1. Introduzione
La crisi economica, che nel corso degli ultimi otto anni ha colpito in maniera più o meno accentuata tutti i Paesi di non recente industrializzazione, ha avuto effetti dirompenti sulla struttura occupazionale di questi Paesi. La tesi che che si vuole sostenere in questo contributo è che la grave e prolungata crisi economica non ha semplicemente sortito un effetto di contrazione equiproporzionale dei livelli occupazionali, ma ha contribuito in maniera determinante a modificare la struttura occupazionale dei posti di lavoro e la distribuzione di questi ultimi per settore, tipologia di competenze professionali (skill) e fasce di livello salariale. Questo contributo si propone, anzitutto, di specificare con la discussione di alcuni fatti stilizzati quali sono i cambiamenti osservabili nella struttura occupazionale del contesto economico italiano, in una prospettiva comparata con gli altri Paesi dell’Unione Europea.
Questo raffronto risulta particolarmente utile anche per evidenziare come le dinamiche occupazionali nazionali seguano percorsi apprezzabilmente differenziati anche in contesti economici relativamente omogenei, quali sono appunto quelli dei Paesi dell’Unione Europea. Una volta evidenziati tali fatti stilizzati, questo lavoro perseguirà due obiettivi. Innanzitutto si delineeranno le motivazioni teoriche che stanno alla base di queste differenziate dinamiche occupazionali. Infine, si tenterà di introdurre l’analisi dell’impatto di queste trasformazioni della struttura occupazionale sui processi di creazione/distruzione di skill e competenze, osservabili sia nei sistemi di istruzione, sia all’interno delle imprese.
2. Gli effetti sulla struttura occupazionale della presente crisi economica
In questi ultimi dieci anni si è sviluppata una letteratura, sia di impostazione economica che di impronta sociologica, che ha evidenziato come, analogamente a quanto già osservato negli Stati Uniti, il mercato del lavoro in Europa nell’ultimo decennio sia stato caratterizzato da una progressiva polarizzazione dei posti di lavoro, con una crescita dell’incidenza dei posti di lavoro riferibili sia alle professioni maggiormente remunerate, sia a quelle cui corrispondono i livelli salariali più bassi. L’analisi applicata ha anche sottolineato come, contemporaneamente a queste dinamiche, sia osservabile una contrazione dell’incidenza dei posti di lavoro che si attestano in una posizione intermedia nella distribuzione salariale (si veda, ad esempio, Goos, Mannig, Salomons, 2009).
L’analisi del mercato del lavoro in Europa si innesta in un dibattito, teorico e applicato, tuttora in atto, focalizzato sui processi di polarizzazione del mercato del lavoro negli Stati Uniti (Autor, 2010; Autor, Dorn, 2013). In questo dibattito le posizioni che si confrontano sono sostanzialmente due. Da un lato vi sono coloro che sostengono come il fenomeno della polarizzazione del mercato del lavoro rappresenti “a pervasive feature of labor markets in advanced economies” (Goos, Manning, Salomons, 2009, 2011; Autor, 2010). Secondo questa impostazione, la polarizzazione del mercato del lavoro è osservabile negli Stati Uniti già a partire dagli anni Novanta, quando si registra (Autor, 2011) una concentrazione della domanda di lavoro verso le qualifiche elevate e quelle più basse, a detrimento dei lavori caratterizzati da skill intermedi.
La grave recessione economica che ha colpito gli Stati Uniti a partire dal 2007 ha accentuato questa tendenza. Infatti, come afferma Autor (2011) “Indeed, there was essentially no net change in total employment in both high-skill professional, managerial and technical occupations and in low-skill service occupations between 2007 and 2009. Conversely, employment fell by eight percent in white-collar sales, office, and administrative jobs and by 16 percent in blue-collar production, craft, repair, and operative jobs”. Questo, naturalmente, non ha mancato di influenzare la dinamica salariale e, in particolare, la distribuzione dei livelli salariali degli occupati. Infatti, coerentemente con queste dinamiche della domanda di lavoro, sia la media dei salari al di sopra della mediana sia la media di quelli al di sotto della mediana sono significativamente cresciute rispetto alla mediana stessa.
In contrapposizione a questo approccio dominante si trovano coloro che sostengono una posizione meno netta e che tendono a ridimensionare la rilevanza empirica dei fenomeni di polarizzazione (Mishel, Shierholz, Schmitt, 2013; Eurofound, 2013, 2014; Fernández-Macías, 2012), sia per il contesto statunitense sia per quello europeo. Senza entrare nei dettagli per ciò che riguarda il contesto statunitense, secondo alcuni (Mishel, Shierholz, Schmitt, 2013), il fenomeno della polarizzazione del mercato del lavoro negli Stati Uniti, osservabile nel corso degli anni Novanta, è andato esaurendosi nel corso del decennio successivo, quando si è registrata una crescita dell’occupazione sostanzialmente limitata alle occupazioni corrispondenti alle fasce salariali più basse. Le indagini di Eurofound (2013, 2014) analizzano il mercato del lavoro europeo dapprima aggregando i Paesi dell’Unione Europea. La variabile oggetto di analisi è la distribuzione delle professioni per fasce salariali. In questa analisi aggregata si osserva, effettivamente, un’evidente polarizzazione del mercato del lavoro sia per l’intervallo 1998-2007 sia nel periodo 2008-10. Tuttavia, disaggregando i vari mercati nazionali del lavoro, le conclusioni diventano maggiormente articolate.
Nell’intervallo 1995-07 i Paesi si possono suddividere in cinque diversi raggruppamenti, ciascuno dei quali caratterizzato da una specifica trasformazione nella struttura del mercato del lavoro: (a) in alcuni Paesi (Olanda, Francia, Cipro, Slovacchia e Ungheria) si osserva un’evidente polarizzazione del mercato del lavoro; (b) in un secondo gruppo di Paesi (Germania, Belgio, Irlanda, Regno Unito e Slovenia), oltre al fenomeno della polarizzazione del mercato del lavoro, si rileva un’apprezzabile miglioramento qualitativo della struttura occupazionale (upgrading), in cui la crescita dei posti di lavoro con i più elevati livelli salariali sopravanza l’incremento misurato per le occupazioni con i livelli salariali più bassi; (c) un terzo gruppo di Paesi (Finlandia, Lussemburgo, Svezia, Danimarca e Italia) in cui si registra un miglioramento dell’occupazione analogo a quello del raggruppamento precedente, senza però che vi siano segni tangibili di polarizzazione; (d) un quarto raggruppamento di Paesi (Spagna, Portogallo, Grecia e Repubblica Ceca), in cui la crescita occupazionale riguarda soprattutto i lavori con livelli salariali intermedi; (e) un quinto insieme di Paesi (Lituania, Lettonia, Estonia e Austria), in cui i fenomeni di crescita occupazionale sono affini a quelli del quarto gruppo, benché l’evidenza empirica sia meno netta.
La crisi economica ha comportato una certa attenuazione di questa differenziazione nei processi di trasformazione dei mercati del lavoro che, nella maggioranza dei casi, nell’intervallo 2008-10 tendono a convergere verso un modello in cui è presente una qualche forma di polarizzazione. Tuttavia esistono alcune eccezioni osservabili per Slovacchia, Lussemburgo, Portogallo, Svezia e Italia.
Soffermandosi esclusivamente sul nostro Paese, la crisi ha comportato per il tessuto economico l’innescarsi di un drastico break strutturale, in cui la distruzione di posti di lavoro si è concentrata sui livelli salariali intermedi e alti, mentre in questo triennio sono cresciuti mediamente solo i posti relativi ai livelli salariali più contenuti. Il processo di miglioramento qualitativo della struttura occupazionale si è radicalmente invertito e si è assistito in questo triennio a un vero e proprio processo di arretramento qualitativo dei posti di lavoro (downgrading).
3. Un focus sull’Italia
La Tab. 1 approfondisce le considerazioni svolte per l’Italia nel paragrafo precedente, con riferimento all’analisi condotta da Eurofound. In questa tabella sono riportati una serie di dati relativi alla disaggregazione dell’occupazione per qualifica e non per fascia salariale. Benché ci si possa aspettare che questa modalità di disaggregazione dell’occupazione corrisponda a quella utilizzata da Eurofound, in quanto si presume che il livello delle qualifiche corrisponda a quello delle remunerazioni, i dati della Tab. 1 evidenziano una dinamica che non corrisponde completamente a quella ricavata da Eurofound.
In effetti si conferma come nell’intervallo 2008-13 i posti di lavoro altamente qualificati subiscano un ridimensionamento abbastanza consistente (-11,5%), a fronte di un incremento dei lavori a bassa qualifica (+7,2%) e di un incremento modesto, ma apprezzabile, dei lavori per qualifiche intermedie (+1,9%). Quest’ultima dinamica è attribuibile a un notevole incremento dei posti di lavoro di natura impiegatizia (+18,6%) che si somma a una performance decisamente negativa delle posizioni lavorative intermedie legate a mansioni operaie/manuali (-16,1%). Dividendo il quinquennio 2008-12 in due intervalli, rispettivamente 2008-10 e 2010-12, si osservano dinamiche estremamente differenziate: mentre, infatti il triennio 2010-12 conferma l’evidenza fornita da Eurofound per il triennio 2008-10, con un incremento esclusivamente dei posti di lavoro a bassa qualifica, nel triennio precedente la dinamica negativa ha colpito i lavori altamente qualificati e quelli a media qualifica di natura manuale-operaia.
Si evidenzia, in questo modo, un’apprezzabile discrasia fra dinamica dell’occupazione disaggregata per qualifica professionale e per fasce salariali che porta a ritenere come il fenomeno della polarizzazione del mercato del lavoro debba essere analizzato sempre tenendo ben presente le disgiunte dinamiche dei posti di lavoro, disaggregate per fasce salariali e per qualifica professionale.
3.1 Creazione e distruzione di posti di lavoro e tessuto produttivo
Un elemento fondamentale per analizzare le performance occupazionali di un Paese è costituito dal suo tessuto produttivo che esprime la domanda di lavoro. Nell’intervallo 2008-13 tutti i settori economici sono passati attraverso una contrazione occupazionale più o meno grave: l’industria in senso stretto e le costruzioni hanno perso rispettivamente il 9,6% e il 19,9% degli occupati, i comparti agricoli il 6,2% e i servizi, trascinati dai servizi alle famiglie, un modesto 0,3% (Istat, 2014). In prima approssimazione si può affermare che si tratta di una contrazione di natura abbastanza simile a quella che ha colpito gli altri Paesi dell’Unione Europea. Tuttavia questa grave e prolungata crisi ha attecchito, in Italia, su un contesto produttivo che risulta essere, sia per ciò che riguarda la composizione settoriale, sia per ciò che riguarda la distribuzione delle imprese per classe di addetti, relativamente disomogenea rispetto al panorama europeo. Il sistema produttivo italiano, come è ampiamente noto, è caratterizzato da un elevato tasso di frammentazione se si considera che, nel 2010, il 46,0% degli addetti era occupato presso una microimpresa (da 0 a 9 addetti) a fronte del 19,2% in Germania, del 29,7% in Francia e del 38,5% in Spagna (Istat, 2014). Tutto questo si riflette sia in assetti molto semplificati dei sistemi di governance di impresa, sia in una modesta propensione all’investimento in Ricerca e Sviluppo che si è attestato, nel 2011, all’1,25% del PIL, quindi poco oltre la metà della media dei Paesi aderenti all’Unione Europea (2,5% del PIL).
Di fronte a questa evidenza occorre sottolineare un ulteriore fatto stilizzato, molto efficace per mettere in risalto le debolezze dell’assetto produttivo italiano: in una recente analisi campionaria condotta dall’Istat (Istat, 2014), si dimostra come i più elevati livelli medi di efficienza tecnica relativa d’impresa sono raggiunti dalle piccole (10-49 addetti) e dalle medie imprese (50-249 addetti), mentre il livello più contenuto per questa variabile è toccato dalle microimprese che, come si è appena visto, costituiscono, da un punto di vista meramente quantitativo, la spina dorsale dell’apparato produttivo italiano. Queste fragilità strutturali si riflettono in un andamento della produttività del fattore lavoro decisamente asfittico (vedi Tab. 2) sia se paragonato alla media dell’Unione Europea, sia in confronto con altri Paesi con un rilevate comparto manifatturiero (Germania), o passati attraverso una crisi economica aspra e prolungata, come quella in cui si trova il nostro Paese.
La debolezza del comparto produttivo si riflette in una dinamica dell’occupazione che, disaggregata per classe di addetti, mostra come le microimprese oltre a essere quelle che distruggono il maggior numero di posti di lavoro siano anche quelle che ne creano in misura superiore raggiungendo, in questo modo, i livelli più elevati di mobilità occupazionale, come evidenzia una recente indagine Istat (Istat, 2014) su un campione di imprese osservate nei periodi 2011-12 e 2012-13. In termini di creazione/distruzione netta (si veda Tab. 3), l’evidenza empirica non produce risultati privi di ambiguità: se nel periodo 2011-12 le microimprese sono quelle che, in termini relativi, danno luogo ai livelli inferiori di distruzione netta di posti di lavoro, nel periodo 2012-13 la migliore perfomance per questa variabile è raggiunta dalle grandi imprese. Decisamente deludente il risultato delle imprese medie che, per entrambi i periodi, risultano essere quelle che distruggono, in termini relativi, il più consistente ammontare di posti di lavoro. Resta certamente da evidenziare come le imprese caratterizzate dal più elevato livello stimato di efficienza relativa (le piccole e le medie) non siano quelle che danno luogo ai livelli più elevati di creazione netta o lorda di posti di lavoro: in entrambi i periodi 2011-12 sono quelle con i tassi di creazione netta più bassi.
È indubbiamente da approfondire, con ulteriori indagini applicate, se siano stati proprio questi processi di ristrutturazione occupazionale a causare questi livelli di efficienza per questa categoria di imprese, ottenuta con il ridimensionamento della componente di labour hoarding dell’occupazione.
4. Il quadro interpretativo e alcuni spunti di indagine
La spiegazione maggiormente diffusa del fenomeno, o secondo alcuni presunto fenomeno, della polarizzazione del mercato del lavoro negli Stati Uniti è radicata nel cosiddetto modello canonico di Skill Biased Technical Change (SBTC, Autor, Levy, Murnane, 2003), secondo il quale la massiccia penetrazione di ICT e computer nei processi produttivi di tutti i settori ha accresciuto la domanda per lavoratori con alte qualifiche lavorative, a scapito dei lavoratori meno qualificati. Tuttavia, se questa spiegazione poteva essere convincente per giustificare l’allargamento della forbice salariale fra lavoratori con qualifiche elevate e lavoratori con qualifiche più basse, essa non rendeva conto di un ulteriore fenomeno che ha caratterizzato il mercato del lavoro statunitense nel corso degli anni Novanta. In questo periodo storico, infatti, si registrava, oltre a una crescita dei differenziali salariali a vantaggio dei posti di lavoro con le qualifiche più elevate rispetto a quelle intermedie, un restringimento della forbice fra le remunerazioni dei lavoratori a qualifica intermedia e quelli a bassa qualifica. L’incremento dei salari per i lavoratori maggiormente qualificati, coerente con una crescita della domanda di lavoro per questa tipologia di lavoratori, risultava compatibile con il modello SBTC, tuttavia questo approccio non spiegava il deterioramento della posizione relativa dei lavoratori con qualifiche intermedie.
Per giustificare questa dinamica dei salari e della domanda di lavoro, senza rinnegare completamente questo approccio tecno-centrico, più recentemente alcuni autori sono transitati da un modello SBTC, focalizzato sugli skill (qualifiche) dei lavoratori, a un’analisi il cui focus diventano le mansioni produttive (tasks) (Autor, 2010). Questo approccio (il cosiddetto task approach), nell’analizzare l’impatto che le Information and Communication Technologies (ICT) hanno sui processi lavorativi, individua quattro tipologie di tasks (mansioni): (a) routine manual task, mansioni manuali ripetitive; (b) non routine manual tasks, mansioni manuali non ripetitive; (c) routine cognitive tasks, mansioni ripetitive e non manuali; (d) non routine cognitive tasks, mansioni non ripetitive e non manuali.
Una volta definite le tipologie di mansioni, si assume che i computer e, più generalmente, tutte le ICT, possano facilmente eseguire mansioni ripetitive non manuali e manuali (a e c, rispettivamente) e pertanto possano sostituire i lavoratori addetti all’adempimento di queste mansioni: una componente di lavoratori, numericamente consistente, caratterizzati da qualifiche scolastiche e da competenze lavorative intermedie, addetti al lavoro impiegatizio o a quello produttivo manuale. Inoltre, si ipotizza che ICT e computer siano complementari a mansioni cognitive non ripetitive (d) che caratterizzano i lavori altamente qualificati. In questo modo la domanda relativa di lavoratori caratterizzati da qualifiche intermedie tende a contrarsi rispetto sia a quella per lavoratori con qualifiche elevate, sia a quella per qualifiche basse.
Le critiche a questo approccio, che innova senza rinnegare il modello dello SBTC, sono di natura sia teorica sia applicata. Del dibattito che questo approccio ha suscitato dal punto di vista dell’analisi applicata si è detto nel primo paragrafo. Secondo alcuni la polarizzazione del mercato del lavoro non descrive quanto si è osservato negli Stati Uniti a partire dagli anni 2000. Inoltre, benché questa idea possa fornire un’interpretazione accettabile, se si considera il mercato europeo del lavoro nel suo complesso, quando si focalizza l’attenzione sui singoli mercati nazionali del lavoro, si osserva che non si tratta di un fenomeno che ha investito tutti i Paesi europei, a partire proprio dall’Italia. Questa evidenza relativa ai mercati del lavoro europei costituisce un grosso problema per l’interpretazione fondata sul task approach.
Se vale questa interpretazione “tecno-centrica” delle dinamiche occupazionali, c’è indubbiamente da chiedersi per quale ragione i Paesi europei e gli Stati Uniti abbiano sviluppato sentieri non coincidenti di trasformazione della struttura dell’occupazione (Fernandez-Macias, 2012), se, come sembra ragionevole supporre, la penetrazione nei processi produttivi delle ICT e dei computer ha proceduto in tutti i Paesi oggetto della nostra attenzione. Per ciò che riguarda il versante teorico, la prima critica che si può muovere a questo approccio è che esso ipotizzi, senza dimostrarlo, che le ICT siano complementari all’adempimento di mansioni cognitive non routinarie e favoriscano la sostituzione di lavoratori addetti a mansioni cognitive routinarie.
Se questa spiegazione “tecnocentrica” non sembra in grado di spiegare appieno le dinamiche recentemente osservate nei vari mercati del lavoro, questo non significa necessariamente che debba essere del tutto abbandonata ma, piuttosto, che debba essere integrata da tre fattori, trascurati o non sufficientemente enfatizzati dalla letteratura del task approach, con i quali la penetrazione delle ICT e in generale delle innovazioni tecnologiche si trovano a interagire: (i) il cambiamento istituzionale, (ii) i processi di globalizzazione e di internazionalizzazione delle attività produttive e (iii) i processi di formazione del capitale umano nel sistema scolastico e in quello delle imprese.
(i) Anche ammessa la rilevanza dei processi di cambiamento tecnologico in atto e l’impatto di questo sulla domanda di skill e mansioni (task), la definizione dei posti di lavoro non è un processo meramente tecnologico, ma è sempre e comunque mediato da istituzioni (diritto del lavoro, rappresentanze sindacali, natura dei mercati del lavoro...) e pertanto è un processo istituzionale. In questi ultimi anni si è assistito in pressoché tutti i Paesi europei a processi, più o meno traumatici, di deregolamentazione del mercato del lavoro. Questi interventi e i loro effetti sul funzionamento dei mercati interni del lavoro combinati con l’introduzione delle ICT, possono avere favorito la crescita della domanda per specifiche qualifiche professionali.
(ii) I fenomeni di delocalizzazione delle attività produttive e la creazione di catene globali del valore possono avere avuto effetti o favorevoli ai fenomeni di polarizzazione del mercato del lavoro o avversi a seconda della natura della catena globale del lavoro (Lahkani, Kuruvilla, Avgar, 2013). La delocalizzazione, infatti, non riguarda necessariamente fasi produttive marginali e a modesto valore aggiunto, ma anche fasi che implicano l’utilizzo di manodopera altamente qualificata.
(iii) Nell’interpretazione del task approach si riconosce la centralità dei processi di formazione del capitale umano. Secondo questo approccio, l’investimento in capitale umano (Goldin, Katz, 2010; Acemoglu, Autor, 2012) è un elemento fondamentale per spiegare, in presenza di cambiamento tecnologico, come si distribuiscono i fenomeni di crescita salariale, assoluta e relativa, fra le varie occupazioni. In presenza di un cambiamento tecnologico che privilegia la domanda di qualifiche elevate à la Tinbergen (1974), i salari per questa tipologia di lavoratori osservano una crescita tanto più intensa quanto più elevato è l’eccesso di domanda per questi lavoratori sull’offerta. Questa dinamica dipende dalla “race between technology and education” (Goldin, Katz, 2010): l’eccesso di domanda per lavoratori dotati di qualifiche elevate dipende dai livelli di istruzione dei lavoratori e, pertanto, dal livello di investimento in capitale umano delle famiglie, delle imprese e dei lavoratori. Pertanto se la crescita della domanda di lavoratori qualificati eccede l’offerta, si osserva un incremento dei salari relativi a vantaggio dei lavoratori con le qualifiche più elevate, con un conseguente incremento della diseguaglianza nella distribuzione del reddito.
Le conseguenze di questa “race between technology and education” sono sostanzialmente due. Innanzitutto, l’investimento in capitale umano gioca un ruolo fondamentale nel contenere la crescita della diseguaglianza. Inoltre, questo schema interpretativo riesce a spiegare come mai la dinamica salariale disaggregata per qualifica professionale non coincide necessariamente con la dinamica della domanda di lavoratori disaggregata per qualifiche. Questa interazione fra trasformazione della struttura occupazionale e formazione del capitale umano e dei lavoratori, messa bene in luce da questi contributi, risulta un elemento centrale, ma deve essere approfondito, rispetto a quanto fatto dai sostenitori del task approach.
In particolare, va in qualche modo stimata l’incidenza relativa della formazione scolastica rispetto a quella sul posto di lavoro, tenendo presente, così come fa l’approccio dei modelli di capitalismo, l’interazione fra istituzioni del mercato del lavoro, sistema della formazione e processi di innovazione tecnologica e organizzativa (Estevez-Abe, Iversen, Soskice, 2001). Il modello interpretativo basato sulla “race between technology and education” sembra maggiormente compatibile con processi in cui la formazione dei lavoratori avviene principalmente nel sistema scolastico e marginalmente sul posto di lavoro, e quindi non cattura completamente le complesse interazioni fra formazione del capitale umano e creazione/distruzione di posti di lavoro.
5. Conclusioni
Il modello di polarizzazione del mercato del lavoro, valido negli Stati Uniti perlomeno nel corso degli anni Novanta, non costituisce uno schema interpretativo valido per il nostro Paese, caratterizzato negli ultimi anni da una crescita delle occupazioni riferibili alle fasce salariali più basse e da una contrazione delle occupazioni per le fasce superiori. Per interpretare in modo rigoroso le dinamiche sottostanti a questo fenomeno sarebbero necessarie analisi statistico-econometriche approfondite; tuttavia, in prima istanza, è possibile formulare alcune ipotesi coerenti con l’evidenza empirica delineata nei paragrafi precedenti. Innanzitutto, come si è sottolineato in precedenza, occorre ricordare che la dinamica delle occupazioni, disaggregata per fasce salariali, non coincide necessariamente con quella per qualifiche professionali.
Questo è particolarmente vero se si tiene conto che il cambiamento istituzionale, che ha determinato una radicale trasformazione nel diritto del lavoro, ha accresciuto il dualismo fra lavoratori con contratti a tempo indeterminato e lavoratori legati alle imprese con una qualche forma di contratto atipico. In questo modo si è reso possibile che lavoratori con qualifiche elevate rientrassero in fasce salariali basse. Inoltre, se la domanda di lavoro per qualifiche elevate risulta inferiore all’offerta di lavoro qualificato, quest’ultimo, oltre a contemplare la possibilità di migrare all’estero (la fuga dei cervelli), è messo nella condizione di dovere cercare di ottenere lavori per qualifiche inferiori. L’ipotesi che si formula in relazione al mercato del lavoro in Italia, pertanto, contempla una situazione di bassa domanda di lavoro qualificato, con eccesso di offerta, ed elevata domanda per lavori scarsamente qualificati, assecondata sia dal comportamento dei lavoratori qualificati, che in mancanza di posti di lavoro coerenti con la loro professionalità si offrono per posizioni lavorative inferiori alla loro qualifica (overeducation), sia da un assetto istituzionale “favorevole” in termini di contratto di lavoro e di livello di influenza della contrattazione centralizzata.
Inoltre, un ruolo fondamentale nel determinare la dinamica fra domanda di qualifiche e domanda per fasce salariali è giocato dalla strutturazione dei mercati interni del lavoro e, in particolare, dalla rilevanza della formazione sul posto di lavoro e dalle modalità di ripartizione dei costi di addestramento fra datori di lavoro e lavoratori. Quest’ultimo aspetto dipende sostanzialmente dalle regole che determinano il funzionamento del mercato del lavoro (Estevez-Abe, Iversen, Soskice, 2001) e pertanto, in ultima istanza, dalla varietà di capitalismo in cui le imprese operano.
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