbane sempre più “attrattive” e ricche di opportunità lavorative, e città in declino, che perdono posti di lavoro e popolazione in misura crescente. La consapevolezza del fatto che nelle aree urbane si gioca una sfida cruciale per la futura dinamica occupazionale dei sistemi economici, motiva l’esigenza di approfondire gli studi empirici finalizzati a meglio comprendere i legami strutturali tra creazione e distruzione di posti di lavoro nelle città italiane.
Uno studio di tale fattura non può naturalmente prescindere da una precisa identificazione delle definizioni teoriche e operative delle dimensioni di interesse, enunciando quindi la base concettuale delle misurazioni proposte. Essendo il nostro punto di partenza rappresentato dai posti di lavoro, si impongono alcune considerazioni preliminari solo apparentemente banali, ma in effetti assai rilevanti. Ad esempio, la riallocazione dei lavoratori e la riallocazione dei posti di lavoro sono due concetti distinti, anche se innegabilmente correlati tra di loro. Altresì si può notare come dimissioni e pensionamenti, due determinanti principali della riallocazione dei lavoratori, non sono necessariamente collegati ai cicli economici che influenzano la creazione e la distruzione di posti di lavoro, vero oggetto della nostra indagine, ma più facilmente spiegati da altri fattori legati all’offerta di lavoro, quali l’invecchiamento, lo stato di famiglia, le condizioni di salute. Risulta quindi dirimente non solo il corretto inquadramento teorico dei concetti formulati, ma anche la più stretta coerenza tra questi, la base di dati impiegata e l’operazionalizzazione delle definizioni nella misurazione: evidentemente, impiegare dati di natura amministrativa su attivazioni e cessazioni di posizioni lavorative senza discriminare tra i diversi tipi di causale può essere fuorviante, se conduce a una misura lorda contenente molti fattori indotti dall’offerta di lavoro, come dimissioni e pensionamenti, capaci di annacquare il dato decisivo per il nostro studio.
Muovendo da questi presupposti, il presente contributo individua alcune possibili strategie di rilevazione e misurazione dei flussi di posti di lavoro nelle aree urbane, congiuntamente al fabbisogno di dati a esse sotteso. La proposta di analisi applicata è dedicata in particolare alla domanda di capitale umano associata alle moderne concentrazioni urbane, all’evoluzione relativa della quota di tali occupazioni sul totale, alla relazione tra saldi occupazionali totali e congiuntura economica e, naturalmente, alla scomposizione dimensionale e settoriale della dinamica della domanda di lavoro.
2. Definizioni e tassonomia
Il nostro studio adotta come punto di riferimento concettuale e operativo il lavoro di Davis, Haltiwanger, Schuh (1996) condotto al fine di sviluppare il Database di ricerca longitudinale (LRD) presso il Centro di Studi Economici (CES) dello US Bureau of Census.
In tale contesto, tutti i dati furono raccolti annualmente a livello di impianto, trascurando in tal modo tutte le modifiche intra-aziendali ed escludendo gli errori di raddoppio. Nessuna modifica viene quindi rilevata in tale contesto, per esempio, in una ditta in cui si verifichi uno spostamento di alcuni lavoratori dalla linea di produzione alle attività amministrative. Parimenti, nessuna variazione nel numero complessivo di posti di lavoro di una impresa verrebbe registrata nel caso in cui questa assumesse lo stesso numero di lavoratori che ha licenziato nel corso del medesimo anno solare. La raccolta dei dati a questo livello ci permette di tracciare una netta distinzione tra imprese/impianti in espansione o avviamento e imprese/impianti in contrazione di personale o addirittura in chiusura.
La creazione di posti di lavoro lorda (JC) è la somma di tutti i nuovi posti di lavoro registrati in tutti gli impianti in espansione o in fase di avvio nel periodo, mentre la distruzione di posti di lavoro lorda (JD) è definita come la somma di tutte le perdite di lavoro in imprese o impianti in difficoltà.
Possiamo distinguere in questo modo altre due concettualizzazioni importanti come la riallocazione di lavoro lorda (GJR), che è la somma in valore assoluto di tutte queste variazioni (positive o negative che siano), e la riallocazione dei lavoratori lorda (GWR), pari alla somma di tutti i lavoratori che alterano il loro status occupazionale nel corso dell’anno. Queste due misure non differiscono solo da un punto di vista concettuale, come accennato, ma spesso registrano differenze significative anche da un punto di vista quantitativo. A titolo esemplificativo, una impresa che assume un giovane apprendista al fine di sostituire un vecchio operaio pensionatosi nel corso dell’anno, registra un valore positivo (+2 lavoratori) dell’indice GWR e nullo (0) dell’indice GJR.
La variazione netta di occupazione (NEC) è definito come la differenza tra la creazione di posti di lavoro (JC) e la distruzione di posti di lavoro (JD), per definizione pari alla variazione occupazionale complessiva che è anche registrata dalle statistiche ufficiali nel periodo di interesse. Da questo punto di vista, JC e JD possono essere definite come il risultato di una scomposizione dei cambiamenti occupazionali in due componenti che si riferiscono separatamente a impianti rispettivamente in espansione e contrazione.
3. Dimensioni e misura
La Magnitudo (o Intensità) è la prima dimensione importante da prendere in considerazione al fine di descrivere correttamente la riallocazione di posti di lavoro. Essa è definita come la quota sul totale dei posti di lavoro che vengono creati o distrutti nel periodo, venendo così a rappresentare una misura relativa della incidenza della riallocazione. La Persistenza si riferisce invece alla dimensione temporale dei posti di lavoro creati o distrutti. In particolare, è data dalla percentuale di posti di lavoro creati (distrutti) all’inizio del periodo di riferimento che sono ancora esistenti (non sono ancora stati recuperati) al termine del periodo stesso. La Ciclicità è infine definita come la variazione (serie storica) dell’Intensità nel tempo, e consente un’analisi dei collegamenti tra i flussi di lavoro e i cicli economici.
Misurare Intensità e Persistenza consente valutazioni importanti da un punto di vista quantitativo, ma nulla emerge da un punto di vista qualitativo. Ci si potrebbe chiedere, infatti, se i cambiamenti nei mercati del lavoro colpiscono la grande maggioranza delle imprese o meno, in considerazione del fatto che grandi cambiamenti sul lato della domanda potrebbero derivare da un piccolo numero di grandi impianti. In poche parole, è importante valutare la misura in cui i flussi di lavoro sono determinati dalla demografia di impresa, da spostamenti intersettoriali e/o da outsourcing (Contini, Pacelli, 1995). Quindi, dovrebbe essere introdotta una misura coerente di concentrazione della riallocazione dei posti di lavoro, per evidenziare il ruolo di aperture e fallimenti e definire la dispersione dei cambiamenti dal lato della domanda. La Concentrazione a livello di impianto è di solito misurata come il rapporto tra le variazioni occupazionali intervenute nel periodo e la dotazione iniziale di forze di lavoro. Questo rapporto varia sempre tra -1 (chiusura dell’impianto) e + ? (apertura dell’impianto) e questa circostanza comporta non poche difficoltà di interpretazione dei dati. Davis (1990) introduce una piccola novità per superare tali limiti e sostituisce il denominatore con la dotazione media di forze di lavoro nel periodo. In questo modo, la concentrazione può essere rappresentata da una misura relativa che è simmetrica a zero e varia tra -2 e +2, consentendo confronti diretti anche tra impianti in chiusura e apertura.
4. La città come ambito di analisi
La città costituisce senza dubbio un interessante ambito di applicazione per un’indagine incentrata sulla creazione e distruzione di posti di lavoro. Le specificità che contraddistinguono le aree urbane, unite alla connessione tra la dinamica della domanda di lavoro e i fenomeni di agglomerazione, tuttavia, pongono alcune questioni metodologiche e orientano l’analisi verso quelle relazioni economiche che contraddistinguono il contesto urbano. In particolare, le possibili relazioni tra economie di agglomerazione, creazione/distruzione di posti di lavoro e velocità con cui i posti di lavoro sono riallocati all’interno dell’area urbana, discriminando tra componenti inter-settoriali (riconducibili alle esternalità à la Jacobs) e intra-settoriali (associate tipicamente alle esternalità “MAR”), costituiscono il naturale obiettivo di uno studio che applichi i concetti e gli indicatori elaborati da questo filone della letteratura ai sistemi economici urbani del nostro Paese, sia per apprezzarne l’evoluzione di medio-lungo periodo, sia per valutare l’impatto della crisi sulle aree urbane.
In questa prospettiva gli indicatori principali cui fare riferimento sono dati dalla Riallocazione dei posti di lavoro, dalla Variazione netta di occupazione e dalla Concentrazione. La principale specificità dell’economia urbana di cui tenere conto, sotto questo profilo, deriva dalla maggiore mobilità, in termini di posti di lavoro, che tradizionalmente contraddistingue il settore terziario rispetto a quello manifatturiero (Contini, Revelli, 1987; Davis et al., 2006 – Tab. 2) e persiste, a livello nazionale, nell’attuale periodo di crisi (ISTAT, 2014 – Tab. 3).
Il ruolo del settore terziario nelle aree urbane, inoltre, presenta interessanti specificità derivanti dalla concentrazione dei c.d. knowledge-intensive business services (KIBS) che le caratterizza (Tab. 4): un’analisi focalizzata sui KIBS può consentire una restrizione del campo di indagine a quei settori più dinamici e produttivi delle economie urbane che beneficiano maggiormente dell’agglomerazione spaziale e della disponibilità di lavoratori qualificati. Nello specifico, mediante l’uso degli indicatori di Intensità e Concentrazione, si potrebbe verificare l’effettiva capacità dei KIBS di creare nuovi posti di lavoro e riscontrare, rispetto a questi settori, l’evidenza che la maggior parte dei posti di lavoro è creata, rispettivamente, nelle “start-up” di piccola e media dimensione e negli impianti di nuova apertura delle grandi imprese (Haltiwanger et al., 2013).
Un ulteriore aspetto che contraddistingue l’economia urbana, meritevole di essere studiato mediante un’appropriata disaggregazione degli indicatori di flusso, riguarda la quota relativamente elevata di lavoratori istruiti che partecipa ai mercati del lavoro, posto che la complementarità tra il fenomeno agglomerativo e i livelli di capitale umano può altresì favorire una maggiore produttività. Un’analisi dei flussi di posti di lavoro che discrimini i lavori in base al livello di istruzione richiesto, oltre che per settore di attività, consentirebbe di valutare in quali termini queste benefiche interazioni si traducono in nuovi posti di lavoro. Da una parte, infatti, l’innovazione può favorire le interazioni fra capitale fisico e umano, generando nuovi posti di lavoro per lavoratori istruiti a discapito dei lavoratori poco istruiti (i quali, al contrario, fronteggerebbero una distruzione di posti di lavoro a causa del progresso tecnico skill-based) e dando così luogo a un’elevata Riallocazione di lavoro. Dall’altra parte, se l’incremento di produttività è associato a processi di apprendimento dei lavoratori urbani, ci si dovrebbe attendere una minore volatilità dei posti di lavoro. Più in generale, l’analisi dell’evoluzione relativa alle occupazioni destinate a lavoratori istruiti consentirebbe di verificare se nell’area urbana tale domanda è imputabile prevalentemente a flussi intra-settoriali ovvero se vi sono settori in grado di assorbire crescenti quote di forze di lavoro qualificate.
Con riferimento al contesto italiano, peraltro, il binomio cities-skills non deve essere dato per scontato. A differenza degli Stati Uniti, dove il legame tra concentrazione di lavoratori high-skilled e espansione occupazionale passa dai settori hi-tech (Moretti, 2004), la cui competitività è alla base della creazione di posti di lavoro nel terziario tradizionale, in Italia, come già evidenziato dal contributo di Lovaglio e Mezzanzanica, i sistemi produttivi sono ancora caratterizzati da una bassa domanda di capitale umano ad alta qualifica, con una dinamica settoriale e dimensionale della domanda di lavoro che nel decennio 2001-2011 è stata ancora trainata dai settori del commercio e dei servizi di alloggio e ristorazione, oltre che da taluni servizi professionali e di supporto alle imprese, dall’istruzione e dalla sanità (ISTAT, 2013). Il primo sintomo di tale debolezza è la diffusione del fenomeno dell’overeducation (Ferrante et al., 2010), nonostante la bassa offerta di laureati che contraddistingue il nostro Paese.
Sotto tutti questi aspetti l’analisi della creazione e distruzione di posti di lavoro potrà essere validamente combinata con l’analisi dei flussi di lavoratori per misurare il gap tra Riallocazione dei lavoratori e Riallocazione dei posti di lavoro (c.d. “churning flow”) e discriminare così tra mobilità occupazionale e evoluzione della domanda di lavoro. La relazione tra churning flow e flussi di posti di lavoro consentirebbe di verificare se la relazione tra i due indici è positiva, in forza dell’accelerato cambiamento che contraddistingue le aree urbane, ovvero se essi sono tra loro negativamente correlati, come suggerirebbe la teoria che enfatizza la opportunità di apprendimento e la velocità dei relativi processi (Glaeser, 1999), nonché il migliore matching tra imprese e lavoratori associato alla densità dei mercati del lavoro urbani.
5. Fabbisogno di dati
Per svolgere un’analisi dei flussi di posti di lavoro a livello urbano idonea a fornire una risposta alle questioni sollevate, la base dati utilizzata deve necessariamente contenere informazioni sulla localizzazione geografica degli impianti a livello comunale, in modo da isolare le unità ubicate nei confini amministrativi e al contempo individuare i confini “sostanziali” in cui l’agglomerazione genera effetti in termini di flussi di posti di lavoro. I dati dovranno altresì consentire una suddivisione dimensionale e settoriale, nonché una ripartizione delle forze di lavoro assunte e cessate in base alla qualifica e al livello di istruzione. Nell’analisi di lungo periodo tali disaggregazioni consentirebbero di misurare il flusso di posti di lavoro sotteso alla trasformazione delle città contemporanee da aree a forte tradizione industriale a centri specializzati nella produzione di servizi avanzati incentrate sulla specializzazione e sul lavoro qualificato. Per l’analisi dei flussi durante la crisi sarà inoltre opportuno distinguere tra licenziamenti e dimissioni per mettere in relazione la distruzione netta di posti di lavoro con le modalità di cessazione del rapporto lavorativo.
Alle informazioni sul flusso dei posti di lavoro dovranno poi aggiungersi specifici dati per la costruzione delle variabili di controllo. In particolare, la dimensione dell’area urbana, la diffusione di infrastrutture di trasporto e la presenza di amenities, che influenzano l’attrattività di un’area urbana, costituiscono le tipiche informazioni da utilizzare per la costruzione di un set di variabili da includere in una stima econometrica delle determinanti della creazione/distruzione di posti di lavoro nelle città italiane.
6. Conclusioni
Per porre le città italiane al centro di una politica volta a promuovere una crescita durevole dei posti di lavoro è necessaria l’elaborazione di indicatori in grado di individuare le misure appropriate rispetto alle specifiche situazioni, posto che, in termini di capitale umano, esse non sembrano sfruttare a pieno le potenziali economie di agglomerazione e gli effetti positivi di queste sulla produttività del lavoro che, a loro volta, costituirebbero un potente incentivo per i residenti a investire in istruzione.
A tal fine, uno studio empirico sulla creazione/distruzione di posti di lavoro nelle aree urbane consentirebbe di quantificare il ruolo giocato dalla differenziazione produttiva e dalla specializzazione nel terziario avanzato nell’evoluzione di lungo periodo della domanda di lavoro associata alle moderne concentrazioni urbane, nonché nella capacità di queste ultime di proporsi, durante la crisi, come nodi di più ampi network urbani, catalizzatori di nuovi processi di trasformazione del sistema produttivo incentrati sul capitale umano e sulla conoscenza. Inoltre, la misurazione dell’accumulazione di capitale umano in ambito urbano, unitamente alla stima degli effetti di tale agglomerazione sulla crescita economica, potrebbe essere ulteriormente arricchita dalla rilevazione e la stima dell’incidenza del fenomeno dell’overeducation che, per livelli in eccesso rispetto alla quota fisiologica, rischia di stemperare il positivo apporto della concentrazione di lavoro altamente qualificato alla crescita economica e alla competitività delle aree urbane del nostro Paese.
Riferimenti bibliografici
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Moretti E. (2004), Human capital externalities in cities, in Henderson J.V., Thisse J.F. (eds.), Handbook of urban and regional economics, Vol. 4, Amsterdam, North-Holland, pp. 2243-2291.