1. Il contesto
La crisi globale che attanaglia da ormai sei anni l’economia europea ha scosso le economie continentali, provocando da un lato una forte diminuzione dell’occupazione e, dall’altro, il drastico calo della produzione industriale.
Viene ritenuto prioritario da tutte le istituzioni internazionali contrapporre alla crisi strategie di creazione di risorse umane e di posti di lavoro dal lato della domanda, accrescendo la capacità competitiva delle imprese italiane, industriali e non, stimolandone la crescita per affrontare con successo i processi di innovazione e internazionalizzazione imposti dal nuovo quadro competitivo mondiale.
In tale ottica alcuni filoni di ricerca economica (Blanchard, Diamond, 1989; Abraham, Katz, 1986; Lilien, 1982) sostengono, infatti, una decisa relazione tra l’andamento del ciclo economico e le modificazioni settoriali occupazionali (creazione, distruzione e riallocazione di addetti nei settori), che riflettono sostanzialmente le dinamiche temporali (in termini di natalità, mortalità, riallocazione settoriale) del tessuto produttivo e imprenditoriale dei Paesi.
Il presente lavoro analizza dunque la dinamica di lungo periodo del sistema produttivo italiano, utilizzando i dati istituzionali sulle imprese e le unità locali dell’Archivio Statistico delle Imprese Attive (ASIA), realizzato dall’Istat.
Nella fattispecie, si cercherà di fornire un’interpretazione e una quantificazione dei processi di creazione e distruzione di imprese e di addetti sperimentati in Italia nel corso degli ultimi quindici anni (con un particolare approfondimento sulle tendenze emerse nel periodo più recente della crisi globale), evidenziando se da tali trend possano emergere specificità dimensionali, settoriali e geografiche.
Il registro ASIA individua l’insieme delle imprese (ivi compresi anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti) e i relativi caratteri statistici, integrando informazioni desumibili sia da fonti amministrative, gestite da enti pubblici o da società private, sia da fonti statistiche. Le informazioni di fonte amministrativa, dopo essere state sottoposte a un processo di normalizzazione e standardizzazione, che trasforma le unità e i caratteri amministrativi in unità e variabili statistiche, sono integrate fra loro. Il campo di osservazione di ASIA copre tutte le imprese attive di tipo industriale, commerciale e dei servizi, a esclusione di quelle nei settori agricoli, della pubblica amministrazione, istituzioni pubbliche e istituzioni private non profit.
L’orizzonte temporale coperto va dal 1996 al 2011, ma è utile segnalare come solo tre sottoperiodi siano omogenei per tipo di classificazione delle attività economiche (1996-1999; 2000-2006, 2007-2011), rendendo improba un’analisi della dinamica globale di imprese e addetti a livello settoriale, mentre risulta più agevole a livello di macro-settore.
2. Le dinamiche osservate
La dinamica globale, se scomposta nei tre periodi, mostra un deciso incremento tra il 2000 e il 2006 (specialmente in termini di addetti, quasi aumentati di 2 milioni, +12% con 310mila imprese in più) e una forte flessione nell’ultimo quinquennio con cali di addetti nell’ordine delle 708 mila unità (-4% la variazione percentuale, mentre le imprese calano di quasi 30 mila unità). Analizzando tre periodi chiave, quali l’anno di prima rilevazione e i due periodi immediatamente pre-crisi e l’ultimo anno disponibile, le Figg. 1 e 2 mostrano le dinamiche aggregate in termini di addetti e imprese rispettivamente.
Fino al 2006, periodo di notevole incremento globale di addetti, le dinamiche sono negative per il settore industriale, mentre migliorano decisamente gli altri settori economici, specie le costruzioni, il settore alberghiero (che incrementa del 30% gli addetti da inizio periodo) e i servizi alle imprese.
La crescita è più significativa nella piccola e media impresa, nel settore immobiliare e nei servizi alle imprese (che rappresenta più del 50% dei nuovi occupati tra il 2000 e il 2006) e nella grande impresa, in tutti i settori, a esclusione dei settori manifatturiero e della produzione e distribuzione di energia elettrica (che in totale perdono 250 mila addetti tra il 2000 e il 2006).
L’evoluzione nell’ultimo quinquennio mostra un deciso cambio di tendenza, con un calo di circa 30 mila imprese e 708 mila addetti (specialmente per la piccola e media impresa). Analizzando le perdite di imprese e addetti per macro-settore (e classe dimensionale, Tab. 1), tutti i settori, a esclusione di “Altri Servizi”(+100 mila imprese, con conseguente incremento di 140 mila addetti), hanno mostrato una diminuzione di imprese attive e specialmente un calo del numero di addetti (meno di 800 mila per industria e costruzioni, a fronte di un calo netto globale di 700 mila addetti).
In particolare, le perdite più marcate in termini di addetti riguardano le costruzioni, con un -17% (specie della piccola e media impresa – fino a 50 dipendenti) e l’industria in senso stretto, con un calo dell’11% (con punte del 15% nella piccola impresa), mentre al contrario negli altri servizi le dinamiche più positive si registrano nelle classi dimensionali maggiori (Tab.1).
Emerge quindi un forte ridimensionamento della manifattura (che rappresenta al 2011 il 23% degli addetti a livello nazionale, con un calo dal 34% del 1996) a fronte di una tenuta dei settori legati alla ristorazione, ai servizi professionali e alle imprese e alla sanità privata (unici settori che dal 2007 incrementano percentualmente la quota sul totale di addetti a livello nazionale).
Sebbene emerga, come detto, un vistoso calo di addetti nell’ultimo quinquennio analizzato, si nota una debole variabilità temporale delle composizione percentuali di addetti e imprese per classe dimensionale delle stesse nei vari macro-settori (Figg. 3 e 4) e anche per dimensionalità media (Fig. 5), quantomeno nell’ultimo lustro analizzato, a conferma che la maggiore componente di variabilità dimensionale è da ascrivere ai comparti più che all’evoluzione degli stessi nel tempo.
Le dinamiche geografiche (regionali) di lungo periodo, che hanno visto incrementare, tra il 1996 e il 2011, le imprese di 580 mila unità e gli addetti di più di 2 milioni, sono state particolarmente positive in Lombardia, Veneto, Campania, Emilia e Lazio, saturando queste ultime più della metà dell’incremento globale degli addetti (con incrementi percentuali compresi tra il 10% del Lazio e il 18% della Lombardia); dall’altra, Calabria, Campania, Puglia e Sardegna sono state invece le regioni che sono cresciute più velocemente delle altre (tassi annui di incrementi di addetti nell’ordine dell’1,6% - 1,8%), mentre all’estremo opposto troviamo il Piemonte (solo +0,1% nei quindici anni analizzati).
Rispetto al numero di imprese attive, l’incremento percentuale maggiore si è avuto nel Lazio (+1,5% annuo) e in Trentino (+1,9%), che si dimostra la regione più virtuosa in termini di variazioni percentuali tra inizio e fine periodo congiuntamente sia per addetti sia per imprese, mentre il Piemonte la meno virtuosa (Fig. 6).
2.1 Dinamiche 2007-2011
Rispetto ai cambiamenti registrati nell’ultimo quinquennio, la Tab. 2 in Appendice riporta le dinamiche delle variazioni (percentuali) geografiche e settoriali di imprese e addetti. Emergono cali sostanziali nelle 20 ripartizioni nei tre settori industriali F-Costruzioni, C-Attività manifatturiere e B-Attività estrattiva (in quest’ultima gli addetti diminuiscono in tutte le regioni a eccezione di Liguria e specialmente Abruzzo, che registra un aumento del 40% di addetti).
Nei settori dei servizi, specialmente rivolti alle imprese e alla persona (N, I, S, E, P e Q, vedi Tab. 2) invece, il 90% delle regioni ha mostrato incrementi positivi in termini di addetti. In particolare, i settori Fornitura di Acqua (E), Istruzione (P) e Sanità e Assistenza (Q) (questi ultimi nel comparto privato) sono quelli decisamente trainanti, sebbene i primi due rappresentino una quota molto bassa di addetti (1,6%) nel panorama nazionale. Tra i settori invece più rappresentativi, per addetti al 2011, forti aumenti si registrano nel Noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (set. N), specie in Liguria (+80%), Calabria e Val d’Aosta (entrambe con aumenti del 40%), nella Sanità e assistenza (set. Q) in Trentino, Puglia e Friuli (tra il 25% e il 40% di incrementi) e nel settore legato alle Attività finanziarie e assicurative (K), specie nel Lazio (+40%).
In termini assoluti, le regioni che hanno perso maggiormente addetti sono state la Lombardia (-154 mila addetti), l’Emilia e il Piemonte (cali di 98 mila e 95 addetti, rispettivamente), da ascriversi in particolar modo al settore manifatturiero (in media il 70% del calo di addetti si deve al calo nella manifattura con punte del 90% in Veneto e nelle Marche), che ha concorso alla perdita di più di 500 mila unità delle 708 mila globali. Tale settore, insieme alle costruzioni (F) presenta saldi negativi in tutte le regioni italiane, mentre il solo settore legato alla sanità (Q) risulta positivo in tutte le aree regionali.
Per concludere, si è approfondito il ruolo della dimensione delle imprese sulle tendenze occupazionali nei due settori che hanno perso e guadagnato maggiormente in termini di addetti negli ultimi 5 anni per un panel significativo di regioni italiane nei settori più rappresentativi in termini numerici. Nelle attività manifatturiere, se a livello globale (-11,6%) il calo percentuale ha riguardato tutte le imprese delle diverse classi dimensionali, a soffrire maggiormente è stata la piccola impresa (10-19 addetti, specie nelle Marche) e la media-grande impresa, sostanzialmente in tutte le regioni, rappresentate con particolare evidenza nel Lazio, Piemonte e Sicilia. La micro impresa individuale manifatturiera, invece, sconta perdite maggiori in Campania ed Emilia-Romagna (perdite inferiori al 10%).
Nei settori che guadagnano di più, per le attività legate ai servizi di alloggio e ristorazione, la variazione positiva globale del 7,4% nel quinquennio è sostanzialmente dovuta agli aumenti della micro impresa fino a 9 dipendenti in quasi tutte le regioni analizzate (con punte positive nelle regioni meridionali, con la Puglia in grande evidenza con un +25%), alla piccola impresa (particolarmente in Lombardia, Piemonte, Lazio e Veneto, attorno al 20%). È interessante notare che, per la stragrande maggioranza delle regioni, le dinamiche peggiori in questo settore riguardano le medie-grandi imprese, mentre all’opposto nel settore sanità e assistenza sono proprio queste ultime a guadagnare maggiormente addetti e specialmente in Puglia (+50%), Lombardia, Emilia-Romagna e Marche (tutte attorno a incrementi tra il 25% e 35%).
I dati mostrano quindi forti ridimensionamenti dei settori industriali e specie della manifattura, a fronte di un aumento dei settori legati alla ristorazione, all’istruzione e alla sanità, deboli aumenti per Attività finanziarie e assicurative e servizi professionali e alle imprese e (andamenti negativi per settore ITC e Attività professionali, scientifiche e tecniche).
3. Le ripercussioni sul ciclo economico e la produttività
Che ripercussioni ha avuto la dinamica analizzata sul ciclo economico e la produttività delle nostre imprese? Da recenti report sulle performances delle imprese italiane durante la crisi economica (Commissione Europea, 2013, 2012; Cnel, 2014; ISFOL, 2012), emerge che se, da un lato, sono state soprattutto le microimprese italiane a risentire di un divario significativo di produttività rispetto alle imprese più grandi, questo vale anche e soprattutto rispetto alle loro omologhe europee: nel 2011 la produttività delle microimprese italiane è stata pari solo al 63% della produttività italiana nel suo insieme, mentre il rapporto tra la produttività delle PMI italiane e quella delle PMI tedesche si è attestato al 71%, mentre per le microimprese la produttività relativa è stata addirittura inferiore (58%).
Rispetto alla specificità settoriale delle imprese italiane, ove prevale storicamente il settore manifatturiero, l’aspetto più preoccupante è che una quota significativa del valore aggiunto manifatturiero nel belpaese è generata da settori tradizionali, caratterizzati da bassa intensità tecnologica (nel 2009 il 62% del valore aggiunto manifatturiero italiano era creato da settori a basso o medio-basso contenuto tecnologico, rispetto al 44% della Germania e al 59% della Francia), una specificità che è rimasta pressoché stabile negli ultimi 15 anni. Questo dato è coerente, del resto, con il fatto che, globalmente, il settore ad alta tecnologia rappresenta in Italia solo una bassa quota del valore aggiunto lordo totale (pari al 6,7% nel 2011, sostanzialmente stabile rispetto al 6,5% del 1992).
L’Italia, dunque, ha un sistema produttivo caratterizzato da imprese di ridottissime dimensioni che, dall’analisi dei dati macroeconomici dall’inizio della crisi globale, presentano livelli modesti di competitività e operano in settori in cui l’innovazione non sembra essere un elemento determinante.
A tal proposito, è ormai acclarato che l’andamento insoddisfacente della produttività e la perdita di competitività sui mercati internazionali riflettono le difficoltà della nostra industria a raccogliere le sfide del contesto economico internazionale a causa sia di fattori interni sia di fattori esterni all’attività imprenditoriale, che incidono sul progresso tecnico e organizzativo dell’economia nazionale (Acceturo et al., 2013; Commissione Europea, 2013, Banca Mondiale, 2014).
4. Politiche di sviluppo e capitale umano
Tra i fattori critici di maggior rilievo, che la crisi sta enfatizzando e mostrando, troviamo la dotazione di capitale umano del nostro Paese. Varie evidenze empiriche in Italia documentano un legame positivo tra produttività del lavoro e: valorizzazione delle risorse umane dei lavoratori (Schivardi, Torrini, 2011), investimenti in innovazione (Hall, Lotti, Mairesse, 2008, 2012; Parisi, Schiantarelli, Sembenelli, 2006; Bugamelli, Schivardi, Zizza, 2008), dimensione aziendale (Fabiani, Schivardi, Trento, 2005) e capitale umano degli imprenditori (Cnel, 2014). Tuttavia, rispetto alle forze di lavoro, in Italia il tasso di completamento dell’istruzione secondaria di secondo grado è inferiore alla media dell’UE e il tasso di istruzione terziaria nella fascia di età compresa tra 30 e 34 anni è il più basso dell’UE (21,3%, rispetto a una media UE del 35,5%).
D’altra parte, la pur debole offerta di lavoro qualificato in Italia non sembra essere assorbita in modo efficiente dalla domanda di lavoro qualificato, in un mercato del lavoro che non valorizza, né sembra domandare, ed è questa la conclusione più drammatica, figure altamente specializzate da impiegare in professioni ad alto contenuto di conoscenze e competenze professionali. A tal proposito, uno dei nuovi target della “Strategia Europa 2020” misura la percentuale di diplomati e laureati (20-34enni) occupati tra coloro che hanno concluso il percorso di istruzione e formazione da non più di tre anni; a fronte di valor medio europeo al 2011 pari al 77,2% (in Germania valeva l’88,2), in Italia tale indicatore si attesta su quasi 20 punti percentuali in meno rispetto al valore medio Ue27 (57,6%), peggiorando di otto punti dal 2008 al 2011 e registrando la peggior dinamica europea, Spagna a parte.
Inoltre, al 2013 solo il 45% del totale degli occupati italiani in professioni a elevata specializzazione (managers, professionals e technicians) è in possesso di un’istruzione terziaria, a fronte del 62% della media comunitaria e poco più del 55% degli individui con istruzione terziaria è occupato in professioni che richiedono conoscenze e competenze elevate e mansioni non routinarie, quota che scende drammaticamente al 40% per la componente più giovane (fino ai 34 anni) delle forze di lavoro con laurea (Cnel, 2014). In sintesi, quindi, in Italia meno di un posto di lavoro su 5 è (altamente) qualificato e solo poco più della metà è svolto da persone con istruzione universitaria.
Tale evidenza conferma, dunque, l’ipotesi che in Italia vi sia una allocazione strutturalmente inefficiente del capitale umano accumulato nelle forze di lavoro. Ciò è aggravato dagli attuali fattori di contesto macroeconomico nei quali la bassa domanda di lavoro e l’elevata disoccupazione sta rendendo più prominenti, anche a livello europeo, squilibri tra la domanda e l’offerta di competenze, e in particolare la sovra-qualificazione (degli occupati), un fenomeno che mina la produttività, la motivazione degli occupati e può provocare un marcato “effetto obsolescenza” delle conoscenze (Cedefop, 2014): la debole domanda di lavoro incrementa la concorrenza per i posti di lavoro e incentiva i lavoratori inoccupati ad accettare lavori non consoni al loro livello di qualificazione.
Nel 2012 all’incirca il 20% delle forze di lavoro complessive della UE, ovvero 46 milioni di persone, spesso in possesso di un titolo di istruzione secondaria generale o di una precedente esperienza in lavori qualificati, è attualmente sottoccupata o disoccupata, mentre circa il 29% delle forze di lavoro altamente qualificate svolge mansioni che richiedono un livello medio-basso di qualifiche, risultando sovra-qualificata.
Tali ragionamenti vengono oltretutto rafforzati dalle previsioni di medio periodo del Cedefop (l’Agenzie dell’UE specializzata nell’analisi della domanda di skill e degli scenari occupazionali) e del Word Economic Forum, che hanno analizzato l’offerta e la domanda di competenze nell’Unione europea (UE) al 2025 (Cedefop, 2012; WEF, 2014).
Nello scenario macroeconomico di riferimento si prevedono in Europa circa 114 milioni di opportunità di lavoro tra il 2012 e il 2025, tra cui circa 10,5 milioni derivanti dalla creazione di nuovi posti di lavoro. La maggior parte dei posti di lavoro di nuova creazione richiederà competenze più elevate, anche se non necessariamente qualifiche di alto livello: in particolare, tassi di creazione di posti di lavoro sono previsti per i tecnici e i professionisti assimilati, ma la gran parte dei lavori in questa categoria potrebbero non richiedere qualifiche di alto livello, come titolari/dirigenti di piccole imprese e lavoratori artigiani autonomi.
Tenendo conto delle forti dinamiche in campo educazionale dei giovani (attualmente circa 23,4 milioni di giovani europei di età compresa tra i 18 e i 24 anni continuano a investire in istruzione e formazione) e delle proiezioni al 2025 (ove quasi il 40% delle forze di lavoro avrà qualifiche di alto livello, rispetto 23% nel 2000), senza miglioramenti significativi macroeconomici e di contesto (elevata disoccupazione, debole domanda di lavoro e specie di lavoro qualificato, rigidità dei mercati del lavoro, nanismo industriale, bassa propensione all’internazionalizzazione) il numero di lavoratori troppo qualificati per i posti di lavoro disponibili sono destinati ad aumentare drasticamente specie nella fascia giovanile e paradossalmente proprio in quei Paesi europei dove i sovraqualificati sono meno numerosi, scontando di fatto le debolezze strutturali del sistema Paese.
5. Conclusioni
Le analisi proposte mostrano con chiarezza le difficoltà in essere nel nostro Paese e più in generale nell’Unione Europea. Assistiamo a una continua diminuzione di occupati nella grande impresa, il settore industriale-manifatturiero è in continuo calo negli ultimi quindici anni, le piccole e medie imprese, specialmente nel settore manifatturiero, sono le più colpite dalla crisi e il settore dei servizi, l’unico che ha avuto minori contraccolpi in questi anni, poco e solo parzialmente è riuscito a sopperire le perdite occupazionali degli altri comparti.
La crisi è un fatto che “consolida” un cambiamento strutturale in atto da anni e manifesta criticità elevate non facilmente cancellabili con interventi parziali su alcune componenti del sistema economico e sociale del nostro Paese. Da questo punto di vista, è rappresentativo l’obiettivo (delle politiche Europee per il 2020) di crescita della popolazione dei laureati, nelle forze di lavoro, oggi valutata troppo scarsa in molti Paesi europei e in Italia in particolare. Può il sistema delle imprese del nostro Paese, così come si presenta in termini strutturali, recepire un incremento significativo di forze di lavoro con un elevato livello di skill? La realtà sembra negare questa prospettiva e il rischio di sovra-qualificati (disoccupati) nel mercato del lavoro italiano è dietro l’angolo.
Il problema è certamente più complesso e ampio, e richiede un insieme di azioni capaci di intervenire nel ripensare l’intero sistema socio-economico. Senza una visione culturale di cambiamento complessivo, ogni tentativo, anche se buono, potrebbe non dare frutto. Riforma fiscale, sviluppo economico, mercato del lavoro, istruzione, ricerca e altri temi sono in gioco per contribuire a un processo di cambiamento ormai necessario.
Quale è la prospettiva, dove si vuole andare? Come dimostrano i fallimenti degli ultimi anni, non si tratta di trovare nuove ricette e nuovi tecnicismi parziali; il problema è innanzitutto di concezione, di cambiamento culturale. Occorre ricordare, infatti, che «la complessità crescente delle società moderne non deve far dimenticare che il loro funzionamento e la loro adeguatezza ai bisogni della singola persona e famiglia dipendono da un atto di volontà collettiva, e quindi politica, attraverso cui il frutto desiderato e condiviso può diventare realtà, conservando l’incertezza come valore positivo di scoperta, ma rimuovendo invece l’incertezza artificiale della paura e della precarietà» (Campiglio, 2005).
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