1. Introduzione
Il settore manifatturiero è in fase di declino rispetto al settore dei servizi, sia in termini di valore aggiunto prodotto che di occupazione. Questo è un fenomeno di lungo termine che è stato ben documentato (Pasinetti, 1981). La crisi globale ed economica che ha interessato il mondo occidentale nel 2008 ha verosimilmente accelerato questa tendenza. Tuttavia, l’importanza del settore manifatturiero viene costantemente evidenziata nel dibattito economico, soprattutto in relazione all’importanza di mantenere una base di produzione industriale di eccellenza che sia anche complementare alla crescita dei servizi knowledge-intensive. Forse di maggior peso strategico è la partecipazione nella catena del valore globale, soprattutto in quei settori manifatturieri ad alta intensità di tecnologia e a elevato valore aggiunto, il cui potenziale di innovazione e’ determinante per la ripresa di economie stremate da anni di crisi. Infatti, lo European Competitive Report (EC, 2013) sottolinea l’importanza strategica del settore manifatturiero, la sua complementarietà con il settore dei servizi e la partecipazione strategica nella catena del valore globale. Il rapporto evidenzia che l’economia europea ha ancora vantaggi competitivi in alcuni settori manifatturieri, tra cui i settori ad alta tecnologia. Questi settori, come quello farmaceutico, ICT, elettronica e strumenti e ottica sono esplicitamente o implicitamente coinvolti nella creazione di posti di lavoro in relazione alla crescita della produttività, a sua volta associata a una maggiore intensità di R&S (Nordhaus, 2005; Bogliacino et al., 2012).
Lo scopo di questo breve contributo è di discutere la situazione del settore manifatturiero high-tech italiano, e in particolare la performance delle piccole e medie imprese high-tech (PMI) in termini di occupazione negli anni seguenti la crisi economica e finanziaria. L’argomentazione è sviluppata lungo le seguenti linee: (i) una esplorazione della teoria che affronta le relazioni tra manifattura high-tech e investimenti in innovazione e creazione di lavoro; (ii) un’analisi dell’andamento del settore high-tech in Italia, comparato all’andamento dello stesso nell’Unione Europea e, infine, (iii) verranno avanzate alcune considerazioni di politica industriale e dell’innovazione.
2. Il ruolo del settore high-tech nel sistema nazionale d’innovazione e le caratteristiche delle PMI high-tech
I settori high-tech sono considerati una componente importante del sistema nazionale di innovazione (Hoffman et al., 2004). Nei Paesi più industrializzati è ormai evidente che la produzione si stia spostando in maniera determinante verso settori a più alto valore aggiunto, quali i settori high-tech (Pilat et al., 2006). Le imprese operanti in settori ad alta tecnologia non solo investono più in R&S, ma ottengono anche migliori risultati in termini di innovazione dalle loro attività di ricerca (Raymond et al., 2010). A riguardo, la letteratura, sia quella empirica che quella teorica, ha riconosciuto il ruolo chiave delle PMI high-tech come “utilizzatrici” di tecnologie avanzate per produzioni ad alto valore aggiunto, nonché come “generatrici” di nuove tecnologie.
Negli ultimi due decenni le indagini sulle dinamiche di crescita dei settori ad alta tecnologia, in particolare sulla absorptive capacity delle PMI e sulla loro propensione alla integrazione con l’ambiente esterno, hanno catalizzato il dibattito. In particolare, meccanismi di networking con grandi imprese o altri enti di ricerca compensano le limitazioni di scala delle PMI mediante un’organizzazione flessibile di lavoro altamente specializzato, che a sua volta aumenta il livello di produttività e di crescita. Bisogna però considerare che le PMI hanno generalmente una propensione molto più bassa a condurre ricerca e sviluppo in maniera formale e hanno quindi possibilità più limitate di raggiungere livelli di efficienza comparabili a quelli delle grandi imprese (Ortega-Argile et al., 2009). D’altra parte, e dato il basso livello di investimenti in R&S delle PMI, la capacità di assorbimento è molto più importante per la crescita. La letteratura sembra concorde con la proposta che la capacità di assorbimento ha un impatto rilevante sulla capacità delle imprese di crescere, stabilendo collaborazioni con organizzazioni esterne (Hoffman et al., 1998; Muscio, 2007; de Jong, Freel, 2010; Maçãs Nunes et al., 2012). Di conseguenza, a livelli più elevati di investimenti in ricerca e innovazione a livello sistemico corrispondono maggiori probabilità che le PMI high-tech possano beneficiare di sinergie con altri operatori economici (Ortega-Argilés et al., 2010).
2.1 PMI high tech e occupazione
L’importanza della crescita dell’occupazione nei settori manifatturieri ad alta tecnologia è spesso legata alle dinamiche dello sviluppo tecnologico e quindi dei suoi effetti sull’occupazione (Mortensen, Pissarides, 1998). La spiegazione stilizzata di solito proposta suggerisce che le imprese, alla ricerca di maggiori profitti, tendono a ridurre l’intensità del fattore di produzione meno produttivo. In altre parole, le imprese introducono innovazioni capital intensive che riducono l’occupazione, oppure innovazioni di processo che aumentano l’efficienza produttiva del lavoro. Di conseguenza, progresso tecnologico e incrementi dell’efficienza produttiva del lavoro tendono a fare aumentare la disoccupazione.
Più recentemente è stata avvalorata invece l’ipotesi che gli investimenti in capitale tecnologico tendano a far aumentare l’occupazione. Queste teorie, sviluppate soprattutto sulla base di studi empirici, mostrano che, mentre il processo sopra descritto potrebbe essere vero in alcuni settori tradizionali e a livello di impresa dove prevale l’innovazione di processo, in settori ad alta tecnologia - caratterizzati da un elevato livello di capitale tecnologico e innovazione di prodotto – l’occupazione cresce in conseguenza di nuovi investimenti ad alto contenuto tecnologico (Greenan, Guellec, 2000; Antonucci, Pianta, 2002; Pianta, 2005).
Un altro punto evidenziato è che il cambiamento tecnologico non solo è legato alla crescita di occupazione in termini di numero di posti di lavoro, ma anche in termini di “qualità” dei posti di lavoro creati. In particolare, in Paesi con livelli elevati di istruzione superiore e con una struttura produttiva a più alto valore aggiunto, gli investimenti in tecnologie sono complementari alla crescita dell’occupazione in settori knowledge-intensive (Griliches, 1970; Tether et al., 2005; Ciccone, Papaioannou, 2009; Mastrostefano, Pianta, 2009). Questo punto di vista è confermato anche da Hanusheck, Woessmann (2012), che hanno evidenziato come le abilità cognitive siano una delle principali determinanti della crescita economica a livello nazionale. Elevati livelli di capitale umano assumono un ruolo importante nel determinare la crescita sia in termini economici tradizionali che in termini di investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione. Gli investimenti in istruzione, fonte principale di accumulo di capitale umano, sono una componente essenziale della crescita e sviluppo.
Sempre in relazione alla crescita e all’occupazione, grande enfasi è stata data storicamente alla capacità delle grandi imprese di influenzare l’occupazione in modo significativo, mentre il ruolo delle piccole e medie imprese è stato considerato solo marginale. Al contrario, già Birch (1979) ha rilevato che le aziende che contribuiscono maggiormente alla crescita dell’occupazione sono, appunto, le piccole e medie imprese innovative; un’osservazione questa confermata nei decenni successivi (Neumark et al., 2011 e Haltiwanger et al., 2013 e de Wit, de Kok, 2014).
Le relazioni tra grandi imprese e quelle di piccole e medie dimensioni sono comunque più complesse. Per esempio, in particolare durante periodi di crisi o di trasformazione industriale, le grandi imprese tendono a incrementare l’approvvigionamento di input tecnologici dall’esterno e le PMI high-tech sono il punto di accesso naturale (Baumol, 2002). Ciò a sua volta comporta effetti di ricaduta sull’occupazione mediati da imprese di diverse dimensioni (Peneder, 2003).
2.2 Policy e crescita del settore high-tech
Infine, la crescita del settore manifatturiero, in particolare delle PMI manifatturiere high-tech, è al centro dell’agenda politica europea e nazionale. Vi è infatti consenso generalizzato che le misure attuate sia a livello europeo che a livello nazionale negli anni antecedenti la crisi per favorire la creazione e la crescita di imprese high-tech, si sono rivelate insufficienti (Veugelers, 2008). Inoltre, sono stati recentemente trascurati molti aspetti sistemici di policy maggiormente rilevanti per le imprese high-tech. Filippetti, Archibugi (2011) evidenziano che politiche volte a sviluppare competenze e qualità delle risorse umane (istruzione superiore) e interazione tra investimenti e disponibilità delle risorse finanziarie (investimenti pubblici in scienze, tecnologia e R&S, accesso al credito e a mercati finanziari) sono passate in secondo piano rispetto a interventi di politiche di bilancio pubblico. Un solido sistema nazionale di innovazione, infatti, può costituire un buffer efficace contro gli effetti negativi della crisi e/o favorire la ripresa. Queste osservazioni sono state riprese da Makkonen (2013) soprattutto per quanto riguarda il sostegno dei governi a scienze e tecnologia. Makkonen (2013), infatti, dimostra come la ripresa economica e l’upgrade di sistemi produttivi nazionali risultino più difficili in quei Paesi in cui gli investimenti in scienze e tecnologia hanno subito adeguamenti pro-ciclici. Sulla stessa linea di ricerca e con particolare riguardo ai legami tra la formazione del capitale umano e scienza e tecnologia, Jones e Grimhsaw (2011) evidenziano come adeguate politiche in questi ambiti possano contribuire a mantenere o migliorare le condizioni economiche di alcuni settori, facendo leva sulle competenze generate da una formazione superiore che tende a concentrare risorse umane verso un più spedito processo di adattamento e di innovazione in periodi di rapida trasformazione industriale.
3. Andamento delle PMI high-tech manifatturiere in Italia e nell’Unione Europea
Stime presentate dalla Commissione Europea sostengono che nel 2013 il settore manifatturiero in Italia comprendeva circa 6.130 aziende classificate come high-tech, 6.000 delle quali nel comparto delle piccole e medie imprese. Il numero di imprese si è progressivamente ridotto dal 2008, quando i settori ad alta tecnologia comprendevano quasi 7.400 imprese di cui circa 7.250 PMI. Il rapporto tra piccole e medie imprese operanti in settori high-tech e PMI operanti nel settore manifatturiero tout court in Italia nel 2008 era di circa 1,6%; tale rapporto è diminuito nel corso degli anni successivi, raggiungendo l’1,4% nel 2013. Rimane di particolare rilevanza il fatto che un numero così esiguo di imprese abbia contribuito mediamente al 2,9% dell’occupazione manifatturiera a una percentuale del valore aggiunto superiore al 4,3% del VA prodotto dalle PMI operanti nel settore manifatturiero in Italia.
Un andamento simile è stato rilevato anche nell’Unione Europea anche se il peso relativo delle PMI operanti nel manifatturiero high-tech sul totale delle PMI manifatturiere non è sceso mai al di sotto del 2,1% (2,3% nel 2008). Inoltre, le piccole e medie imprese high-tech hanno contribuito in media al 3,5% dell’occupazione e a circa il 5,5% del valore aggiunto prodotto da PMI operanti nel manifatturiero. Questi rapporti suggeriscono che le PMI operanti nei settori high-tech nell’Unione Europea sono in media di dimensioni più elevate rispetto a quelle Italiane e hanno livelli maggiori di produttività media.
3.1 Occupazione nei settori high-tech in Italia e nell’Unione Europea
L’occupazione nei settori high-tech in Italia e nell’Unione Europea ha pesantemente sofferto l’impatto della crisi iniziata nel 2008, anche se in maniera piuttosto diversa. L’andamento dell’occupazione nelle PMI high-tech italiane ed europee è stato costantemente in calo dal 2008 (Fig. 1). In Italia il settore manifatturiero high-tech ha sostenuto una perdita netta di posti di lavoro pari a circa 22.800 unità. Le PMI Italiane operanti nel settore manifatturiero high-tech hanno sostenuto più della metà delle perdite di posti di lavoro (circa 12.000). Nell’Unione Europea, dal 2008 al 2013 si sono persi circa 182.000 posti di lavoro nel settore high-tech e il comparto delle PMI ha sostenuto una perdita di occupazione netta pari a 41.000 unità.
In termini di tassi di distruzione di posti di lavoro, In Italia, lo shock subito dal settore manifatturiero high-tech Italiano nel 2009 mostra valori di perdita d’occupazione di circa il 6% rispetto all’anno precedente (Fig. 2). Negli anni seguenti si è verificato un leggero miglioramento della situazione e il tasso di crescita dell’occupazione ha raggiunto un modesto +0,2% nel 2012 (occupazione nelle grandi imprese HTM). In totale, però, l’occupazione nel settore manifatturiero high-tech, nel 2013, risultava di oltre il 12% inferiore rispetto al 2008.
La situazione non è stata migliore nell’Unione Europea (Fig. 3). Il 2009 ha segnato un punto di minimo, con una riduzione di circa il 10% dell’occupazione nelle grandi imprese manifatturiere high-tech. Le PMI high tech europee hanno sostenuto l’impatto relativamente meglio delle grandi imprese nello stesso settore, per quanto l’occupazione sia diminuita di oltre il 5%. Negli anni successivi, la perdita di occupazione nel settore si è assestata su valori più contenuti.
Tra l’Unione Europea e l’Italia vi era un gap occupazionale già prima della crisi: in Italia, il livello relativo di occupazione dei settori high-tech (e nelle PMI) era strutturalmente più basso prima del 2008 (Fig. 4). Infatti, nel 2008 la percentuale di occupati nei settori manifatturieri high-tech nell’Unione Europea era pari al 5,5% degli occupati in manifattura, mentre in Italia la percentuale era di circa un punto percentuale inferiore (4,4%). Tale gap risultava evidente anche nel comparto delle PMI. Nel 2008, le PMI high-tech dell’UE 28 impiegavano circa il 3,4% degli occupati nelle PMI manifatturiere; in Italia, le PMI high-tech occupavano solo il 2,8% degli occupati nelle PMI manifatturiere. La Fig. 4 mostra come, dal 2008 in poi, tale gap sia aumentato.
3.3 Politiche per la scienza, la tecnologia e l’innovazione (ST&I) e politiche per le PMI: alcune riflessioni
La rassegna della letteratura ha evidenziato come variabili di ST&I hanno effetti sulle prestazioni del sistema nazionale d’innovazione e sul settore manifatturiero high-tech, incluso le PMI. Infatti, le PMI high-tech tendono a crescere sia in numero che in dimensioni in sistemi d’innovazione in cui gli investimenti in ricerca e sviluppo (pubblici e privati), in istruzione e in infrastrutture tecnologiche sono più elevati. Trend di lungo termine evidenziano come l’impegno italiano in termini di politiche scientifiche, tecnologiche e dell’innovazione sia stato minimo e i risultati ottenuti siano certamente sub-standard rispetto alla media dell’Unione Europea.
Passando in rassegna gli investimenti in ricerca e sviluppo degli ultimi 10 anni (Tab. 1), si evince come il “Sistema Italia” abbia costantemente operato a livelli d’investimenti più bassi rispetto a quelli di altri Paesi dell’UE. In particolare, rispetto a una media europea di investimenti pro-capite in R&S da 410€ (nel 2005) a 540€ (nel 2013), l’Italia ha investito solo 270€ per abitante nel 2005 e 340€ nel 2013. Allo stesso modo, l’intensità di R&S in Italia (spesa in R&S/PIL) è stata di almeno lo 0,7% del PIL inferiore a quella europea.
In maniera piuttosto simile, gli investimenti totali (pubblici e privati) in istruzione di ogni ordine e grado in Italia sono sempre rimasti tra il 4,4 ed il 4,7 del PIL dal 2005 al 2011, mentre in Europa sono rimasti costantemente superiori al 5% del PIL. Considerando con particolare attenzione gli investimenti in istruzione terziaria, in Italia per ogni studente (a tempo pieno) si è investito costantemente meno che nel resto d’Europa. In particolare, per ogni studente superiore (ISCED 1997, livelli 5 – 6), vale a dire in percorsi universitari fino al conseguimento del dottorato di ricerca, i dati mostrano un gap crescente tra investimenti medi in Europa e in Italia, quantificato in 1.600€ nel 2005 ed in oltre 2.250€ nel 2010. Di conseguenza i tassi di transizione da diploma a laurea, da laurea a master e da master a dottorato in Italia sono andati diminuendo negli corso degli ultimi 10 anni (OECD, 2014).
Infine, il terzo indicatore, che riassume la performance Italiana in termini di investimenti in infrastrutture tecnologiche – % di penetrazione sul territorio di broadband ad alta velocità a 30 o più mbps (Fig. 5) –, dimostra lo stato di arretratezza degli investimenti, peraltro già sottolineato dall’Italy Digital Plan del 2012 (EC, 2012).
Indicatori di politiche economiche a favore delle PMI sono stati sistematicamente raccolti dalla Commissione Europea (DG Enterprise and Industry) che, in seguito all’approvazione dello Small Business Act for Europe nel 2008, ha avviato un’azione di monitoraggio (SME Perfromance Review) analizzando la situazione delle piccole e medie imprese negli Stati membri (European SMEs annual report) e delle politiche nazionali in favore delle piccole e medie imprese (SBA Factsheets). Da quest’ultima fonte si possono analizzare gli sforzi di policy a favore della piccola e media impresa sostenuti in Italia negli ultimi anni. Anche in questo caso, c’è da notare che dal 2008 al 2014 gli indicatori di policy per le PMI Italiane (numero di politiche implementate e progressi in direzione degli obiettivi dello Small Business Act, 2008) non hanno fatto registrare sostanziali miglioramenti soprattutto in aree quali accesso al credito, partecipazioni a gare d’appalto pubbliche e riduzione della burocrazia. Il fondo per la cooperazione fra imprese, attivo tra il 2014 ed il 2015, ha uno stanziamento di €5milioni ed è indirizzato a favorire la cooperazione tra piccole e medie imprese in aree high-tech quali la manifattura sostenibile, la ricerca e sviluppo per l’economia digitale e lo sviluppo di hardware e software. Il fondo è attualmente in fase di attuazione e risultati consolidati non sono ancora disponibili per una eventuale valutazione.
4. Discussione e conclusioni
Da un esame dell’andamento dell’occupazione e del valore aggiunto creato dalle PMI high-tech si evince che questi settori, in Italia e in Europa, hanno resistito alla crisi relativamente meglio di altri settori manifatturieri; nonostante ciò, in Italia gli investimenti necessari per la crescita delle PMI high-tech: R&S, educazione e infrastrutture tecnologiche, rimangono su un trend decrescente (o comunque inadeguato) che origina molto prima del 2008. L’andamento di variabili chiave del sistema Italiano d’innovazione evidenzia che negli ultimi anni si è verificata una “gara verso il basso” per la quale lo shock del settore produttivo indotto dalla crisi economica è stato “accompagnato” da politiche di austerità. Questo sembra aver innescato un circolo vizioso che ha colpito anche settori produttivi come l’high-tech, che in passato avevano fatto registrare una resilienza maggiore rispetto ad altri comparti produttivi.
Nonostante ciò, il “Sistema Italia” vanta un comparto manifatturiero high-tech ancora competitivo, dove un numero abbastanza esiguo di piccole e medie imprese, circa 6.000, produce un valore aggiunto di 3 volte superiore al loro peso relativo sul totale delle PMI manifatturiere e occupa più del doppio dei lavoratori (sempre in termini relativi).
Il presente lavoro evidenzia questo paradosso, lasciando aperto l’interrogativo su come mai un importante componente del sistema d’innovazione nazionale quale il settore manifatturiero high-tech, e in particolare il comparto delle PMI, non venga adeguatamente valorizzato nonostante la teoria economica e l’evidenza empirica siano concordi nell’identificarlo come motore di innovazione, di crescita economica e occupazione.
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